venerdì 10 dicembre 2021

Matrix Reloaded

The Matrix Reloaded

di Lana & Lily Wachowski.

con: Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Laurence Fishburne, Hugo Weaving, Lambert Wilson, Monica Bellucci, Gloria Foster, Randall Duk Kim, Nathaniel Lees, Collin Chou, Harry Lennix, Jada Pinkett Smith, Harold Perrineau, Clayton Watson, Anthony Brandon Wong, Helmut Bakaitis.

Azione/Fantascienza

Usa 2003










All'indomai della sua uscita in sala, "Matrix" divenne un fenomeno popolare, oltre che un legittimo cult. I fan andarono oltre quello che nel film era effettivamente mostrato e, spronati dagli spunti che avevano effettivamente ispirato il duo di registe, trovarono significati nascosti e simbolismi astratti nelle peripezie di Neo, Morpheus e Trinity. "Matrix" diventa così la cosiddetta "Bibbia del XXI secolo", un pezzo di cinema che si fa testo filosofico a sua insaputa, ispirando masse di complottisti a formulare le più disparate teorie gnoseologiche ed esistenziali. Nulla che, in realtà, 50 anni di fantascienza post-moderna non avessero già fatto, ma in qualche modo il fenomeno si popolarizzò sino all'estremo.
Le Wachowski, dal canto loro, avevano grandi piani per la loro opera. "Matrix" non doveva essere più un semplice film, ma il primo tassello di una trilogia che potesse rivaleggiare con "Star Wars" e la allora recente saga del "Signore degli Anelli". Joel Silver e la Warner accolsero a braccia aperte l'idea di creare ben due sequel ad un film di successo, ma questa continuazione non sarebbe stata una semplice storia filmica, bensì un dittico con un'unica, grande e complessa trama, affiancato da un prequel e degli spin-off prodotti sotto forma di cortometraggi anime, da far dirigere ai migliori autori del medium sulla piazza, oltre che un videogame che narrasse una storia parallela, ad integrazione di quella narrata sul grande schermo.


"Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions" arrivarono in sala nel 2003, a distanza di sei mesi l'uno dall'altro ed il risultato fu sconvolgente: laddove il primo film era un perfetto mix di thriller e azione che usava ispirazioni filosofiche per portare avanti una storia prettamente di genere e che per questo funzionava perfettamente, i due sequel sono tanto ambiziosi sul piano narrativo, contenutistico ed estetico quanto goffi nell'esecuzione, sgraziati nello stile, afflitti da dialoghi tanto pretenziosi quanto risibili, due vere e proprie "fesserie" che credono di essere alta filosofia applicata alla Settima Arte.


La storiella elaborata dalle Wachowski e spalmata su due film da due ore e venti è facilmente riassumibile: Neo deve trovare l'Oracolo, questi gli dice che deve incontrare l'Architetto, ma per farlo avrà bisogno del Fabbricante di Chiavi, prigioniero del Merovingio. L'Architetto, a sua volta, dice a Neo di recarsi alla Sorgente, nel cuore dell'impero delle macchine. E questo e quanto, più o meno, ossia un mero pretesto per far muovere i personaggi da un punto A ad un punto B, con combattimento obbligatorio ad ogni sosta. E non sarebbe neanche male come trovata se almeno gli script non fossero pieni di buchi e controsensi.
L'Oracolo è un software delle macchine e alla richiesta del perché aiuti gli umani risponde praticamente con un'alzata di spalle (in "Reloaded"), altrimenti il film non potrebbe proseguire. Il Merovingio è anch'egli un software, ma non si sa per quale motivo è schiavo dei vizi della carne e sa cosa significhi, letteralmente, pulirsi il culo con la seta; come tutto ciò sia possibile non è dato sapere, così come il perché ad un certo punto abbia deciso di prendere in ostaggio il Fabbricante di Chiavi, forse perché restava sempre chiuso nel bagno sbagliato.


Non che con i personaggi umani vada meglio; quei pochi che vengono introdotti sono monodimensionali e dimenticabili: Locke è il semplice antagonista di Morpheus, con il quale è sempre arrabbiato perché una volta era l'uomo di Niobe, ora la sua donna... logica dice che dovrebbe essere il contrario, ma va bene lo stesso. Il consigliere Hamann è la figura paterna di cui nessuno sentiva il bisogno, mentre il Ragazzo (chiamato solo così) è un semplice fanboy di Neo simpatico come un'ernia, ma per lo meno il suo cortometraggio in "Animatrix" era uno dei più riusciti.
Il trattamento peggiore viene però riservato all'eroe e al villain. Per magia, nessuno ricorda più il volo di Neo sulla città alla fine del primo film ed è un vero peccato perché ora questo "eletto" è poco più del classico supereroe imbattibile e per sottolinearne lo status divino il duo di registe decide, saggiamente, di vestirlo come un monsignore. L'agente Smith, dal canto suo, è tornato ad esistere, non si sa come, ed ha anche acquisito l'abilità di duplicarsi (forse era una delle sue skill al level up giusto), come un vero e proprio virus che affligge Matrix... questo perché le macchine, nella loro infinita saggezza e lungimiranza, hanno deciso che gli anti-virus sono fuori moda, così come tutti i programmi di controllo software. Ma tant'è.
Se Neo è Superman, Smith è un arcinemico generico che non sa neanche lui ciò che vuole; in "Reloaded" sembra essere dalla parte delle macchine, ma in "Revolutions" sembra avere un piano tutto suo che concerne... sovrascrivere tutti gli essere umani? Per quale fine, ancora, non è dato sapere.


La parte action è migliorata, ma solo su carta. Le sequenze sono più lunghe e complesse, ma non per questo migliori rispetto al predecessore. Partendo dal presupposto che Neo è un Superman privo di punti deboli, tutta la tensione nei combattimenti che lo riguardano viene azzerata da subito. Ma quel che è peggio, la maggior parte delle sequenze d'azione sono inconsequenziali, non hanno né possono avere ripercussioni effettive sulla storia. Il caso più eclatante è quello del duello con Seraph, personaggio creato per il solo gusto di inserire una scena d'azione in più, che combatte con Neo perché "non conosci un uomo se non ti sei battuto con lui"... certo, come no. A cui segue il famoso scontro con "l'esercito" di Smith, puro onanismo visivo in cui la CGI mostra prepotentemente i suoi limiti, con i personaggi che a tratti diventano vistosamente dei manichini in computer graphic. Per poi arrivare alla lunghissima sequenza dell'autostrada, inutilmente complessa, ma per lo meno coinvolgente visto che vede protagonisti i "mortali" Trinity e Morpheus. Peccato che tra effetti invecchiati male, coreografia inutilmente complesse e i due famosi gemelli albini che finiscono scaraventati nello spazio da un'esplosione come in un cartone animato di Hanna & Barbera, alla fine a prevalere è lo sbadiglio.


La "filosofia" di "Reloaded" è poi sublime nel suo essere del tutto inconsistente. Si cerca di far riflettere lo spettatore sulla necessaria simbiosi tra uomo e macchina, ma il dialogo in merito è talmente privo di mordente da cadere a vuoto. L'agente Smith filosofeggia su come sia "lo scopo" a guidare le azioni di ciascuno... grazie tante, pensavamo che vi scontrasse per passare il tempo. Il Merovingio si lancia in una fantastica dissertazione su causa ed effetto... facendo eccitare una ragazza a caso per poterla concupire, proprio lui, che è puro software, per di più sposato con Monica Bellucci... forse anche i software sono frigidi? Fatto sta che quando invece le Wachowski hanno davvero l'occasione di riflettere sul caso di un software divenuto carne, con il personaggio di Bane, si guardano bene dal farlo, forse per non sembrare troppo nerd. Forse anche per questo hanno deciso di descrivere il futuro post-apocalittico come un gigantesco rave party, ossia per fare la figura delle tipe "in".


Negli ultimi 20 minuti la sceneggiatura da il meglio di se. Neo diventa un vero e proprio Gesù cyberpunk, riuscendo a riportare in vita i morti; quando esce da Matrix, scopre di avere i superpoteri anche nel mondo reale... peccato che poi in "Revolutions" le Wachowski si siano rese conto di aver creato un personaggio sin troppo perfetto e fanno finta che queste nuove abilità non siano mai esistite.
Al di là di una sceneggiatura ridicola e di una regia talmente veloce da non lasciare mai riprendere il fiato, a far specie è la totale mancanza di fantasia del film, che anziché espandere il mondo presentato nel predecessore, si limita a riciclarne concept ed estetica. Tant'è che si resta senza parole quando decide di mostrare l'esercito delle macchine come composto unicamente dalle seppie, uccidendo definitivamente la direzione artistica. Almeno gli umani sfoggiano degli inediti esoscheletri palesemente ripresi da "Aliens"... tanto che in "Avatar" Cameron ricambierà il favore prendendoli in prestito per la sua fantascienza finto-epica.


"Reloaded" riesce così non solo nell'impresa di essere un film brutto (oltre che monco, data la sua natura episodica), ma anche, assieme a "Revolutions", in quella di distruggere l'eredità di "Matrix"; la "saga" è presto diventata sinonimo di cinema idiota e pretenzioso, grazie alla natura cretina dei sequel, quasi delle vere e proprie parodie che si prendono fin troppo sul serio. E forse è proprio questa la definizione adatta, ossia quella di giochino che scimmiotta un altro film. Ma nelle parodie, per lo meno, l'umorismo è volontario.

giovedì 9 dicembre 2021

The Last Duel

di Ridley Scott.

con: Jodie Comer, Adam Driver, Matt Damon, Ben Affleck, Alex Lawther, William Houston, Marton Csokas, Tallulah Haddon.

Usa, Regno Unito 2021
















Dinanzi al flop di "The Last Duel", Ridley Scott ha commentato, stizzito, come sia colpa dei giovani e dei loro smartphone; il che, sommato alla polemica contro i film Marvel d'ordinanza, non ha certo giovato alla reputazione del filmmaker, il quale, per non farsi mancare nulla, ha anche inveito contro un critico reo di averlo stroncato. Un comportamento che di certo è criticabile, ma forse comprensibile, visto come quest'ultima fatica del cineasta inglese è una delle sue più riuscite, elegante, affascinante e caustica.


Nella seconda metà del XIV secolo, il nobile Jean De Garrouges (Matt Damon) prende in sposa la bellissima Marguerite de Thibouville (Jodi Comer), la quale affascina l'amico/nemico Jacques Le Gris (Adam Driver); alle accuse di stupro mosse dalla donna verso quest'ultimo, viene istituito un duello per stabilire la verità, la quale muta in base al punto di vista dei personaggi.


Il punto di ispirazione è il capolavoro di Akira Kurosawa "Rashomon": anche lì al centro di tutto c'erano tre differenti versioni di un'accusa di stupro, solo che qui il punto di vista sui fatti non è narrato dai personaggi, ma ripreso direttamente dalla loro esperienza. Ma a Scott (e all'autore del romanzo di base Eric Jager) non interessa tanto la verità sui fatti per sè stessi. L'atto dello stupro non viene negato neanche nella versione dell'accusato, né addolcito. Ciò che conta è il modo in cui ciascuno vede la donna: Jean come moglie, Jacques come preda, Marguerite, custode della verità, come vittima.


La donna è ancella di supporto per il marito, angelo del focolare, supporto morale che lo aiuta a sopportare i doveri dell'uomo e i suoi doveri di perno su cui la società si basa.
La donna è preda da concupire, da sottomettere, da conquistare con la forza anche quando oggetto degli amorosi sensi. Nell'atto della congiunzione, non c'è differenza tra una dama ed una puttana.
La donna è la vittima per eccellenza, l'ultima ruota del carro in una società governata dagli uomini, ma di fatto gestita dalle donne, le quali attendono i doveri lavorativi in assenza del "padrone" e quelli coniugali, anche quando non ne hanno volontà.


Nei confronti, soprattutto durante il capitolo dedicato a Jacques, Scott si sofferma sulle reazioni di chi circonda i protagonisti, quei testimoni silenziosi chiamati ad assistere allo scontro ideale e fisico tra i personaggi, lasciando alle loro espressioni esterrefatte ogni commento sullo stesso. Se già durante i primi capitoli il messaggio femminista è forte, nel terzo diventa dirompente. Limitandosi a mostrare il ruolo che la società del Basso Medioevo riservava alle moglie, si riflette il ruolo che queste hanno nella società odierna. Qualche metafora risulta forzata, come quella della giumenta, ma in generale si riesce davvero ad empatizzare per una categoria che, all'epoca, viveva in subalternità, priva di una propria voce e di importanza effettiva sul piano politico-sociale.
Una forma di femminismo che riesce a non essere mai petulante o pretenzioso, sicuramente poco originale, ma quantomai efficace.


Nella messa in scena, Scott abbandona gli anacronismo che lo hanno reso famoso ed usa un registro classico e realistico. La ricercatezza dei costumi è incredibile, così come la riproposizione delle usanze e dei modi. L'uso di scenografie naturale, con location al posto dei set con green screen, concede un'aura tangibile alle immagini, splendidamente immortalate dalla fotografia del sempre bravo Dariusz Wolski.
La costruzione delle scene d'azione è meno caotica di quanto fatto dall'autore in passato; il duello, cuore del film, non ha certo la perfezione formale di quelli visti nell'esordio "I Duellanti", ma ha comunque una forza unica, data dalla forte fisicità e dalla coreografia puntuale, ottimamente trasposta grazie ad un montaggio più lineare di quanto era lecito aspettarsi.
Il tocco di classe definitivo lo da il cast: Adam Driver è solido come sempre, Ben Affleck si diverte un mondo a giogioneggiare, mentre Matt Damon si riscopre quanto mai espressivo e ispirato. Ma su tutti domina Jodie Comer, in una performance forte e sentita.


Inutile dire che il flop sia stato immeritato. E' vero che Scott ha diretto un film antispettacolare, del tutto lontano dalla sensibilità del pubblico moderno, ma la capacità espressiva che qui dimostra non si vedeva nel suo cinema da anni. Senza contare come la messa in scena verosimile e quadrata fa dimenticare le orride ricostruzione para-storiche di "Le Crociate" e "Robin Hood".

R.I.P. Lina Wertmuller


 1928 - 2021

Con i loro titoli chilometrici ed indimenticabili, le commedie di Lina Wertmuller sono state tra le più rappresentative dello stato delle cose nell'Italia del Secondo Dopoguerra. Tra le vite in decomposizione de "I Basilischi", i battibecchi tra classi in "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto", l'ossessione dell'onore di "Pasqualino Settebellezze" fino alla melanconia generazionale di "Io speriamo che me la cavo", il suo sguardo è sempre stato acido, ma sincero, acuto e mai elitario, in una filmografia che andrebbe riscoperta.

martedì 7 dicembre 2021

Cry Macho- Ritorno a Casa

Cry Macho

di Clint Eastwood.

con: Clint Eastwood, Eduardo Minnett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola, Horacio Garcia Rojas. 

Drammatico

Usa 2021












Clint Eastwood ha 91 anni, la voce spezzata, l'andatura curva, ma anche un carisma ed una presenza scenica che molti suoi colleghi più giovani si sognano. Con "Cry Macho" sembra voler nuovamente dare una chiusa alla sua carriera, 12 anni dopo "Gran Torino", che già poteva essere visto come la riflessione definitiva sulla sua filmografia. Ma laddove il bellissimo film del 2009 era furente, quest'ultima opera è volutamente dimessa, piccola, fatta quasi sussurri e per lo più di sguardi. Un congedo informale e intimista.


La storia di un figlio ritrovato, di un viaggio che ridà dignità e vita ad un uomo oramai sul viale del tramonto è quanto di più eastwoodiano si possa immaginare, con echi di "The Honytonk Man". La trama è archetipica: il vecchio cowboy Mike Milo (Eastwood) varca la frontiera con il Messico per riportare dal padre, suo ex boss, il giovane Rafo (Eduardo Minnett), letteralmente rapito dalla ricca e lasciva madre.
Il viaggio formativo, con proverbiale diffidenza iniziale e susseguente amicizia, viene però interrotto dall'arrivo nella cittadina messicana. Qui il film mostra la sua duplice natura, non più quella di genuino road movie, ma elegia di un tempo ritrovato, con Mike che ritrova quella famiglia che pensava di aver perduto. Ma anche di riflessione su di un passato idealizzato da altri, ma in realtà molto più prosaico di quanto si voglia credere, come ne "Gli Spietati".


Il ritmo è quello della terza età, lento e meditabondo, ma mai fiacco, andante nel modo giusto per dare spazio ai personaggi, i cui conflitti si risolvono in modo volutamente anticlimatico, senza roboanti climax o colpi di scena, ma nel modo più naturale possibile. Tanto che l'unico limite nella messa in scena è dato dalla recitazione acerba dei comprimari, in contrasto con quella più rilassata e autentica di Eastwood. che qui trova nuovamente un equilibrio perfetto per una storia archetipica.

venerdì 3 dicembre 2021

Il Potere del Cane

The Power of the Dog

di Jane Campion.

con: Benedict Cumberbatch, Kirsten Stewart, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee, Keith Carradine, Thomasin McKenzie, Sean Keenan, George Mason, Ramontay McConnell, Max Mata.

Inghilterra, Australia, Usa, Canada, Nuova Zelanda 2021












E' il 1925, il luogo le pianure del Montana. La terra è ancora selvaggia, ma la civilizzazione è ormai imperante. In uno scenario immenso, quasi soverchiante nella sua infinità, Jane Campion torna al melodramma declinando uno scontro caratteriale scottante e coinvolgente, graziato da un Benedict Cumberbatch in ottima forma.


I fratelli Phil (Cumberbatch) e George (Jesse Plemons) portano avanti un ranch lasciato loro dai genitori, ora lontani. Dopo una vendita di bestiame, George decide di sposare la bella vedova Rose Gordon (Kirsten Stewart), madre del sensibile Peter (Kodi Smit-McPhee). I caratteri di Phil, Rose e Peter sembrano però essere del tutto incompatibili.


Due mondi collidono, o quasi. Phil è il selvaggio west, sporco, burbero, chiuso nella contemplazione delle tradizioni, con l'idolatrazione del mentore Bronco Henry sempre sulle labbra e una naturale avversione al nuovo, al cambiamento, a qualsiasi cosa sia incompatibile con il suo stile di vita, che lui sfoggia con orgoglio, camminando impettito.
La sua personalità è tossica, finisce per affliggere chi gli sta attorno. Rose, in primis, ne ha paura e combatte lo stress precipitando nel vortice dell'alcool. Ma non tutto è come sembra.
Anche Phil nasconde un segreto, un'identità ultranea che lo imbarazza: è omosessuale, in un tempo ed un luogo dove è solo la mascolinità esibita a contare. Da qui la vicinanza con Peter, chiamato apertamente "frocio", i cui modi sensibili rappresentano la figura dell'omosessuale, anche se la sua identità effettiva non è tale. Pur tuttavia, anche Peter nasconde un'identità "altra", una cifra oscura che non mostra, ma che è parte integrante della sua persona e che lo porterà a distruggere chi gli sta attorno.



La Campion descrive questo scontro in modo apparentemente pacato. Il ritmo è meditabondo, ma mai rilassato: sotto la superficie scorre una tempesta di emozioni pronte a esplodere, di parole non dette e azioni non poste in essere più loquaci di ogni dialogo e ogni gesto. La tensione regge per tutto la durata, incollando alla poltrona e quando cala, volutamente, l'occhio della regista regala immagini al solito ammalianti.
"Il Potere del Cane" è così un ottimo ritorno per la Campion, autrice che al solito non delude mai.

martedì 30 novembre 2021

Matrix

The Matrix

di Lana & Lili Wachowski.

con: Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Joe Pantoliano, Gloria Foster, Marcus Chong, Anthony Ray Parker, Julian Arahanga.

Azione/Fantascienza/Cyberpunk

Usa, Australia 1999












Con la sua uscita nell'ultimo anno del secolo, "Matrix" è come un punto esclamativo alla fine di due decadi di sviluppo e affermazione della narrativa cyberpunk. Nata più o meno nei primissimi anni '80, con la produzione di Philip K.Dick e alcune intuizioni Harlan Ellison a fare da precursori, portata sul grande schermo da "Blade Runner", la "via" del cyberpunk diventa mainstream a partire dagli anni '90. Innumerevoli sono le opere che vi si rifanno in questo decennio, all'interno di ogni medium immaginabile: in tv impazzano il "Tekwar" di William Shatner e "Total Recall 2070", che più che rifarsi al blockbuster di Paul Verhoeven sembra un vero e proprio adattamento di "Blade Runner"; nel mondo dei videogame arrivano le prime avventure immersive nelle forme dei due "System Shock" di Warren Spector, mentre perfino il fumetto mainstream non resiste al richiamo del genere, con le testate "2099" che reinventano i più famosi personaggi dell'universo Marvel in un universo pregno di tecnologia impazzita. Nella letteratura, Neal Stephenson porta il cyberpunk ad un livello successivo, cosciente di sè, dando nuova forma alle intuizioni avute da Gibson nel decennio precedente e lo stesso Gibson trova nuova affermazione con la Trilogia del Ponte. Nel mondo degli anime, oltre ad "Akira" già nel decennio precedente, è grazie a "Serial Experiments Lain" che il cyberpunk trova una nuova forma, più sottile e ermetica, pronta a dargli nuova profondità.
Al cinema, tuttavia, le cose sono stagnanti; l'adattamento di "Neuramante" è in cantiere dalla fine degli anni '80 e fatica a vedere la luce e, in compenso, quello di "Johnny Mnemonic" diventa un flop cocente, tant'è che lo strambo "New Rose Hotel" di Abel Ferrara sembra mettere una pietra tombale su ogni adattamento possibile di William Gibson. L'unico vero esponente del cyberpunk a trovare vero successo è il capolavoro di Mamoru Oshii, quel "Ghost in the Shell" che diverrà addirittura nuovo termine di paragone all'interno del filone medesimo.
Ed è proprio a GITS che le sorelle Wachowski (all'epoca fratelli) e in generale al cyberpunk declinato negli anime sembrano rifarsi per la creazione del loro cult.

 

"Matrix" è, innanzitutto, riproposizione e solo talvolta rielaborazione di topoi estetici, stilistici e narrativi altrui. Trovare tutti i riferimenti al passato è obbligatorio per poter davvero capire (e soprattutto apprezzare) il lavoro svolto dal duo di autrici.
Lo stile di regia, fatto di ralenty intensi e coreografie con wire-work esagerate pesca a piena dal cinema di Hong Kong, dagli action di John Woo alle infinite produzioni che gli Shaw Brothers hanno sfornato a partire dalla fine degli '60, in particolare dal cinema di Tsui Hark, che già negli anni '80 ne aveva esasperato lo stile verso una forma stilistica nuova, ancora più estrema nella sua forte componente spettacolare.
Se il concetto di "Matrice" intesa come cyberspazio viene ripresa direttamente da "Neuromante" (anche se sembra che lo stesso Gibson abbia ripreso il termine e il relativo significato da un episodio di "Doctor Who" di metà anni '70), quello di realtà virtuale come alternativa alla realtà sensibile con la quale gli essere umani possono/devono collegarsi viene dal romanzo "Simulacron 3" di David F.Galouye (che Rainer Werner Fassbinder aveva portato sul piccolo schermo nel 1973 con lo splendido "Il Mondo sul Filo"), ma soprattutto al saggio "Simulacri e Imposture" di Jean Braudillard, che appare nel film come "contenitore" della vera identità di Neo; il sistema di collegamento posto alla base della nuca è un richiamo a "Ghost in the Shell", che le Wachowski omaggiano anche nella scena della sparatoria al mercato durante l'ultima sequenza prima del climax. La guerra con le macchine, manco a dirlo, viene da "Terminator" e il concetto di realtà apparente come pura illusione, dietro alla quale si cela una realtà effettiva, si rifà alla letteratura di Philip K. Dick e ai suoi "diversi strati del reale", soprattutto dalla famosa intervista di Metz del 1977, nella quale l'autore teorizzava una realtà virtuale come illusione globale ordita da un governo delle macchine; ma da questo punto di vita, l'opera che sembra aver ispirato maggiormente le autrici è in realtà decisamente più pop, ossia il primo "Megazone 23", uno dei primi OAV ad essere mai stati prodotti.


Arrivato negli Usa come versione cinematografica di quel memorabile pastrocchio chiamato "Robotech", "Megazone 23" narra la storia di Shogo Yahagi, motociclista scapestrato e romantico la cui vita viene sconvolta quando un suo amico gli consegna una strana super-motocicletta, trasformabile in un robot da guerra; indagando sulle origini dello strano mezzo, il ragazzo scopre come il mondo in cui vive sia in realtà una simulazione creata ad hoc da un supercomputer, modellata sul Giappone degli anni '80 poiché visto come apice del benessere umano. In realtà, sia lui che i suoi concittadini vivono reclusi in una futuribile colonia spaziale semovente che tenta di ritornare verso la natia Terra.
Oggi come oggi, non è certo il caso di riscoprire "Megazone 23" ed i suoi due seguiti; trattasi di opere genuinamente figlie del loro tempo, dove le spettacolari immagini e la trama accattivante sono sorrette da una sceneggiatura lacunosa e incoerente, priva persino di un finale adatto. Tant'è che si può tranquillamente affermare come le Wachowski, facendone loro lo spunto di trama, riescano in realtà a dar vita ad un'opera decisamente più convincente e coinvolgente.


La distorsione del reale in "Matrix", così come in "Megazone 23" è totale, non ci sono ambiguità: Matrix è una simulazione, il mondo post-bellico è reale, ogni ambiguità è assente, cosa che distanzia il lavoro delle Wachowski da Dick e che rende la narrazione più piatta (tanto che Braudillard, all'uscita del film, finì persino per criticarlo), ma non necessariamente peggiore. Perché quello delle Wachowski, al di là delle influenze e degli spunti narrativi e filosofici, è sostanzialmente un ottimo film d'azione, un blockbuster che mira ad intrattenere creando sequenze action che in Occidente non si erano mai viste.
Da questo punto di vista, "Matrix" è, se non un capolavoro, quantomeno un gioiello di tecnica applicata all'intrattenimento: l'uso del bullet time per enfatizzare le acrobazie impossibili dei personaggi è ancora oggi sbalorditivo, impressionante all'epoca, così come la riproposizione degli stilemi del cinema d'azione di Hong Kong riesce davvero a creare una visione unica, fresca e affascinante.


La prima parte è per forza di cose la più riuscita: il mistero di Matrix, la "tana del coniglio" nella quale Neo precipita sino a scoprire la verità, la rivelazione di come il mondo sia fittizio e la realtà sia un incubo dominato da delle macchine che usano gli uomini come fonte energetica (trovata sicuramente poco realistica, ma lo stesso estremamente disturbante) e la scoperta di un mondo da incubo, ma reale, effettivo, che va riconquistato da un'umanità ridotta ai minimi termini.
Le Wachowski mantengono saldamente le redini della regia, sanno quando accelerare il ritmo e quando rallentare, dando spazio ai personaggi, lasciando che la narrazione fluisca in modo naturale, mai forzato.
L'uso dei simbolismi è azzeccato; nella prima parte torna la tematica del risveglio, portata in scena in modo quasi buenelliano, con Neo che si risveglia costantemente da un sonno che sembra eterno. Mentre il riflesso, lo specchiarsi in una superfice riflettente porta alla conoscenza di se stessi, rimarcata nella scena dell'Oracolo.


Dove "Matrix" inciampa e nel suo voler avere una profondità filosofica che, di fatto non ha, appiattendosi su citazioni inutili (perché la nave di Morpheus, il dio greco dei sogni e del sonno, è dedicata a Nabucodonosor?) e insistendo sul concetto di risveglio apofatico che in realtà smette di aver significato dopo la scena della pillola blu. Non più riuscita è la tematica della profezia che si autoavvera, con la resurrezione di Neo "miracolosa" che toglie ogni dubbio sulla sua vera identità, quella di un super-uomo piuttosto che quella di un uomo comune che ha trasceso i limiti dell'umana percezione.


"Matrix" funziona come thriller, nella sua prima parte, e come perfetta pellicola action nella seconda. La trama fantascientifica è si derivativa, ma perfettamente riuscita, riuscendo ad intrigare anche dopo la prima visione. E con la sua uscita in quel del 1999, ad un anno da quel "Dark City" che ne declinava gli stessi argomenti con un'estetica gotica, e nello stesso anno di "eXistenZ", può tranquillamente essere vista come l'ultima grande pellicola cyberpunk di Hollywood, il supremo tentativo della Mecca del Cinema di dare corpo alle ossessioni post-tecnocratiche di fine millennio. 

venerdì 26 novembre 2021

I Molti Santi del New Jersey

The Many Saints of Newark

di Alan Taylor.

con: Michael Gandolfini, Alessandro Nivola, Leslie Odom Jr., Vera Farmiga, Jon Bernthal, Ray Liotta, Corey Stoll, Michela De Rossi, Billy Magnussen, John Magaro, Michael Imperioli.

Usa 2021













A quasi quindici anni dalla sua conclusione, l'eco de "I Soprano" risuona ancora sia tra i fan della prima ora che tra coloro i quali, pur non amandola, ne riconoscono l'incommnsuarabile valore storico. Benché non priva di antecedenti, è con l'opera di David Chase che la golden age dei serial ha inizio; il tutto con un imperativo categorico: svecchiare il linguaggio televisivo affidandosi alle immagini piuttosto che alle parole, riprendendo stilemi narrativi tipicamente cinematografici e lasciando che siano le azioni a descrivere gli stati d'animo dei personaggi, piuttosto che le parole. Il mezzo televisivo rifiorisce con una narrazione ardita, anticonvenzionale e grazie ad una storia di gangster cruda, complessa ma al contempo lontana da molti dei luoghi comuni del genere.


Partendo dal lascito di Scorsese e l'immortale "Quei Bravi Ragazzi", Chase ibrida lo sguardo alla manovalanza criminale con lo psico-dramma, rifacendosi in parte anche al piccolo cult, ad esso coevo, "Terapia e Pallottole" di Harold Ramis, ma utilizzando uno humor più asciutto e nero. La storia del piccolo boss di Newark Tony Soprano, della sua rapace madre Livia, della sua matta e egocentrica sorella Janice e di tutto un pantheon di personaggi disfunzionali e deboli riscrive le regole del criminal-drama per farsi storia di perdenti, di sconfitte umane e materiali che trova una chiusa in quel perfetto finale aperto, dove tutto può accadere ma dove nulla accade perché darebbe un appiglio definitivo ad un cast che vive di indeterminatezza.
Eppure già all'indomani di quel finale, Chase parlava apertamente di un adattamento cinematografico, il quale, complice anche la prematura scomparsa di James Gandolfini, arriva solo oggi e nelle forme di un prequel. Un film che dovrebbe fare da "atto 0" al serial, ma che di fatto non aggiunge nulla a quanto visto nelle sei stagioni, né può essere apprezzato da chi non conosce la serie, restando un'opera interessante, ma incompiuta.


E' il 1967. Mentre in tutto il New Jersey impazzano le proteste della comunità nera, Dick Moltisanti (Alessandro Nivola) intreccia una pericolosa relazione con la nuova moglie del padre, l'immigrata italiana Giuseppina (Michela De Rossi). Nel frattempo, suo cugino Johnny Soprano (Jon Bernthal) viene condannato al carcere e lui stesso si ritrova nello scomodo ruolo di figura paterna per il giovane Tony Soprano (Michael Gandolfini).


Una storia fatta di padri assenti. Dickie si ritrova suo malgrado a rivivere la tragedia di Edipo: dopo aver ucciso il padre, giace con la matrigna e come a causa di una sorta di castigo divino, ritrova il genitore nello zio, sempre interpretato da un redivivo Ray Liotta, il quale non riesce ad aiutarlo nei momenti di difficoltà, finendo per divenire una versione più quieta del fu genitore.
A sua volta, il giovane Tony (interpretato dal figlio di James Gandolfini, Michael, il quale dimostra un ottimo talento) è alle prese con un padre evanescente, con il quale non riesce ad instaurare alcun rapporto, mentre la sua vera vera figura paterna, ossia Dickie, finisce per abbandonarlo.


Sullo sfondo, l'ascesa criminale della comunità nera, in una ricostruzione minuziosa e vibrante delle proteste di fine anni '60 che finiscono per portare ad una singolare forma di inclusivismo, quello criminale, con un finale dove il reietto diviene esso stesso maschio alfa grazie alla violenza.
E, di fianco alla ricostruzione storica, quella umana, dei personaggi che chi conosce la serie già ha inquadrato.
La distruzione mentale di Livia trova qui la sua origine, con il rifiuto di una cura farmacologica che la porterà ad una nevrosi crescente. Così come ha inizio la cattiveria acida di Junior, il quale passa dall'essere una spalla supportiva ad un egocentrico vendicativo. Soprattutto, si assiste all'inizio dell'erosione del carattere di Tony, che già in giovane età vede le sue ambizioni tarpate da un ambiente che sembra non considerarlo, di sicuro non apprezzarlo.


Tutto questo percorso caratteriale non trova volutamente una chiusa; ogni conflitto viene accennato, pochi sono risolti in modo adeguato e altri non trovano alcuna catarsi. Non aiuta di certo la regia piatta di Alan Taylor, che, pur formatosi con la serie, non trova qui l'enfasi giusta per dar corpo agli eventi, i quali scorrono spesso piatti e senza mordente.
L'operazione di trasposizione finisce così per ricordare quanto fatto da Vince Gilligan con "El Camino", ossia un film pensato per i fan, ma che non aggiunge davvero nulla a quanto detto nella serie originale. L'opera di Chase e Taylor è professionale e perfettamente recitata, ma chi ha amato la serie non ci troverà nulla di nuovo, mentre chi non la conosce finirà per trovare la storia ancora più inconcludente.