1966 - 2021
martedì 7 settembre 2021
R.I.P. Michael Kenneth Williams
lunedì 6 settembre 2021
R.I.P. Jean-Paul Belomondo
1933 - 2021
"Fino all'Ultimo Respiro" (1960)
"La Ciociara" (1960)
"La Donna è Donna" (1962)
"Lo Spione" (1962)
"Il Bandito delle 11" (1965)
"Borsalino" (1970)
domenica 5 settembre 2021
Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli
di Destin Daniel Cretton.
con: Simu Liu, Tony Leung, Awkwafina, Meng'er Zhang, Fala Chen, Michelle Yeoh, Florian Muntenau, Andy Le.
Azione/Fantastico
Usa, Australia 2021
Oramai la Marvel Studios ha un nome che precede la notorietà dei suoi singoli personaggi; con 13 anni di esperienza, incassi vertiginosi e record di prevendite infranti, lo studio di Kevin Feige si è fatto un nome suo che è sinonimo di un cinema sicuramente blando, ma altrettanto riconoscibile, fatto di azione, one-liner un tanto al chilo e tanta CGI. E se già nel 2014, con l'adattamento degli allora misconosciuti "Guardiani della Galassia", i Marvel avevano fatto una mossa rischiosa ma in definitiva vincente, con "Shang-Chi" giocano un po' più sicuro, portando su schermo un personaggio che solo i fan più accaniti conosceranno e la cui notorietà è surclassata da quella dell'universo in cui si muove.
Apparso per la prima volta nel 1973, Shang-Chi (all'epoca noto come "maestro del kung fu"), nasce dalla mente di Steve Engelhart e Jim "Thanos" Sterlin, come risposta al dilagare della popolarità del cinema di arti marziali orientale, in particolare al fenomeno della bruceploitation. Insieme al coevo Iron Fist (al quale è purtroppo toccato apparire solo in una brutta serie televisiva), Shang-Chi combatte a suon di kung fu le forze del male nella Chinatown di San Francisco e, sebbene inizialmente protagonista di una propria testata, ha passato gran parte della sua vita editoriale come personaggio secondario in altre pubblicazioni.
Se nei comics il maestro di kung fu era figlio di non altri che l'arcicattivo Fu Manchu di Sax Rohmer, su schermo diviene figlio di uno dei villain più illustri dell'universo Marvel, quel Mandarino originariamente creato come nemesi di Iron Man e qui signore della guerra ultramillenario il cui potere deriva dai dieci anelli, ora bracciali magici dalle origini ignote.
E con uno script frammentario e un cast affiatato, la trasposizione filmica del personaggio porta a casa la pagnotta in modo dignitoso, ma non troppo memorabile.
"La Leggenda dei Dieci Anelli" è, al solito, il più classico film d'origini, che introduce il personaggio e risolve il suo conflitto principale alla bene e meglio, descrivendo al contempo quello che potrebbe essere un nuovo scenario "magico" del MCU. Simu Liu incarna il maestro del kung fu con la giusta dose di umorismo, ma forse non ha il carisma sufficente per farlo brillare, tant'è che viene spesso eclissato dalla verve di Awkwafina e, come prevedibile, dal carisma di Tony Leung, che divora il film senza lasciarne traccia.
Il villain, ribattezzato XuWenmu, è di fatto anche il personaggio più interessante, sorta di Highlander in grado di fare qualsiasi cosa per la sua famiglia, la cui cattiveria deriva più dalla sua esperienza di conquistatore e che sotto la scorza di duro nasconde un cuore che batte per la moglie e i figli.
Lo script è scisso in due parti distinte. Nella prima la storia ha la forma di un action senza freni che si muove tra San Francisco e Macao. Le coreografie sono anche ben dirette, ma l'abuso di CGI rende le sequenze vistosamente plasticose, azzerando parte del coinvolgimento; specialmente nella scena della fuga dal grattacielo, palesemente girata con green-screen, sorge una forma di nostalgia verso quel cinema orientale, palese ispirazione, che invece si arrischiava a girare le sequenze nel modo più naturalistico possibile, creando immagini che definire da cardiopalma è riduttivo.
La seconda parte è a sua volta scissa tra il dramma famigliare, sottotrama più riuscita, ed un fantasy un po' frettoloso, dove il conflitto si allarga a livello globale, come al solito in ogni comic-movie dei Marvel, facendo perdere l'originalità in precedenza ricercata.
Alla fin fine, tutto bene o male funziona, sebbene nulla eccella e "Shang-Chi" si pone così come il più classico prodotto a là Kevin Feige, senza né infamia, nè lode, con buone intuizioni non sempre ben sviluppate, che farà la gioia solo dei fan del MCU.
mercoledì 1 settembre 2021
Candyman
con: Yahya Abdul-Mateen II, Teyonah Parris, Nathan Stewart-Jarrett, Colman Domingo, Kyle Kaminsky, Vanessa Williams, Tony Todd.
Horror
Usa 2021
Nonostante l'ottima accoglienza di pubblico e (inizialmente) di critica, la serie di "Candyman" non è riuscita ad imporsi nella memoria collettiva al pari di altre aventi come protagonista icone horror riconosciute, quali "Halloween" o "Nightmare". Candyman, semmai, è rimasto ben impresso nei cuori di pochi appassionati e quella sua prima, potente incarnazione sta venendo riscoperta solo in questi anni come il classico che merita di essere.
Fortunatamente, la tendenza di Hollywood di ricreare il passato in cerca di guadagni facili ha consentito anche al pubblico moderno di conoscere il boogeyman uncinato di Tony Todd, grazie a questa sua nova incarnazione. Jordan Peele, chiamato a dare nuova linfa vitale al personaggio,collabora allo script, mentre l'esordiente Nia DaCosta dirige un finto reboot, in realtà sequel vero e proprio, che riesce ad aggiornare personaggio e tematiche all'era del Black Lives Matter senza rinunciare alla sua natura primigenea, senza snaturarlo né trasformando il tutto in un semplice horror moralista.
Sono passati circa 30 anni dal rogo al Cabrini-Green in cui Helen Lyle perse la vita. Anthony McCoy (Mateen II) è un pittore in crisi di ispirazione che, conosciuta la storia della Lyle, decide di esplorare ciò che resta del complesso di case popolari. Qui incontra Nathan Burke (Colman Domingo), il quale gli racconta la leggenda di Candyman. Affascinato dalla storia, Anthony decide di creare un'esposizione con a tema la violenza razziale e la storia del demone uncinato; il che, ovviamente, avrà ripercussioni sanguinose.
Candyman è, essenzialmente, un mito che ha preso vita. In questa rivisitazione, la mitologia viene ampliata: quello di Daniel Robataille, il Candyman originale, è solo una delle incarnazioni della leggenda, la quale si rigenera e acquista nuova forza con il passare del tempo. Candyman è, essenzialmente, lo spirito dannato della morte violenta del popolo afroamericano, condannato alla dannazione dal razzismo mai sopito, il quale prende la forma di un gigante armato di uncino per mietere vittime non solo innocenti. Facile è fare il paragone con la morte di George Floyd, evocata esplicitamente nel finale, ma lo script di Jordan Peele, per fortuna, non si limita a mettere su carta l'orrore reale, ma lo rielabora in modo universale: la violenza di Candyman è la reazione istintiva di un popolo alla sottomissione, che si consuma in modo brutale e gratuito come quella subita, senza fare distinzione tra colpevoli e innocenti.
Se la violenza, prepotente e feroce, dell'uomo bianco è rimasta la stessa, diverso è il punto di vista sulla storia, ora affidato (per la prima volta nella serie) ad un afroamericano della classe agiata, un pittore, come lo era il Candyman originale, ma figlio della gentrificazione, della riqualificazione di quei quartieri bassi ristrutturati per piacere ai ricchi, per lo più bianchi, suoi colleghi e clienti. Il suo percorso di avvicinamento alla leggenda metropolitana è quasi un percorso di riscoperta delle sue origini (non per nulla, lo porterà a far luce su insospettabili verità del suo passato), ma, prima ancora, è una forma di identificazione con "l'altro", con quel lato oscuro che giace dormiente dentro di lui.
Non è un caso, inoltre, che Candyman qui abbia un nuovo volto, una nuova incarnazione "aggiornata" ai tempi moderni, quel Sherman Fields che non ha la presenza torreggiante o il carisma di Tony Todd; al contrario, ha un volto segnato dalle rughe e dalle cicatrici e un sorriso che può essere sia beffardo che benigno che inquieta sia quando porge l'uncino che le caramelle. Un mostro qui come non mai angelo vendicatore di quella violenza rimossa, ma al contempo assimilata di chi è più prossimo alla vittima. Ma, prima ancora, doppio speculare di Anthony: laddove quest'ultimo è un ricco perfettamente inserito nella società borghese, Fileds era reietto tra i reietti, povero dei quartieri bassi visibilmente afflitto da una forma di ritardo, per questo vittima eccellente della violenza cieca delle autorità.
Piuttosto che rifarsi al mood urban-gothic dell'originale, la DaCosta opta per un approccio onirico alla messa in scena, in cui è il sound design a creare la giusta atmosfera. Il punto di riferimento è lo "Shining" di Kubrick, il cui stile viene omaggiato anche da una "kubrick stare" sfacciatamente inserita nelle inquadrature, ma l'uso della geometricità dell'inquadratura, mai troppo marcata, concede comunque a questo esordio una forma di originalità che non si limita al ricalco della fonte di ispirazione.
Il racconto a tratti si sfilaccia, si perde nella sottotrama del personaggio di Brianna che, per quanto affascinante, non aggiunge nulla alla storia principale. Inoltre il personaggio di Troy, vero e proprio stereotipo gay usato come linea comica, può sembrare fuori posto all'interno di una narrazione altrimenti serissima.
Ma la DaCosta regge bene il racconto, che risulta alla fine riuscito e affascinante, un'ottima rievocazione di un personaggio che meriterebbe davvero più apprezzamento.
lunedì 30 agosto 2021
Siberia
con: Willem Dafoe, Cristina Chiariac, Dounia Sichov, Simon McBurney, Anna Ferrara, Fabio Pagano.
Italia, Germania, Messico, Grecia, Regno Unito 2019
Subito dopo "Pasolini", Abel Ferrara idea quello che diverrà, dopo un'estenuante produzione, "Siberia", progetto personale che prenderà forma assieme al coevo e quasi complementare "Tommaso" solo dopo qualche anno. Fallita la campagna di crowdfounding su IndieGoGo, Ferrara trova i fondi necessari tra Italia e Grecia e ricostruisce parte del suo mondo in Alto Adige.
"Siberia" si pone come una rottura definitiva con il passato del cineasta newyorkese: anni luce separano quest'ultima opera dai suoi abituali peregrinaggi urbani, dalle storie di dannazione e redenzione tardiva così come dalla manipolazione del cinema di genere verso le coordinate del cinema d'autore. "Siberia" è un libero flusso di coscienza, un viaggio nel subconscio del suo protagonista Clint e un viaggio della sua coscienza verso i territori del rimorso e del rimosso.
Clint vive del volto scavato e del fisico emaciato di un al solito straordinario Willem Dafoe; un uomo che si è isolato ai confini del mondo e della propria coscienza per fuggire ai demoni del passato, i quali tornano a galla all'improvviso. Se la stabilità ricercata dall'uomo è comunque labile (la visione dell'orso che lo fa a pezzi dinanzi alla tentazione del denaro), la sua illusione di tranquillità crolla dinanzi ad una duplice visione, quella di un aborto, probabile reminiscenza di una memoria passata, e, soprattutto, il confronto con la parte più remota del proprio io, lucido dell'abbracciare la propria incompiutezza.
Quello di Clint diviene un viaggio privo di meta che finisce per contorcersi su sé stesso fino a tornare al punto di partenza, dove l'unica cosa che viene trovata e ri-trovata e la comunione, fatta dalla condivisione del pesce, unica nota salvifica in un mondo che sembra sempre più prossimo alla distruzione.
Il viaggio per sé perde ogni nota di linearità per infrangersi in una serie di frammenti di visioni rivelative e al contempo enigmatiche.
Risaltano su tutti i rapporti con la moglie e con il padre. Quest'ultimo è quasi un suo doppio, un uomo fragile che lo ha cresciuto tenendolo a contatto con la natura, ma il quale sembra fallire nel trasmettergli valori concreti. La prima, d'altro canto, è al contempo vittima del tradimento e creatura lasciva, la quale non concede la passione carnale se non a sé stessa.
Fuori dal flusso di coscienza, assistiamo, con gli occhi di Clint, ad una violenza dilagante, simboleggiata dal gulag, che ricorda la macelleria umana della strage di Katyn, così come ad una ricerca spasmodica di una forma di salvezza, tramite il confronto con un guru ed un mago.
Ma la salvezza non viene trovata: l'uomo non riesce a trovare un punto fermo sul quale far fiorire il proprio essere. La ricerca sembra essere eterna e con essa anche la sofferenza che la accompagna.
Nella sua estrema semplicità, "Siberia" trova un equilibrio perfetto tra forma e narrazione. Più stilizzato rispetto agli altri lavori di Ferrara, più libero nella struttura così come nel simbolismo, è con ogni probabilità il primo tassello di una nuova fase nella carriera del grande cineasta newyorkese, che dopo oltre 40 anni di carriera ha ancora molto da dire.
lunedì 16 agosto 2021
Evangelion: 3.0 + 1.01 Thrice Upon a Time
di Hideaki Anno, Mahiro Maeda, Katsuichi Nakayama, Kazuya Tsurumaki.
Animazione/Fantascienza/Drammatico
Giappone 2021
Si può pensare quel che si vuole sulla riuscita o meno del "Rebuild of Evangelion", ma va comunque dato merito a Hideaki Anno di essere riuscito a resuscitare una storia già finita per declinarla in un modo comunque nuovo, riuscendo a far splendere di nuova luce personaggi che sembravano aver detto tutto già negli anni '90.
In tal senso, quest'ultimo "3.0+1.01", che Anno ha già specificato possa non essere l'ultima incarnazione di "Evangelion", si pone come il capitolo più riuscito della tetralogia cinematografica, che fonde perfettamente l'analisi socio-psicologica dei personaggi con la spettacolarità delle battaglie e dei rituali divini divenuti marchio di fabbrica della serie, concludendo, per ora, un'opera monumentale.
Anno divide il film in due parti separate, una prima più riflessiva, una seconda più spettacolare.
E' nel primo atto che assistiamo alla maturazione di alcuni dei personaggi, primo fra tutti quello di Shinji. Ridotto (nuovamente) ad uno stato larvale a seguito dello sconvolgente finale di "You Can (Not) Redo", è totalmente chiuso in sé stesso, nella muta contemplazione del proprio dolore, per la prima volta nella saga cinematografica totalmente distaccato dal mondo che lo circonda. Ma è grazie all'ingresso di vecchie conoscenze quali Toji e Kensuke, oltre che all'insistenza della sempre pestifera Asuka, che Shinji ritrova, pian piano, una forma di connessione con l'esterno. L'affacciarsi nel Villaggio 3, il confronto con la vita felice di un gruppo di persone che ha fatto dell'interdipendenza la propria forza, porta Shinji a superare la paura dell'altro, della perdita, dell'esporsi sentimentalmente al prossimo, sino alla maturazione adulta che gli permetterà di confrontarsi con suo padre, qui perfetta nemesi, uomo che ha sempre vissuto da solo e ha trovato nella perdita dell'amore una causa scatenante la propria follia.
Allo stesso modo, la nuova Rei, che nel capitolo precedente era vuota, essere umano privo di emozioni, sviluppa una propria anima grazie al contatto con il prossimo, divenendo umana, acquisendo quella coscienza di sé che nelle precedenti vesti di essere sintetico (volendo anche ideale critica delle "waifu" degli anime) non aveva. D'altro Asuka, compie quasi un percorso inverso, trovando nella solitudine un rifugio dal dolore, mitigato solo dalla compassione per Shinji e dal rapporto, volutamente ambiguo, con Kensuke.
Nella seconda parte, l'anima spettacolare prende il sopravvento: il Fourth Impact e le sue catastrofiche conseguenze, nonché i rituali ad esso collegati, prendono forma dinanzi allo spettatore, in una serie di geometrie astratte che si infrangono grazie ad una regia ipercinetica, che distrugge ogni geometricità e con essa ogni forma di immobilismo. Il movimento vorticoso e roboante è il vero protagonista, appaiato ad un confronto umano, fino a creare un epilogo magistrale sia per il "Rebuild" che per l'intera serie.
Non tutto funziona, molte delle informazioni necessarie per comprendere gli eventi vengono vomitate in faccia allo spettatore senza contesto, lasciando che sia quest'ultimo a doversi orientare: quello che nella serie originale era un ermetismo perfettamente voluto, qui sembra più una soluzione usata per ovviare alla mancanza di tempo per dar spazio alla mitologia.
Allo stesso modo, le rivelazioni circa le identità di Asuka, Kaworu e di Mari lasciano perplessi, causa la velocità con cui vengono a galla, prive di un contesto anche solo vago che nega, a volte, ogni possibilità di comprensione, cosa che, ancora, nella serie originale non avveniva.
Ed è proprio nel confronto tra gli esiti di questo "Rebuild" e la prima incarnazione data della serie televisiva e dal primo film "The End of Evangelion" che risalta maggiormente la maturazione umana di Anno.
In passato, tutta l'opera era come basata su di un cinismo di fondo, su una radicata coscienza che gli essere umani sono condannati alla sofferenza e che il contatto umano, unico balsamo, è anch'esso portatore di un innato e inevitabile dolore. Da qui la metafora del Progetto del Perfezionamento dell'Uomo, della creazione di un solo essere privo delle barriere del corpo e dello spirito, risultato incontrovertibile per giungere ad una vera comprensione tra uomini. E del quale il perdono e l'accettazione sono le uniche alternative, pur nella loro fallacia.
Nel mondo del "Rebuild", d'altro canto, Shinji in primis sembra cosciente della possibilità di evitare il dolore aprendosi alle persone già nei primi capitoli, nei quali risulta più "attivo". Allo stesso modo Asuka, non combattendo la sua attrazione verso il collega/coinquilino, sembra consapevole della necessità dell'accettazione altrui. Tant'è che il finale di "Thrice Upon a Time" rappresenta una semplice battaglia tra la disperazione ed una speranza già fatta propria, non la comprensione dell'esistenza di tale speranza (che avveniva, di fatto, in "The End"); con la conseguenza che anche i toni sono meno cupi, meno opprimenti.
Il "Rebuild" finisce così per essere una continuazione più positiva delle tematiche originale e in tale evoluzione tematica, oltre che nelle spettacolari immagini, finisce per trovare una completa giustificazione e ad imporsi come un'operazione riuscita e ai limiti del necessario.
giovedì 5 agosto 2021
The Suicide Squad- Missione Suicida
di James Gunn.
con: Idris Elba, Margot Robbie, John Cena, Viola Davis, Daniela Melchior, Jai Courtney, Joel Kinnaman, Michael Rooker, Peter Capaldi, Nathan Fillion, David Dastmalchian, Sylvester Stallone, Alice Braga, Mayling Ng, Pete Davidson, Taika Waititi.
Azione/Commedia
Usa 2021
Scritto maluccio, girato alla bene e meglio e montato decisamente male; eppure, cinque anni fa, "Suicide Squad" non solo si rivelò quel successo commerciale che alla DC/Warner tanto serviva, ma riuscì persino ad imporsi nella memoria collettiva, trasformando la sexy Harley Quinn di Margot Robbie in una piccola icona pop. Inutile dire che un seguito era d'obbligo, ma forse nessuno si sarebbe aspettato un film come "Missione Suicida". Merito di un James Gunn che, libero dalle restrizioni del PG e del family friendly, riesce a sfogare quella sua vena distruttiva che teneva a bada dai tempi di "Super", confezionando una action comedy sboccata, sottilmente cattiva ed eccessiva, per questo maledettamente divertente.
Per la prima volta vediamo su grande schermo la repubblica del Corto Maltese, nominata già nel primo "Batman"; creata da Frank Miller in omaggio a Hugo Pratt, quest'isola del pacifico è l'ideale doppio di qualsiasi paese sudamericano, con tanto di rivoluzione annessa. La Task Force X è così chiamata ad insabbiare il coinvolgimento americano nello sviluppo del misterioso "Progetto Starfish" all'indomani di un colpo di stato che ha portato un regime antiamericano al potere; le cose, naturalmente, prenderanno subito una piega insapettata.
I riferimenti nella storia di fondo sono immediatamente chiari, ossia gli action di guerra degli anni '70 e '80. La Task Force X diviene l'ennesima ensamble di duri da sacrificare, i quali, come da copione, decideranno di fare "la cosa giusta" a missione inoltrata. Ma a Gunn questa volta non interessano più di tanto i personaggi. Il neo-incluso Bloodsport di Idris Elba, su tutti, altro non è che un sostituto del Deadshot di Will Smith, uscito dal progetto una volta chiarito che si sarebbe trattato di un film vietato ai minori, tanto che il suo conflitto risiede nel rapporto con la figlia problematica. Harley Quinn è una forza della natura che distrugge tutto quello che incontra e non ha un'evoluzione caratteriale vera e propria, restando la donna forte vista in "Birds of Prey"; l'arco caratteriale viene riservato al solo personaggio di Polka-Dot Man, vera sorpresa del film: villain di quart'ordine, creato quasi per scherzo, nelle mani di Gunn il personaggio viene riplasmato nella serietà più assoluta e anche grazie alla performance di David Dastmalchian riesce davvero a imporsi per empatia e simpatia. Empatia data anche al King Shark in versione "puccettosa" di Sylvester Stallone e alla Ratcatcher di Daniela Melchior, figlia surrogata in cerca dell'approvazione paterna. E una menzione speciale merita John Cena, che con il suo Peacemaker si diverte un mondo a fare a gara con gli altri maschi alfa a chi ha la pistola più grossa.
A Gunn, come detto, interessano i meccanismi della commedia e dell'azione. La prima è quasi ineccepibile, con i morti ammazzati che fioccano fin dal prologo, vera missione suicida che apre il film e massacra mezzo cast per il puro ludibrio del pubblico, in un concerto di splatter grottesco e azione concitata fin oltre l'iperbole, raggiungendo vette di demenzialità degne della Troma, ma dove il tutto viene condotto con una mano fermissima, attenta ai dettagli e alla coreografia.
La commedia viene cucita sulle situazioni paradossali e sugli sviamenti dello script, a partire dall'introduzione di personaggi che diverranno semplice carne da macello e dalla forza demenziale di alcuni tra i più folle del roaster DC, tra i quali va menzionato almeno il T.D.K. di Nathan Fillion, controparte burlesca del serissimo Polka-Dot Man.
Nello script e nell'esecuzione, Gunn non sbaglia il ritmo né delle scene, nè dell'intero film, lasciando che ogni sequenza abbia il suo respiro, regalando il giusto spazio a battute e azione e dimostrando un gusto per il gran finale in linea con i dettami del comic-movie, ma decisamente più spettacolare e calzante rispetto ad altre pellicole del filone.
"The Suicide Squad" riesce così laddove il suo predecessore falliva, imponendosi come una commedia demenziale folle e follemente divertente, un trip in un mondo demenziale che sembra davvero il risultato di uno script della Troma realizzato con un budget adeguato.
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