mercoledì 21 aprile 2021

R.I.P. Monte Hellman

 

1929 - 2021

Il suo nome è pressocchè sconosciuto al grande pubblico, ma Monte Hellman è stato una figura importante nel panorama del cinema americano. Oltre a produrre l'esordio effettivo di Tarantino al cinema, ossia il cultissimo "Le Iene", ha anche e soprattutto dato vita ad una carriera da autore a tutto tondo, creando opere anticonvenzionali sin nel midollo che ancora oggi riescono ad incantare.




La Sparatoria/Le Colline Blu (1966)
Film "gemelli", girati praticamente in contemporanea e con lo stesso cast. Hellman decostruisce il western classico calando i personaggi in panorami desolati ed enfatizzandone la componente psicologica. Primi ruoli di rilievo per Jack Nicholson, che con Hellman aveva collaborato anche nei precedenti "Flight to Fury" e "Back Door to Hell".



Strada a Doppia Corsia (1971)
Il mito della controcultura e dell'emancipazione giovanile si infrange sulla soglia dell'incomunicabilità, sia tra giovani che con la precedente generazione. Risposta amara a "Easy Rider" et similia che Hellman dirige con trovate geniali.



Cockfighter (1974)
I combattimenti tra galli come metafora dello sfruttamento, con un Warren Oates al solito strabiliante.



Amore, Piombo e Furore (1978)
Vero e proprio Spaghetti-Western con venature crepuscolari, sottolineate dal bel cameo di Sam Peckinpah.



Iguana (1988)
Everett McGill, al suo unico ruolo da protagonista, è un marinaio sfregiato che tenta di riscattarsi rapendo la figlia di un nobile. La lotta contro la miseria umana come ribellione impossibile al determinismo. Piccolo e magnifico.

Love and Monsters

di Michael Matthews.

con: Dylan O'Brien, Jessica Henwick, Michael Rooker, Dan Ewing, Ariana Greenblatt, Ellen Hollman, Tre Hale, Senire Priti.

Fantastico/Post-apocalittico

Canada, Usa 2020
















Trovare un approccio originale al filone post-apocalittico è, oggi come oggi, quantomai difficile, complice la sovraespozione di storie del genere nei media più disparati, dal cinema ai videogames, passando per i fumetti e la carta stampata in genere. E' come se ogni possibile variante sia stata utilizzata, anche più volte, nel corso degli anni. Da parte sua, "Love and Monsters" rinuncia in parte all'originalità per adagiarsi sulle coordinate del racconto di formazione, cita esplicitamente altri esponenti del filone e, grazie ad una scrittura men orchestrata, riesce a suo modo a trovare un piccolo spazio all'interno di un genere sovraffollato.


La storia è quantomai stravista: l'apocalisse, annunciata come sempre tramite finti spezzoni di telegiornali, ha colpito questa volta due volte: dapprima un asteroide precipita verso la Terra, in un secondo momento, i componenti chimici dei missili usati per distruggerlo iniziano a mutare la fauna terrestre, dando vita a giganteschi mostri che si impadroniscono ben presto della superficie.
Tra i sopravvissuti nascosti nei bunker, il 24enne Joel (O'Brien) è un ragazzo mite e sotto sotto codardo, che decide di lasciare il proprio nascondiglio per recarsi verso quella di Aimee (Jessica Henwick), suo perduto amore, da poco ritrovato.


Il tempismo d'uscita è stato davvero propizio: con la sua morale positiva, l'inno alla voglia di ricominciare a sperare dopo la tragedia, "Love and Monsters" potrebbe essere la perfetta metafora di un mondo post-Covid-19, dove la voglia di uscire dai propri nascondigli per riappropriarsi dei propri spazi deve trovare sfogo. Il che è anche giusto, ma, in sé, il film è più che altro un inno all'abbandono della propria comfort-zone, a provare nuove strade senza sedimentarsi sul passato.
Il protagonista Joel vive sulla propria pelle questo cambiamento, vivendo dapprima nella speranza dell'amore, dappoi nella coscienza di un cambio di priorità dovuto al suo maturare.


La presa di coscienza del superamento del suo ruolo di innamorato di belle speranze comincia già all'uscita dal bunker e trova catarsi anche prima di arrivare a destinazione; ciò che non la rende effettiva è la pia illusione di poter ritornare ad una nuova comfort-zone, nella quale crogiolarsi come in passato. La storia però dimostra come il passato sia tale e resta immutabile solo nella mente delle persone; da qui la necessità di andare oltre, provare nuove strade e allargare i propri orizzonti, unico metodo per evolvere come persona, così come Joel evolve da maschio omega ad alfa vero e proprio.


Lo script del regista Matthew Robinson e di quel Brian Duffiled che già aveva partorito il simpatico "La Babysitter" e l'ardito "Underwater", abbraccia a piene mani l'eredità del genere. Dalla serie di "Mad Max" spuntano l'aiutante canino e persino Bruce Spence, in un cameo nell'ultimo atto; mentre l'incontro con i personaggi di Michael Rooker e Arianna Greenblatt senza quasi un ideale cross-over con i personaggi di "The Last of Us". Al di là di omaggi e citazioni, la tensione resta alta con il costante concatenarsi di minacce, tra le quali la scena della "Ape Regina" tocca l'apice della tensione. Nell'ultimo atto le cose si fanno più convenzionali e la tensione perde di mordente, ma per il resto della sua durata, "Love and Monsters" mantiene le sue promesse, anche se la parte "seria" è decisamente più riuscita di quella leggera, troppo ancorata a situazioni comiche raffanzonate e già viste.


In generale, questo piccolo-grande post-catastrofico riesce ad intrattenere a dovere, regalando due ore scarse di divertimento senza mai scadere troppo nel già visto o nel ridicolo involontario, trappole talvolta difficili da evitare nel filone.

lunedì 19 aprile 2021

Quella Notte a Miami...

One Night in Miami...

di Regina King.

con: Kingsley Ben-Adir, Eli Goree, Aldis Hodge, Leslie Odom Jr., Lance Reddick, Nicolette Robinson, Michael Imperioli.

Usa 2020
















Non è mai cosa semplice confrontarsi con il passato, sopratutto con quello recente; quest'anno, anche a causa della svolta "politica" che le premiazioni americane hanno preso, ci hanno pensato "Il Processo ai Chicago 7" e "Judas and the Black Messiah" a confrontarsi con l'eredità scomoda degli anni '60 e su come questa debba essere ancora assimilata da gran parte del tessuto sociale. In un'ottica del genere, un film come "Quella Notte a Miami..." risulta quasi ridondante e inerte, vuoi a causa della competizione, vuoi a causa delle limitazioni che il testo di base (una piéce di Kemp Powers, qui anche produttore e sceneggiatore) porta con sé.


Con uno sforzo immaginifico simile a quello fatto da Nicolas Roeg in "Insignificance", viene portato in scena un incontro ideale tra quattro figure essenziali per l'emancipazione afroamericana: Malcolm X (Kingsley Ben-Adir), Cassius Clay (Eli Goree), Jim Brown (Aldis Hodge) e Sam Cooke (Leslie Odom Jr.) si ritrovano in una stanza di motel a Miami per festeggiare la vittoria di Clay su Sonny Liston. Inevitabilmente, la questione della lotta per i diritti civili prende il sopravvento e porta al confronto tra i quattro.


Powers immagina i quattro protagonisti alla vigilia dei propri cambiamenti: Malcolm X sta per partire per La Mecca, viaggio che lo porterà ad abbandonare la guida del controverso imam Elijah Muhammad per creare un proprio nucleo di fedeli musulmani afroamericani; Cassius Clay, appena divenuto campione del mondo, sta invece per entrare in seno alla guida di Muhammad e cambiare nome in Muhammad Alì; Jim Brown, battuto il record di iarde percorse durante la sua carriera come rugbista, decide di abbandonare il mondo della NFL per divenire attore a tempo pieno, mentre Sam Cooke sta per lanciare la bellissima "A Change is gonna come", canzone decisamente diversa dal suo solito repertorio.
Tutti e quattro sono sulla soglia dell'eternità e, per Malcolm X, purtroppo, della morte. L'anno è essenziale, il 1964, con la Guerra del Vietnam alle porte e la battaglia per i diritti civili pronta a infiammarsi in tutta America. Il potenziale drammaturgico e umano è immane, ma la scrittura, sfortunatamente, resta sempre sulla superfice.


Il confronto scatta tra Malcolm X e Sam Cooke, ossia tra il leader per i diritti civili, figura più "impegnata" del gruppo, ed un cantante che, pur riallacciandosi alla cultura soul e gospel, si esibisce per lo più per un pubblico bianco, lasciando le sue note lontane dall'impegno. X è il combattente, preoccupato per le sorti della sua gente, mentre Cooke è l'artista colto ad un passo da un bivio, mentre ancora cerca solo di intrattenere, benché supporti da sempre artisti di colore. Lo scontro, malauguratamente, ristagna nelle coordinate dell'impegno totale contro una forma di impegno più materiale che ideologico, ma resta sempre ancorato su coordinate prevedibili, con un Malcolm X che fa da cattivo maestro ed un Sam Cooke "peccatore", pronto però ad una facile ricomposizione una volta che gli animi si sono calmanti. Clay e Brown sono, purtroppo, poco più che spettatori in una battaglia ancora non loro. Difetto totale che affossa ogni buon intento; e vien da ridere se si pensa che Powers ha ammesso come l'idea per il testo gli sia venuta nella sua esperienza dietro le quinte di "Star Trek Discovery" come unico sceneggiatore di colore in una write room di bianchi...


L'impegno è, si, encomiabile, ma la forza drammaturgica assente, nonostante le ottime prove dei quattro attori. La regia di Regina King, al suo esordio al cinema e più famosa come attrice, è del tutto al servizio del cast, ma tiene bene il ritmo di un dramma da camera che ben avrebbe potuto rivelarsi stantio anche nella messa in scena.
Su tutto, vige un alone di occasione mancata: una riscrittura più incisiva del testo ben avrebbe consentito a questa storia "ispirata a eventi reali" di essere qualcosa di più di un semplice kammerspiel finto-impegnato. Sorge, anzi, il forte dubbio che tutto non sia altro che una manovra di "Oscar-baiting" che smuove nomi importanti e argomenti urgenti solo per fare incetta di premi.

venerdì 16 aprile 2021

Pieces of a Woman

di Kornél Mundruczò.

con: Vanessa Kirby, Elle Burstyn, Shia LaBeouf, iliza Shlesinger, Benny Safdie, Sarah Snook, Molly Parker, Steven McCarthy.

Drammatico

Ungheria, Canada, Usa 2020















Frammenti di una donna, di una vita fatta a pezzi e ricomposta, a stento, in un non breve periodo di tempo. Frammenti microscopici, quasi incapaci di riallacciarsi tra loro, ma che, in un modo o nell'altro e non per le brevi vie, alla fine ci riescono. Al suo primo film anglofono, l'ungherese Kornél Mundruczò porta in scena una sceneggiatura della compagna Kata Wèber creando un melodramma forte, intenso ma anche troppo virtuosistico.


Il dramma che dà via alla de-composizione umana della protagonista, un'incredibile Vanessa Kirby giustamente premiata con la Coppa Volpi, è quanto di più devastante si possa immaginare, ossia la perdita della figlia pochi attimi dopo la sua nascita. Segue una spirale "classica" fatta di abbandono e dolore, che trova solo nel finale la sua ideale catarsi.


Il lavoro svolto dagli attori e fenomenale, come giustamente ci si potrebbe aspettare; tolta la Kirby, Shia LaBeuf fa dimenticare le sue cadute artistiche regalando una performance solida e sentita; meglio di lui fa solo Ellen Burstyn, negli scomodi panni della ricca matriarca che assiste dapprima all'unione male assortita della figlia con un compagno non abbiente, poi al suo disfacimento umano dovuto al lutto.
La regia fa di tutto per esaltare al massimo le interpretazioni: tra lunghi piani sequenza e primi piani serrati, la macchina da presa insegue gli attori mettendosi a loro disposizione, creando una messa in scena naturalistica, ma anche virtuosistica, che talvolta finisce per fagocitare il racconto, come nell'epilogo o nella scena della riunione di famiglia, talmente estrose da divenire fredde nell'accezione peggiore del termine.


Fortunatamente, Mundruczò sa anche quando tirare le redini e le scene più importanti finiscono per colpire a segno; ed è fin troppo facile elogiare la cruda e commovente sequenza del parto, superata in realtà da quella, decisamente più struggente, del monologo finale, dove per l'unica volta la regia si cala totalmente nei panni della protagonista per darle la catarsi che a lungo ha inseguito.
Il resto del racconto viene snocciolato con distacco, ma, al contempo, con una ricerca costante dell'emotività. Non c'è il rifiuto di una caratterizzazione umana e sentimentale dei personaggi, spesso data da simbolismi ben esposti, come quello della mela o dell'alcool; la regia agisce su due fronti, portando in scena personaggi emotivi e fragili con un occhio quasi clinico; e se ciò porta talvolta a scivoloni, come la scena del bus "infestato" da bambine, più spesso riesce a convincere, soprattutto quando questa dualità è sottolineata dalla bellissima fotografia di Benjamin Loeb, che giustappone interni freddi ad esterni gelidi.


Il dramma riesce così a convincere: nonostante qualche scelta poco azzeccata, "Pieces of a Woman" coninvolge, soprattutto grazie all'ottimo cast.

lunedì 12 aprile 2021

Godzilla vs Kong

di Adam Wingard. 

con: Millie Bobby Brown, Alexander Skarsgaard, Rebecca Hall, Brian Tyree Henry, Shun Ogura, Eiza Gonzalez, Julian Dennison, Demiàn Bichir, Kyle Chandler, Kylee Hottle.

Fantastico/Azione/Catastrofico

Usa, Australia, Canada, India 2021















E si arriva allo scontro tra pesi massimi anche nel Monsterverse della Warner. Come in "Batman v Superman" e "Captain America: Civil War", anche "Godzilla vs Kong" porta le due icone del titolo ad un confronto senza esclusione di colpi. Il quale, come i più attente già sapranno, non è il primo match tra i due bestioni, ma, al contempo, non è neanche un remake di quel primo scontro datato 1962.


"King Kong vs Godzilla" (o "Il Trionfo di Kong" come conosciuto nel Bel Paese) è a suo modo un film importante. E' il terzo film dedicato al godzillosauro di Ishiro Honda, quarto per il gorilla di Cooper e Schoesdak, il primo nel quale ciascuno dei due si confronta con un avversario famoso (ma non il primo scontro tra kaiju in assoluto, primato ascrivibile a "Godzilla Raids Again", secondo film di Godzilla) nonché il primo film del franchise di Godzilla dove il tono da serio si fa faceto, vicino alle coordinate del cinema fantastico e della commedia, piuttosto che del dramma catastrofico. Resta, ad oggi, il film di Godzilla più visto e il suo status di cult è innegabile, nonostante sia invecchiato in modo orribile. e, per la cronaca, ha dato vita ad uno dei miti cinematografici più famosi, ossia quello del doppio finale: secondo la tradizione, esistevano due finali distinti allo scontro tra titani, uno, destinato alla distribuzione occidentale, dove è Kong a trionfare, un secondo, distribuito in Asia, dove invece è Godzilla ad uscire vincitore. Mito sfatato dopo quasi 40 anni, grazie alla circolazione dei dvd nipponici in Occidente: il vincitore è sempre Kong, all'epoca mostro decisamente più famoso rispetto al lucertolone radioattivo.


Il nuovo "Godzilla vs. Kong" riprende il racconto lasciato in sospeso nel precedente "Godzilla: King of the Monsters", con la sua Terra cava e i kaiju visti come forze della natura. Al timone, troviamo Adam Wingard, per la prima volta alla regia di un blockbuster vero e proprio e intenzionato a lavare l'onta lasciata sulla sua carriera dal poco memorabile adattamento di "Death Note". Operazione riuscita?


Wingard ha le idee chiare: in un film del genere non puoi né prenderti troppo sul serio, né troppo poco e, sopratutto, devi avere un occhio di riguardo per l'estetica. Per prima cosa, trasforma i personaggi umani in meri veicoli per far procedere i kaiju verso lo scontro. La trama, di fatto, è di quanto più scontato si possa immaginare: Godzilla e Kong sono vecchi rivali, pronti a scannarsi per la supremazia di re dei mostri; un multimilionario (Demiàn Bichir) convince uno scienziato (Skarsgaard) a portare Kong all'ingresso della cavità che attraversa la Terra per poterne esplorare gli anfratti. Godzilla li insegue, i due mostri si scontrano. Stop, questo è quanto serve, ossia un campo di battaglia su cui far muovere i due mostri. Tant'è che anche gli altri personaggi (il cospirazionista, Millie Bobby Brown e il suo aspirante fidanzato Julian Dennison) sono semplici motori degli scarni eventi.
Il tono è a tratti volutamente canzonatorio, tanto che la prima e l'ultima scena vedono Kong muoversi sulle note di canzoni spensierate, mentre si alza da letto e si fa la doccia! Al contempo, quando si tratta di prendersi sul serio, la situazione non mai davvero drammatica, rimanendo ancorata sui confini della spensieratezza. E quando si tratta di ritrarre le battaglie tra mostri, Wingard non si tira indietro, dando tutto se stesso.


Con un occhio al Del Toro di "Pacific Rim" e in coerenza con i suoi precedenti lavori, Wingard immerge l'azione in luci al neon e musica synth. Se il primo incontro tra Godzilla e Kong è spettacolare, quello principale ad Hong Kong è un vero e proprio trip allucinogeno, tra titani incavolati e palazzi avvolti dai neon che crollano. Sopratutto, Wingard sa quando ritrarre l'azione dal punto di vista umano e quando allargare il campo per riprendere i mostri nella loro intera grandezza e, con coreografie vivaci e precise, lo spettacolo è a dir poco imponente.


Uno spettacolo perfetto, gustoso sul piano estetico, ben congegnato su quello stilistico. E su tutto, Wingard azzecca anche la perfetta durata, ossia meno di due ore, creando un pop-corn movie sublime.

giovedì 8 aprile 2021

Judas and the Black Messiah

di Shaka King.

con: Daniel Kaluuya, LaKeith Stanfield, Jesse Plemons, Martin Sheen, Dominique Fishback, Ashton Sanders, Lil Rel Howery, Algee Smith, Dominique Thorne.

Drammatico/Biografico

Usa 2020

















Esiste una ritrosia del cinema americano nel ritrarre i movimenti di sinistra e la loro azione politica durante gli anni della contestazione. Non tanto una ritrosia nel portarne in scena le azioni e le conseguenze (basi pensare che quest'anno, a concorrere per gli Oscar, c'è anche "Il Processo ai Chicago 7"), quanto ad inquadrarne le basi politiche di estrema sinistra e a ritrarne gli estremi più violenti, meno digeribili dalla cultura di massa, abituata com'è a vedere la contestazione in un'ottica tipicamente positiva al 100%. A farne le spese in termini di memoria è stato soprattutto il partito delle Black Panthers, unico movimento davvero eversivo, che affiancava le azioni umanitarie e i discorsi sull'eguaglianza all'incitazione alla rivolta violenta contro la classe dirigente e sognava un'unificazione di tutte le correnti della sinistra extraparlamentare per portare una rivoluzione totale su territorio americano.
Oggi, forse, i tempi sono maturi per gettare luce sulla loro azione; e se già Spike Lee le aveva ritratte in modo fedele nel bel "BlacKkKlansman", il regista Shaka King assieme a Ryan Coogler come produttore e Will Benson e i fratelli Lucas in sede di script, decide di portare su schermo la figura, importante quanto ingombrante, di Fred Hampton, "chairman" delle BP di Chicago che, alla fine degli anni '60, divenne un vero e proprio martire dei movimenti per i diritti civili.


Il ritratto di Hampton è feroce e senza compromessi; non un semplice leader per l'affermazione dei diritti degli afroamericani, era piuttosto un leader socialista a tutto tondo, che predicava la sovversione dell'ordine costituito in favore della creazione di un nuovo ordine che non lasciasse i meno abbienti ai margini della società. In primo piano vengono poste non solo le sue battaglie, ma anche la sua incredibile capacità di leader, che gli ha consentito di unire la propria sezione con la banda del Crown e, sopratutto, con i movimenti rivoluzionari guidati dai bianchi e dagli ispanoamericani, creando un gruppo trasversale in grado di smuovere l'intero corpus etnico di Chicago.


Hampton vive nella performance energetica di Daniel Kaluuya, mentre il "Giuda" William O'Neill ha il volto del camaleontico LaKeith Stanfield. E proprio a quest'ultimo spetta il ruolo di spettatore e guida a-morale della storia. O'Neill è stato per anni infiltrato nelle Black Panthers ed è stata proprio la sua azione che ha condotto al raid che ha ucciso Hampton, a soli 21 anni. Attraverso i suoi occhi, assistiamo alla predicazione e all'attività civile delle BP, ma anche ai suoi sbagli; la sparatoria che ha portato alla distruzione del loro quartier generale, innescata dalla provocazione delle Pantere stesse, così come la morte del militante Jake Winters, causata in una sparatoria iniziata da questi, vengono ritratte in modo diretto e senza giustificazioni di sorti. Le Pantere hanno sbagliato nel corso della loro attività, ma non per questo le loro battaglie devono essere sminuite o tacciate di ipocrisia, trattandosi di errori demandabili ai singoli membri.


Se il ritratto di Hampton è sincero e impietoso e trova un unico limite nella descrizione convenzionale della sua vita privata, quello di O'Neill appare più opaco; la sua trasformazione da semplice spia a cittadino affascinato dai discorsi del leader sua vittima appare farraginosa e forzata, quasi incompiuta, passando dal menefreghismo totale al rispetto nell'arco di poche sequenze, senza mai una vera catarsi.
Difetto che in parte rovina una pellicola altrimenti solida, il cui racconto viene saldamente tenuto da King, il quale limita le sbavature in un biopic tutto sommato potente e dal sicuro valore storico.

mercoledì 31 marzo 2021

World to Come

The World to Come

di Mona Fastvold.

con: Katherine Waterson, Vanessa Kirby, Casey Affleck, Christopher Abbott, Karina Gherasim, Ioachim Ciobanu, Daniel Blumberg.

Drammatico

Usa 2020












---CONTIENE SPOILER---

Un mondo a venire, altro, diverso rispetto a quello nel quale si è confinati. "World to Come", secondo lungometraggio di Mona Fastvold trionfalmente presentato allo scorso Festival di Venezia, è la cronaca di un amore impossibile, che ovviamente ha un prevedibile epilogo tragico, ma che si discosta da tanta cinematografia americana indie contemporanea per alcune scelte narrative e stilistiche vincenti. 


La storia, tratta da un racconto del co-sceneggiatore Jim Shepard, è quanto di più ovvio si possa immaginare: a metà del XIX secolo, nella regione boschiva dello stato di New York, Abigail (una straordinaria Katherine Waterson) è sposata con l'introverso Dyer (Casey Affleck, anche produttore). La sua vita cambia drasticamente all'arrivo di Tallie (Vanessa Kirby), la quale, pur sposata con l'oppressivo Finney (Christopher Abbott), intreccia con lei una travolgente relazione amorosa.


La critica al patriarcato come insensibile o oppressivo è sin troppo semplice, date le coordinate storico-geografiche in cui si svolge la vicenda. Per fortuna la Fastvold è più propensa a raccontare una storia d'amore impossibile in modo inusuale. Quella tra Abigail e Tallie è innanzitutto la storia di un'affinità che le due donne non sono riuscite a trovare nel talamo nuziale e che non è compensata neanche dal ruolo di madre, loro negato a causa del lutto e, forse, nel caso di Tallie della malattia.


Il rapporto tra le due protagoniste viene ancorato dell'empatia, la relazione carnale è relegata solo a sparuti flashback nel finale; quel che interessa è il ruolo di compagna che ciascuna trova nell'altra. Una compagna come confidente, come anima gemella in grado di comprendere umori e sensazioni in modo diretto, automatico, senza bisogno della comunicazione. Il che funziona grazie soprattutto all'alchimia tra le due attrici, dove soprattutto la Waterson colpisce per l'estrema e naturale espressività.


Echi bronthiani giungono dalla giustapposizione tra il calore della relazione con l'asprezza della natura, forza disgregatrice e maligna, pronta a punire la felicità altrui prima ancora della figura maschile. Ma la regia si concentra maggiormente e quasi esclusivamente sull'emotività dei personaggi, lasciando fuori dal racconto quella che poteva essere una dualità interessante. 
Fortunatamente, il racconto vive, oltre che grazie agli interpreti, per merito di una regia attenta, che non si fossilizza sui personaggi e cerca sempre di trovare spazi inediti, talvolta spettacolari, in cui farli muovere.
Il risultato, pur non essendo memorabile, è quantomeno riuscito e certamente più interessante di tanto cinema d'autore "alla mòde" che spesso invade le sale (o i servizi streaming) in cerca di facili riconoscimenti. Il che, si spera, porti fortuna alla sua autrice.