lunedì 8 novembre 2021

Ultima Notte a Soho

Last Night in Soho

di Edgar Wright.

con: Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy, Matt Smith, Diana Rigg, Aimee Cassettari, Rita Tushingham, Michael Ajao, Synnove Karlsen, Terence Stamp.

Noir/Thriller

Inghilterra 2021












Era impossibile per Edgar Wright ripetersi agli stessi livelli di "Baby Driver" ed era dunque lecito avere aspettative più basse per "Ultima Notte a Soho". Ma anche abbassando di molto le aspettative, questo suo nuovo exploit delude a causa di una storia già vista e soprattutto per uno sviluppo prevedibile, riuscendo ad intrattenere solo grazie al cast e ad alcune trovate estetiche.


Trasferitasi dalla tranquilla Cornovaglia alla pulsante Londra, la giovane Ellie (Thomasin McKenzie), dopo un turbolento incontro con le altre ragazze dello studentato, decide di andare a vivere da sola in una vecchia casa di Soho, di proprietà dell'anziana signora Collins (Diana Rigg nella sua ultima apparizione, alla quale il film è dedicato). Qui, di notte, la giovane comincia a sognare la vita di un'altra ragazza, la bellissima Sandy (Anya Taylor-Joy) che nella Londra degli anni '60 cerca di avviare una carriera da cantante e la cui vita cambia con l'incontro con l'affascinante agente Jack (Matt Smith).


Wright crea, almeno all'inizio, una vera e propria lettera d'amore alla Londra degli anni '60, alle sue luci al neon, ai costumi eleganti e alla musica ammaliante, un atto di pura nostalgia che gli consente di creare uno spaccato esuberante e romantico, anche grazie alla collaborazione di due piccole icone dell'epoca, ossia la compianta Diana Rigg e il sempre affascinante Terence Stamp.
La prima parte è anche la più riuscita. Il thriller onirico, a metà strada tra il "Mulholland Drive" di Lynch e l'ormai dimenticato "Passion of Mind" (2000), viene messo al servizio della caratterizzazione psicologica del personaggio di Ellie. Lei, tranquilla ragazza di provincia, si ritrova in mondo altro, più grande, vivo e rumoroso, nel quale si ritrova ben presto alienata a causa dell'ostilità dei suoi abitanti (il solito gruppo di amiche viveur e stronze).
La nostalgia per un passato idealizzato, quello della swinging London, diviene così il rifugio da cui fuggire la bruttezza e l'ostilità del presente. Sandy è così, inizialmente, una versione altra di Ellie, una ragazza che arrivata nella città dei suoi sogni sembra riuscire a coronare l'ambizione di una vita. E Wright si diverte a seguire questi due personaggi con un elegante gioco di riflessi e controllatissimi movimenti di camera, intessendo uno stile fine e di ottimo gusto.


Ma la nostalgia è in realtà una coperta fragile e svela subito la vera natura degli eventi: anche Sandy è prigioniera di un incubo ad occhi aperti, in una realtà ostile e circondata da persone pericolose, con Jack che da principe azzurro diventa subito aguzzino. Wright cambia così tono e immerge la vicenda nei contrasti baviani d'ordinanza per creare una riuscita atmosfera da incubo.
Il discorso sulla fallacia del ricorso alla nostalgia per il passato come placebo contro il male del presente è apprezzabilissimo e riuscito, così come la metafora sull'alienazione. Ma, ad un certo punto, Wright decide di eliminare ogni ambiguità, trasformare quello che era partito come un'interessante thriller psicologico in un thriller sovrannaturale vero e proprio, eliminando tutte le potenzialità di storia e personaggi e portando avanti uno sviluppo prevedibile, con giusto un colpo di scena azzeccato (riguardante il personaggio di Terence Stamp).


Anche lo stile si fa convenzionale, con jump-scare d'accatto e visioni in CGI prive di mordente, che anzicché spaventare o creare tensione finiscono irrimediabilmente per tediare. Il tutto fino ad un finale telefonato, intuibile già a metà film (se non prima), che cancella ogni possibile sviluppo interessante definitivamente. E a portare aventi tutto, ci pensano gli attori, loro si lodabili, con le due protagoniste perfettamente in parte e un affiatatissimo Matt Smith.


"Ultima Notte a Soho" finisce così per essere un passo falso nella carriera di Wright, un film convenzionale e vacuo, che lascia davvero poco allo spettatore.

venerdì 5 novembre 2021

Freaks Out

di Gabriele Mainetti.

con: Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Aurora Giovinazzo, Giancarlo Martini, Giorgio Tirabassi, Max Mazzotta, Franz Rogowski.

Fantastico/Avventura/Guerra

Italia, Belgio 2021

















Se è stato difficile produrre un film come "Lo Chiamavano Jeeg Robot", per "Freaks Out" il duo Guaglianone/Mainetti ha davvero rischiato di veder naufragare il progetto; troppo ambizioso per il sempre più pezzente sistema produttivo italiano, con i produttori affaristi di turno interessati solo ad un ipotetico "Jeeg 2" (guarda caso, proprio gli stessi che risero loro in faccia alla proposta del primo film) o ad una serie televisiva, ossia un mero contenuto da aggiungere sulle liste di streaming. Dopotutto, nel 2021 una produzione da 15 milioni di euro circa è ancora faraonica in un sistema abituato a produrre centinaia di film l'anno con meno di un milione a produzione e con risultati esasperanti.
Ma i due non hanno desistito e, in barba anche alle difficoltà in fase di riprese e distribuzione, "Freaks Out" esce nelle sale e conferma il talento dei suoi autori, che confezionano un film supereroistico in costume più grande e complesso di quello che l'ha preceduto.


Se in "Jeeg" l'archetipo era quello dell'antieroe divenuto suo malgrado eroe, qui protagonisti sono un gruppo di "freaks", di personaggi dotati di poteri sovraumani che li rendono disumani, incapaci di conformarsi alla normalità e per questo reietti sociali. Il punto di riferimento è meno ovvio di quanto si possa pensare: gli X-Men di Jack Kirby e Stan Lee sono passati alla storia come l'archetipo del superuomo alienato a causa della propria specialità, ma come simbolo del "diverso" hanno sempre macnato il bersaglio; tutti gli uomini e le donne X saranno anche perseguitati dagli intolleranti e dotati di poteri che spesso ne hanno distrutto l'esistenza, ma hanno tutti (o quasi) l'aspetto di supermodelli palestrati e attrici porno mancate, tant'è che spesso non si capisce cosa abbiano di davvero "diverso" dai normali (persino l'amatissimo Wolverine, che nei fumetti era un tappo peloso, nella trasposizione filmica diventa un manzo australiano da un metro e novanta, alla faccia della diversità come maledizione). 



Nella loro caratterizzazione di "brutti e pericolosi", i freaks di Mainetti e Guaglianone sono più vicini a quella Doom Patrol di casa DC che non solo ha preceduto e forse ispirato gli Uomini X Marvel, ma che è anche riuscita nell'impresa di presentare al pubblico un gruppo di eroi "diversi", brutti, quasi dei mostri chiamati a salvare la situazione grazie alla loro deformità. I quattro protagonisti sono, in tal senso, l'esatto opposto degli eroi Marvel e DC: non vogliono salvare nulla, se non loro stessi, cercano di sopravvivere in un contesto, quello bellico, che, nelle loro stesse parole, tira fuori il peggio delle persone.


Di fatto, freaks sono anche quelli che in teoria dovrebbero essere gli eroi del contesto, ossia i partigiani, qui ritratti come essere umani mutati dalla guerra in storpi pazzi e assetati di sangue, ma che alla fine riescono a riguadagnare un barlume di umanità. Per gli "eroi", invece, l'unica consolazione è quella di essere sopravvissuti al peggio (forse) e aver trovato un legame famigliare che li unisca l'un l'altro.
La loro caratterizzazione è basilare: Matilde è l'orfana in cerca di una figura paterna, Fulvio è quello scafato e disilluso, mentre Cencio e Mario sono due bambini relegati a fare da linea comica. Laddove non funzionerebbero presi singolarmente, insieme le loro caratterizzazioni si completano a vicenda, rendendo la dinamica di gruppo interessante.


La tridimensionalità è invece riservata (come quasi sempre accade) al villain, quel Franz che, deforme e chiaroveggente, non si sente escluso dai dettami del III Reich, che anzi intende onorare, volendo fare parte del sistema piuttosto che uscirne. Franz è, in tutto e per tutto, un bambino in cerca di una famiglia, pronto a fare di tutto per ricevere l'accettazione da parte di questa, pur essendo pienamente cosciente della tragedia che colpirà il suo partito. Un uomo ossessionato dai simboli nazisti più che dalla sua filosofia (la sua donna, Irina, è di chiare origini slave), quasi una vittima inconsapevole della grandiosa propaganda di partito del quale vuole condividere l'illusoria grandezza.


In sede di messa in scena, Mainetti ben avrebbe potuto adagiarsi sul canone felliniano, vista la comunanza dei luoghi, ossia la Roma del XX secolo e, soprattutto, il circo. La fantasmagoria del grande autore riminese, d'altro canto, sembra fare più che altro da base per una propria visione: il circo dei freaks diviene luogo incantano, un mondo nel mondo piuttosto che la solita sarabanda allegra, distrutto subito dall'avanzare della realtà sulla fantasia in una sequenza da antologia. Il circo tedesco, più grande e sfarzoso, diviene uno spettacolo quasi hollywoodiano intriso di simbologia nazista, un paradiso in Terra che, sotto la coltre attraente, cela tutto l'orrore dei centri di sperimentazione e dei forni crematori. E, oltre a quella citata, Mainetti azzecca anche un'altra scena memorabile, ossia il saluto nazista "insanguinato" eseguito da Franz una volta abbracciata la sua totale follia.


L'idea di calare i personaggi in un contesto bellico paga non solo in termini di originalità e spettacolarità: il percorso da loro affronto diviene la cartina di tornasole dei sopravvissuti, di coloro che sarebbero in grado di fare tutto pur di arrivare al domani. E il duo di autori riesce anche nella non facile impresa di non scadere nel banale: benché il cattivo sia alla ricerca dei "diversi" per farne delle armi, ossia degli "eletti" tra i ranghi del Reich, una delle prime sequenze ricorda allo spettatore come i diversi fossero davvero oggetto di violenza immotivata, scansando così ogni eventuale polemica.


Mainetti dirige bene il racconto, ma incappa in un secondo atto un po' farraginoso. La sua mano è leggermente imprecisa nelle sequenze di battaglia, che forse avrebbero meritato una regia più attenta e fluida. Difetti veniali: "Freaks Out" riesce lo stesso a incantare con la sua carica visionaria e l'umorismo casereccio che, per una volta, non fa scadere il tutto in caciara. Cinema spettacolare e accorato, che merita davvero l'attenzione di un pubblico che sembra apprezzare molto di più prodotti simili, ma fatti peggio e privi di identità alcuna.

domenica 31 ottobre 2021

Re-Animator

di Stuart Gordon.

con: Bruce Abbott, Jeffrey Combs, Barbara Crampton, David Gale, Robert Sampson, Carolyn Purdy-Gordon, Al Berry.

Horror/Splatter/Grottesco

Usa 1985
















Come accade spesso con molti autori, anche Stuart Gordon, per sua stessa ammissione, è stato vittima della "maledizione dell'esordio", con il suo primo film, il cultissimo "Re-Animator", divenuto pietra di paragone inarrivabile per tutti i suoi lavori successivi. Il che ha anche un fondo di verità: benché la sua carriera sia costellata da ottimi exploit, "Re-Animator" resta il più riuscito tra tutti i suoi film, grazie ad un perfetto equilibrio tra spaventi, risate e gore esagerato.


E pensare che quando Gordon si imbarca nell'avventura del suo esordio cinematografico, con alle spalle un'unica regia televisiva, pensava che avrebbe faticato a trovare un suo posto come filmmaker. Il progetto inizia come adattamento televisivo della prima parte di "Herbert West: Rianimatore", serie di racconti brevi che Lovecraft scrive per "Weird Tales" tra il 1921 e il 1922 e che, a quanto pare, considerava unicamente come un lavoro commerciale, ben lontano dai suoi esiti migliori. Al rifiuto della PBS, che bolla l'iniziativa come incompatibile con il contenuto televisivo dell'epoca, Gordon decide di rivolgersi al mediun filmico e incontra, quasi per caso, il produttore Brian Yuzna, all'epoca alla ricerca di un progetto che gli permettesse di affermarsi nel campo. Assicurati i diritti di distribuzione grazie ad un accordo con Charles Band, le riprese si svolgono in relativa facilità e, finito il montaggio, il film esce nelle sale venendo subito acclamato dal pubblico per la sua dose esagerata di splatter e umorismo e, quasi miracolosamente, anche la critica lo promuove, scrivendo come sia destinato a divenire un classico.
A 36 di distanza, questa perla horror tipicamente 80's non ha perso un grammo della sua forza, restando ancora folle e incredibilmente gustosa.




Dopo la morte del mentore, il Dr. Gruber (Al Berry), il giovane medico Herbert West (Jeffrey Combs) ritorna alla Miskatonic University in America per perfezionare i suoi studi su di un siero in grado di rianimare i morti. Qui incontra il giovane medico Dan Cain (Bruce Abbott) e lo coinvolge nei suoi folli esperimenti, mentre il diabolico Dr. Hill (David Gale) cerca di appropriarsi dei risultati da loro ottenuti per fini speculativi.




Nel processo di adattamento, Gordon e il fido Dennis Paoli mantengono giusto gli elementi essenziali della serie di racconti e li innestano in una storia originale. Il punto di vista viene affidato al personaggio di Dan, medico naif e idealista che si lascia corrompere dagli eventi, mentre West diventa quasi un elemento di disturbo, una figura luciferina e a-morale, perfetta declinazione del "Moderno Prometeo", tanto che l'intero film finisce per somigliare ad una rilettura moderna del mito di Frankenstein, un'opera di rielaborazione del classico che porta, come sovente nel cinema fantastico americano degli anni '80, ad un nuovo classico, un'iterazione con le medesime premesse, ma con una forza espressiva dirompente rispetto al passato. D'altronde, l'influenza del cinema classica è avvertibile sin dai titoli di testa, ricalcati su quelli di "Vertigo" e con uno score, di Richard Band, palesemente ispirato a quello di Bernard Herrmann per "Psycho"; il che, lungi dall'infastidire, dona un tocco genuinamente post-modernista al film.




Un plauso va fatto alla scelta del cast, composto da attori per lo più esordienti. Il trio Combs- Abbott- Crampton è perfetto e dotato di un'alchimia che risalta in ogni scena. Ovviamente è Jeffrey Combs a fare la figura del leone, con il suo stile calmo e al contempo istrionico, teatrale fin nel midollo e qui perfettamente incastonato nella messa in scena filmica. Ma un occhio di riguardo va anche al compianto David Gale, che con il suo volto alla Boris Karloff da vita ad un villain memorabile.




Lo stile di Gordon è al contempo perfettamente in linea con la sensibilità "giocattolosa" di tanto cinema exploitation degli anni '80, quanto profondamente personale. Non mancano i momenti comici, così come gli inserti che bucano la quarta parete (su tutti, la fine dei titoli di testa e la dissolvenza finale), ma la vicenda viene condotta in maniera seria. Gli elementi grotteschi sono del tutto collaterali, anche se perfettamente voluti non fanno mai scadere il tono verso il demenziale o il parodistico. Si riesce così ad affezionarsi ai personaggi dei due innamorati e al contempo ad essere affascinati da quello di West.




La regia spinge il limite del mostrabile su schermo; al momento della distribuzione, Brian Yuzna decise di non sottoporre il film al MPAA, con la conseguenza che la versione integrale venne distribuita al cinema, senza tagli né censure. E come con "Alien", "Evil Dead" e "La Cosa", anche "Re-Animator" riesce ad imporsi all'attenzione, oltre che per la dose esagerata di frattaglie, anche per una scena memorabile e "infilmabile": il cunnilingus tra la testa mozzata di un rianimato dr. Hill e la bellissima Barbara Crampton, vero e proprio inno al cattivo gusto che, paradossalmente, non finisce per scadere nel cattivo gusto vero e proprio e, anzi, riesce a divertire e inorridire senza offendere.
Il resto lo fanno gli effetti speciali, curati in parte da John Carl Buechler, il quali, nonostante il budget risicato, sono per lo più fantastici, con l'unica eccezione del gatto morto, il solo effetto che avrebbe meritato più attenzione.




"Re-Animator" è ancora oggi un piccolo gioiello horror, splatter e casinista, ma anche solido, esagerato, ma mai compiaciuto, un equilibrio perfetto che anche nel periodo d'oro del filone splatter-comedy non ha davvero pari.

From Beyond- Terrore dall'Ignoto

From Beyond

di Stuart Gordon.

con: Jeffrey Combs, Barbara Crampton, Ken Foree, Ted Sorel, Carolyn Purdy-Gordon, Bruce McGuire.

Horror/Splatter/Fantastico

Usa, Italia 1986













Ottenuto il successo internazionale con "Re-Animator", Gordon e Yuzna decidono di alzare il tiro e, sempre con il supporto della Empire di Charles Band, decidono di creare un uovo adattamento lovecrafrtiano che sia più spettacolare e gore. Per la storia, la scelta ricade su "Dall'Altrove", racconto del 1920 di appena cinque pagine che descrive la strana storia di uno scienziato che crea una macchina in grado di abbattere le barriere dimensionali e rendere visibili creature mostruose che risiedono negli anfratti del reale.
Rimaneggiato il soggetto in uno script assieme al fido Dennis Paoli, il duo si barrica in un gigantesco set alle porte di Roma (poi riutilizzato nel successivo "Dolls- Bambole") per creare un'opera delirante e visionaria, ma solo in parte riuscita.


In una villa nei pressi della famosa Miskatonic University (come si evince dalla t-shirt del protagonista), il dottor Crawford Tillinghast (Combs) e il suo collega Edward Pretorius (Ted Sorel) creano una macchina, il risonatore sonico, in grado di aprire le porte su di una realtà parallela. A seguito di un drammatico incidente, il dr. Pretorius resta vittima delle creature mostruose della dimensione altra, mentre Tillinghast viene ricoverato in un repoarto psichiatrico.
Assistito dalla psichiatra Katherine McMichaels (Barbara Crampton) e dal detective della polizia Bubba Brownlee (Ken Foree, il mitico Peter di "Dawn of the Dead"), Tillinghast cerca di dimostrare l'effettiva esistenza delle creature omicide e la sua estraneità alla morte del collega tornando sul luogo del delitto e riattivando l'infernale macchina. Il che, come da copione, si rivelerà fatale.


Sia Lovecraft nel racconto che Gordon e company in sede di sceneggiatura riprendono un'idea intrigante: esiste una realtà nella realtà, invisibile ma popolata di creature da incubo; una realtà definita come "altrove" ma che coincide con la nostra, separata solo a causa di una vibrazione degli atomi diversa. Il risuonatore diventa così un portale per questa nuova dimensione che sovrapponendosi alla nostra la rende aliena, un incubo ad occhi aperti, il cui stato onirico viene marcato dalla ripresa dell'uso dei colori baviani, rosa-magenta (che, guarda caso, sarà ripreso anche da Richard Stanley per il bel "Il Colore venuto dallo Spazio") e verde intenso, tonalità estranee alla quotidianità, per questo perfette per il ruolo.


Ma la chiave per accedere all'Altrove è in realtà interna, la famosa ghiandola pineale, croce e delizia dei complottisti, è qui elemento essenziale nella costruzione dell'incubo. La mutazione della ghiandola porta alla mutazione del corpo, in una ripresa eccezionale del body horror con mutazioni da antologia. Ma, prima, porta ad un'acuizione dei sensi, in particolare ad una sovrastimolazione sessuale, il che avvicina questa visione a quelle di Cronenberg: eros e thanatos si inseguono e alla fine coincidono nel personaggio di Pretorius (il cui nome è un omaggio al classico "La Moglie di Frankenstein", dal quale viene ripresa la caratterizzazione di scienziato volitivo e impenitente), creatura la quale sublima l'eccitazione con l'omcidio. 


Il corpo diventa così catarsi e arma, prigione dei sensi che porta ad una riscrittura dell'identità, come nel caso della dottoressa McMichaels, che passa dall'essere una scienziata stoica e seria ad una ninfomane scatenata. Mentre Pretorius altro non fa che trovare una forma più consona ai suoi appetiti, al suo status bestiale che si esplicita in un corpo a-morfo, reminiscenza degli orrori de "La Cosa" qui declinati in chiave esplicitamente sessuale.
Allo stesso modo, anche Crawford diverrà vittima del proprio corpo mutato sino a trasformarsi in una macchina assassina guidata dalla fame di carne umana, una sorta di morto viventi guidato unicamente dagli stimoli basilari.


Sempre come nel cinema di Cronenberg, l'effeto speciale diventa protagonista e motore degli eventi. Ben quattro i team dedicati allo sviluppo delle creature, del make-up e degli effetti ottici, capitanati dal sempre bravo John Carl Buechler, i quali riescono nell'intento di creare un vero capolavoro di design con un budget risicato: la versione mostruosa di Pretorius, ricostruita interamente con un animatronic, spicca per espressività e dettagli riuscendo a mischiarsi perfettamente con gli attori in carne e ossa e restando credibile anche nei numerosi primi piani.


Purtroppo però non tutto fila a dovere. Le tematiche erotiche restano mal sviluppate, usate come basi per la tensione e il gore, ma non trovano mai una risoluzione effettiva, né approfondimento alcuno, restando solo spunti usati per fini strettamente narrativi. 
La sceneggiatura, dal canto suo, non regge per tutti e tre gli atti in cui la vicenda è divisa: decisamente riuscito il primo, con il ritorno nella casa "maledetta", maldestro il secondo, con la strage all'ospedale che sembra quasi un riempitivo, del tutto ridicolo il terzo, con una risoluzione degli eventi involontariamente ilare.


Il risultato resta così un po' inconsistente, ma riesce lo stesso ad ammaliare grazie alla forza visionaria e all'audacia della storia, configurandosi come una piccola perla da riscoprire.

lunedì 25 ottobre 2021

Halloween Kills

di David Gordon Green.

con: Jamie Lee Curtis, Andi Matichak, Judy Greer, Nick Castle, Will Patton, James Jude Courtney, Anthony Michael Hall, Robert Longstreet, Charles Cyphers, Kyle Richards, Nancy Stephens.

Horror

Usa, Inghilterra 2021















"Halloween Kills" è il sequel di un reboot che già a sua volta era sequel e reboot di "Halloween- La Notte delle Streghe", fatto la bellezza di 40 anni dopo l'originale e che, contando anche i due film di Rob Zombie, era l'undicesimo capitolo della serie. E a giudicare dal risultato, sembrava anche arrivato il momento di staccare la spina a questa serie che ha avuto più bassi che alti. 
"Kills", tuttavia, inietta in parte una ventata d'aria fresca alla serie, necessaria soprattutto dopo l'esito non proprio esaltante del capitolo precedente: anzicché fossilizzarsi sulla schematicità tipica dello slasher horror, cerca di essere un film d'ensamble, portando al centro dell'attenzione e come motore degli eventi l'intera cittadina di Haddonfield. Il risultato, bene o male, paga.


Siamo ancora nella notte di Halloween del 2018. Mentre Laurie (Jamie Lee Curtis), sua figlia Karen (Judy Greer) e la nipote Allyson (Andi Matichak) vengono portate in ospedale, Michael riesce a sopravvivere alla trappola incendiaria, assalendo i vigili del fuoco accorsi sul posto. Nel frattempo, in città, Tommy Doyle (Anthony Michael Hall), assieme ad un'adulta Lindsey (Kyle Richards) a all'ex infermiera di Smith's Grove Marion (Nancy Stephens), decidono di farla finita con la "maledizione" di Michael Myers e aizzano la folla contro il killer mascherato.


Come da tradizione, la riverenza verso l'orginale è d'obbligo: torna il piccolo Tommy Doyle, ora interpretato da Anthony Michael Hall, che, come in "Halloween 6- La Maledizione di Michael Myers" non ha mai superato il trauma della notte del '78 ed è ossessionato dall'assassino con la maschera bianca; e tornano anche l'infermiera Marion e la piccola Lindsey, interpretate dalle attrici originale, dando un senso di continuità totale. Persino il compianto Donald Pleasence appare in un breve ma significativo cameo. Ma questa volta a David Gordon Green non interessa la nostalgia, né l'omaggio cinefilo, adagiando i personaggi e la loro mitologia su di una metafora infiammata sulla violenza moderna.


La violenza non è più solo quella del killer solitario, ma anche quella della comunità che lo ospita, che diviene una versione deformata sino ai limiti del grottesco dei gruppi QAnon e di tutti quei sovranisti che ancora oggi adoperano la violenza a fini sociali, decretando il fallimento della società civile. Michael Myers diviene così il male supremo, in grado di ammaliare chi gli sta intorno, avvelenandone la mente e le azioni, virandole verso una distruttività spicciola e compiaciuta. La rabbia del popolo si fa esaltazione per la giustizia di piazza, la quale, come da copione, non riesce a risolvere nulla, creando più danni che rimedi e finendo per ritorcersi contro gli innocenti. Idea già esplorata in parte nel precedente "Halloween 4- Il Ritorno di Michael Myers", ma che qui diviene tematica centrale.
La trasformazione di Michael in male puro diviene così definitiva, trascendendo la forma fisica per farsi vera e propria idea, che non può essere sconfitta sul piano fisico, poiché intangibile da parte di quello stesso male che è sua prerogativa. E, forse, non esiste una vera e propria soluzione al ciclo di morte innescata, rigenerandosi di volta in volta in forme nuove e più spaventose.


La formula dello slasher viene così spezzata: le morti continuano ad esistere, ma non sono in serie, né i personaggi ricoprono quegli stereotipi solitamente mostrati nel filone. 
Green questa volta calca maggiormente la mano sulla violenza, rendendola talvolta esagerata, virata verso lo splatter puro, rendendo questa incarnazione di Michael Myers tra le più violente apparse su schermo, ma a fare davvero paura è la folla, l'insieme di quelle persone "normali" dalla mente obnubilata, che finiscono per commettere quello che è l'omicidio più disturbante di tutto il film.


"Halloween Kills" riesce così nel doppio intento di svecchiare la saga e configurarsi come un capitolo riuscito, tra i migliori della serie, riprendendo la narrazione metaforica di tanto cinema horror americano anni '70 per riproporla in una riuscita chiave moderna. Non un capolavoro, sia chiaro, né un film che segnerà le sorti del cinema horror a venire, ma un piccolo e riuscito exploit che riesce a convincere.

venerdì 22 ottobre 2021

Dagon- La Mutazione del Male

Dagon

con: Ezra Godden, Francisco Rabal, Raquel Meroño, Macarena Gòmez, Brendan Price, Birgit Bofarull, Alfredo Villa.

Horror

Spagna 2001















H.P. Lovecraft era razzista. Non esiste modo migliore per dirlo, visto che il suo convincimento non era dovuto a fattori esclusivamente esogeni (ossia i comuni pregiudizi che affliggevano il pensiero comune dei primi anni del XX secolo), quanto ad un forte convincimento di appartenere alla tristemente famosa "razza ariana". Nelle sue lettere personali si legge il suo aperto disgusto verso gli immigrati e la speranza che l'azione di uomini quali Adolf Hitler possa portare ad una "igienizzazione" della società, incrostata dalla bassezza genetico-culturale delle razze impure. Certo, c'è anche da dire che la sua unica compagna Sonia Greene fosse ebrea e che il suo migliore amico, Robert E.Howard, fosse di ataviche origini scozzesi, ossia di quel ceppo celtico che Lovecraft bollava come "popolo incapace di governarsi".
Incongruenze a parte. come si rispecchia questo suo pregiudizio nella sua opera? 
E' innanzitutto superficiale affermare come solo un aperto xenofobo avrebbe potuto dar forma in modo così efficace all'orrore dell'ignoto, di quelle forze invisibili all'occhio che cospirano contro l'essere umano per distruggerlo prima sul piano mentale, poi su quello fisico. 


Una forma diretta di pregiudizio razziale può in realtà essere notata solo in pochissime opere del grande scrittore, su tutte il racconto "L'Abbraccio di Medusa" del 1929, dove il colpo di scena finale consiste, letteralmente, nel rivelare al lettore come la mostruosa donna che perseguita il protagonista fosse di discendenze africane.
Eppure, una forma di influenza diretta è anche avvertibile in uno dei suoi racconti più celebri, anche se in modo non tanto esplicito. Ne "La Maschera di Innsmouth" del 1931, il protagonista, dopo una rocambolesca fuga e lo sconvolgente incontro con la progenie terrestre di uno dei grandi antichi, scopre di essere anch'egli discendente di questa mostruosa razza ibrida, con suo sommo sconvolgimento.
Storia che probabilmente lo scrittore di Providence ha basato su di un'esperienza del tutto personale: ad un certo punto nella sua vita, ha scoperto come la sua pura discendenza ariana fosse in realtà "sporcata" da una linea di sangue di origine gallese, ossia celtica, rendendo imperfetta la sua presunta superiorità razziale.
Come al solito, spetti al singolo lettore il giudizio sulla mentalità dell'autore. Ciò che importa, ad ogni modo, è, al solito, l'incredibile efficacia con cui sia riuscito a comunicare il senso di angoscia e shock dovuto alla scoperta dell'alienità del proprio corpo, non tanto adoperando il classico ricorso ad immagini da body horror, quanto facendo leva sulla bizzarria di eventi e situazioni, creando una delle sue opere più forti ed emblematiche.


Stuart Gordon forse non poteva esimersi dal confrontarsi con il mito di Chtulu e sulla serie di racconti dedicati da Lovecraft all'orrore cosmico, vero e proprio cuore pulsante della sua produzione il quale, tuttavia, mal si presta alla rappresentazione filmica: la forma di tali orrori viene sempre celata, mai descritta se non per sommi capi, creando un'aura di suspanse in grado di attanagliare in modo efficace il lettore, lasciando i particolare più truci alla sua immaginazione.
Eppure, nel 2001, l'autore americano si ritrova in Spagna, dove assieme all'amico e collega Brian Yuzna ha avviato una collaborazione con il produttore Carlos Fernàdez (che con Yuzna realizzerà il terzo capitolo di "Re-Animator"), che prende le forme di "Dagon", adattamento de "La Maschera di Innsmouth" che riprende il titolo dal racconto omonimo del 1917 e che si configura come una trasposizione imperfetta ma convincente.


La storia prende le mosse dal ritorno del giovane Paul (Ezra Godden) nella natia Spagna, assieme ad un gruppo di amici. A seguito di un naufragio, il giovane è costretto a rifugiarsi in un piccolissimo villaggio di pescatori, il quale nasconde uno sconvolgente segreto.


L'orrore non si cela più tra gli anfratti della modernità: dallo stato di New York, gli adoratori del Male ora sono confinati ad una remota porzione di costa europea, il che rende il tutto più alienante e, paradossalmente, ben rappresenta le istanze xenofobe lovecraftiane. Il racconto riesce ad essere naturalmente claustrofobico, sensazione ben sottolineata da Gordon  grazie all'uso di inquadrature strette, con i personaggi persi nei contorni di un ambiente cupo e ostile.
Le scenografie in tal senso ben riescono a comunicare la desolazione del luogo e l'ottimo make-up delle creature riesce davvero ad incutere un senso di sottile malessere ai personaggi.
Molto meno impressionante è la CGI, già scadente per l'epoca, oggi praticamente inguardabile, per fortuna confinata a giusto un pugno di inquadrature.


Gordon riesce a trasmettere l'urgenza del pericolo in modo impeccabile: la suspense del lungo inseguimento e lo shock trasmesso dallo splatter, relegato per lo più alla scena dello spellamento, riescono a tenere incollati alla poltrona. Il tema della mutazione viene cucito addosso soprattutto al personaggio di Uxia, splendida sirena dagli occhi incantevoli, resa rivoltante dai tentacoli che le escono dal basso corpo, ibrido di sessualità e mostruosità perfettamente riuscito.
Il personaggio di Paul è invece volutamente piatto, ricalcato in parte sull'archetipo lovecraftiano dell'uomo comune che cerca di razionalizzare invano gli eventi, funge anche da alleggerimento della tensione grazie all'uso di one-line comiche, le quali però lasciano il tempo che trovano in una storia che per riuscire necessita di essere presa sempre sul serio.


In generale, il baso budget riesce a non intaccare la visione, la mano di Gordon resta salda per tutta la durata e, dulcis in fundo, regala anche l'ultima performance del compianto Francisco Rabal, grandissimo caratterista che ha collaborato, tra gli altri, con Bunuel e Antonioni e che qui si risplende nel ruolo di Ezechiel, rendendo questo adattamento, già di per sé buono, ancora più prezioso.

lunedì 18 ottobre 2021

Venom- La Furia di Carnage

Venom- Let There Be Carnage

di Andy Serkis.

con: Tom Hardy, Woody Harrelson, Michelle Williams, Naomie Harris, Stephen Graham, Reid Scott, Peggy Lu, Sian Webber.

Fantastico/Azione/Commedia

Usa, Inghilterra, Canada 2021












Quando il successo di un personaggio e del suo film dipendono del tutto dalla loro incredibile idiozia, si capisce che qualcosa è andato storto e che, forse, con un sequel sarebbe meglio aggiustare il tiro e appoggiarsi più sull'intreccio della trama che sulle battute cretine e le situazioni idiote, visto che, alla fin fine, film e personaggio non sono da intendersi come comici. Gli autori del nuovo film di Venom, invece, hanno ben deciso di rafforzare la dose: il primo è piaciuto perché idiota? Facciamo un film ancora più idiota e mettiamoci anche quel Carnage che negli anni '90 tanto piaceva ai lettori delle testate dell'Uomo Ragno e affini. Come prevedibile il risultato è disarmante, certamente più curato rispetto all'obrobrio stilistico-estetico del suo predecessore, ma lo stesso sciatto e genuinamente cretino.


Sulla new entry c'è davvero poco da dire: idolo delle folle nel decennio dei fumetti-spazzatura, il simbionte rosso oggi viene ricordato più che altro per il fatto che una sua storia, "Mind Bomb" del 1996, è stata la prima pubblicazione mainstream Marvel ad essere raccomandata per il solo pubblico adulto. Il resto lascia il tempo che trova e, sebbene come villain abbia anche del potenziale, in questa sua prima apparizione cinematografica non è altro che il cattivo di turno, nato da Venom, che vuole uccidere il suo genitore perché non ha di meglio da fare.


Ma "La Furia di Carnage" vuole anche essere un film sull'importanza delle relazioni e sul rapporto di coppia, quindi largo spazio viene lasciato al duo comico Eddie Brock/Venom, che passano quasi tutta il tempo a battibeccare in modo becero, come una malriuscita strana coppia ai tempi dei personaggi in CGI. E il parallelo con Don Chisciotte e Sancho Panza fatta alla fine risulta forzato e fuori luogo, vista la caratterizzazione idiotica del duo. Da una parte, infatti, Eddie vorrebbe una vita tranquilla, ricadendo nello stereotipo principe di tutti i supereroi, dall'altro Venom vorrebbe (e verrebbe da dire anche giustamente) usare le sue facoltà per fare del bene. Ne segue una serie di gag trite e poco divertenti, senza contare come, cassato il ruolo di Brock come anti-eroe, il tutto finisca per somigliare ad un film sull'Arrampicamuri piuttosto che sulla sua nemesi oscura.


Carnage, dal canto suo, risulta più simpatico, non per altro per gli sforzi di Woody Harrelson di dargli una carica carismatica (e un plauso va fatto ad Andy Serkis per avergli tolto quella ridicola parrucca che sfoggiava nella scena post-credit del primo film). Questo serial killer pazzoide di serial killer ha davvero poco, tanto che di suo uccide giusto un tizio a caso fuori scena, anzi, se si contano tutti i morti che Venom fa quando decide di abbandonare Eddie e saltare da un corpo all'altro, quest'ultimo risulta persino più sanguinoso della sua nemesi, la quale, con la sua storia d'amore con Shriek (interpretata da una Naomie Harris che sembra appena tornata dal set de "I Pirati dei Caraibi") vorrebbe essere anche simpatetico, ma i due, caratterizzati come dannati ma senza mai mostrare la loro vera cattiveria, finiscono per somigliare ad una sorta di Mickey e Mallory Knox snowflake, azzerando ogni forma di tensione.


Alla fine tutto fa il suo corso: in un tripudio di battutine idiote ed affetti speciali carucci ma non eccezionali, i buoni si riappacificano, vincono sul male e la storiella dei buoni sentimenti non scalfisce neanche per sbaglio lo spettatore adulto, ma forse farà la gioia dei più piccoli. E a salvare la visione resta solo la fotografia di uno sprecato Robert Richardson, che pur non eccellendo rende il tutto almeno digeribile.