giovedì 6 gennaio 2022
R.I.P. Peter Bogdanovich
martedì 4 gennaio 2022
Matrix Resurrections
di Lana Wachowski.
con: Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Yaha Abdul Mateen II, Jessica Henwick, Jonathan Groff, Neil Patrick Harris, Priyanka Chopra, Jada Pinkett Smith, Christina Ricci, Lambert Wilson.
Fantascienza/Azione
Usa 2021
---CONTIENE SPOILER---
L'era di "Matrix" si è conclusa all'incirca a metà degli anni '00. La delusione per i sequel e la loro innata idiozia hanno condannato all'oblio quella che sembrava essere una perfetta cartina di tornasole dell'estetica e della filosofia dei primissimi anni del XXI secolo.
Le Wachowski, dal canto loro, si sono dapprima fatte perdonare la debacle con quell'adattamento di "V per Vendetta" di Alan Moore tanto libero quanto riuscito, solo per poi dare nuovo e peggiore sfoggio della loro pessima indole creativa sfornando film sempre più brutti: l'imbarazzante "Speed Racer", il giustamente dimenticato "Cloud Atlas" e l'ancora più imbarazzante "Jupiter Ascending", lasciando come vero lascito solo "Sense8" e i progetti collaterali a "Matrix". Tra questi, il più riuscito è stato il MMORPG "The Matrix Online", che continuava la storia oltre "Revolutions" ed espandeva la mitologia della serie in territori persino interessanti.
Ma la Warner non poteva ovviamente lasciar morire un marchio che, solo al cinema, ha fruttato oltre un miliardo e mezzo di dollari in totale. Ecco dunque entrare in cantiere un quarto capitolo, che si sarebbe fatto persino senza le creatrici dell'originale. Alla notizia, Lily si è tirata indietro, mentre Lana ha deciso di prendere in mano le redini dell'operazione creando un sequel-reboot che, nonostante gli sforzi, si è rivelato un vero e proprio flop al botteghino e ha diviso sia la critica che il pubblico. Urge dunque chiedersi, come al solito, se l'operazione sia davvero riuscita.
Torniamo indietro al 1999. Perché le Wachowski hanno creato "Matrix"? Sicuramente per i soldi e per giocare con il bullet time e il wire work, ma anche, forse, per creare un'opera in grado di stimolare la mente degli spettatori; come Braudillard e Dick che le hanno ispirate, le due sorelle volevano dare qualcosa di concreto al pubblico, ma cosa è stato davvero recepito di "Matrix"? Complice la loro volontà di trasformarlo in una trilogia, con esiti disastrosi, è stato rimosso dalla coscienza collettiva e prima ancora trivializzato: al pubblico non interessava la dicotomia realtà/finzione o il risveglio apofatico, quanto il look post-punk, le capriole e le sparatorie al ralenty.
Vent'anni dopo la fine della saga, con un finale aperto e maldestro quanto si vuole, ma al contempo definitivo, il brand doveva tornare e Lana Wachowski ha deciso innanzitutto di sottolineare questa questione: "Matrix" non è stato assimilato dal suo stesso pubblico e ora bisogna rivenderglielo, ma come?
L'aspetto più affascinante e male esplorato dei sequel era il concetto di ripetizione. L'eletto e la guerra contro le macchine erano cicli destinati a ripetersi all'infinito, da cui la discrasia e contestuale confusione tra destino e libero arbitrio. "Resurrections" riflette così sul concetto stesso di reboot, su di un ciclo che si ripete, sul rivendere al pubblico ciò che ha già avuto, ma in maniera leggermente modificata (e in ciò arriva però secondo, dopo lo scalcinato ma divertente "Jay & Silent Bob Reboot" di Kevin Smith). Lungo tutto il film, eventi familiari vengono riproposti, a partire dal prologo, ricalcato inqaudratura per inquadratura su quello dell'originale, con i soli dialoghi a chiarificare il fatto che quello che stiano vedendo è una riproposizione in variante (da cui il concetto essenziale di "deja-vu", sempre inteso come "modfica di qualcosa di preesistente"). Dopotutto, "i reboot sono facilmente vendibili". Ma proprio da qui parte la differenza: ora Neo è un game designer di successo, che circa venti anni fa ha fatto il botto con una trilogia di giochi chiamati, appunto, "Matrix". Ora è tempo di crearne uno nuovo, che si farà con o senza il suo coinvolgimento. La metanarrazione è divertente già presa sé, ma acquista valore quando la si riconnette al passato: ciò che è stato ora esiste solo in quanto rielaborazione ludica degli eventi, con l'agente Smith che è diventato il capo di Thomas Anderson e Morpheus che, come paradossalmente avveniva nel "Nirvana" di Gabriele Salvatores, è una ricostruzione digitale del personaggio reale che ha preso coscienza di sé.
La storia diventa così ri-narrazione: il nuovo Morpheus libera Neo assieme ad una nuova Trnity, chiamata Bugs come il coniglio, ossia quel Bianconiglio che per primo mostrò al protagonista la via di fuga dalla finzione. Gli specchi e le backdoor sono ora parte integrante del sistema di immersione e fuga e, soprattutto, Matrix è stata aggiornata ad una nuova versione, più in linea con la contemporaneità.
La nuova Matrix altro non è se non il mondo post-Internet (o "post-Matrix", verrebbe da dire), dove i videogames sono la nuova realtà, un'immersione in un mondo che si sa essere irreale e per questo piace più della realtà. Un mondo dove gli hacker sono stati sostituiti dagli utenti dei social, dove tutti sono connessi eppure non hanno nulla da dire. Concetto interessante e a dir poco scottante... che la Wachowski decide paradossalmente di isolare nei deliri di un Merovingio ancora più macchiettistico, ma che per fortuna resta in scena per giusto qualche secondo.
Eppure la volontà di rivalsa dell'autrice è lo stesso forte: abbiamo abbandonato la volontà di cercare il vero, di andare oltre la percezione della realtà, da qui la necessità di ripercorrere il cammino liberativo di Neo, questa volta anche in modo diverso.
Perché se prima era davvero Neo l'eletto, ora questo concetto è diviso tra lui e Trinity, tra due persone, uomo e donna; la rivoluzione parte dall'uninione, da quella "forza dell'amore" tanto ridicola dei precedenti sequel, quanto azzeccata adesso.
La storia funziona proprio per il suo essere una riproposizione, una copia non conforme all'originale, un ciclo che si ripete uguale e diverso, ma sempre cosciente di sé stesso (e in questo è forte anche l'assonanza con "Innocence: Ghost in the Shell 2"). E l'operazione riesce anche e soprattutto perché scevra da nostalgia: la ripetizione è data per motivi contingente, non per galvanizzare il pubblico. Anche se non tutto fila liscio: l'agente Smith, al solito redivivo senza spiegazione, ora è promosso anche ad improbabile deus ex machina e come sempre non si capisce perché un virus che ha cercato di assimilare Matrix debba continuare ad esistere, soprattutto in un mondo dove tutti i programmi pericolosi sono stati esiliati.
Le scene d'azione, d'altro canto, non hanno la forza del passato e l'uso estensivo di piani stretti e otturatore semi-chiuso dona loro una parvenza di vecchiaia, come se si fosse ancora nei primi anni 2000. Forse era Lily l'esperta di action nei duo, ma anche così risultano funzionali, anche se mai davvero memorabili. Perlomeno, gli obbrobri di "Reloaded" sono alle spalle.
"Resurrections" riesce così nella non facile impresa di ridare dignità alla saga di "Matrix"; complesso quanto basta, mai compiaciuto o sbruffonesco, è non solo il miglior sequel dei tre usciti, ma anche una fresca riflessione sul concetto di reboot e remake in un'era soffocata dalla riproposizione di schemi abusati e marchi corroborati. Ed è un vero peccato che il pubblico abbia deciso di bocciarlo.
venerdì 31 dicembre 2021
Spider-Man: No Way Home
con: Tom Holland, Zendaya, Benedict Cumberbatch, Jacob Batalon, Marisa Tomei, Jon Favreau, Willem Dafoe, Alfred Molina, Jamie Foxx, Rhys Ifans, Thomas Haden Church, Andrew Garfield, Tobey Maguire, J.K.Simmons, Tony Revolari, Benedict Wong.
Fantastico/Azione
Usa 2021
---CONTIENE SPOILER---
Sono passati quasi vent'anni da quando lo "Spider-Man" di Sam Raimi ha creato il comic-movie moderno. Venti anni durante i quali un'intera generazione ha conosciuto un Uomo Ragno con il volto di Tobey Maguire e che combatte nemici classici quali il Green Goblin e il Dottor Octopus. E per la Disney questo significa una cosa sola: nostalgia, una delle emozioni più potenti con le quali ricattare il pubblico.
Il piano è chiaro e semplice: riportare in sala quegli spettatori che magari si sono allontanati dal filone grazie alla maturità, con la promessa di far rivivere loro quelle emozioni di infanzia così genuine e così lontane. Rivendendo, al contempo, i vecchi film al pubblico più giovane, per il quale Tom Holland è stato il primo Spider-Man filmico. La scusa è anche trita, con quel multiverso che veniva introdotto per la prima volta al cinema con quel "Un Nuovo Universo" che è ancora ora la migliore incarnazione dell'Arrampicamuri al cinema.
Mischiando i postumi della saga di "Civil War" con un finale alla "One More Day", "No Way Home" si pone così come continuazione di tutti gli Spider-Man filmici (tranne, paradossalmente, proprio quel "Un Nuovo Universo" che è stato principale fonte di ispirazione) per ridare al pubblico ciò che vuole. E nonostante uno script claudicante, l'operazione alla fin fine riesce.
La premessa della storia, già da sé, è abbastanza lacunosa: rivelata l'identità dell'Uomo Ragno da Mysterio, con J. Jonah Jameson a capo di una crociata mediatica contro l'eroe, la vita di Peter Parker è un macello, visto che è accusato della morte del villain. Perché Peter non abbia neanche cercato di spiegare al pubblico le vere intenzioni di Mysterio è... un mistero. Perché la gente dovrebbe indignarsi per un eroe in maschera che uccide in un mondo dove Iron Man ha ucciso tutte le sue nemesi, Capitan America ha ucciso (in effetti due volte) Brock Rumlow e, in generale, tutti gli Avengers non si fanno scrupoli a sporcarsi le mani con il sangue dei nemici è anch'esso un mistero. Perché poi l'FBI accusi Spider-Man, che, ricordiamolo, ha contribuito a salvare miliardi di vite, di "vigilantismo illegale" sempre in un mondo dove esistono Iron Man e Thor è il mistero supremo. Forse perché, a differenza di Tony Stark, è povero, chissà.
La trama di per sé stessa, poi, continua a zoppicare quando Peter si rivolge al Dottor Strange per rimediare al casino: perché un incantesimo di mesmerizzazione apra le porte del multiverso è, di nuovo, un mistero, forse perché per gli sceneggiatori pensano che la magia non debba operare neanche secondo le regole della sospensione dell'incredulità. Perché poi lo Stregone Supremo sbagli un incantesimo a causa di un ragazzino petulante... beh, più che l'ennesimo mistero è semplicemente la prova di come Steven Strange sia in realtà il pirla supremo.
Tolta la premessa, pura scusa per avviare gli eventi, ecco tornare tutti i volti familiari alla serie: il Green goblin di Dafoe, l'Octavius di Molina, Jamie Foxx, ora di nuovo avvenente, come Electro, senza dimenticare Flint Marko e Lizard e, a metà film, anche Andrew Garfield e Tobey Maguire.
Paradossalmente, è proprio qui che il film funziona.
Kevin Feige e Amy Pascal hanno concepito il tutto come un prodotto da vendere, ma fortunatamente gli sceneggiatori sono riusciti a donare un minimo di calore ai personaggi. Tom Holland ora può mostrare di avere più di un'espressione e quando è chiamato a recitare sul serio riesce a stupire, sfoggiando un'intensità inedita. Tobey Maguire è più espressivo qui che in tutti e tre i film di Raimi messi assieme, usando uno stile sobrio con il quale fa trasparire le emozione grazie ai soli sguardi. Mentre Garfield continua a divertirsi come un matto. E, spaccata la maschera, Willem Dafoe presta finalmente anche il volto al Goblin creando un villain inquietante, che buca lo schermo ogni volta che appare e il cui look, molto anni '90, funziona a dovere, per una volta.
Anche nella seconda parte lo script inciampa a tratti, con Lizard e l'Uomo Sabbia che diventano cattivi di punto in bianco e con una macchina di Tony Stark che esce dal nulla per risolvere tutto. Ma riesce a riservare la più grande delle sorprese: finalmente anche lo Spider-Man di Tom Holland viene umanizzato. Se nel primo film il suo era il personaggio di un ragazzino che vuol fare colpo su di un'improbabile figura paterna, nel secondo un tizio spaesato dalle responsabilità che gli sono piovute addosso nel più incredibile dei motivi, qui si allinea alla bontà dei suoi alter ego del passato e, anzi, ne supplisce persino le carenze, tentando di salvare quei villain che, nei film d'origine, venivano lasciati morire, spesso in modo gratuito, come, amaramente, con il Doc Ock di "Spider-Man 2". La chiamata alla responsabilità avviene nel modo più ovvio possibile, ma è lo stesso ben accetta. E quando i tre uomini ragno interagiscono, confrontando i propri punti di forza e debolezze, il film funziona alla meglio, riuscendo a far trasparire il meglio del personaggio.
"No Way Home", inutile dirlo di nuovo, è una mera operazione commerciale con la peggiore delle intenzioni, ma finisce con l'essere il miglior Spider-Man del MCU. Un'attenzione maggiore ai dettagli avrebbe giovato, ma anche così persino lo spettatore più esigente troverà qualcosa di buono in un film fatto di emozioni più che di scontri.
martedì 28 dicembre 2021
Don't Look Up
con: Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Rob Morgan, Meryl Streep, Jonah Hill, Cate Blanchett, Melanie Lynskey, Kid Cudi, Tyler Perry, Mark Rylance, Timothée Chalamet, Ron Perlman, Ariana Grande, Michael Chiklis, Himesh Patel.
Usa 2021
Qual'è l'aspetto peggiore della pandemia? Sarebbe facile puntare il dito sui morti, ma, per quanto cinico sia da dire, la morte è l'aspetto più scontato. No, se c'è una cosa davvero mostruosa che la pandemia ha evidenziato è la frammentazione ideologica e sociale del XXI secolo. Non c'è coesione sociale, nazionale o anche solo familiare che tenga, ognuno pensa, in un modo o nell'altro, a sé stesso, prigioniero di una serie di idee che spesso sono bacate, puri pregiudizi supportati dal nulla.
Adam McKay, con "Don't Look Up" fa il punto della situazione con una metafora che in realtà metafora non è, urlando il suo punto di vista e esacerbando come al suo solito i toni; ma, è il caso di dirlo, riesce perfettamente nel ritrarre una società allo sbando.
Sostituiamo il Covid con una cometa in rotta di collisione con la Terra, il risultato non cambia. Gli scienziati, interpretati da DiCaprio e dalla Lawrence, cercano di avvertire prima le autorità, poi il pubblico, con risultati inconsistenti.
McKay punta il dito praticamente contro tutti. Dapprima la classe politica, incarnata da quel Presidente con il volto di Meryl Streep, un po' Trump, un po' la Clinton, preoccupata solo delle elezioni e di come il suo look influenzi i voti. Poi contro la classe dirigente, quei supermiliardari reminiscenti di Steve Jobs la cui eccentricità non è sinonimo di genio, ma di pura rapacità. I mass media, pronti a trasformare in pura narrativa un evento reale. Ed ovviamente noi, il popolo, inteso come persone, preoccupati solo di scrivere fesserie su Internet, incapaci di somatizzare una notizia senza andare nel panico e pronti a negare l'evidenza per il gusto di farlo.
I social media, ma anche i mass media in genere, in questo caos hanno la responsabilità maggiore. La televisione travisa le notizie per renderle innocue, facilmente digeribili da un pubblico oramai anestetizzato a tutto; mentre i social si fermano alla superficie delle cose, al modo in cui le persone vestono piuttosto a ciò che dicono, alla loro avvenenza piuttosto che al pericolo contro cui ci avvertono. Noi, in quanto utenti e persone, non siamo maturi, non siamo capaci neanche di quello spirito di autoconservazione proprio di ogni specie vivente, sostituito dalla curiosità verso le fesserie, verso le vita amorosa di Ariana Grande e Kid Cudi, doppi di tutte le pop star deficienti e ignoranti perfetti idoli di persone vuote.
Il dito è ovviamente puntato specialmente contro i negazionisti, i no-vax e tutti quei gruppi di persone che, spesso dall'alto di una conoscenza quasi nulla dell'argomento, si permettono di criticare chi ne sa più di loro sulla base del nulla, di concetti trovati per caso su Google e sui forum di complottisti e privi di ogni fondamento scientifico o talvolta anche solo logico, che arrivano a negare l'esistenza della catastrofe solo per darsi un tono.
Da qui la divisione, il caos cavalcato dalla classe dirigente per i propri scopi, l'ignoranza usata come arma per affermare il proprio status-quo, con il trionfo di chi ha già il potere e la sconfitta dell'umanità tutta.
In mezzo al marasma, i due scienziati sono gli unici a salvarsi, anche se in modo relativo. Certo, anche loro hanno i propri difetti e idiosincrasie, ma sono, alla fine della fiera, gli unici ad avere ragione. E McKay, per una volta, depone il cinismo per un finale più sentito, dove ritrova un vero sentimento di empatia verso questi due profeti della sventura e il loro destino avverso, facendo filtrare quella simpatia che molto spesso alla satira manca e lasciando il freddo in parte fuori dalla porta.
Il punto di riferimento sembra in questo caso l' "Idiocracy" di Mike Judge, oramai divenuto un cult, spiace dirlo, per la sua attualità. Ma lo stile di McKay è più asciutto, conduce la catastrofe come un vero dramma e la immerge in un contesto dato da personaggi che potrebbero essere tranquillamente definiti caricaturali se non fossero maschere realistiche di controparti drammaticamente reali.
La satira, di conseguenza, funziona a dovere e la narrazione non è mai davvero fredda. "Dont' Look Up" finisce così per essere un perfetto specchio del nostro tempo. Verrebbe quasi da dire "deformato", se non fosse che l'esagerazione grottesca e quantomai credibile. Purtroppo.
venerdì 24 dicembre 2021
Tokyo Godfathers
di Satoshi Kon.
Animazione/Drammatico/Commedia
Giappone 2003
E' sempre doloroso ricordarlo, ma Satoshi Kon ci ha davvero lasciati troppo presto, con poco più di un pugno di regie: quattro film, una magnifica serie televisiva ("Paranoia Agent") e il mai realizzato "Yume Miro Kikai" che, nonostante gli sforzi dei colleghi e amici, forse non vedrà mai il buio della sala; ma la sua eredità è immane, con praticamente ogni sua opera che ha lasciato un segno nel panorama dell'animazione nipponica e non solo.
Tutte opere che sono bene o male accomunate dalla tematica dell'inconscio, con la dissociazione identitaria causata dallo stress ("Perfect Blu"), la paranoia acuita anch'essa dallo stress che porta a questionare la realtà oggettiva ("Paranoia Agent"), il ricordo come viatico per rivivere una vita emozionante e oramai agli sgoccioli ("Millennuim Actress") o il sogno come manifestazione del subcosciente che diviene mondo da esplorare ("Paprika").
E poi c'è "Tokyo Godfathers" che spicca come una vistosa eccezione, proprio lì, nel perfetto centro della sua carriera. Un'opera anomala nel suo essere totalmente classica, una storia che si allontana dal registro ossessivo abituale per abbracciare i canoni della "dramedy" o, più precisamente, della favola natalizia.
Tra le festività di Natale e Capodanno, in una Tokyo innevata, i tre senzatetto Gin, Hana e Miyuki trovano tra i rifiuti una neonata; dapprima riluttanti, i tre, spinti soprattutto dall'entusiasmo di Hana, decidono di ritrovare i genitori della piccola, cominciando una stramba e surreale odissea tra le strade di Shiba-Koen.
Al centro di tutto, c'è la famiglia. Una famiglia anomala, quella composta dai tre protagonisti: Gin è un uomo di mezza d'età che mente riguardo al suo passato, Hana è un omosessuale, ex performer di un locale di okama che ha perso il compagno ed è caduto in disgrazia, Miyuki un'adolescente che si è allontanata drammaticamente dalla famiglia. Un padre burbero ed in fuga dalle responsabilità, una madre che non può generare figli ma che ha tutto dell'istinto materno ed una figlia chiamata suo malgrado a prendersi delle responsabilità e, al contempo, a vivere al centro di un nuovo nucleo famigliare.
Intorno a loro, il caos di una serie di famiglie in sfascio; le loro famiglie, in primis, dalle quali si sono allontanati in un modo o nell'altro. La famiglia del capo clan yakuza, che si sta allargando verso un nuovo membro mal voluto; quella degli immigrati brasiliani, divisa dalla lontananza, quella dei veri genitori della bambina, distrutta dal dramma. E poi c'è la bambina, una "messaggera di Dio" vera e propria.
Ribattezzata Kyoko in onore alla purezza della notte di Natale, è un vero e proprio deus ex machina che ricongiunge le unità divise verso un nuovo insieme, sposta i personaggi verso le destinazioni necessarie e li salva da un fato avverso. Una forza del karma, del destino o di Dio a seconda delle proprie credenze, è per l'autore il vero motore degli eventi, come il dio platonico "motore immobile" che fa muovere i personaggi là dove sono necessari. Attorno ai personaggi, un mondo dove sembra sia il caos a governare gli eventi, che si susseguono spesso a spese dei personaggi, con la bambina a fare da unica forza ordinatrice.
La Sacra Famiglia diviene così un modello che prende forma dal vivo tra le strade di Tokyo. Se i tre protagonisti guardavano la nascita di Cristo nella prima scena in modo annoiato, come per magia si ritrovano a dover vivere una storia simile. Storia che, muovendo dalla base della ricongiunzione tra esseri umani ed il superamento del male del passato, è perfettamente riconducibile allo spirito cristiano, per paradosso puro anche più di tanti film natalizi americani, rei, spesso, di traviarne il messaggio su coordinate laiche, se non addirittura verso valori che con il Natale hanno poco o nulla a che fare. Tanto che, con la sua aura di misticismo, "Tokyo Godfathers" finisce per essere una perfetta favola natalizia, vicina alla tradizione sebbene proveniente da un Paese dove il cristianesimo ha attecchito in modo del tutto originale.
"Tokyo Godafathers" è una commedia agrodolce irresistibile, pregna di umanità, che riesce ad essere coinvolgente senza scadere nel melenso o nel ricattatorio. Un film di buoni sentimenti genuino, puro come la neve candida ed estremamente sincero, un perfetto film natalizio.
lunedì 20 dicembre 2021
Matrix Revolutions
di Lana & Lily Wachowski.
con: Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Laurence Fishburne, Hugo Weaving, Mary Alice, Tanver K.Atwal, Bruce Spence, Lambert Wilson, Monica Bellucci, Harry Lennix, Helmut Bakaitis, Ian Bliss, Collin Chou, Nona Gaye, Harold Perrinneau, Jada Pinkett Smith, David Roberts, Clayton Watson, Anthony Wong, Nathaniel Lees.
Azione/Fantascienza
Usa 2003
---CONTIENE SPOILER---
Il fandom di "Matrix" (o quello che ne resta) tende a definire "Revolutions" come il peggiore della trilogia; il che è in realtà ingiusto se si pensa che, a differenza di "Reloaded", lo script di "Revolutions" ha almeno una trama che si sviluppa in modo coerente e non è un semplice pretesto per poter inanellare sequenze d'azione. Ovviamente ciò non lo rende comunque un buon film o anche solamente un film riuscito, visto che si porta dietro tutti i difetti del predecessore e ne sfoggia altri inediti.
Come sempre è proprio lo script a riservare le maggiori perplessità (per non chiamarle risate). Neo si è "dissociato" da se stesso ed è finito in una specie di Matrix "altra", simile a quella usata dagli umani per gli addestramenti. Come possa un uomo connettersi alla rete in modo del tutto naturale resta un mistero, evidentemente l'eletto ha il wi-fi incorporato. Nel limbo scopre due programmi che hanno avuto una figlia; al quesito riguardo come possano due programmi sapere cos'è l'amore, si risponde che "amore" è solo una parola, ciò che davvero conta è l'interazione che essa rappresenta... perfetto, ma come fanno due software a provare attrazione? Lungi dalle Wachowski cercare anche solo di riflettere in modo efficace sull'argomento, ma per lo meno possono andare fiere del fatto di aver anticipato un tema che il loro idolo Mamoru Oshii avrebbe trattato solo nel successivo "Innocence: Ghost in the Shell 2".
Il limbo dovrebbe inoltre essere una sorta di "anticamera" attraverso la quale i programmi "loschi" contrabbandano cose e persone in Matrix... perché? Contrabbandare da dove? Un ingresso illegale stile quello degli umani è precluso alle macchine?
Neo, dal canto suo, ha acquisito il potere di controllare le cose anche fuori da Matrix e riesce a distruggere un esercito di seppie con il solo pensiero... ma per qualche motivo è del tutto impotente dinanzi ad un avversario umano armato solo di bisturi... evidentemente in quella scena si era scordato di essere Superman con la telecinesi. Fatto sta che ad un certo punto perde la vista, ma continua a vedere grazie ad una sorta di veggenza, perché Frank Herbert ancora non lo avevano citato. Poi Trinity muore, ma Neo questa volta non la riporta in vita perché c'è bisogno di un minimo di drammaticità per introdurre l'ultimo atto, o almeno così sembra.
Grazie all'Oracolo, la verità sull'eletto viene finalmente rivelata: oltre ad essere un anomalia che sfugge ai calcoli dell'Architetto, è anche uno strumento dell'Oracolo per portare instabilità nell'equazione di Matrix. Ma l'instabilità non era connaturata all'equazione stessa? E, ancora, perché un programma delle macchine dovrebbe complottare contro le macchine stesse? Quando poi si cercano di spiegare i superpoteri di Neo nel mondo reale... semplicemente non si spiegano, l'Oracolo si limita a dire che ciò è possibile perché l'eletto trascende Matrix, qualsiasi cosa significhi.
In tutto questo, l'agente Smith è l'anti-Neo, anch'egli un super-essere che... deve distruggere Matrix? E se è vero che ci sono stati altri eletti e altri conflitti, sono finiti davvero tutti allo stesso modo? Possibile? Non è comunque un rischio troppo grande per l'egemonia delle macchine? Il tutto, ovviamente, è una scusa bella e buona per reiterare una rivalità che aveva senso solo nel primo film e che qui torna a causa della totale mancanza di idee. Tanto che la risoluzione del conflitto è alquanto ambigua: il bene vince sul male facendosi assimilare e distruggendo il male dall'interno? O è la forza dell'amore a salvare la situazione? E in cosa consiste questo "amore"? Nei fatti, giusto un concetto buttato lì per cercare uno scopo in un racconto del tutto risibile. L'importante è creare un combattimento roboante, ma che per tutti i motivi di sopra risulta freddo e stupido.
L'ambizione delle Wachowski questa volta travalica la mera azione e le porta ad inserire una scena di guerra vera e propria. La battaglia di Zion, a metà film, è grande e rumorosa, ma non riserva veri colpi di scena o morti drammatiche, finendo per essere giusto un grosso e sfavillante riempitivo. E anche qui lo script zoppica: possibile che tra le difese di Zion, l'ultimo bastione dell'umanità, non ci fosse un congegno EMP, ossia l'unico strumento efficace contro le seppie? Si, è possibile, altrimenti la battaglia sarebbe durata troppo poco.
Il simbolismo è fuori controllo. Neo, già eletto e profeta cieco che vede tutto, diventa angelo salvatore/figura cristologica ritratta in un modo talmente barocco da far sembra la cristologia che si sarebbe vista ne "L'Uomo d'Acciaio" come sottile. Smith è il diavolo, il male assoluto perché si, fatto delle fiamme dell'Inferno e in grado di concupire chiunque... e quando ride sfacciatamente, le Wachowski creano una delle inquadrature più involontariamente ridicole che si siano mai viste.
In generale, questo terzo capitolo si sforza di essere grande e intelligente, ma alla fine risulta solo ridicolo e a tratti noioso; tant'è che alla fine, a parte il ridicolo imperante, a restare impressa è solo l'immagine di Monica Bellucci strizzata nel completino di pelle.
L'eredità dei sequel è stata immane: "Matrix" è letteralmente scomparso dalla coscienza collettiva. Quello che un tempo era considerato un testo sacro della fantascienza (e non solo) è diventato un vecchio esercizio di pretenziosità estetica, stilistica e narrativa. Almeno fino al prossimo avvento di "Matrix Resurection".
venerdì 17 dicembre 2021
Diabolik
con: Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Claudia Gerini, Alessandro Roja, Serena Rossi, Roberto Citran, Luca Di Giovanni.
Noir
Italia 2021
Aspettando che la Bonelli decida di dare forma filmica concreta (e dignitosa) ad una qualsiasi delle sue proprietà intellettuali, a cercare di tenere vivo il filone dei comic-movie in Italia ci pensa, come al solito, il Re del Terrore, che dopo una travagliatissima gestazione, un vero e proprio development hell durato quasi dieci anni, torna in sala a quasi 60 anni dall'exploit di Mario Bava.
Ad avere l'onore e l'onere di rendere giustizia al ladro in nero delle sorelle Giussani, alla fine l'hanno spuntata i Manetti bros., che con un occhio agli albi originali e uno al loro ormai classico stile, creano una storia divertente che, tutto sommato, rende giustizia al mito a cui si ispira.
Storia che viene divisa in due parti. Nella prima assistiamo all'incontro tra Diabolik e Eva Kant, al loro corteggiamento, soprattutto alla creazione del mito di Diabolik, con la sua fama di "mostro" che lo precede, con una costruzione da thriller dove la regia strizza l'occhio proprio a Bava e alla sua rielaborazione delle influenze hitchcockiane.
Nella seconda, più ritmata, viene ricostruito il primo colpo del Re del Terrore con la sua bionda femme fatale, in un heist movie talmente puntuale nella costruzione da divenire quasi parodistico, anche se diretto con una forma di serena serietà.
E' proprio lo stile dei Manetti a conferire a tutta l'operazione un'aura di originalità.
La recitazione dei personaggi secondari è volutamente teatrale, caricata sino al caricaturale, trasformandoli in macchiette dalla sicura piattezza, ma dalla grande espressività. Di tutt'altro calibro e direzione sono invece le performance dei tre protagonisti. Marinelli come al solito sorprende con un'interpretazione laconica, trattenutissima: il suo Diabolik parla poco e non lascia trasparire emozioni, è una macchina dedita al furto che, come in un polar, lascia le emozioni sepolte sotto una maschera di inespressività. Eva Kant, nelle mani di Miriam Leone, diventa una donna in cerca di emozioni forti, controaltare espressivo allo stoicismo del partner; e perfino Valerio Mastandrea per una volta perde la sua proverbiale espressione annoiata (forse perché non deve interpretare il fratello malato di Marco Giallini per l'ennesima volta) e crea un Ginko pacato ma implacabile, perfettamente credibile e riuscito.
La storia bene o male funziona, sia per i neofiti che per gli appassionati: i primi riusciranno davvero ad apprezzare in pieno la statura iconica del personaggio, i secondi ritroveranno tutti i suoi punti di forza. E dare quel qualcosa in più, ci pensa lo stile.
I Manetti ricreano la fine degli anni '60 in modo efficace, con una tendenza estetizzante attentissima ai costumi e alle scenografie, tutte rigorosamente d'epoca. Complice anche la scelta di lasciare le ambientazioni originali, "Diabolik" finisce così per vivere in un limbo fuori dal tempo e dallo spazio, come il "Batman" di Burton, trovando una propria cifra stilistico estetica che ha un unico limite nella scelta, azzardata e perdente, di usare la camera a mano per le sequenze dialogiche, persino nei master, che fa scadere in parte l'efficacia stilistico-estetica.
Piuttosto che abbracciare il campo come faceva Bava, i Manetti conducono la storia in modo serio, lascinado che siano le singole situazioni a conferire un'aura ironico al tutto; e la sensazione di esagerazione viene restituita anche dall'ottimo registro musicale, perfettamente d'antan nello score e con canzoni che sembrano davvero uscite da un juke-box dell'epoca. Pur tuttavia, la giustapposizione tra serietà ed estetizzazione crea un effetto che può essere recepito come straniante.
Ne consegue un film anomalo, un comic-movie che rende giustizia alla fonte, ma che a causa del suo stile particolare potrebbe risultare indigesto al pubblico meno preparato. Il che è un peccato, perché il lavoro svolto dai Manetti è in un certo senso inappuntabile e trasuda amore per la cultura popolare da ogni fotogramma.
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