giovedì 9 dicembre 2021

R.I.P. Lina Wertmuller


 1928 - 2021

Con i loro titoli chilometrici ed indimenticabili, le commedie di Lina Wertmuller sono state tra le più rappresentative dello stato delle cose nell'Italia del Secondo Dopoguerra. Tra le vite in decomposizione de "I Basilischi", i battibecchi tra classi in "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto", l'ossessione dell'onore di "Pasqualino Settebellezze" fino alla melanconia generazionale di "Io speriamo che me la cavo", il suo sguardo è sempre stato acido, ma sincero, acuto e mai elitario, in una filmografia che andrebbe riscoperta.

martedì 7 dicembre 2021

Cry Macho- Ritorno a Casa

Cry Macho

di Clint Eastwood.

con: Clint Eastwood, Eduardo Minnett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola, Horacio Garcia Rojas. 

Drammatico

Usa 2021












Clint Eastwood ha 91 anni, la voce spezzata, l'andatura curva, ma anche un carisma ed una presenza scenica che molti suoi colleghi più giovani si sognano. Con "Cry Macho" sembra voler nuovamente dare una chiusa alla sua carriera, 12 anni dopo "Gran Torino", che già poteva essere visto come la riflessione definitiva sulla sua filmografia. Ma laddove il bellissimo film del 2009 era furente, quest'ultima opera è volutamente dimessa, piccola, fatta quasi sussurri e per lo più di sguardi. Un congedo informale e intimista.


La storia di un figlio ritrovato, di un viaggio che ridà dignità e vita ad un uomo oramai sul viale del tramonto è quanto di più eastwoodiano si possa immaginare, con echi di "The Honytonk Man". La trama è archetipica: il vecchio cowboy Mike Milo (Eastwood) varca la frontiera con il Messico per riportare dal padre, suo ex boss, il giovane Rafo (Eduardo Minnett), letteralmente rapito dalla ricca e lasciva madre.
Il viaggio formativo, con proverbiale diffidenza iniziale e susseguente amicizia, viene però interrotto dall'arrivo nella cittadina messicana. Qui il film mostra la sua duplice natura, non più quella di genuino road movie, ma elegia di un tempo ritrovato, con Mike che ritrova quella famiglia che pensava di aver perduto. Ma anche di riflessione su di un passato idealizzato da altri, ma in realtà molto più prosaico di quanto si voglia credere, come ne "Gli Spietati".


Il ritmo è quello della terza età, lento e meditabondo, ma mai fiacco, andante nel modo giusto per dare spazio ai personaggi, i cui conflitti si risolvono in modo volutamente anticlimatico, senza roboanti climax o colpi di scena, ma nel modo più naturale possibile. Tanto che l'unico limite nella messa in scena è dato dalla recitazione acerba dei comprimari, in contrasto con quella più rilassata e autentica di Eastwood. che qui trova nuovamente un equilibrio perfetto per una storia archetipica.

venerdì 3 dicembre 2021

Il Potere del Cane

The Power of the Dog

di Jane Campion.

con: Benedict Cumberbatch, Kirsten Stewart, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee, Keith Carradine, Thomasin McKenzie, Sean Keenan, George Mason, Ramontay McConnell, Max Mata.

Inghilterra, Australia, Usa, Canada, Nuova Zelanda 2021












E' il 1925, il luogo le pianure del Montana. La terra è ancora selvaggia, ma la civilizzazione è ormai imperante. In uno scenario immenso, quasi soverchiante nella sua infinità, Jane Campion torna al melodramma declinando uno scontro caratteriale scottante e coinvolgente, graziato da un Benedict Cumberbatch in ottima forma.


I fratelli Phil (Cumberbatch) e George (Jesse Plemons) portano avanti un ranch lasciato loro dai genitori, ora lontani. Dopo una vendita di bestiame, George decide di sposare la bella vedova Rose Gordon (Kirsten Stewart), madre del sensibile Peter (Kodi Smit-McPhee). I caratteri di Phil, Rose e Peter sembrano però essere del tutto incompatibili.


Due mondi collidono, o quasi. Phil è il selvaggio west, sporco, burbero, chiuso nella contemplazione delle tradizioni, con l'idolatrazione del mentore Bronco Henry sempre sulle labbra e una naturale avversione al nuovo, al cambiamento, a qualsiasi cosa sia incompatibile con il suo stile di vita, che lui sfoggia con orgoglio, camminando impettito.
La sua personalità è tossica, finisce per affliggere chi gli sta attorno. Rose, in primis, ne ha paura e combatte lo stress precipitando nel vortice dell'alcool. Ma non tutto è come sembra.
Anche Phil nasconde un segreto, un'identità ultranea che lo imbarazza: è omosessuale, in un tempo ed un luogo dove è solo la mascolinità esibita a contare. Da qui la vicinanza con Peter, chiamato apertamente "frocio", i cui modi sensibili rappresentano la figura dell'omosessuale, anche se la sua identità effettiva non è tale. Pur tuttavia, anche Peter nasconde un'identità "altra", una cifra oscura che non mostra, ma che è parte integrante della sua persona e che lo porterà a distruggere chi gli sta attorno.



La Campion descrive questo scontro in modo apparentemente pacato. Il ritmo è meditabondo, ma mai rilassato: sotto la superficie scorre una tempesta di emozioni pronte a esplodere, di parole non dette e azioni non poste in essere più loquaci di ogni dialogo e ogni gesto. La tensione regge per tutto la durata, incollando alla poltrona e quando cala, volutamente, l'occhio della regista regala immagini al solito ammalianti.
"Il Potere del Cane" è così un ottimo ritorno per la Campion, autrice che al solito non delude mai.

martedì 30 novembre 2021

Matrix

The Matrix

di Lana & Lili Wachowski.

con: Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Joe Pantoliano, Gloria Foster, Marcus Chong, Anthony Ray Parker, Julian Arahanga.

Azione/Fantascienza/Cyberpunk

Usa, Australia 1999












Con la sua uscita nell'ultimo anno del secolo, "Matrix" è come un punto esclamativo alla fine di due decadi di sviluppo e affermazione della narrativa cyberpunk. Nata più o meno nei primissimi anni '80, con la produzione di Philip K.Dick e alcune intuizioni Harlan Ellison a fare da precursori, portata sul grande schermo da "Blade Runner", la "via" del cyberpunk diventa mainstream a partire dagli anni '90. Innumerevoli sono le opere che vi si rifanno in questo decennio, all'interno di ogni medium immaginabile: in tv impazzano il "Tekwar" di William Shatner e "Total Recall 2070", che più che rifarsi al blockbuster di Paul Verhoeven sembra un vero e proprio adattamento di "Blade Runner"; nel mondo dei videogame arrivano le prime avventure immersive nelle forme dei due "System Shock" di Warren Spector, mentre perfino il fumetto mainstream non resiste al richiamo del genere, con le testate "2099" che reinventano i più famosi personaggi dell'universo Marvel in un universo pregno di tecnologia impazzita. Nella letteratura, Neal Stephenson porta il cyberpunk ad un livello successivo, cosciente di sè, dando nuova forma alle intuizioni avute da Gibson nel decennio precedente e lo stesso Gibson trova nuova affermazione con la Trilogia del Ponte. Nel mondo degli anime, oltre ad "Akira" già nel decennio precedente, è grazie a "Serial Experiments Lain" che il cyberpunk trova una nuova forma, più sottile e ermetica, pronta a dargli nuova profondità.
Al cinema, tuttavia, le cose sono stagnanti; l'adattamento di "Neuramante" è in cantiere dalla fine degli anni '80 e fatica a vedere la luce e, in compenso, quello di "Johnny Mnemonic" diventa un flop cocente, tant'è che lo strambo "New Rose Hotel" di Abel Ferrara sembra mettere una pietra tombale su ogni adattamento possibile di William Gibson. L'unico vero esponente del cyberpunk a trovare vero successo è il capolavoro di Mamoru Oshii, quel "Ghost in the Shell" che diverrà addirittura nuovo termine di paragone all'interno del filone medesimo.
Ed è proprio a GITS che le sorelle Wachowski (all'epoca fratelli) e in generale al cyberpunk declinato negli anime sembrano rifarsi per la creazione del loro cult.

 

"Matrix" è, innanzitutto, riproposizione e solo talvolta rielaborazione di topoi estetici, stilistici e narrativi altrui. Trovare tutti i riferimenti al passato è obbligatorio per poter davvero capire (e soprattutto apprezzare) il lavoro svolto dal duo di autrici.
Lo stile di regia, fatto di ralenty intensi e coreografie con wire-work esagerate pesca a piena dal cinema di Hong Kong, dagli action di John Woo alle infinite produzioni che gli Shaw Brothers hanno sfornato a partire dalla fine degli '60, in particolare dal cinema di Tsui Hark, che già negli anni '80 ne aveva esasperato lo stile verso una forma stilistica nuova, ancora più estrema nella sua forte componente spettacolare.
Se il concetto di "Matrice" intesa come cyberspazio viene ripresa direttamente da "Neuromante" (anche se sembra che lo stesso Gibson abbia ripreso il termine e il relativo significato da un episodio di "Doctor Who" di metà anni '70), quello di realtà virtuale come alternativa alla realtà sensibile con la quale gli essere umani possono/devono collegarsi viene dal romanzo "Simulacron 3" di David F.Galouye (che Rainer Werner Fassbinder aveva portato sul piccolo schermo nel 1973 con lo splendido "Il Mondo sul Filo"), ma soprattutto al saggio "Simulacri e Imposture" di Jean Braudillard, che appare nel film come "contenitore" della vera identità di Neo; il sistema di collegamento posto alla base della nuca è un richiamo a "Ghost in the Shell", che le Wachowski omaggiano anche nella scena della sparatoria al mercato durante l'ultima sequenza prima del climax. La guerra con le macchine, manco a dirlo, viene da "Terminator" e il concetto di realtà apparente come pura illusione, dietro alla quale si cela una realtà effettiva, si rifà alla letteratura di Philip K. Dick e ai suoi "diversi strati del reale", soprattutto dalla famosa intervista di Metz del 1977, nella quale l'autore teorizzava una realtà virtuale come illusione globale ordita da un governo delle macchine; ma da questo punto di vita, l'opera che sembra aver ispirato maggiormente le autrici è in realtà decisamente più pop, ossia il primo "Megazone 23", uno dei primi OAV ad essere mai stati prodotti.


Arrivato negli Usa come versione cinematografica di quel memorabile pastrocchio chiamato "Robotech", "Megazone 23" narra la storia di Shogo Yahagi, motociclista scapestrato e romantico la cui vita viene sconvolta quando un suo amico gli consegna una strana super-motocicletta, trasformabile in un robot da guerra; indagando sulle origini dello strano mezzo, il ragazzo scopre come il mondo in cui vive sia in realtà una simulazione creata ad hoc da un supercomputer, modellata sul Giappone degli anni '80 poiché visto come apice del benessere umano. In realtà, sia lui che i suoi concittadini vivono reclusi in una futuribile colonia spaziale semovente che tenta di ritornare verso la natia Terra.
Oggi come oggi, non è certo il caso di riscoprire "Megazone 23" ed i suoi due seguiti; trattasi di opere genuinamente figlie del loro tempo, dove le spettacolari immagini e la trama accattivante sono sorrette da una sceneggiatura lacunosa e incoerente, priva persino di un finale adatto. Tant'è che si può tranquillamente affermare come le Wachowski, facendone loro lo spunto di trama, riescano in realtà a dar vita ad un'opera decisamente più convincente e coinvolgente.


La distorsione del reale in "Matrix", così come in "Megazone 23" è totale, non ci sono ambiguità: Matrix è una simulazione, il mondo post-bellico è reale, ogni ambiguità è assente, cosa che distanzia il lavoro delle Wachowski da Dick e che rende la narrazione più piatta (tanto che Braudillard, all'uscita del film, finì persino per criticarlo), ma non necessariamente peggiore. Perché quello delle Wachowski, al di là delle influenze e degli spunti narrativi e filosofici, è sostanzialmente un ottimo film d'azione, un blockbuster che mira ad intrattenere creando sequenze action che in Occidente non si erano mai viste.
Da questo punto di vista, "Matrix" è, se non un capolavoro, quantomeno un gioiello di tecnica applicata all'intrattenimento: l'uso del bullet time per enfatizzare le acrobazie impossibili dei personaggi è ancora oggi sbalorditivo, impressionante all'epoca, così come la riproposizione degli stilemi del cinema d'azione di Hong Kong riesce davvero a creare una visione unica, fresca e affascinante.


La prima parte è per forza di cose la più riuscita: il mistero di Matrix, la "tana del coniglio" nella quale Neo precipita sino a scoprire la verità, la rivelazione di come il mondo sia fittizio e la realtà sia un incubo dominato da delle macchine che usano gli uomini come fonte energetica (trovata sicuramente poco realistica, ma lo stesso estremamente disturbante) e la scoperta di un mondo da incubo, ma reale, effettivo, che va riconquistato da un'umanità ridotta ai minimi termini.
Le Wachowski mantengono saldamente le redini della regia, sanno quando accelerare il ritmo e quando rallentare, dando spazio ai personaggi, lasciando che la narrazione fluisca in modo naturale, mai forzato.
L'uso dei simbolismi è azzeccato; nella prima parte torna la tematica del risveglio, portata in scena in modo quasi buenelliano, con Neo che si risveglia costantemente da un sonno che sembra eterno. Mentre il riflesso, lo specchiarsi in una superfice riflettente porta alla conoscenza di se stessi, rimarcata nella scena dell'Oracolo.


Dove "Matrix" inciampa e nel suo voler avere una profondità filosofica che, di fatto non ha, appiattendosi su citazioni inutili (perché la nave di Morpheus, il dio greco dei sogni e del sonno, è dedicata a Nabucodonosor?) e insistendo sul concetto di risveglio apofatico che in realtà smette di aver significato dopo la scena della pillola blu. Non più riuscita è la tematica della profezia che si autoavvera, con la resurrezione di Neo "miracolosa" che toglie ogni dubbio sulla sua vera identità, quella di un super-uomo piuttosto che quella di un uomo comune che ha trasceso i limiti dell'umana percezione.


"Matrix" funziona come thriller, nella sua prima parte, e come perfetta pellicola action nella seconda. La trama fantascientifica è si derivativa, ma perfettamente riuscita, riuscendo ad intrigare anche dopo la prima visione. E con la sua uscita in quel del 1999, ad un anno da quel "Dark City" che ne declinava gli stessi argomenti con un'estetica gotica, e nello stesso anno di "eXistenZ", può tranquillamente essere vista come l'ultima grande pellicola cyberpunk di Hollywood, il supremo tentativo della Mecca del Cinema di dare corpo alle ossessioni post-tecnocratiche di fine millennio. 

venerdì 26 novembre 2021

I Molti Santi del New Jersey

The Many Saints of Newark

di Alan Taylor.

con: Michael Gandolfini, Alessandro Nivola, Leslie Odom Jr., Vera Farmiga, Jon Bernthal, Ray Liotta, Corey Stoll, Michela De Rossi, Billy Magnussen, John Magaro, Michael Imperioli.

Usa 2021













A quasi quindici anni dalla sua conclusione, l'eco de "I Soprano" risuona ancora sia tra i fan della prima ora che tra coloro i quali, pur non amandola, ne riconoscono l'incommnsuarabile valore storico. Benché non priva di antecedenti, è con l'opera di David Chase che la golden age dei serial ha inizio; il tutto con un imperativo categorico: svecchiare il linguaggio televisivo affidandosi alle immagini piuttosto che alle parole, riprendendo stilemi narrativi tipicamente cinematografici e lasciando che siano le azioni a descrivere gli stati d'animo dei personaggi, piuttosto che le parole. Il mezzo televisivo rifiorisce con una narrazione ardita, anticonvenzionale e grazie ad una storia di gangster cruda, complessa ma al contempo lontana da molti dei luoghi comuni del genere.


Partendo dal lascito di Scorsese e l'immortale "Quei Bravi Ragazzi", Chase ibrida lo sguardo alla manovalanza criminale con lo psico-dramma, rifacendosi in parte anche al piccolo cult, ad esso coevo, "Terapia e Pallottole" di Harold Ramis, ma utilizzando uno humor più asciutto e nero. La storia del piccolo boss di Newark Tony Soprano, della sua rapace madre Livia, della sua matta e egocentrica sorella Janice e di tutto un pantheon di personaggi disfunzionali e deboli riscrive le regole del criminal-drama per farsi storia di perdenti, di sconfitte umane e materiali che trova una chiusa in quel perfetto finale aperto, dove tutto può accadere ma dove nulla accade perché darebbe un appiglio definitivo ad un cast che vive di indeterminatezza.
Eppure già all'indomani di quel finale, Chase parlava apertamente di un adattamento cinematografico, il quale, complice anche la prematura scomparsa di James Gandolfini, arriva solo oggi e nelle forme di un prequel. Un film che dovrebbe fare da "atto 0" al serial, ma che di fatto non aggiunge nulla a quanto visto nelle sei stagioni, né può essere apprezzato da chi non conosce la serie, restando un'opera interessante, ma incompiuta.


E' il 1967. Mentre in tutto il New Jersey impazzano le proteste della comunità nera, Dick Moltisanti (Alessandro Nivola) intreccia una pericolosa relazione con la nuova moglie del padre, l'immigrata italiana Giuseppina (Michela De Rossi). Nel frattempo, suo cugino Johnny Soprano (Jon Bernthal) viene condannato al carcere e lui stesso si ritrova nello scomodo ruolo di figura paterna per il giovane Tony Soprano (Michael Gandolfini).


Una storia fatta di padri assenti. Dickie si ritrova suo malgrado a rivivere la tragedia di Edipo: dopo aver ucciso il padre, giace con la matrigna e come a causa di una sorta di castigo divino, ritrova il genitore nello zio, sempre interpretato da un redivivo Ray Liotta, il quale non riesce ad aiutarlo nei momenti di difficoltà, finendo per divenire una versione più quieta del fu genitore.
A sua volta, il giovane Tony (interpretato dal figlio di James Gandolfini, Michael, il quale dimostra un ottimo talento) è alle prese con un padre evanescente, con il quale non riesce ad instaurare alcun rapporto, mentre la sua vera vera figura paterna, ossia Dickie, finisce per abbandonarlo.


Sullo sfondo, l'ascesa criminale della comunità nera, in una ricostruzione minuziosa e vibrante delle proteste di fine anni '60 che finiscono per portare ad una singolare forma di inclusivismo, quello criminale, con un finale dove il reietto diviene esso stesso maschio alfa grazie alla violenza.
E, di fianco alla ricostruzione storica, quella umana, dei personaggi che chi conosce la serie già ha inquadrato.
La distruzione mentale di Livia trova qui la sua origine, con il rifiuto di una cura farmacologica che la porterà ad una nevrosi crescente. Così come ha inizio la cattiveria acida di Junior, il quale passa dall'essere una spalla supportiva ad un egocentrico vendicativo. Soprattutto, si assiste all'inizio dell'erosione del carattere di Tony, che già in giovane età vede le sue ambizioni tarpate da un ambiente che sembra non considerarlo, di sicuro non apprezzarlo.


Tutto questo percorso caratteriale non trova volutamente una chiusa; ogni conflitto viene accennato, pochi sono risolti in modo adeguato e altri non trovano alcuna catarsi. Non aiuta di certo la regia piatta di Alan Taylor, che, pur formatosi con la serie, non trova qui l'enfasi giusta per dar corpo agli eventi, i quali scorrono spesso piatti e senza mordente.
L'operazione di trasposizione finisce così per ricordare quanto fatto da Vince Gilligan con "El Camino", ossia un film pensato per i fan, ma che non aggiunge davvero nulla a quanto detto nella serie originale. L'opera di Chase e Taylor è professionale e perfettamente recitata, ma chi ha amato la serie non ci troverà nulla di nuovo, mentre chi non la conosce finirà per trovare la storia ancora più inconcludente.

mercoledì 24 novembre 2021

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

The Green Knight

di David Lowery.

con: Dev Patel, Alicia Vikander, Joel Edgerton, Sarita Choudury, Anais Rizzo, Ralph Ineson, Sean Harris, Kate Dickie, Barry Keoghan, Erin Kellyman.

Fantastico

Irlanda, Canada, Usa, Regno Unito 2021













Che cos'è il coraggio? Lo possediamo davvero tutti o dobbiamo guadagnarcelo soffrendo e lottando contro un destino certo? David Lowery si pone queste domande riportando in scena la storia del "Cavaliere Verde", uno degli episodi più particolari del Ciclo Bretone, creando un film ipnotico e affascinante.


A Camelot, la sera di Natale, Re Artù (Sean Harris) festeggia con i suoi fidi cavalieri, quando all'improvviso un gigantesco cavaliere verde irrompe nelle sale. Lo strano figuro offer al re un gioco: chiunque riuscirà a colpirlo riceverà in dono la sua possente ascia, ma, in cambio, ad un anno esatto, dovrà recarsi presso la Cappella Verde e ricevere in cambio quello stesso colpo.
Gawain (Dev Patel), qui nipote di Artù, accetta la sfida e decapita il cavaliere verde, vincendone l'arma. Ma un anno passa sin troppo in fretta...


Il nemico della gloria è la morte. La morte è onnipresente in "The Green Knight", a partire dal colore verde, il marcio, il colore della terra che si riappropria di ciò che è distrutto, trasformandolo il altro, assimilandolo a sé. La morte è qui concetto laico, non cristiano: non c'è una continuazione alla vita, che si sfalda e finisce al momento in cui si spira. Come re Artù, oramai vecchio e moribondo, o la "santa" Winnifred, che pur comparendo come spirito torna subito a divenire cadavere.
Gawain è, in pratica, un codardo, un uomo che rifugge la gloria per paura della morte e, prima ancora, indugia nei piaceri più labili evitando i suoi compiti di cavaliere; come un novello Enrico V, preferisce il vino alla spada e la sua donna, di umile estrazione e forse meretrice, è usata come mero orpello da usare per i propri piaceri.
La chiamata all'avventura diventa così un viaggio che tempra il cavaliere e, forse, lo redime.


La prima impresa di Gawain è anche la più importante: al primo imprevisto, viene derubato da un pugno di ragazzi. Spogliato dei suoi mezzi, di quegli addobbi che ne sanciscono lo status di cavaliere, deve ritrovare da sé la virtù, schivando la paura della morte e mettendosi in gioco in prima persona, da cui il rifiuto dei giganti di aiutarlo ad attraversare la valle.
La catarsi diventa la vera impresa: con un'anticipazione, l'aspirante cavaliere realizza come l'onore non sia una menzogna, o almeno come un regno edificato su di una menzogna sia destinato a cadere, come la morte lo attenda comunque. Da qui la decisione di accettarla, che conduce ad un finale volutamente ambiguo, che lascia il destino dell'eroe in sospeso, forse perché non conta tanto ciò che avverrà, quanto ciò che Gawain ha imparato, come si è evoluto.


L'occhio di Lowery è attentissimo alla composizione dell'inquadratura. Con la fotografia di Andrew Droz Palermo da vita ad immagini incredibili, ammantate nelle tenebre o nelle nebbie, creando un'atmosfera irreale; quello di Gawain è un viaggio onirico, nella mente prima ancora che nella coscienza, un sogno ai limiti del febbricitante dove tutto è possibile, dove il confine tra vero e immaginario è inesistente, in contrasto con la forte crudezza di costumi e scenografie.



"The Green Knight" è un'opera ipnotica, affascinante nella messa in scena, convincente nella declinazione del mito; una piccola grande epica che dimostra come sia ancora possibile raccontare il mito in modo moderno ed efficace.

martedì 23 novembre 2021

Paganini

di Klaus Kinski.

con: Klaus Kinski, Debora Caprioglio, Nikolai Kinski, Dalila Di Lazzaro, Eva Grimaldi, Marcel Marceau, Andrè Thorent, Donatella Rettore, Bernard Blier, Tosca D'Aquino, Feador Chalipain Jr.

Biografico/Erotico

Italia, Francia 1989














Quando il 23 Novembre 1991 Klaus Kinski si spegneva nella sua casa in California, la stampa decise di ricordarlo in modo bizzarro e forse indegno, ossia come uno degli attori più difficili da dirigere. Non che non fosse vero, basti pensare alle sfuriate con il pur amico Werner Herzog o le strampalate pretese sui set degli ultimi film da lui interpretati. Ma Kinski era certamente di più di un matto dal grande talento, era forse uno dei migliori attori del XX secolo, che poteva contendere a Marlon Brando e Laurence Oliver la corona di migliore in assoluto.



Certo è che il suo carattere non lo ha davvero aiutato: affetto da schizofrenia, certificata in gioventù, Kinski odiava il ruolo del regista al punto di rifiutare ingaggi da parte di artisti del calibro di Pasolini, Spielberg e Ken Russell, spesso optando per apparire in b-movie dove poteva meglio influenzare la produzione. E non si può neanche dire che la sua carriera ne abbia davvero risentito, con oltre 130 ruoli accreditati ed un curriculum che spazia dalla serie A alla serie Z. Eppure, sembrava che davvero mancasse qualcosa a Kinski, quel "quid plus" che lo caratterizzasse come artista vero e proprio. Qualcosa che ai suoi occhi ha la forma di un progetto davvero personale, un film a cui sia attaccato non solo per motivi lavorativi, ma anche affettivi. Film che diviene, purtroppo, anche il suo ultimo lavoro, ossia "Paganini", stramba e delirante biografia del violinista "del diavolo" che Kinski dirige in prima persona, ma solo dopo il rifiuto dell'amico Herzog.



Nella sua "Versione Originale", montata da Kinski in prima persona, così come nella theatrical cut, di poco più corta, "Paganini" è un'allucinazione folle e incontrollata di un artista (sia quello della storia, sia colui che la racconta) in preda ad un delirio animalesco. Le visioni, talvolta rinchiuse in singole inquadrature, sono sfrenate e incontrollate, tanto che a volte si fatica a seguirle. Così come si fatica a seguire tutta la narrazione, sfilacciata sino al pasticcio.
Il Paganini di Kinski è una figura demoniaca, un mostro in grado di penetrare il corpo e la coscienza delle donne grazie al solo violino. E la sua storia è tutta qui, una sarabanda di donne in orgasmo, preti indignati e sviolinate libere, la cui unica luce di bontà viene data dal tenero rapporto tra il violinista ed il suo pargolo, interpretato dal vero figlio di Kinski.


"Paganini" è follia messa su pellicola, un viaggio allucinato e incontrollato dentro la testa di autore che pensa ad un altro artista, la cui vita lo affascina. Non c'è metodo nell'esecuzione, non c'è un filo logico, o a-logico o nesso alcuno tra scene, inquadrature e immagini, che talvolta paiono fuoriposto, con tutte quelle carrozze in corsa e l'ordine cronologico degli eventi scardinato sino al non-senso. Immagini al ralenty, pornografia vera e propria (e il dietro le quinte svela come spesso le attrici siano state letteralmente abusate dall'attore/autore) e musica classica si amalgamano senza fondersi, senza mai trovare un punto cruciale, restano elementi tra loro estranei.



La visione si fa così tour de force pesante sino alla noia, un assistere passivo ad eventi privi di significato sul lungo termine e talvolta persino nel breve termine. Kinski, in fondo, non fa che ripetere un concetto, ossia: "Paganini era un genio musicale che amava alla follia il sesso" e lo fa sino alla ridondanza, la quale arriva già dopo la prima sequenza, quei diciannove interminabili minuti del concerto al Regio Teatro di Parma con la voce-off di una donna gaudente.
Il tutto cucito in immagini piatte, quasi tutte create palesemente con soli teleobiettivi, nelle quali i personaggi si muvono senza senso o scopo, tranne quando sono colti dalla passione erotica.


L'ultimo Kinski è, forse, il Kinski più genuino: sfrenato, sfrontato, strafottente ed egocentrico sino alla violenza, vera e artistica. "Paganini" è così uno strambo pasticcio "d'autore", un getto di sangue e sudore su pellicola fatto d'istinto, di pancia più che di mente o coscienza. Un lascito che non rende però giustizia alla carriera del suo autore, ma forse rende perfettamente giustizia all'uomo, geniale e sfregolato, una figura di culto alla quale neanche le orrende accuse di pedofilia senmbrano poter adombrare il mito.