martedì 11 gennaio 2022

Lamb

di Valdimar Jòhannsson.

con: Noomi Rapace, Hilmar Snaer Gudnason, Bjorn Hylnur Haraldsson, Ingvar Sigurdsson, Ester Bibi.

Islanda, Svezia, Polonia 2021

















---CONTIENE SPOILER---


Ci sono opere ermetiche, che lasciano allo spettatore un margine di manovra nell'interpretazione del racconto; ci sono opere che fanno ricorso al simbolismo per veicolare messaggi più profondi, alla metafora per meglio traghettare un significato e all'atmosfera per comunicare una sensazione, uno stato d'animo che si fa avvolgente o straniante. E poi c'è "Lamb" che rifacendosi alla tradizione di tanto cinema autoriale europeo, tenta di intessere una narrazione astratta ed ermetica per parlare di lutto, alienazione e illusione, ma riesce solo a comunicare una forma di straniamento ai limiti del parodistico, con un uso del ritmo sonnolento e senza mai riuscire davvero a creare una forma comuncativa effettiva con lo spettatore.



Esordio per Valdimar Jòhannsson, coadiuvato alla scrittura dal poeta e scrittore Sjòn, "Lamb" racconta la storia di una coppia, Maria (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmar Snaer Gudnason), allevatori di pecore nella remota campagna islandese, e della loro bambina, Ada, ibrido umano-ovino, che crescono come una normale bambina.




L'eco di "Eraserhead", a livello tematico, è forte, ma laddove Lynch costellava il racconto di simboli astratti, "Lamb" è un racconto lineare, ermetico per l'uso minimale dei dialoghi e degli stessi simboli. La storia parla da sola: la coppia di neo-genitori non è affetta da un disturbo psicologico, la prospettiva di Pètur, fratello di Ingvar introdotto nel secondo capitolo, getta una luce oggettiva sui fatti e Ada è davvero una creatura vivente e "mutante". Cosa vuole dunque essere "Lamb"? Questo è quello che lo spettatore è chiamato a capire in 106 minuti di immagini.




"Lamb" è una storia sull'alienazione, forse, su come una coppia che vive ai limiti del mondo reagisca alla solitudine grazie ai legami famigliari, dati sia dalla genitorialità che dal rapporto fraterno.
Ma la scena del cimitero che apre il terzo capitolo getta anche un'altra luce sulla storia. Ada era il nome di una bambina morta. L'Ada che la coppia si ritrova a crescere è così, nelle  stesse parole di Maria, un nuovo inizio, la possibilità di creare un nuovo nucleo famigliare dalle ceneri del vecchio. Ada è un sostituo, ma non un surrogato, venendo amata appieno come se fosse l'unica creatura della coppia.




Il finale, con l'ingresso in scena della creatura paterna, quello che assieme alla pecora che viene uccisa da Maria è il vero genitore di Ada, getta anche un'altra luce sulla vicenda. La natura si riprende ciò che è suo da quegli esseri umani che l'hanno sottomessa, ne hanno estirpato la vita per accrescere egoisticamente la propria, senza badare ai suoi sentimenti. L'uomo-capra, feroce e sinistro, è lo spirito di quegli animali sacrificati per la sopravvivenza umana che si riprende letteralmente una parte di se stesso, una successione, ossia un diritto alla vita che gli era stato strappato.




Se la storia bene o male funziona, è il racconto di Jòhannsson a vacillare. La regia azzecca l'atmosfera, ai limiti del folk-horror e con inserti da fiaba campestre che accrescono il fascino della storia, ma poi si perde nella contemplazione inutile della quotidianità dei personaggi, che non aggiunge nulla al narrato e anzi affossa spesso le buone intenzioni. Anzicché dare spazio allo sfondo della campagna islandese, che fa capolino giusto in qualche bella inquadratura, la regia si perde in sequenze inutili, quasi come volesse artificialmente aumentare la durata di una storia che avrebbe funzionato anche con mezz'ora di durata in meno; anzi, probabilmente avrebbe funzionato meglio.




L'attenzione dello spettatore è così inutilmente diluita e sviata su particolari inutili, come il passato rock dei personaggi o la relazione tra Maria e Pètur. Il racconto risente così di lungaggini, ma soprattutto di un compiacimento spiazzante per il ritmo lento, per la contemplazione onanistica del nulla, che nulla da e nulla trasmette. Difetti tutto sommato scusabili, dato lo stato di esordiente del regista, ma che compromettono di molto la visione.

lunedì 10 gennaio 2022

La Perdizione

Mahler

di Ken Russell.

con: Robert Powell, Georgina Hale, Lee Montague, Miriam Karlin, Rosalie Crutchley, Guy Rich, Richard Morant, Antonia Ellis, Dana Gillespie.

Biografico

Inghilterra 1974













Ottenuta la fama con "I Diavoli", Russell torna inizialmente al suo primo amore, ossia la biografia dei grandi compositori. Con "Mahler" si approccia alla vita di Gustav Mahler (1860-1911) con gusto sperimentale, creando un'opera che forse non ha la forza di "The Music Lovers", ma rende lo stesso giustizia ad un grande artista.


Nel 1911, ad una settimana circa dalla morte, Gustav Mahler (Robert Powell) rientra a Vienna dopo un tour in America, accompagnato dalla moglie Alma (Georgina Hale). Il tragitto in treno è costellato dai ricordi della sua vita, dalla paura per la perdita dell'amore, dagli errori e dai lutti.


Un viaggio come metafora di una vita. Un percorso a ritroso frammentato e intramezzato da sogni e visioni. Russell adopera una messa in scena totalmente libera, alternando il rigore della verosomiglianza all'efficacia del' grottesco. Impossibile non innamorarsi della sequenza de "Il Convertito", vero e proprio film nel film con in quale si da corpo alla conversione al cristianesimo del compositore, usata come puro strumento per divenire direttore dell'orchestra sinfonica di Vienna.
Con piglio grottesco ed espressivo, Russell dà vita ad una situazione, appunto, grottesca, una conversione fatta ad hoc per compiacere una vecchia valchiria antisemita, con una favola nordica reminiscente del mito di Sigfrido e proiettata verso il futuro nazista.


Su tutto vigila l'ombra della morte, che segue letteralmente Mahler ovunque vada, con la scomparsa del fratello e della figlioletta a fare da spartiacque nella sua vita. L'altra sequenza da antologia è quella del funerale immaginario, dove l'eros e il thanatos si sovrappongono: morta la scomoda figura del compositore, la moglie è libera di concedersi allo spasimante Max, in un trionfo di libido e disperazione
Ma all'inevitabilità della fine, Russell contrappone la voglie di vivere ritrovata, la comunione rinsaldata con la partner, con un finale lieto, benché contrassegnato dalla precoce scomparsa del protagonista.


La vita del compositore viene scomposta e sviscerata. Oltre agli episodi cardine, Russell pone l'enfasi sull'infanzia, su quella formazione ferrea che il protagonista finisce per rifiutare, allontanadosi dalle lezioni di piano per riabbracciare la natura (complice il personaggio messianico del Vecchio Nick). Torna il simbolo dell'acqua, che però qui è solo inizalmente mortale: dopo averla abbracciata, Mahler la usa come fonte d'ispirazione, divenendo parte essenziale di quella natura alla base delle sue opere. Fondendosi con i suoni del cosmo, Mahler trova la vera ispirazione, riesce a creare una musica nuova, lontana dagli stereotipi dell'epoca, perfettamente in linea con quella forma di avanguardismo propria dei veri maestri.


Con un uso inedito dell'illuminazione naturale, Russell dà vita a visioni potenti ed il cast è azzeccato. Purtroppo la biografia di Mahler non ha la forza di quella di Liszt o Tchaykovsky, riuscendo a sorprendere ma non a coinvolgere davvero. La grandezza del suo autore è però lo stesso perfettamente incapsulata in questi magnifici 100 minuti di cinema e musica.

venerdì 7 gennaio 2022

R.I.P. Sidney Poitier


1927 - 2022

Inutile dire come Sidney Poitier abbia rappresentato molto più di un semplice attore dal grande talento e dal fascino magnetico. La sua carriera da sola testimonia la sua importanza, con la sua capacità di raggiungere lo stato di divo e mantenerlo in un periodo storico in cui il solo fatto di essere un attore afroamericano dal talento riconosciuto era di sé stesso un miracolo. Un volto unico, il suo, prestato ad opere impegnate e dirompenti, come "La Parete di Fango", "La Scuola dell'Odio", "La Calda Notte dell'Ispettore Tibbs" e l'ancora oggi attuale "Indovina chi viene a cena", ma anche a splendidi drammi intimisti come il mai dimentico "Incontro al Central Park".

giovedì 6 gennaio 2022

R.I.P. Peter Bogdanovich


 1939 - 2022

Assieme a Martin Scorsese, Bogdanovich ha rappresentato l'anima più cinefila della Nuova Hollywood. Ossessionato dal cinema del passato sino a riesumarlo in "Paper Moon", ha collaborato con la più grande icona di Hollywood, quel Orson Welles con il quale ha avuto un rapporto d'amicizia terminato in maniera burrascosa. E, prima ancora, ha portato avanti le istanze autoriali del cinema americano con capolavori quali "Bersagli" e "L'Ultimo Spettacolo". Un intellettuale completo, che non ha mai disprezzato l'autoirnonia, come provano le sue apparizione in "How I Met your Mother" e "It- Capitolo Secondo".

martedì 4 gennaio 2022

Matrix Resurrections

The Matrix Resurrections

di Lana Wachowski.

con: Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Yaha Abdul Mateen II, Jessica Henwick, Jonathan Groff, Neil Patrick Harris, Priyanka Chopra, Jada Pinkett Smith, Christina Ricci, Lambert Wilson.

Fantascienza/Azione

Usa 2021













---CONTIENE SPOILER---


L'era di "Matrix" si è conclusa all'incirca a metà degli anni '00. La delusione per i sequel e la loro innata idiozia hanno condannato all'oblio quella che sembrava essere una perfetta cartina di tornasole dell'estetica e della filosofia dei primissimi anni del XXI secolo.
Le Wachowski, dal canto loro, si sono dapprima fatte perdonare la debacle con quell'adattamento di "V per Vendetta" di Alan Moore tanto libero quanto riuscito, solo per poi dare nuovo e peggiore sfoggio della loro pessima indole creativa sfornando film sempre più brutti: l'imbarazzante "Speed Racer", il giustamente dimenticato "Cloud Atlas" e l'ancora più imbarazzante "Jupiter Ascending", lasciando come vero lascito solo "Sense8" e i progetti collaterali a "Matrix". Tra questi, il più riuscito è stato il MMORPG "The Matrix Online", che continuava la storia oltre "Revolutions" ed espandeva la mitologia della serie in territori persino interessanti.
Ma la Warner non poteva ovviamente lasciar morire un marchio che, solo al cinema, ha fruttato oltre un miliardo e mezzo di dollari in totale. Ecco dunque entrare in cantiere un quarto capitolo, che si sarebbe fatto persino senza le creatrici dell'originale. Alla notizia, Lily si è tirata indietro, mentre Lana ha deciso di prendere in mano le redini dell'operazione creando un sequel-reboot che, nonostante gli sforzi, si è rivelato un vero e proprio flop al botteghino e ha diviso sia la critica che il pubblico. Urge dunque chiedersi, come al solito, se l'operazione sia davvero riuscita.


Torniamo indietro al 1999. Perché le Wachowski hanno creato "Matrix"? Sicuramente per i soldi e per giocare con il bullet time e il wire work, ma anche, forse, per creare un'opera in grado di stimolare la mente degli spettatori; come Braudillard e Dick che le hanno ispirate, le due sorelle volevano dare qualcosa di concreto al pubblico, ma cosa è stato davvero recepito di "Matrix"? Complice la loro volontà di trasformarlo in una trilogia, con esiti disastrosi, è stato rimosso dalla coscienza collettiva e prima ancora trivializzato: al pubblico non interessava la dicotomia realtà/finzione o il risveglio apofatico, quanto il look post-punk, le capriole e le sparatorie al ralenty.
Vent'anni dopo la fine della saga, con un finale aperto e maldestro quanto si vuole, ma al contempo definitivo, il brand doveva tornare e Lana Wachowski ha deciso innanzitutto di sottolineare questa questione: "Matrix" non è stato assimilato dal suo stesso pubblico e ora bisogna rivenderglielo, ma come?


L'aspetto più affascinante e male esplorato dei sequel era il concetto di ripetizione. L'eletto e la guerra contro le macchine erano cicli destinati a ripetersi all'infinito, da cui la discrasia e contestuale confusione tra destino e libero arbitrio. "Resurrections" riflette così sul concetto stesso di reboot, su di un ciclo che si ripete, sul rivendere al pubblico ciò che ha già avuto, ma in maniera leggermente modificata (e in ciò arriva però secondo, dopo lo scalcinato ma divertente "Jay & Silent Bob Reboot" di Kevin Smith). Lungo tutto il film, eventi familiari vengono riproposti, a partire dal prologo, ricalcato inqaudratura per inquadratura su quello dell'originale, con i soli dialoghi a chiarificare il fatto che quello che stiano vedendo è una riproposizione in variante (da cui il concetto essenziale di "deja-vu", sempre inteso come "modfica di qualcosa di preesistente"). Dopotutto, "i reboot sono facilmente vendibili". Ma proprio da qui parte la differenza: ora Neo è un game designer di successo, che circa venti anni fa ha fatto il botto con una trilogia di giochi chiamati, appunto, "Matrix". Ora è tempo di crearne uno nuovo, che si farà con o senza il suo coinvolgimento. La metanarrazione è divertente già presa sé, ma acquista valore quando la si riconnette al passato: ciò che è stato ora esiste solo in quanto rielaborazione ludica degli eventi, con l'agente Smith che è diventato il capo di Thomas Anderson e Morpheus che, come paradossalmente avveniva nel "Nirvana" di Gabriele Salvatores, è una ricostruzione digitale del personaggio reale che ha preso coscienza di sé.


La storia diventa così ri-narrazione: il nuovo Morpheus libera Neo assieme ad una nuova Trnity, chiamata Bugs come il coniglio, ossia quel Bianconiglio che per primo mostrò al protagonista la via di fuga dalla finzione. Gli specchi e le backdoor sono ora parte integrante del sistema di immersione e fuga e, soprattutto, Matrix è stata aggiornata ad una nuova versione, più in linea con la contemporaneità.
La nuova Matrix altro non è se non il mondo post-Internet (o "post-Matrix", verrebbe da dire), dove i videogames sono la nuova realtà, un'immersione in un mondo che si sa essere irreale e per questo piace più della realtà. Un mondo dove gli hacker sono stati sostituiti dagli utenti dei social, dove tutti sono connessi eppure non hanno nulla da dire. Concetto interessante e a dir poco scottante... che la Wachowski decide paradossalmente di isolare nei deliri di un Merovingio ancora più macchiettistico, ma che per fortuna resta in scena per giusto qualche secondo.
Eppure la volontà di rivalsa dell'autrice è lo stesso forte: abbiamo abbandonato la volontà di cercare il vero, di andare oltre la percezione della realtà, da qui la necessità di ripercorrere il cammino liberativo di Neo, questa volta anche in modo diverso.


Perché se prima era davvero Neo l'eletto, ora questo concetto è diviso tra lui e Trinity, tra due persone, uomo e donna; la rivoluzione parte dall'uninione, da quella "forza dell'amore" tanto ridicola dei precedenti sequel, quanto azzeccata adesso. 
La storia funziona proprio per il suo essere una riproposizione, una copia non conforme all'originale, un ciclo che si ripete uguale e diverso, ma sempre cosciente di sé stesso (e in questo è forte anche l'assonanza con "Innocence: Ghost in the Shell 2"). E l'operazione riesce anche e soprattutto perché scevra da nostalgia: la ripetizione è data per motivi contingente, non per galvanizzare il pubblico. Anche se non tutto fila liscio: l'agente Smith, al solito redivivo senza spiegazione, ora è promosso anche ad improbabile deus ex machina e come sempre non si capisce perché un virus che ha cercato di assimilare Matrix debba continuare ad esistere, soprattutto in un mondo dove tutti i programmi pericolosi sono stati esiliati.
Le scene d'azione, d'altro canto, non hanno la forza del passato e l'uso estensivo di piani stretti e otturatore semi-chiuso dona loro una parvenza di vecchiaia, come se si fosse ancora nei primi anni 2000. Forse era Lily l'esperta di action nei duo, ma anche così risultano funzionali, anche se mai davvero memorabili. Perlomeno, gli obbrobri di "Reloaded" sono alle spalle.


"Resurrections" riesce così nella non facile impresa di ridare dignità alla saga di "Matrix"; complesso quanto basta, mai compiaciuto o sbruffonesco, è non solo il miglior sequel dei tre usciti, ma anche una fresca riflessione sul concetto di reboot e remake in un'era soffocata dalla riproposizione di schemi abusati e marchi corroborati. Ed è un vero peccato che il pubblico abbia deciso di bocciarlo.

venerdì 31 dicembre 2021

Spider-Man: No Way Home

di Jon Watts.

con: Tom Holland, Zendaya, Benedict Cumberbatch, Jacob Batalon, Marisa Tomei, Jon Favreau, Willem Dafoe, Alfred Molina, Jamie Foxx, Rhys Ifans, Thomas Haden Church, Andrew Garfield, Tobey Maguire, J.K.Simmons, Tony Revolari, Benedict Wong.

Fantastico/Azione

Usa 2021












---CONTIENE SPOILER---

Sono passati quasi vent'anni da quando lo "Spider-Man" di Sam Raimi ha creato il comic-movie moderno. Venti anni durante i quali un'intera generazione ha conosciuto un Uomo Ragno con il volto di Tobey Maguire e che combatte nemici classici quali il Green Goblin e il Dottor Octopus. E per la Disney questo significa una cosa sola: nostalgia, una delle emozioni più potenti con le quali ricattare il pubblico.
Il piano è chiaro e semplice: riportare in sala quegli spettatori che magari si sono allontanati dal filone grazie alla maturità, con la promessa di far rivivere loro quelle emozioni di infanzia così genuine e così lontane. Rivendendo, al contempo, i vecchi film al pubblico più giovane, per il quale Tom Holland è stato il primo Spider-Man filmico. La scusa è anche trita, con quel multiverso che veniva introdotto per la prima volta al cinema con quel "Un Nuovo Universo" che è ancora ora la migliore incarnazione dell'Arrampicamuri al cinema.
Mischiando i postumi della saga di "Civil War" con un finale alla "One More Day", "No Way Home" si pone così come continuazione di tutti gli Spider-Man filmici (tranne, paradossalmente, proprio quel "Un Nuovo Universo" che è stato principale fonte di ispirazione) per ridare al pubblico ciò che vuole. E nonostante uno script claudicante, l'operazione alla fin fine riesce.


La premessa della storia, già da sé, è abbastanza lacunosa: rivelata l'identità dell'Uomo Ragno da Mysterio, con J. Jonah Jameson a capo di una crociata mediatica contro l'eroe, la vita di Peter Parker è un macello, visto che è accusato della morte del villain. Perché Peter non abbia neanche cercato di spiegare al pubblico le vere intenzioni di Mysterio è... un mistero. Perché la gente dovrebbe indignarsi per un eroe in maschera che uccide in un mondo dove Iron Man ha ucciso tutte le sue nemesi, Capitan America ha ucciso (in effetti due volte) Brock Rumlow e, in generale, tutti gli Avengers non si fanno scrupoli a sporcarsi le mani con il sangue dei nemici è anch'esso un mistero. Perché poi l'FBI accusi Spider-Man, che, ricordiamolo, ha contribuito a salvare miliardi di vite, di "vigilantismo illegale" sempre in un mondo dove esistono Iron Man e Thor è il mistero supremo. Forse perché, a differenza di Tony Stark, è povero, chissà.
La trama di per sé stessa, poi, continua a zoppicare quando Peter si rivolge al Dottor Strange per rimediare al casino: perché un incantesimo di mesmerizzazione apra le porte del multiverso è, di nuovo, un mistero, forse perché per gli sceneggiatori pensano che la magia non debba operare neanche secondo le regole della sospensione dell'incredulità. Perché poi lo Stregone Supremo sbagli un incantesimo a causa di un ragazzino petulante... beh, più che l'ennesimo mistero è semplicemente la prova di come Steven Strange sia in realtà il pirla supremo.
Tolta la premessa, pura scusa per avviare gli eventi, ecco tornare tutti i volti familiari alla serie: il Green goblin di Dafoe, l'Octavius di Molina, Jamie Foxx, ora di nuovo avvenente, come Electro, senza dimenticare Flint Marko e Lizard e, a metà film, anche Andrew Garfield e Tobey Maguire. 
Paradossalmente, è proprio qui che il film funziona.


Kevin Feige e Amy Pascal hanno concepito il tutto come un prodotto da vendere, ma fortunatamente gli sceneggiatori sono riusciti a donare un minimo di calore ai personaggi. Tom Holland ora può mostrare di avere più di un'espressione e quando è chiamato a recitare sul serio riesce a stupire, sfoggiando un'intensità inedita. Tobey Maguire è più espressivo qui che in tutti e tre i film di Raimi messi assieme, usando uno stile sobrio con il quale fa trasparire le emozione grazie ai soli sguardi. Mentre Garfield continua a divertirsi come un matto. E, spaccata la maschera, Willem Dafoe presta finalmente anche il volto al Goblin creando un villain inquietante, che buca lo schermo ogni volta che appare e il cui look, molto anni '90, funziona a dovere, per una volta.


Anche nella seconda parte lo script inciampa a tratti, con Lizard e l'Uomo Sabbia che diventano cattivi di punto in bianco e con una macchina di Tony Stark che esce dal nulla per risolvere tutto. Ma riesce a riservare la più grande delle sorprese: finalmente anche lo Spider-Man di Tom Holland viene umanizzato. Se nel primo film il suo era il personaggio di un ragazzino che vuol fare colpo su di un'improbabile figura paterna, nel secondo un tizio spaesato dalle responsabilità che gli sono piovute addosso nel più incredibile dei motivi, qui si allinea alla bontà dei suoi alter ego del passato e, anzi, ne supplisce persino le carenze, tentando di salvare quei villain che, nei film d'origine, venivano lasciati morire, spesso in modo gratuito, come, amaramente, con il Doc Ock di "Spider-Man 2". La chiamata alla responsabilità avviene nel modo più ovvio possibile, ma è lo stesso ben accetta. E quando i tre uomini ragno interagiscono, confrontando i propri punti di forza e debolezze, il film funziona alla meglio, riuscendo a far trasparire il meglio del personaggio.


"No Way Home", inutile dirlo di nuovo, è una mera operazione commerciale con la peggiore delle intenzioni, ma finisce con l'essere il miglior Spider-Man del MCU. Un'attenzione maggiore ai dettagli avrebbe giovato, ma anche così persino lo spettatore più esigente troverà qualcosa di buono in un film fatto di emozioni più che di scontri.

martedì 28 dicembre 2021

Don't Look Up

di Adam McKay.

con: Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Rob Morgan, Meryl Streep, Jonah Hill, Cate Blanchett, Melanie Lynskey, Kid Cudi, Tyler Perry, Mark Rylance, Timothée Chalamet, Ron Perlman, Ariana Grande, Michael Chiklis, Himesh Patel.

Usa 2021












Qual'è l'aspetto peggiore della pandemia? Sarebbe facile puntare il dito sui morti, ma, per quanto cinico sia da dire, la morte è l'aspetto più scontato. No, se c'è una cosa davvero mostruosa che la pandemia ha evidenziato è la frammentazione ideologica e sociale del XXI secolo. Non c'è coesione sociale, nazionale o anche solo familiare che tenga, ognuno pensa, in un modo o nell'altro, a sé stesso, prigioniero di una serie di idee che spesso sono bacate, puri pregiudizi supportati dal nulla.
Adam McKay, con "Don't Look Up" fa il punto della situazione con una metafora che in realtà metafora non è, urlando il suo punto di vista e esacerbando come al suo solito i toni; ma, è il caso di dirlo, riesce perfettamente nel ritrarre una società allo sbando.


Sostituiamo il Covid con una cometa in rotta di collisione con la Terra, il risultato non cambia. Gli scienziati, interpretati da DiCaprio e dalla Lawrence, cercano di avvertire prima le autorità, poi il pubblico, con risultati inconsistenti.
McKay punta il dito praticamente contro tutti. Dapprima la classe politica, incarnata da quel Presidente con il volto di Meryl Streep, un po' Trump, un po' la Clinton, preoccupata solo delle elezioni e di come il suo look influenzi i voti. Poi contro la classe dirigente, quei supermiliardari reminiscenti di Steve Jobs la cui eccentricità non è sinonimo di genio, ma di pura rapacità. I mass media, pronti a trasformare in pura narrativa un evento reale. Ed ovviamente noi, il popolo, inteso come persone, preoccupati solo di scrivere fesserie su Internet, incapaci di somatizzare una notizia senza andare nel panico e pronti a negare l'evidenza per il gusto di farlo.


I social media, ma anche i mass media in genere, in questo caos hanno la responsabilità maggiore. La televisione travisa le notizie per renderle innocue, facilmente digeribili da un pubblico oramai anestetizzato a tutto; mentre i social si fermano alla superficie delle cose, al modo in cui le persone vestono piuttosto a ciò che dicono, alla loro avvenenza piuttosto che al pericolo contro cui ci avvertono. Noi, in quanto utenti e persone, non siamo maturi, non siamo capaci neanche di quello spirito di autoconservazione proprio di ogni specie vivente, sostituito dalla curiosità verso le fesserie, verso le vita amorosa di Ariana Grande e Kid Cudi, doppi di tutte le pop star deficienti e ignoranti perfetti idoli di persone vuote.


Il dito è ovviamente puntato specialmente contro i negazionisti, i no-vax e tutti quei gruppi di persone che, spesso dall'alto di una conoscenza quasi nulla dell'argomento, si permettono di criticare chi ne sa più di loro sulla base del nulla, di concetti trovati per caso su Google e sui forum di complottisti e privi di ogni fondamento scientifico o talvolta anche solo logico, che arrivano a negare l'esistenza della catastrofe solo per darsi un tono.
Da qui la divisione, il caos cavalcato dalla classe dirigente per i propri scopi, l'ignoranza usata come arma per affermare il proprio status-quo, con il trionfo di chi ha già il potere e la sconfitta dell'umanità tutta.


In mezzo al marasma, i due scienziati sono gli unici a salvarsi, anche se in modo relativo. Certo, anche loro hanno i propri difetti e idiosincrasie, ma sono, alla fine della fiera, gli unici ad avere ragione. E McKay, per una volta, depone il cinismo per un finale più sentito, dove ritrova un vero sentimento di empatia verso questi due profeti della sventura e il loro destino avverso, facendo filtrare quella simpatia che molto spesso alla satira manca e lasciando il freddo in parte fuori dalla porta.


Il punto di riferimento sembra in questo caso l' "Idiocracy" di Mike Judge, oramai divenuto un cult, spiace dirlo, per la sua attualità. Ma lo stile di McKay è più asciutto, conduce la catastrofe come un vero dramma e la immerge in un contesto dato da personaggi che potrebbero essere tranquillamente definiti caricaturali se non fossero maschere realistiche di controparti drammaticamente reali.
La satira, di conseguenza, funziona a dovere e la narrazione non è mai davvero fredda. "Dont' Look Up" finisce così per essere un perfetto specchio del nostro tempo. Verrebbe quasi da dire "deformato", se non fosse che l'esagerazione grottesca e quantomai credibile. Purtroppo.