lunedì 14 febbraio 2022

R.I.P. Ivan Reitman



1946 - 2022

Si potrebbe tranquillamente ricordare Ivan Reitman come uno dei "padri" di "Ghostbusters", ma sarebbe ingiusto. Come regista, ha diretto anche altre riuscite commedie come "I Gemelli", "Un Poliziotto alle Elementari", "Stripes", "Meatballs" e "Dave- Presidente per un Giorno", senza contare il purtroppo dimenticato "Cannibal Girls", con cui già ad inizio anni '70 ibridava horror e commedia; e, soprattutto, come produttore ha dato vita ai primi lavori di David Cronenberg, ossia "Il Demone sotto la Pelle" e "Rabid", oltre che il super-classico "Animal House" per John Landis ed il divertente esperimento "Heavy Metal". Un talento, il suo, forse più fulgido di quanto ci si potrebbe a prima vista aspettare.

giovedì 10 febbraio 2022

Tick, Tick... BOOM!

di Lin Manuel Miranda.

con: Andrew Garfield, Alexandra Shipp, Robin de Jesus, Vanessa Hudgens, Joshua Henry, MJ Rodriguez, Jonathan Marc Sherman, Bradley Whitford.

Biografico/Musical

Usa 2021
















Composta da Jonathan Larson all'incirca nel 1991, "Tick, Tick... Boom" è un'opera particolare anche nell'ameno panorama off-Broadway. In essa, il compianto compositore (scomparso a soli 35 anni, alla vigilia della prima del suo capolavoro "Rent") rielabora il periodo della sua vita che va dai 29 ai 30 anni, momento nel quale si accorge che la sua carriera da artista cominciava forse a decollare, o forse no, mettendo in discussione tutta la sua vita, le sue scelte e le sue credenze. Eseguita dal vivo dallo stesso Larson, accompagnato da una piccola rock band, la performance originale sprizzava energia da tutti i pori e ben faceva presagire il talento immane del suo autore.
Lin-Manuel Miranda, dal canto suo, è invece un autore che ha conosciuto il successo praticamente fin da subito: raggiunto il successo già a 22 anni, è una delle firme più giovani nel panorama del musical e la sua fama è già immortale. Che sia proprio lui ad adattare la pièce biografica di Larson, quindi, è cosa alquanto stramba.


Pièce che aveva già in sé dei difetti che la potrebbero rendere ostica ad un certo tipo di pubblico, dovuti alla particolare visione della vita di Larson. Bohème convinto, l'artista preferiva vivere nella povertà più ottusa piuttosto che "concedersi" al lavoro. Cosa ci sia di male nel lavorare nel campo pubblicitario come gavetta per opere migliori o, più semplicemente, per potersi permettere di dedicarsi senza pensieri a lavori più "artistici" è un concetto che viene mostrato, ma mai spiegato. La particolarità di Larson, da questo punto di vista, sta nell'accettare in modo totale uno stile di vita antiquato (inutile dire come risalisse già all'epoca al secolo precedente) e falsamente liberatorio, visto che, ad ogni modo, ogni essere umano ha pur sempre bisogno di mangiare. E il lavoro presso un'agenzia pubblicitaria, per quanto "bieco", "anti-artistico" e "capitalistico", talvolta è il modo migliore per farsi notare nel mondo dello spettacolo. Vien da ridere, inoltre, quando il problema sembra venire affrontato nei dialoghi, solo per poi glissare sulle problematiche personali del personaggio di Michael, lasciando la questione in sospeso in modo ai limiti del codardo.
Se già questa considerazione può far storcere il naso, il fatto che ha portarla su schermo sia proprio Miranda la rende persino ipocrita: non per nulla, mentre questo suo biopic musicale raccoglieva consensi in streaming, il suo lavoro fatto per la Disney in "Encanto" gli garantiva le entrate necessarie per sopravvivere. Quando si dice la coerenza.


Stando poi alla biografia di Larson in sé stessa, questa può apparire riduttiva così come presentata in questa sua opera. La sua è la storia di un artista frustrato, alle prese con quella che crede essere l'opera della sua vita (l'avvenieristico "Superbia", ispirato a "1984" e oggi a dir poco profetico) e la genesi di quella che invece sarà l'opera per la quale verrà ricordato (ossia "Rent"). Districandosi tra una tormentata love-story, una serie di amicizie minacciate dall'HIV e la ferrea volontà di successo, il suo percorso è uguale a quello visto in mille altri biopic, sia al cinema che a teatro.
A fare la differenza sono così le sole prove musicali: le canzoni originali sono orecchiabili, anche se mai davvero memorabili, ma le prove degli attori, queste si, memorabili lo sono davvero. Capitanato da un Andrew Garfield scatenato, il cast regala emozioni a volontà incarnando alla perfezione i personaggi di Larson e le loro idiosincrasie.


Se la visione viene così comunque salvata, resta il dubbio sulla necessità di tale adattamento. L'opera originale aveva senso se inserita nel periodo personale dell'autore, questa rievocazione, invece, è più un omaggio all'uomo che all'artista, lasciando molto il tempo che trova. Tant'è che, forse, sarebbe stato meglio creare un nuovo adattamento di "Rent", visto quello deludente fatto nel 2005 da Chris Columbus. O, meglio ancora, magari un'opera originale che parlasse direttamente della genesi di "Rent", approfondendo alcune delle tematiche più drammatiche e interessanti che qui sono invece solo abbozzate.

mercoledì 9 febbraio 2022

R.I.P. Douglas Trumbull


 1942 - 2022

A volte ci si dimentica come il cinema, soprattutto se "di genere", sia un'attività svolta da più individui, ensamble di esperti che mettono la loro arte personale al servizio di una visione comune. E Douglas Trumbull ha sempre dato un contributo essenziale per rendere davvero memorabili le visioni fantascientifiche più importanti della seconda metà del XX secolo e oltre. Senza contare come le sue singole regie siano state, a loro volta, eccezionali: lo splendido "Silent Running" e quel "Brainstorm" che ha anticipato di parecchio le intuizioni poi sviluppate in "Strange Days", "Paprika" e "Inception".







"Andromeda" (1971)



"2002: La Seconda Odissea- Silent Running" (1972)






"Star Trek- Il Film" (1979)







"Brainstorm- Generazione Elettronica" (1983)



"The Tree of Life" (2012)

La Fiera delle Illusioni- Nightmare Alley

Nightmare Alley

di Guillermo Del Toro.

con: Bradley Cooper, Rooney Mara, Cate Blanchett, Toni Collette, Willem Dafoe, Richard Jenkins, Mark Povinelli, Ron Perlman, Mary Steenburgen, David Strathairn, Clifton Collins Jr., Tim Blake Nelson.

Usa, Messico 2021













Il "classicismo" di per sé stesso è un registro che cela molte trappole stilistico-retoriche. E' facile cadere nella contemplazione degli stilemi di un cinema che fu, rendendo la narrazione indigesta. E Del Toro, purtroppo, compie questo errore in "Nightmare Alley", rievocazione d'epoca in chiave noir che il grande regista messicano dirige con pugno fermo, ma anche con tanto compiacimento.




Del Toro traspone su schermo il romanzo omonimo di William Lindsay Gresham, già adattato nel 1947 da Edmund Goulding, con Tyrone Power nei panni del protagonista. Al centro del racconto, il personaggio di Stanton Carlisle, qui interpretato da un ottimo Bradley Cooper, nullatenente che si unisce ad un circo di freaks; tra le tende dei fenomeni da baraccone, al fianco di un virgiliesco Willem Dafoe, Carlisle carpisce i segreti del mentalismo, che applica a suo vantaggio in una serie di truffe che lo porteranno alla fama. E come ogni storia di ascesa che si rispetti, anche la sua culmina in una caduta, in un'autodistruzione ricercata come affermazione delle proprie capacità. Quello di Stanton è un gioco a chi ne sa di più, un'escalation di inganni sempre più subdoli votati a sottomettere e manipolare la vittima di turno; che, come imparerà a sue spese, alla fin fine può essere chiunque: se la sua è una capacità cialtronesca, fine e intelligente quanto si vuole, ma pur sempre collegata da una forma di truffa circostanziata, quella della dark lady Lilith Ritter (che ha il volto luciferino di una sempre ammaliante Cate Blanchett) è una scienza che va più a fondo, arriva a carpire i moti della psiche umana sino a prevederne le mosse, oltre che a comprenderne a fondo le ragioni. Il mentalismo è un arte, ma la psicologia è una scienza.



Il confronto non si appiattisce mai sullo scontro tra punti di vista, ma resta sempre ancorato al gioco tra gatto e topo da noir classico, i cui cliché tornano nella seconda parte, la più vicina al "genere". La prima è invece uno spaccato della vita da drifter mancato di Carlisle, uomo salvato dalla strada e dalla miseria dal puro caso. Miseria a cui tornerà nel finale, in una circolarità che rende la storia prevedibile, ma anche incredibilmente compatta. In fondo, la sua altro non è se la storia di un reietto che tenta di risalire la china, che trova un momento di acclamazione solo per poi finire più in basso da dove è partito, finendo per essere quel "geek" che tanto compativa.


Del Toro, dal canto suo, si mette del tutto al servizio della storia e crea una confezione elegantissima, fatta di scenografie d'epoca ricercate nei minimi dettagli, costumi eccezionali e oggetti di scena squisitamente ricostruiti, ammantati in una splendida fotografia che ne esalta il cuore oscuro, riuscendo a ricreare un'atmosfera torbida e sinistra pur adoperando una palette di colori caldi, per rendere il tutto ammaliante.
Nella costruzione delle scene non si rifà tanto ai "classici" dell'epoca (la storia è ambientata tra il '39 e il '41), preferendo riprendere la lezione dei "modernisti", Orson Welles in primis, adoperando movimenti di macchina precisi al millimetro anche per le sequenze dialogiche, rendendo ogni scena più dinamica di quanto potesse essere. Ma sfortunatamente, il racconto finisce per ingolfarsi nella seconda parte; con 150 minuti di durata, ben 40 in più rispetto al primo adattamento, "Nightamere Alley" vive purtroppo anche di tempi letteralmente morti, con intere sequenze che avrebbero giovato di un ritmo più vivido, ma che finiscono per scadere nell'ammirazione onanistica della messa in scena, dei valori produttivi, delle interpretazioni del cast.


Non che la lentezza sia un difetto in sé; ma a tratti sembra che Del Toro indugi troppo sulle singole scene, nell'ammirazione sfrontata del suo stesso lavoro. "Nightmare Alley", di conseguenza, è un film perfettamente riuscito e splendidamente diretto, ma fin troppo compiaciuto di sé. Non un disastro, ma una pellicola che avrebbe potuto avere ben altra caratura.

lunedì 7 febbraio 2022

Benedetta

di Paul Verhoeven.

con: Virginie Efira, Charlotte Rampling, Daphne Patakia, Lambert Wilson, Olivier Rabourdin, Louise Chevilotte, Hervé Pierre, Clotilde Courau.

Francia, Belgio, Olanda 2021















A 83 anni suonati, a Paul Verhoeven non interessa calmarsi, ritrattare le sue posizioni più scomode, tantomeno evitare di scandalizzare. E "Benedetta" è, in tal senso, il perfetto film verhoeveniano, pregno di provocazioni, immagini che vogliono essere controverse e personaggi scomodi immersi in un contesto sacrale che viene puntualmente dissacrato. E, per la cronaca, nonostante la veneranda età, l'autore non ha perso un'unghia della sua capacità.


"Benedetta" è un film sulla fede... alla Verhoeven, ossia colui che ha diretto "RoboCop" per farne una metafora su di un "Gesù Cristo Cyberpunk" che, nella più pura tradizione americana, risorge per massacrare chi lo aveva crocefisso. In tal senso, questa nuova provocazione si riallaccia a quanto aveva già fatto ne "L'Amore e il Sangue" del 1985; lì, un gruppo di mercenari del Medioevo fortemente devoti a San Martino si faceva guidare da una statua del santo nella ricerca della fortuna; con la statua del santo che altro non era se non lo strumento in mano ad un frate che decideva da solo dove andare.
Anche in "Benedetta" la fede si fa strumento di manipolazione. La Benedetta del titolo è una ragazza dalla fede incrollabile, che per puro caso riesce a compiere dei miracoli, in realtà coincidenze che le circostanze portano ad inquadrare come interventi divini. Le cose ovviamente si complicano quando nell'equazione si aggiunge un altro degli elementi della poetica verhoeveniana, ossia la carnalità.


L'attrazione di Benedetta per la scapestrata novizia Bartolomea porta alla deflagrazione, alla distruzione di quella fede che la sorreggeva e che si fa, poco alla volta, strumento per l'affermazione personale. Ma la fede di Benedetta era davvero forte in partenza? In realtà no: quella che per lei era devozione, altro non era che una devianza sessuale, un'attrazione in realtà fisica verso un feticcio religioso che si fa ricettacolo di quelle pulsioni sessuali che il contesto monastico castra, tant'è che il suo Gesù prende le forme di un guerriero fantasy di bianco vestito. Ne consegue come la carnalità, lo scandalo di una relazione omosessuale (per di più tra due "spose di Dio") altro non è se non la chiave di volta per sovvertire tutte quelle certezze della fede che, in un modo o nell'altro, i personaggi danno per scontato. Non che, in realtà, tali personaggi fossero tanto pii per cominciare: sia il vescovo di Lambert Wilson che la madre superiora di Charlotte Rampling sono, almeno fino ad un certo punto, più interessati a tenere salde le proprie sfere di influenza o a lucrare sui "miracoli" che a scandagliare gli avvenimenti sul piano teologico.


La ricostruzione storica del gioco di potere si fa però sin da subito declinazione beffarda della sessualità delle protagoniste, con visioni erotico-religiose che sembrano uscite da una versione ipertrofica de "I Diavoli". Verhoeven calca sempre la mano trasformando ogni scena in un affondo grottesco alle convenzioni, con un uso quasi cartoonesco dei simbolismi (la meteora) che trasforma quella che avrebbe potuto essere una riflessione seriosa in uno sberleffo, una pernacchia al concetto di religione (ma non di fede: il bersaglio è l'istituzione, mai i suoi seguaci) e ai dogmi oscurantisti che porta con sé.


"Benedetta" è così un affronto divertito al concetto di dogma, allo squallore umano che si cela dietro l'istituzionalizzazione del credo e un'analisi della forza manipolativa della suggestione. Un'opera beffarda ed estremamente riuscita, che potrebbe scandalizzare però solo i più biechi puritani, tanto sono condivisibili e fondate le critiche che muove.

mercoledì 2 febbraio 2022

R.I.P. Monica Vitti


 1931 - 2022

Se c'è stata un'attrice in grado di incarnare alla perfezione le diverse anime del cinema nostrano, questa è stata sicuramente Monica Vitti, capace di dar vita a personaggi malinconici e stratificati per Antonioni, così come di affiancare il compagno Alberto Sordi in ruoli brillanti. Un volto elegante, lineamenti lontani dalla classica bellezza mediterranea, più eterea, seria, eppure incredibilmente magnetica. Un volto, il suo, davvero indimenticabile.

martedì 1 febbraio 2022

Resident Evil: Welcome to Racoon City

di Johannes Roberts.

con: Kaya Scodelario, Robbie Amell, Hannah John-Kamen, Tom Hopper, Neal McDonough, Donal Logue, Avan Jogia, Lily Gao, Marina Mazepa, Holly de Barros.

Horror

Usa, Germania, Francia 2021

















In un ipotetico paragone, la saga cinematografica di "Resident Evil" potrebbe davvero contendere a quella di "Transformers" il primato di peggiore serie di film mai apparsa su schermo. La genesi della stessa è cosa arcinota: cassato lo script vergato niente meno che da George A.Romero in persona, accusato di prendersi troppe libertà con la "storia" del primo videogame (Chris non è un poliziotto e ha una tresca con Jill, Albert Wesker è il capo della Umbrella ed è un villain stile cattivodei film di 007), i produttori Davis e Panzer (gli stessi di "Highlander") affidano il progetto della trasposizione a quel Paul W.S. Anderson che, all'epoca reduce da "Mortal Kombat" e "Event Horizon", aveva tutte le carte in regola per creare una pellicola quantomeno divertente. E invece Anderson elimina praticamente ogni riferimento al gioco nello script, ingaggia Milla Jovovich per avere una scusa per poi impalmarla e le affida il ruolo di una sorta di Neo picchia-zombi, in un film che è trash nel senso peggiore del termine.
I fans sono delusi? Peggio per loro: il franchise parte e a ogni nuovo film gli incassi crescono... mentre la qualità cala in proporzione. Ogni nuovo capitolo è più stupido del precedente, con ogni singola storia  parte in medias res e finisce in un cliffhanger, con un terzo capitolo ambientato in un mondo post-apocalittico ed i successivi in un mondo nuovamente normale ed una confusione generale sul ruolo dei buoni e dei cattivi. Ovviamente tutto condito con sequenze d'azione stilisticamente ferme a "Matrix" o a "300", con un'endemica mancanza di personalità e stile, oltre che di intelligenza.






Il che è anche triste se si pensa che la saga videoludica di "Resident Evil" aveva ben altra caratura... nel bene e nel male. Tolte le vaghe ispirazioni romeriane, il punto forte, nei primi capitoli, era l'atmosfera claustrofobica, il terrore vivo di non poter sopravvivere in un ambiente ostile, perennemente a corto di farmaci e munizioni, mentre il cervello restava costantemente impegnato nella risoluzione di enigmi talvolta davvero ben congegnati, con una spruzzata di splatter su tutto per rendere il mix appetibile anche ai giocatori meno esigenti. Sotto il gameplay interessante e le atmosfere ricercate, batteva però forte il cuore da B-Movie, con storie improbabili, che sembravano uscite dai peggiori straight-to-video anni '80; le quali, affiancate ad una recitazione dilettantesca dei doppiatori, donavano ai primi due capitoli un alone da instant-cult. Da cui un successo davvero meritato.
"Welcome to Racoon City" nasce praticamente dalle ceneri della saga di Anderson: spremuto sino al midollo il personaggio di Alice e le sue improbabili avventure, i produttori hanno deciso di resettare il tutto affidando il progetto a quel Johannes Roberts che, amante convinto della serie e specialista in B-Movies, sembrava di nuovo una scelta azzeccata. Peccato che il budget miserevole alcune discutibili scelte di scrittura affossino in parte un'operazione altrimenti interessante.


Roberts riprende le trame dei primi due giochi e le fonde in un'unica storia: Racoon City è una cittadina in mano alla megacorporation farmaceutica Umbrella, la quale la sta abbandonando per espandersi all'estero, trasformandola nell'ennesima città-fantasma del mid-west americano. Tuttavia c'è un segreto che ancora si nasconde sotto la cittadina stessa: in un laboratorio segreto, un virus in grado di resuscitare i morti e trasformare i vivi in zombi e creature mutanti è stato accidentalmente liberato. La giovane Claire Redfield (Kaya Scodelario) torna così al suo luogo natale per indagare sull'accaduto, con l'aiuto del fratello Chris (Robbie Amell), poliziotto locale e membro dell'unità speciale S.T.A.R.S. Ma l'infezione è già fuori controllo.


L'idea di unire le due tracce narrative tutto sommato paga. Dopotutto, un unico film totalmente ambientato nella magione Spencer, come il primo gioco, avrebbe avuto fiato cortissimo. L'unione permette di creare una trama che è un gigantesco countdown verso la distruzione, con il mistero del virus che si disvela, al solito, poco alla volta. E se Anderson buttava tutto in caciara, Roberts utilizza un tono serissimo, da horror anni '80 alla John Carpenter, sebbene la tematica dello sfruttamento delle piccole cittadine da parte delle grosse aziende resti sempre sullo sfondo.


La ricerca della tensione è costante: circoscritta l'azione a sparute scene, soprattutto nel finale, questo "Welcome to Racoon City" è un horror a tutto tondo, dove la suspanse la fa da padrone, sebbene non sempre ben costruita. Il che lo rende, automaticamente, più genuino e riuscito dei vecchi capitoli, che cercavano di ibridare brividi e adrenalina senza mai riuscirci.
Se ad Anderson non interessava praticamente nulla della mitologia dei giochi, Roberts si dimostra fan attentissimo nella ricostruzione di un mondo che è in tutto e per tutto una perfetta trasposizione di quello ideato dagli sceneggiatori della Capcom; tornano i personaggi storici della saga, benché i loro ruoli siano stati modificati per esigenze di scrittura: Claire è sempre una motociclista tosta, ora divenuta ossessionata dal suo passato e dai complotti orditi dalla Umbrella (non per niente, il tutto è ambientato negli anni'90, tempo-natale delle teorie complottistiche ancora oggi più gettonate); Chris è sempre un poliziotto tutto d'un pezzo, benché ora reso insicuro dal debito verso l'azienda. Il loro passato di orfani cresciuti da Birkin all'interno di un orfanotrofio-centro di ricerca li avvicina in modo personale alle vicende, dando un tocco di umanità in più ai loro intenti. E, finalmente, in un ruolo di primo piano ecco giungere Jill Valentine e Leon Kennedy (ispanicizzati per ovvie ragioni di marketing), il capo della polizia corrotto Irons e persino quella Lisa Trevor che da aggiunta teoricamente decorativa trova un suo ruolo specifico negli eventi. Albert Wesker, d'altro canto, è qui in fase "embrionale", il che giustifica anche il casting  di un attore come Tom Hopper, sprovvisto della mascolinità assassina necessaria per il ruolo. Del tutto ingiustificata è però l'assenza di Barry, forse per non rendere il cast del tutto ingestibile.


L'amore per i giochi si concretizza anche in una serie infinita di rimandi, dalle scenografie riprese pari pari dai fondali pre-renderizzati d'epoca alla ricostruzione di sequenze iconiche, come l'apparizione del primo zombi nel primo gioco, che qui torna in live-action, passando per i dialoghi, con un gustoso riferimento all'ilare "Jill sandwich". Unico neo: quando, nel finale, si usa una citazione che solo chi ha giocato i giochi può comprendere, la narrazione viene ovviamente affossata.


Purtroppo il basso budget non permette all'autore di sbizzarrirsi, frustrandone gli intenti. La CGI usata per dar vita ad alcuni mostri, su tutti il cane zombi, è scadente e manda a farsi friggere ogni sospensione dell'incredulità. Così come l'impossibilità di usare molte comparse per dar vita all'invasione zombi: su schermo, anche nelle scene di massa, appare sempre e solo una manciata di non-morti, con la coseguenza che non si ha mai la sensazione di un apocalisse impellente.
L'operazione di resurrezione della saga al cinema riesce così a metà: da una parte, Roberts crea una trasposizione fedele e divertente, dall'altra non riesce mai ad essere davvero memorabile. Il che è un peccato, visto l'impegno profuso a piene mani. Ma, almeno stavolta, i fan più hardcore apprezzeranno e lo spettatore disinteressato per lo meno non si sentirà in costante imbarazzo.