lunedì 30 agosto 2021

Siberia

di Abel Ferrara.

con: Willem Dafoe, Cristina Chiariac, Dounia Sichov, Simon McBurney, Anna Ferrara, Fabio Pagano.

Italia, Germania, Messico, Grecia, Regno Unito 2019
















Subito dopo "Pasolini", Abel Ferrara idea quello che diverrà, dopo un'estenuante produzione, "Siberia", progetto personale che prenderà forma assieme al coevo e quasi complementare "Tommaso" solo dopo qualche anno. Fallita la campagna di crowdfounding su IndieGoGo, Ferrara trova i fondi necessari tra Italia e Grecia e ricostruisce parte del suo mondo in Alto Adige. 
"Siberia" si pone come una rottura definitiva con il passato del cineasta newyorkese: anni luce separano quest'ultima opera dai suoi abituali peregrinaggi urbani, dalle storie di dannazione e redenzione tardiva così come dalla manipolazione del cinema di genere verso le coordinate del cinema d'autore. "Siberia" è un libero flusso di coscienza, un viaggio nel subconscio del suo protagonista Clint e un viaggio della sua coscienza verso i territori del rimorso e del rimosso.


Clint vive del volto scavato e del fisico emaciato di un al solito straordinario Willem Dafoe; un uomo che si è isolato ai confini del mondo e della propria coscienza per fuggire ai demoni del passato, i quali tornano a galla all'improvviso. Se la stabilità ricercata dall'uomo è comunque labile (la visione dell'orso che lo fa a pezzi dinanzi alla tentazione del denaro), la sua illusione di tranquillità crolla dinanzi ad una duplice visione, quella di un aborto, probabile reminiscenza di una memoria passata, e, soprattutto, il confronto con la parte più remota del proprio io, lucido dell'abbracciare la propria incompiutezza.


Quello di Clint diviene un viaggio privo di meta che finisce per contorcersi su sé stesso fino a tornare al punto di partenza, dove l'unica cosa che viene trovata e ri-trovata e la comunione, fatta dalla condivisione del pesce, unica nota salvifica in un mondo che sembra sempre più prossimo alla distruzione.
Il viaggio per sé perde ogni nota di linearità per infrangersi in una serie di frammenti di visioni rivelative e al contempo enigmatiche.
Risaltano su tutti i rapporti con la moglie e con il padre. Quest'ultimo è quasi un suo doppio, un uomo fragile che lo ha cresciuto tenendolo a contatto con la natura, ma il quale sembra fallire nel trasmettergli valori concreti. La prima, d'altro canto, è al contempo vittima del tradimento e creatura lasciva, la quale non concede la passione carnale se non a sé stessa.
Fuori dal flusso di coscienza, assistiamo, con gli occhi di Clint, ad una violenza dilagante, simboleggiata dal gulag, che ricorda la macelleria umana della strage di Katyn, così come ad una ricerca spasmodica di una forma di salvezza, tramite il confronto con un guru ed un mago.
Ma la salvezza non viene trovata: l'uomo non riesce a trovare un punto fermo sul quale far fiorire il proprio essere. La ricerca sembra essere eterna e con essa anche la sofferenza che la accompagna.


Nella sua estrema semplicità, "Siberia" trova un equilibrio perfetto tra forma e narrazione. Più stilizzato rispetto agli altri lavori di Ferrara, più libero nella struttura così come nel simbolismo, è con ogni probabilità il primo tassello di una nuova fase nella carriera del grande cineasta newyorkese, che dopo oltre 40 anni di carriera ha ancora molto da dire.

lunedì 16 agosto 2021

Evangelion: 3.0 + 1.01 Thrice Upon a Time

Shin Evangelion Gekijoban

di Hideaki Anno, Mahiro Maeda, Katsuichi Nakayama, Kazuya Tsurumaki.

Animazione/Fantascienza/Drammatico

Giappone 2021
















Si può pensare quel che si vuole sulla riuscita o meno del "Rebuild of Evangelion", ma va comunque dato merito a Hideaki Anno di essere riuscito a resuscitare una storia già finita per declinarla in un modo comunque nuovo, riuscendo a far splendere di nuova luce personaggi che sembravano aver detto tutto già negli anni '90.
In tal senso, quest'ultimo "3.0+1.01", che Anno ha già specificato possa non essere l'ultima incarnazione di "Evangelion", si pone come il capitolo più riuscito della tetralogia cinematografica, che fonde perfettamente l'analisi socio-psicologica dei personaggi con la spettacolarità delle battaglie e dei rituali divini divenuti marchio di fabbrica della serie, concludendo, per ora, un'opera monumentale.


Anno divide il film in due parti separate, una prima più riflessiva, una seconda più spettacolare.
E' nel primo atto che assistiamo alla maturazione di alcuni dei personaggi, primo fra tutti quello di Shinji. Ridotto (nuovamente) ad uno stato larvale a seguito dello sconvolgente finale di "You Can (Not) Redo", è totalmente chiuso in sé stesso, nella muta contemplazione del proprio dolore, per la prima volta nella saga cinematografica totalmente distaccato dal mondo che lo circonda. Ma è grazie all'ingresso di vecchie conoscenze quali Toji e Kensuke, oltre che all'insistenza della sempre pestifera Asuka, che Shinji ritrova, pian piano, una forma di connessione con l'esterno. L'affacciarsi nel Villaggio 3, il confronto con la vita felice di un gruppo di persone che ha fatto dell'interdipendenza la propria forza, porta Shinji a superare la paura dell'altro, della perdita, dell'esporsi sentimentalmente al prossimo, sino alla maturazione adulta che gli permetterà di confrontarsi con suo padre, qui perfetta nemesi, uomo che ha sempre vissuto da solo e ha trovato nella perdita dell'amore una causa scatenante la propria follia.


Allo stesso modo, la nuova Rei, che nel capitolo precedente era vuota, essere umano privo di emozioni, sviluppa una propria anima grazie al contatto con il prossimo, divenendo umana, acquisendo quella coscienza di sé che nelle precedenti vesti di essere sintetico (volendo anche ideale critica delle "waifu" degli anime) non aveva. D'altro Asuka, compie quasi un percorso inverso, trovando nella solitudine un rifugio dal dolore, mitigato solo dalla compassione per Shinji e dal rapporto, volutamente ambiguo, con Kensuke.


Nella seconda parte, l'anima spettacolare prende il sopravvento: il Fourth Impact e le sue catastrofiche conseguenze, nonché i rituali ad esso collegati, prendono forma dinanzi allo spettatore, in una serie di geometrie astratte che si infrangono grazie ad una regia ipercinetica, che distrugge ogni geometricità e con essa ogni forma di immobilismo. Il movimento vorticoso e roboante è il vero protagonista, appaiato ad un confronto umano, fino a creare un epilogo magistrale sia per il "Rebuild" che per l'intera serie.
Non tutto funziona, molte delle informazioni necessarie per comprendere gli eventi vengono vomitate in faccia allo spettatore senza contesto, lasciando che sia quest'ultimo a doversi orientare: quello che nella serie originale era un ermetismo perfettamente voluto, qui sembra più una soluzione usata per ovviare alla mancanza di tempo per dar spazio alla mitologia.
Allo stesso modo, le rivelazioni circa le identità di Asuka, Kaworu e di Mari lasciano perplessi, causa la velocità con cui vengono a galla, prive di un contesto anche solo vago che nega, a volte, ogni possibilità di comprensione, cosa che, ancora, nella serie originale non avveniva.


Ed è proprio nel confronto tra gli esiti di questo "Rebuild" e la prima incarnazione data della serie televisiva e dal primo film "The End of Evangelion" che risalta maggiormente la maturazione umana di Anno.
In passato, tutta l'opera era come basata su di un cinismo di fondo, su una radicata coscienza che gli essere umani sono condannati alla sofferenza e che il contatto umano, unico balsamo, è anch'esso portatore di un innato e inevitabile dolore. Da qui la metafora del Progetto del Perfezionamento dell'Uomo, della creazione di un solo essere privo delle barriere del corpo e dello spirito, risultato incontrovertibile per giungere ad una vera comprensione tra uomini. E del quale il perdono e l'accettazione sono le uniche alternative, pur nella loro fallacia.
Nel mondo del "Rebuild", d'altro canto, Shinji in primis sembra cosciente della possibilità di evitare il dolore aprendosi alle persone già nei primi capitoli, nei quali risulta più "attivo". Allo stesso modo Asuka, non combattendo la sua attrazione verso il collega/coinquilino, sembra consapevole della necessità dell'accettazione altrui. Tant'è che il finale di "Thrice Upon a Time" rappresenta una semplice battaglia tra la disperazione ed una speranza già fatta propria, non la comprensione dell'esistenza di tale speranza (che avveniva, di fatto, in "The End"); con la conseguenza che anche i toni sono meno cupi, meno opprimenti.


Il "Rebuild" finisce così per essere una continuazione più positiva delle tematiche originale e in tale evoluzione tematica, oltre che nelle spettacolari immagini, finisce per trovare una completa giustificazione e ad imporsi come un'operazione riuscita e ai limiti del necessario.

giovedì 5 agosto 2021

The Suicide Squad- Missione Suicida

The Suicide Squad

di James Gunn.

con: Idris Elba, Margot Robbie, John Cena, Viola Davis, Daniela Melchior, Jai Courtney, Joel Kinnaman, Michael Rooker, Peter Capaldi, Nathan Fillion, David Dastmalchian, Sylvester Stallone, Alice Braga, Mayling Ng, Pete Davidson, Taika Waititi.

Azione/Commedia

Usa 2021 










Scritto maluccio, girato alla bene e meglio e montato decisamente male; eppure, cinque anni fa, "Suicide Squad" non solo si rivelò quel successo commerciale che alla DC/Warner tanto serviva, ma riuscì persino ad imporsi nella memoria collettiva, trasformando la sexy Harley Quinn di Margot Robbie in una piccola icona pop. Inutile dire che un seguito era d'obbligo, ma forse nessuno si sarebbe aspettato un film come "Missione Suicida". Merito di un James Gunn che, libero dalle restrizioni del PG e del family friendly, riesce a sfogare quella sua vena distruttiva che teneva a bada dai tempi di "Super", confezionando una action comedy sboccata, sottilmente cattiva ed eccessiva, per questo maledettamente divertente.


Per la prima volta vediamo su grande schermo la repubblica del Corto Maltese, nominata già nel primo "Batman"; creata da Frank Miller in omaggio a Hugo Pratt, quest'isola del pacifico è l'ideale doppio di qualsiasi paese sudamericano, con tanto di rivoluzione annessa. La Task Force X è così chiamata ad insabbiare il coinvolgimento americano nello sviluppo del misterioso "Progetto Starfish" all'indomani di un colpo di stato che ha portato un regime antiamericano al potere; le cose, naturalmente, prenderanno subito una piega insapettata.


I riferimenti nella storia di fondo sono immediatamente chiari, ossia gli action di guerra degli anni '70 e '80. La Task Force X diviene l'ennesima ensamble di duri da sacrificare, i quali, come da copione, decideranno di fare "la cosa giusta" a missione inoltrata. Ma a Gunn questa volta non interessano più di tanto i personaggi. Il neo-incluso Bloodsport di Idris Elba, su tutti, altro non è che un sostituto del Deadshot di Will Smith, uscito dal progetto una volta chiarito che si sarebbe trattato di un film vietato ai minori, tanto che il suo conflitto risiede nel rapporto con la figlia problematica. Harley Quinn è una forza della natura che distrugge tutto quello che incontra e non ha un'evoluzione caratteriale vera e propria, restando la donna forte vista in "Birds of Prey"; l'arco caratteriale viene riservato al solo personaggio di Polka-Dot Man, vera sorpresa del film: villain di quart'ordine, creato quasi per scherzo, nelle mani di Gunn il personaggio viene riplasmato nella serietà più assoluta e anche grazie alla performance di David Dastmalchian riesce davvero a imporsi per empatia e simpatia. Empatia data anche al King Shark in versione "puccettosa" di Sylvester Stallone e alla Ratcatcher di Daniela Melchior, figlia surrogata in cerca dell'approvazione paterna. E una menzione speciale merita John Cena, che con il suo Peacemaker si diverte un mondo a fare a gara con gli altri maschi alfa a chi ha la pistola più grossa.


A Gunn, come detto, interessano i meccanismi della commedia e dell'azione. La prima è quasi ineccepibile, con i morti ammazzati che fioccano fin dal prologo, vera missione suicida che apre il film e massacra mezzo cast per il puro ludibrio del pubblico, in un concerto di splatter grottesco e azione concitata fin oltre l'iperbole, raggiungendo vette di demenzialità degne della Troma, ma dove il tutto viene condotto con una mano fermissima, attenta ai dettagli e alla coreografia.
La commedia viene cucita sulle situazioni paradossali e sugli sviamenti dello script, a partire dall'introduzione di personaggi che diverranno semplice carne da macello e dalla forza demenziale di alcuni tra i più folle del roaster DC, tra i quali va menzionato almeno il T.D.K. di Nathan Fillion, controparte burlesca del serissimo Polka-Dot Man.
Nello script e nell'esecuzione, Gunn non sbaglia il ritmo né delle scene, nè dell'intero film, lasciando che ogni sequenza abbia il suo respiro, regalando il giusto spazio a battute e azione e dimostrando un gusto per il gran finale in linea con i dettami del comic-movie, ma decisamente più spettacolare e calzante rispetto ad altre pellicole del filone.


"The Suicide Squad" riesce così laddove il suo predecessore falliva, imponendosi come una commedia demenziale folle e follemente divertente, un trip in un mondo demenziale che sembra davvero il risultato di uno script della Troma realizzato con un budget adeguato.

lunedì 26 luglio 2021

Old

di M.Night Shyamalan.

con: Gael Garcia Bernal, Vicky Krieps, Thomasin McKenzie, Rufus Sewell, Abbey Lee, Ken Leung, Alex Wolff,  Nikki Amuka-Bird, Aaron Pierre, Embeth Davitz, Francesca Eastwood.

Thriller

Usa 2021












Ci sono soggetti che sembrano scritti appositamente per essere adattati da un dato regista. E' il caso di "Sandcastle", graphic novel del 2010 scritta da Pierre Oscar Lévy che, con la sua storia fatta di mistero e piccoli colpi di scena, sembrava perfetta per essere trasposta su grande schermo da Shyamalan, da sempre ossessionato dalla narrazione dell'insolito e dalle atmosfere sottilmente opprimenti. E "Old" finisce così per caratterizzarsi al contempo come il perfetto esempio del cinema dell'autore e come una piccola decostruzione dello stesso, perfetta nel saper misurare i meccanismi della tensione, così come nel creare delle eccezioni ai luoghi comuni.



La distorsione temporale diventa contemporaneamente gimmick ed elemento trainante; il mistero che la circonda, però, non è oggetto del classico "Shyamalan twist" che solitamente rivolta come un calzino la narrazione. Regole e retroscena vengono invece svelati un po' alla volta, aumentando così l'immersione in una vicenda tanto semplice quanto sconvolgente.
La spiaggia diventa microcosmo sociale e la tensione monta un po' alla volta. E' facile vedere nella situazione in cui un male invisibile distrugge uno alla volta i personaggi una metafora della pandemia, non per nulla la produzione ha risentito delle restrizioni dovute al Covid-19. Più sottile è invece la metafora socio-famigliare. Da un lato abbiamo una famiglia alle soglie dello scioglimento che nella tragedia trova un'occasione per restare unita, per ritrovare quella comunione che sembrava persa. Dall'altra una serie di personaggi chiamati a convivere forzosamente in un territorio ostile, il cui odio strisciante si palesa poco per volta, fino a esplodere in violenza immotivata, figlia dell'ignoranza, ma anche di un vero e proprio deficit mentale.


A differenza del resto della sua filmografia, qui Shyamalan è chiamato a creare una tensione sottile e onnipresente; compito magistralmente riuscito: grazie alla musica e ai movimenti di macchina, la tensione è opprimente; c'è sempre qualcosa di sbagliato, di mostruoso, lasciato fuori scena, che trova pian piano il suo posto nella visione, anche quando questa è forzatamente indirizzata verso dettagli apparentemente innocui. Lo spettatore è al contempo accompagnato e sviato dell'occhio dell'autore, che mai come ora si sofferma (anche su schermo, con il suo abituale cameo) nell'osservare il gruppo di personaggi abbandonarsi alla disfatta inevitabile, sino ad un epilogo forse troppo preciso e lungo, ma al contempo soddisfacente.


Piccolo e riuscito "Old" è un thriller dai meccanismi ben oliati, che conferma il ritorno alla forma del suo autore.

venerdì 16 luglio 2021

A Classic Horror Story

di Roberto De Feo & Paolo Strippoli.

con: Matilda Lutz, Francesco Russo, Yuliia Sobol, Will Merrick, Peppino Mazzotta, Alida Baldari Calabria, Cristina Donadio, Justin Korovkin.

Horror

Italia 2021















---CONTIENE SPOILER---

Fermatevi se l'avete già sentita: un gruppo eterogeneo di persone, di ritorno al paese d'origine, finisce fuori strada e si ritrova in un luogo ostile, abitato da strane e sinistre creature assetate di sangue. Ai più verrà in mente il capostipite del filone "The Texas Chainsaw Massacre", ai più giovani il relativo remake anni '00 o l'infinita serie di "Wrong Turn" (recente reboot compreso), ai più dotti il cult di Rob Zombie "La Casa dei 1000 Corpi", che già vent'anni fa giocava con una premessa del genere.
Premessa trita fino all'osso, talmente classica da essere diventata scontata. E Roberto De Feo (qui in coppia con l'esordiente Paolo Strippoli) è ovviamente cosciente di una cosa del genere, per questo decide di imbastire questa sua nuova fatica sulla totale mancanza di originalità. Il che non è per forza un male.



Abbandonato l'horror gotico di "The Nest", ritroviamo piacevolmente un filone non troppo frequentato in Italia, ossia il folk horror alla "Midsommar". Teatro del massacro è l'entroterra calabrese, mitologia alla base è l'inedita origine della mafia, con la leggenda dei crociati Osso, Mastrosso e Cagnosso, fondatori della 'Ndrangheta, che rivivono come divinità pagane affamate di sacrifici umani. E come final girl ritroviamo Matilda Lutz, che ha appena fatto in tempo a pulirsi di dosso i galloni di sangue di "Revenge" per ritrovarsi in un ruolo tutto sommato simile.
Ma a De Feo e Strippoli la rievocazione pittoresca dei miti meridionali interessa fino ad un certo punto.


La prima parte del film è ovviamente quella dedicata allo slasher, con i personaggi perseguitati dai sinistri contadini e dai loro padroni sanguinari. E qui i due registi si divertono a trasformare la campagna italiana in una perfetta terra di nessuno, nella quale immergere loop temporali e scenografie evocative: il design della casa-cappella dei sacrifici è splendido, così come i dipinti che rievocano il mito alla base della storia. L'atmosfera è azzeccata e affascinante, ma purtroppo la narrazione paga lo scotto di un cast di personaggi volutamente stereotipato. Tolta la final girl di turno, torna a fare la sua comparsa il personaggio dello sfigato, affiancato dalla coppia di americani antipatici e una figura in parte inedita, ossia il padre di famiglia esaurito che sembra più un omaggio al drammone italiota che alla tradizione orrorifica nostrana. Personaggi tutti rigorosamente messi al servizio della narrazione, quando non strettamente antipatici, tant'è che la loro dipartita lascia sempre freddi.



Ma è proprio qui che gli autori svelano il gioco: calata la maschera folkloristica, De Feo e Strippoli effettuano una giravolta in toni e storia e trasformano il loro "Midsommar" made in Calabria in un meta-horror anni 2000, con tanto di deus ex machina folle. Ed è qui che comincia il vero discorso filmico del duo, ossia la destrutturazione delle meccaniche narrative del cinema horror classico.
Si parte da un dato un po' scontato: l'horror italiano è morto, in Italia non sappiamo (più) fare film dell'orrore; da qui la volontà di creare un nuovo tipo di horror, classico per il cinema internazionale, inedito per quello nostrano. Il folk horror non è mai stato di certo tra i cavalli di battaglia del genere in Italia, da qui la scelta di un filone ricostruito su di una narrazione volutamente trita; e se i riferimenti metareferenziali sono ovvi fino allo scontato (al solito Sam Raimi, padre di tutte le case infestate nei boschi del cinema moderno), il gioco di distruzione sfrontato riesce a tratti a convincere. Non si può non sorridere davanti alla fucilata (liberatoria) contro la pestifera bambina o a quella contro il regista e persino l'omaggio diretto al capolavoro di Hooper trova una sua ragione estetico-narrativa.
Meno riuscito è il discorso generazionale, troppo superficiale, lasciato com'è alla sola scena post-credit: se davvero si vuole sbattere in faccia agli imberbi la capacità nostrana di creare ottimo cinema di genere, il discorso sarebbe dovuto essere più articolato e partire, in modo in fondo non poi tanto scontato, dalla tradizione.



In generale, "A Classic Horror Story" paga il difetto di voler essere un film intelligente prima ancora che un onesto prodotto di genere, riuscendo tutto sommato a divertire per la sua durata, ma senza lasciare allo spettatore nulla di davvero concreto su cui riflettere o al quale appassionarsi. Un'operazione simpatica, ma un vero folk horror forse sarebbe stato decisamente meglio accetto in un panorama come quello del genere italiano, da fin troppo anni, oramai, in attesa di riaffermarsi.

lunedì 12 luglio 2021

Black Widow

di Cate Shortland.

con: Scarlett Johansson, Florence Pugh, David Harbour, Rachel Weisz, Olga Kurylenko, Ray Winstone, William Hurt.

Azione

Usa 2021
















Con sonoro ritardo rispetto alle controparti in streaming, arriva anche su grande schermo la Quarta Fase dei Marvel Studios. Finita la "Saga dell'Infinito", con la storyline principale successiva snodatasi attraverso gli episodi di "WandaVision" e di "The Falcon and the Winter Soldier", ora "Black Widow" fa un tuffo nel passato di uno dei personaggi più apprezzati, almeno dai fan, la Vedova Nera di Scarlett Johannson che vede la propria origin story compilata in maniera postuma, giusto perché Kevin Feige e soci aveva deciso di usare la Capitan Marvel di Brie Larson come volto femminile degli Avengers, senza riuscire ad ottenere i consensi sperati. E non c'è da meravigliarsi, visto l'atteggiamento tossico di Brie Larson nei confronti di chiunque non sia Brie Larson. 
Il ritorno della Vedova Nera permette almeno alla Johansson di avere un proprio film da solista, con la regia affidata come da tradizione ad un'autrice proveniente dal cinema indie ed un cast che conta anche due delle migliori attrici di Hollywood, ossia la veterana Rachel Weisz e la giovane ma affiatatissima Florence Pugh. Operazione riuscita?


In pochi oramai lo ricardano, ma Natasha Romanoff esordì sulle pagine delle testate Marvel nelle vesti di villain, una femme fatale nemica di Iron Man che usa la seduzione per attirare e distruggere i nemici.
E' il 1964 e la Romanoff è una spia del Cremlino incaricata di uccidere Tony Stark, pena la morte.
Ma già nel 1965 la ritroviamo riformata e nelle fila dei Vendicatori, al fianco di Occhio di Falco, inizialmente suo partner, pronta per combattere quelle minacce che prima serviva. Nel 1973, invece, appare per la prima volta con il suo look "definitivo", ossia tutina in pelle nera e capelli rossi, affiancandosi a Daredevil, con il quale condividerà molte storie e persino una love-story tormentata.
Così come tormentata è la sua storia, fatta di abusi e rinascite, sconfitte clamorose e rivincite, nel puro stile femme-fatale che non si toglierà mai di dosso e che la caratterizzerà anche su grande schermo.


"Black Widow" rientra a pieno nel filone supereroistico-femminista, spostando l'accento sull'umanità del personaggio come in "Wonder Woman", piuttosto che farne una fantasia di potere a là "Captain Marvel"; questo flashback, ambientato subito dopo "Captain America: Civil War", fa luce sul passato della Rossa Fatale e la descrive come un'orfana stretta, suo malgrado, tra due famiglie.
Da un lato l'organizzazione delle "Vedove Nere", retta con pugno di ferro dal patriarca Dreykov (Winstone), che sfrutta ragazze orfane per trasformarle in killer prive di volontà, schiave che esistono solo per servirlo. Dall'altro, la famiglia "di facciata" guidata da Red Guardian (David Harbour), creata ad hoc per una missione sotto copertura in territorio americano, ma i cui rapporti si rivelano tanto veri quanto quelli di una vera famiglia. Natasha si trova così a dover rimettere insieme i pezzi della sua vita e a ristabilire un rapporto con la sorella surrogata Yelena (Florence Pugh), più che mai bisognosa del sui aiuto.


Il modello di riferimento generale è l'action alla 007, citato esplicitamente con le immagini di "Moonraker": ogni location ha una sua sequenza d'azione, ben coreografata, ma talvolta non ben enfatizzata dalla regia. Cate Shortland si trova più a suo agio quando dirige gli attori e, di fatto , le scene intimiste sono decisamente più salde, mentre quelle spettacolari soffrono di una certa ordinarietà. Il lavoro sui personaggi paga bene, merito anche degli attori; in particolare, Florence Pugh finisce sovente per rubare la scena alla Johansson, complice anche il suo ruolo di erede del titolo di Vedova Nera. E come da tradizione Marvel Studios, del tutto piatto è il ruolo dei cattivi, con un patriarca malvagio che vuole dominare il mondo e Taskmaster ridotto a Terminator depotenziato per movimentare i tempi morti, due figure puramente di servizio, prive di originalità e di mordente.


Lo spaccato umano finisce così per essere l'aspetto più riuscito del film, benché non raggiunga l'empatia vista nel migliore "Guardiani della Galassia vol.2"; la metafora femminista, per quanto presente, si limita a dare un tocco in più alla storia, senza mai riuscire a colpire davvero. Tutto sommato, questo one-shot sulla Vedova Nera si lascia ben guardare, pur configurandosi come nulla di davvero memorabile.

venerdì 9 luglio 2021

Intervista

di Federico Fellini.

con: Federico Fellini, Sergio Rubini, Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Antonella Ponziani, Maurizio Mein, Paola Liguori, Antonio Cantafora, Lara Wendel.

Italia 1987

















La cosa peggiore che possa accadere ad un autore, anche al più grande fra tutti, è quella di ripetersi, di reiterare temi e stilemi del proprio cinema senza aggiungere nulla di nuovo e, peggio, senza riuscire a toccare l'apice raggiunto in passato con opere simili. Cosa che, purtroppo, avviene per Fellini ed il suo "Intervista", mix tra nostalgia del passato, autoritratto ironico e spaccato di un mondo giunto alla sua fase terminale che il grande artista dedica al mondo del cinema, del suo cinema, senza però riuscire a dire nulla più di quanto già fatto nelle sue precedenti opere.


C'è la rielaborazione del passato di "Amarcord" e, soprattutto, di "Roma", la descrizione decadente dell'arte filmica filtrata tramite un occhio crepuscolare simile a "E la Nave Va", persino una rievocazione de "La Dolce Vita" e la cronaca zibaldonesca di idee e umori di "8 1/2" in questo vero e proprio testamento spirituale del cinema felliniano. Il luogo è quantomai essenziale: Cinecittà, punto zero dell'opera felliniana, non-luogo nel quale sovente Fellini ricostruisce i suoi mondi. E con la scusa di un intervista fatta da una tv giapponese, mentre si appresta ad avviare la produzione di una trasposizione dell' "America" di Kafka, il grande autore si confessa, ritorna con la mente al passato, fa le prove per il futuro e, su tutto, riflette sullo stato delle cose, del cinema, dell'avvenire fosco che sembra attenderlo, mentre i suoi personaggi danzano in tondo una piccola elegia di quel mondo fatato che fu.


Vive di trovate geniali alternate ad altre più stanche, questa "Intervista". Fra tutto, è proprio la precognizione della morte dell'arte filmica in Italia a colpire, per motivi fin troppo ovvi. La visione dei palazzoni che fagocitano un po' per volta il territorio di Cinecittà, togliendo spazio all'arte in nome della speculazione, affiancata a quella penultima immagine dei "barbari armati di antenne" che assaltano i mestieranti della Settima Arte che, in barba a tutto, cercano di resistere, è la perfetta epifania di una fabbrica che sta per chiudere i battenti, di un mondo schiacciato dalla moda, proprio lì, in quel luogo dove un tempo si muovevano gangster e gladiatori e che presto avrebbe ospitato solo starlette e burlette da reality. Se l'abilità di Fellini è sempre stata quella di rileggere il passato e creare una maschera impietosa e ai limiti del folle della realtà, ora tocca una dimensione inedita, quella del futuro, che riesce ad anticipare con tragica efficacia.


Se il futuro è interessante e vivido, altrettanto riuscita è la rievocazione del passato. Torna l'amico-feticcio Marcello Mastroianni, novello Mandrake che assieme all'amico-demiurgo si riunisce con Anita Ekberg per perdersi in una celebrazione di quel capolavoro che tante vita ha toccato e tanto ha emozionato. Ma quella di Fellini non è una vera recherche proustiana, quanto la voglia di rivedere, anche per un solo attimo fugace, quei tempi ormai indissolubilmente andati, non tanto per rimpiangerli, quanto per compiacersene in modo gioioso, assieme a quelli amici che li hanno resi unici. E, al contempo, omaggiare la bellezza di una sua musa ancora oggi (all'ora) affascinante.


La rievocazione del passato personale, d'altro canto, paga lo scotto del già visto, adagiandosi su quei territori oramai inevitabilmente classificabili come "felliniani". Con un giovane Sergio Rubini nei suoi panni, Fellini rievoca l'arrivo a Cinecittà nel 1940, il suo viaggio in tram verso la destinazione di una vita e l'incontro con una voluttuosa diva. Ma le visioni portate qui in scena non hanno la forza immaginifica del passato, né riescono ad imporsi da sole nell'immaginazione dello spettatore, restando in un limbo, sospese tra la fantasia più pura e la narrazione stantia di eventi in parte già visti, emozioni già vissute con maggior vigore.



Allo stesso modo, lo spaccato del mondo della produzione filmica non riesce a stupire. Fellini finisce per rifare sè stesso e a riproporre quell'immaginario, oramai stantio, fatto di facce buffe, donne giunoniche, giovani bellocci, geni e ciarlatani tutti ritratti con un sorriso di compiacimento fin troppo evidente. Le immagini finiscono così per diventare dei doppi di un passato più fulgido, riproposizioni stanche e vetuste di un cinema che ha perso la sua carica vitale e che ora sembra vivere solo in una zona a metà tra il passato e il futuro, tra la rielaborazione e la pura fantasia, senza riuscire a dare un ritratto credibile o anche semplicemente riuscito di un presente che, forse, calzava in realtà fin troppo stretto ad una mente euforica e geniale come quella del grande Federico.



Il peggior Fellini? Non proprio: le posizioni oltranziste e reazionarie prese ne "La Città delle Donne" sono decisamente più fastidiose di quanto qui visto e, allo stesso modo, il successivo e terminale "La Voce della Luna" presenterà una vera e propria crisi creativa d'autore. "Intervista" è, più che altro, una ripetizione scialba del passato, che nulla aggiunge a quanto visto, né raggiunge i vertici già toccati in una filmografia altrimenti geniale