sabato 7 maggio 2022

Doctor Strange nel Multiverso della Follia

Doctor Strange in the Multiverse of Madness

di Sam Raimi.

con: Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Benedict Wong, Chiwetel Ejiofor, Xochitl Gomez, Rachel McAdams, Michael Stuhlbarg.

Fantastico

Usa 2022














Esattamente venti anni fa, lo "Spider-Man" di Sam Raimi inaugurava l'era del comic-movie Marvel al cinema. Si potrebbe parlare dell'inizio di un'era, ma sarebbe corretto anche parlare della fine di un'altra, della fine del cinema di Raimi, che già all'epoca reduce da un paio di lavori sottotono ("Gioco d'Amore" e "The Gift"), avrebbe di li a poco finito per dirigere unicamente pellicole commerciali su commissione. O, per essere più precisi, giusto altri tre film, due dei quali sequel del blockbuster che ne ha ridefinito la carriera, uno quello che resterà il suo ultimo lavoro cinematografico per i successivi undici anni, ossia "Il Grande e potente OZ" ("Drag Me to Hell" è stata più che altro una parentesi isolata).
Sul fatto che nella trilogia sull'Arrampicamuri lo stile di Raimi risulta annacquato e incapace di sorprendere, sostituendo la sperimentazione visiva con un piattume estetico-stilistico sconsolante, si è scritto anche troppo. Meglio guardare i fatti: il cinema di Raimi non è esistito più e quel suo stile anarchico ha trovato una valvola di sfogo solo nel medium televisivo, con quel "Ash vs. Evil Dead" durato troppo poco.
Poi avviene l'impensabile: licenziato Scott Derrickson dal sequel di "Doctor Strange" per le canoniche "divergenze creative", ecco salire a bordo del progetto niente meno che il padre putativo del MCU, di ritorno in cabina di regia dopo una pausa durata anche troppo. E poi il paradosso nel paradosso: anche al netto degli evidenti difetti di scrittura, "Nel Multiverso della Follia" non solo è uno dei film migliori dei Marvel Studios, ma ha in sé più Sam Raimi in due ore che l'intera trilogia su Spider-Man in quasi nove.


E Raimi di certo non si risparmia. Complice un soggetto che gli permette più di quanto le avventure dell'Uomo Ragno avrebbe mai potuto concedergli, tira fuori dall'armadio il suo repertorio di inquadrature sghembe, soggettive demoniache e movimenti di macchina isterici. Lo stile di questa seconda avventura in solitario dello Stregone Supremo è puro Raimi, non filtrato, né annacquato. Tanto che i risvolti horror gli consentono anche di giocare con la tensione e di inserire richiami al suo cinema eccessivo e visionario: gustosissimi gli inserti splatter celati tra le righe di una messa in scena da film per ragazzini, con l'occhio cavato a Shuma Gorath che ci riporta direttamente ai tempi de "La Casa 2" e degli omaggi del nostro al cinema di Lucio Fulci. O, ancora, la visione del cadavere rianimato dello Strange "alternativo", gloriosamente creato con make-up fisico e dai movimenti goffi e dinoccolati, nonché circondato da demoni infernali che sembra debbano esclamare "I'll swallow your soul!" da un momento all'altro. Ma su tutto, sono gli scontri magici a stupire, con la regia pronta a immaginare i duelli tra maghi in modo sempre originale, senza mai scadere nelle "sparatorie magiche" simil film di Harry Potter.
Sono lontani, per fortuna, i tempi in cui Derrickson immaginava le avventure di Stephen Strange in un mondo ricopiato sulle visioni Nolan. Quello di Raimi è un multiverso vivo e ameno, dotato di un'identità marcata che lo distacca da un buon 90% della piatta produzione targata Kevin Feige.


Sul piano visivo, dunque, questo sequel non solo supera decisamente l'originale, come era lecito aspettarsi, ma riesce anche a riservare qualche gustosa sorpresa, con il pieno ritorno alla forma del suo autore. Sul piano narrativo le cose non sono altrettanto rosee.
Non che la  storia non funzioni, anzi. Solo che da un lato è di una semplicità talvolta disarmante, con lo Stregone Supremo chiamato unicamente a scortare l'imberbe America Chavez e a proteggere la sua capacità di muoversi nel Multiverso Marvel. Dall'altro, è ovviamente necessario aver visto praticamente tutte le incarnazioni del MCU cinematografiche e seriali per capirci qualcosa. Prima fra tutte, la serie di "WandaVision" per comprendere chi sia davvero Scarlet Witch e cosa sia il Darkhold, sorta di Necronomicon marvelliano. Cui si aggiungono ovviamente tutti i film sugli Avengers da "Age of Ultron" in poi e magari anche qualche altro vecchio comic movie Marvel pre-MCU. 



Paradossalmente, proprio quei capitoli che trattavano il tema del multiverso in modo diretto risultano i meno necessari: non c'è quasi nessun riferimento a "Spider-Man: No Way Home", tanto che persino il personaggio di Ned Leeds è del tutto assente; così come i rimandi alla serie "What if..." sono praticamente nulli. E viene persino da ridere se si tiene conto della mancanza di coerenza con i restanti film nei quali Strange è apparso: di certo, quello qui ritratto non è l'incapace che resta prigioniero della tela dell'Uomo Ragno per tre giorni, né lo smemorato che si dimentica dei suoi poteri dinanzi a Thanos.




Se i fan Marvel possono gioire nel vedere un'altra incarnazione spettacolare dei loro personaggi preferiti, i veri cinefili per una volta possono dirsi altrettanto soddisfatti: Sam Raimi è tornato ed è sempre in forma. E si spera continui così per il resto della sua carriera.

giovedì 5 maggio 2022

Stati di Allucinazione

Altered States

di Ken Russell.

con: William Hurt, Blair Brown, Bob Balaban, Charles Haid, Thaao Penghilis, Charles White-Eagle, Drew Barrymore.

Fantastico

Usa 1980













La storia delle ricerche di John C.Lilly è talmente sorprendente e bizzarra che non poteva che infiammare l'immaginazione di un visionario come Ken Russell.
Neuropsicologo e neuroanatomista, tra gli anni '60 e '70 ha portato avanti una serie di resperimenti pionieristici sugli stati alterati di coscienza e sulla comunicazione tra uomo e animali. Il suo lavoro più famoso, il progetto "E.C.C.O." (Earth Coincidence Control Office) ha portato all'elaborazione della teoria secondo cui negli strati più reconditi della coscienza è possibile trasformare in verità effettiva ciò che si crede sia vero, ovviamente entro dati limiti. 


Per dimostrare tale teoria, ha creato la famosa "camera di deprivazione sensoriale", strumento essenziale per lo studio dell'attività cerebrale in assenza di stimoli esterni. Sperimentando la vasca su se stesso, ha scoperto come in assenza di sollecitazioni il cervello continui di fatto a funzionare e, anzi, elabora uno stato onirico marcato che porta ad un'alterazione profonda della coscienza. Da cui la sua teoria sulla possibilità di percepire, in tale stato, gli elementi essenziali della realtà, quelle forze "occulte" che governano in segreto le vite degli esseri umani e non. Esaltando tale stato con l'uso di allucinogeni, ha poi studiato le correlazioni tra la coscienza e la mente all'interno del singolo essere umano, per poi porlo in correlazione con forme di realtà esterna, persino extra-terrestre, andando ad indagare in modo oculato quelle intuizioni che molti scienziati "lisergici" avevano elaborato nello stesso periodo.



Pure fantasticherie? Chi può dirlo. Fatto sta che le suggestioni riportate nei suoi studi sono davvero irresistibili. "Stati di Allucinazione" rielabora le ricerche e le esperienze dirette di Lilly e lo fa attraverso il registro fantastico, vertendo direttamente nel cinema "di genere" per creare un'esperiena sensoriale destabilizzante ed evocativa, riuscendo in pieno a restituire la pienezza delle intuizioni della sua fonte di ispirazione, senza però darle la giusta dimensione "filosofica".
Alla base del film c'è uno script di Paddy Chayefsky, prolifico sceneggiatore hollywoodiano, il quale rielabora la storia di Lilly come una love-story a tinte sovrannaturali, anticipando parte del lavoro di David Cronenberg nel successivo "La Mosca". Script che Russell pare non amasse e i cui limiti sono palesi: non c'è vera coesione tra le aspirazioni "fantastiche" e l'esporazione del rapporto tra i due protagonisti. Non aiuta il fatto che la catarsi viene semplificata in un classicissimo "l'amore vince su tutto", sminuendo intuizioni di base e potenzialità latenti nella storia.



Eddie Jessup (William Hurt, al suo esordio sul grande schermo) usa una camera di privazione sensoriale per studiarne gli effetti sulla psiche. Associandone gli effetti a quelli di un allucinogeno originario di una tribù nativa del Messico, arriva a scoprire gli aspetti genetici della memoria cellulare: sia la sua mente che il suo corpo cominciano a sperimentare una regressione verso l'origine ancestrale della vita.
Origine che ha una triplice forma. Dapprima quella di tipo mistico-religiosa: Jessup, pur cresciuto da atei, aveva sviluppato una forma di fede in gioventù, che pur scomparsa alla morte del padre riaffiora anni dopo grazie agli esperimenti. Le visioni apocalittiche mischiano i concetti di bene e male supremi configurandosi come una sorta di inconscio religioso totalizzante, dove il rimorso e il senso di colpa per la morte del genitore si mischia con visioni apocalittiche, da cui la duplice figura di un "capro dai mille occhi martire", simbolo di salvezza e dannazione, coacervo di tutte le suggestioni religiosi possibili.




Più indietro, si tocca la prima forma umana, o "proto-umana", un ominide che si risveglia nel corpo di Jessup e ne prende il controllo per un breve periodo. Sottotrama che un po' stona con il resto, con una digressione su di un uomo primitivo a piede libero per la città che aggiunge poco sia alla storia che allo spettacolo.
Il tutto per poi arrivare oltre, sino all'origine ultima (o primigenia) della vita, il vuoto cosmico da cui tutto è generato. Russell da così vita ad un viaggio allucinante a ritroso nella coscienza, che si spinge al di là di essa in quella zona di confine tra allucinazione e realtà (da cui la duplice valenza del titolo, persino di quello italiano, più azzeccato di quanto si possa di primo acchito pensare). Ed il suo estro è indiscutibile, tra effetti speciali di certo non rivoluzionari ma altrettanto certamente efficaci nel dare vita alla follia sensoriale di Jessup ad immagini di repertorio usate per ampliare le visoni infernali (riprese da "La Nave di Satana" del 1935) , passando per l'immancabile tributo al finale di "2001: Odissea nello Spazio", "Stati di Allucinazione" è un perfetto esponente del filone lisergico anni '70, presentando immagini ammalianti ed ipnotiche.


Laddove il film mostra il fianco è nella caratterizzazione dei personaggi. Jessup è il più classico "scienziato pazzo" che si fa assorbire dalla sua ricerca sino alle estreme conseguenze. Un "moderno Prometeo" che vuole toccare l'assoluto e come Icaro finisce per cadere nell'oblio. A controbilanciare questa sua freddezza, l'amore della bella Emily (Blair Brown), che gli rinfaccia costantemente il suo attaccamento in una serie di dialoghi ridondanti, acclusi in sequenze talvolta superflue e che mal si conciliano con la storia cardine.
La relazione tra i due diventa quella di Orfeo ed Euridice a ruoli invertiti, con la donna che salva l'uomo dagli inferi (e viceversa, nell'epilogo), ma finisce inevitabilmente per appiattire tutti gli spunti più interessanti del film. Il concetto di divinità, il rapporto tra l'uomo e l'assoluto, la possibilità di esplorare l'universo esterno tramite quello interiore sono così pure speculazioni usate per creare immagini spettacolari, con le relative tematiche che non vengono mai davvero affrontate nel modo corretto, senza mai cercare una forma di approfondimento che vada al di là della semplice suggestione.


"Stati di Allucinazione" resta così un film bello ma vuoto, interessante ma superficiale, che trasforma la base di ispirazione in belle immagini, ma non cerca mai di darle vera dignità, quantomeno oltre quella meramente estetico/tematica. Il che, visti i nomi coinvolti, è un peccato grave. Perlomeno, resta perfettamente riuscito come esperienza puramente sensoriale, oggi ancora perfettamente godibile e affascinante.

martedì 3 maggio 2022

The Last thing Mary saw

di Edoardo Vitaletti.

con: Stefanie Scott, Isabelle Fuhrman, Rory Culkin, Daniel Pearce, Judith Roberts, Carolyn McCormick, P.J. Sosko, Tommy Buck, Dawn McGee.

Usa 2021

















Trovare uno sbocco creativo all'interno di un sistema lavorativo (cinematografico e non) asfittico come quello italiano è un'impresa davvero ardua; anche per questo, Edoardo Vitaletti ha deciso di portare il suo talento all'estero, direttamente ad Hollywood, dove con appena un cortometraggio all'attivo è riuscito a trovare l'appoggio di Shudder per dare vita al suo esordio nel lungometraggio. E la trama "The Last thing Mary Saw", paradossalmente, potrebbe essere definita come una storia tipicamente americana, fatta di intolleranza ed esclusione che producono violenza, valida nel XIX secolo come oggi. E per Vitaletti, si configura come un esordio imperfetto ma al contempo interessante.



1843. In una tenuta nel nord degli Stati Uniti, soggiogata da una matriarca (Judith Roberts) dedita al fanatismo religioso più bieco, si consuma l'amore "maledetto" tra Mary (Stefanie Scott), rampolla della famiglia, e la serva Eleanor (Isabelle Fuhrman), il quale potrà ovviamente a conseguenze disastrose.



Quello di "The Last thing Mary saw" è un dramma d'amore virato all'orrore dove quest'ultimo è sempre sottinteso, persino quando mostrato in modo diretto. C'è qualcosa di sinistro nella magione, qualcosa che striscia sottopelle e che non è limitato alla "semplice" intolleranza. Il puritanesimo calvinista che condanna ogni forma di "perversione" è una scusante, un puro strumento per mantenere un ordine. "E' Dio a creare il male per legittimare se stesso" afferma Mary durante l'interrogatorio che spezza la narrazione in flashback. Vitaletti opera così su due fronti differenti, affiancando la specifica condanna dell'intolleranza verso l'omosessualità ad un più generico discorso sul potere.


Un potere che sostituisce il patriarcato che tanto cinema woke invoca con un matriarcato altrettanto opprimente. Non conta il sesso, conta solo chi esercita il potere. E la madre qui ha il volto marcato di una Judith Roberts che sembra la versione gender-bender di Klaus Kinski, in grado di comunicare un senso di disagio e terrore primordiale ad ogni sguardo.
E' un potere totale, che non ammette eccezioni che non siano volute e che si legittima proprio tramite queste, tramite la creazione di un "male" da usare come monito per sottomettere il prossimo, un coagulante per creare unità tra individui che perdono la loro specificità per divenire un unico insieme famigliare. Un potere che cela un'origine arcana, aliena e forse demoniaca, ma che fa proprie le forme della parola di Dio per legittimare le proprie azioni, come tanta retorica destrorsa (non solo) americana insegna.
Il dramma dell'amore saffico soffre invece di uno svolgimento "classico", dove tutto è bene o male intuibile, senza guizzi né forza espressiva inedita che sia.



Vitaletti riesce tuttavia a creare un'atmsofera opprimente fatta di luce di candele e interni minimali, primi piani soffocanti spesso messi di profilo e rarissimi campi larghi che spezzano solo in parte la tensione. Narra tutto con un ritmo lento quasi fino all'immobilità, lasciando che siano i sottintesi a parlare, creando un crescendo che deflagra solo in parte nel climax.
Purtroppo, decide altresì di lasciare sin troppo nel non-detto, di non approfondire la mitologia da lui stesso creata, creando talvolta confusione e fermandosi troppo spesso alla superficie di un racconto che ben avrebbe potuto mostrare più sfaccettature, sia sul piano del "genere" che della metafora.


Anche al netto di un'esecuzione talvolta sbrigativa (benché controbilanciata da un ritmo lento), il lavoro di Vitaletti è davvero notevole, perfetto biglietto da visito per una carriera che si preannuncia quantomeno interessante.

lunedì 2 maggio 2022

The Sadness

Ku Bei

di Rob Jabbaz.

con: Berant Zhu, Regina Lei, Tzu-Chiang Wang, Ying-Ru Chen, Emerson Tsai, Wei-Hua Lan, Ralf Chiu.

Horror/Gore

Taiwan 2022















Trovare una forma di originalità nel XXI secolo è opera ardua, persino quando è la realtà a rinfocolare l'ispirazione. "The Sadness", esordio nel lungometraggio di Rob Jabbaz, cineasta di origine canadese trapiantato in Oriente, a prima vista potrebbe anche sembrare un'opera originale, ancorata com'è ad una rielaborazione del contagio di Sars-Cov 2 in chiave horror e gore, ma deve davvero tanto ad altre e più celebri opere del passato, recente e non.


Quella che sembra una comune epidemia di influenza, data dal virus "Alvin", muta improvvisamente in qualcosa di più pericoloso: gli infetti perdono i freni inibitori e si trasformano in macchine assassine assetate di sangue. In Cina, i giovani fidanzati Jim (Berant Zhu) e Kat (Regina Lei), divisi a causa degli impegni di lavoro, cercano di sopravvivere.
Se su tutta la premessa vige lo spettro di quel filmaccio di "Incubo sulla Città Contaminata", più che al cult di serie Z di Umberto Lenzi, Jabbaz e soci sembrano pensare ad un altro cult, di ben altra caratura, ossia l'arcinoto comic "Crossed" del mai troppo lodato Garth Ennis.
Nella sua run originale (2008-2010), "Crossed" portava in scena un'apocalisse in tutto e per tutto simile a quella di "The Sadness", dove un virus dalle origini sconosciute rimuoveva i freni inibitori delle vittime per trasformarle in selvaggi dediti all'omicidio, allo stupro e alla necrofilia. L'unica differenza tra fumetto e film è data dal segno distintivo del contagio: una voglia a forma di croce sulla faccia nel primo, un annerimento del globo oculare nel secondo.


Le similitudini sono tali che "The Sadness" potrebbe davvero quasi essere un adattamento non ufficiale del lavoro di Ennis, fermo com'è nella pura e semplice rappresentazione di un orrore improvviso che sconvolge la vita dei protagonisti e li porta alle estreme conseguenze pur di sopravvivere. E come adattamento, in fondo, non sarebbe neanche male, visto che sembra riprenderne in pieno lo spirito dissacratorio, anarchico e brutale (paradossalmente più marcato nelle storie non scritte da Ennis in prima persona, caratterizzate da un tasso di graficità decisamente più marcato).


"The Sadness" è, sostanzialmente, brutalità allo stato puro. Non c'è quasi mai vera tensione nelle sequenze orrorifiche, il terrore viene dato dal gore, dal body horror fatto di corpi ridotti a cumuli di carne irriconoscibili e dalla depravazione esibita dai carnecifici di turno sulle vittime, come la tradizione del cinema di seri B impone. Ci sarebbe anche, ad un certo punto, la volontà di criticare l'atteggiamento qualunquista della politica verso l'emergenza, ma è un affondo che non raggiunge il suo scopo, con la narrazione che preferisce così ripiegare nei sicuri territori del genere. E', questo, cinema trash allo stato puro e pulsante che non ha bisogno di sovrastrutture morali o tematiche vere e proprie, tutto è subordinato all'effettaccio, alla cattiveria, alla catarsi data dal sangue e, in misura molto minore, dal sesso. Con la conseguenza che tutto viene rimesso allo spettacolo di grana grossa, senza mai cercare di dare di più allo spettatore del semplice disturbo dato dalle immagini forti.
I patiti del gore applaudiranno la volontà di Jabbaz di creare un'opera genuinamente rivoltante, ma chi si aspetta brividi oltre che sangue finirà per odiare questo exploit che vive grazie al coraggio e poco altro.

martedì 26 aprile 2022

The Northman

di Robert Eggers.

con: Alexander Skarsgaard, Anya Taylor-Joy, Nicole Kidman, Ethan Hawke, Willem Dafoe, Claes Bang, Eliott Rose, Gustav Lindh, Phil Martin, Eldar Skar, Bjork.

Avventura /Azione/Epico

Usa 2022













Con appena tre film all'attivo, Robert Eggers si conferma come un cineasta dal valore incommensurabile. E al suo primo film ad alto budget, questo "The Northman", sfoggia una carica visionaria certamente meno dirompente di quella vista nel precedente "The Lighthouse", ma lo stesso incredibile e riesce a dare vita ad un'epica trascinante, perfetta sintesi, nelle sue parole, di "Andrej Rubilev" e "Conan il Barbaro".


Proprio il piccolo capolavoro di John Milius viene più volte alla mente durante la visione. Non per nulla, "The Northman" altro non è che un'epica vichinga che riprende la leggenda del principe Amleth, famosa per aver ispirato Shakespeare ma che sicuramente anche Milius aveva presente durante la riscrittura delle avventure del Cimmero di Robert E.Howard, tanto che il film di Eggers può quasi esserne considerato il remake non ufficiale.
Tra la fine del IX e gli inizi del X secolo d.C., il giovane principe vichingo Amleth (Skarsgaard) giura vendetta contro lo zio Fjolnir (Cleas Bang), il quale ha usurpato il trono uccidendo il padre Aurvandil (Ethan Hawke) e sposandone la madre Gudrn (Nicole Kidman). Una trama archetipica, che nella sua costruzione non si discosta più di tanto dal mito. Se non fosse per un'eseuzione in sede di script che ne ricalibra totalmente la portata.


Assieme a Sjon, Eggers, ricrea l'Amleto fondendone gli elementi fondamentali con altri drammi del Bardo. Il giullare di Willem Dafoe arriva direttamente dal "Re Lear", con il suo ruolo di "amico fidato" del re e anticipatore degli eventi; la veggente interpretata da Bjork altro non è se non una rielaborazione delle streghe del "Macbeth", profetizzando all'eroe il duo destino ineluttabile. e sempre dal "Macbeth" sembra arrivare il personaggio di Gudrun, più vicina alla Lady Macbeth machiavellica che alla regina Gertrude vittima degli eventi. Allo stesso modo, tornano riferimenti alla mitologia norrena rinarrati in chiave originale. La testa di Willem Dafoe è una sorta di reincarnazione del dio Mimir, mentre i corvi di Votan osservano tutte le vicende.


Il mondo in cui si muove Amleth è una sorta di limbo perso tra la verosomiglianza storica ossessiva e il mito più puro, tra realtà e visione, tra cielo e terra e il Valhalla. Eggers, come sempre, ricrea il passato in modo certosino, arrivando persino a far indossare alla sua valchiria un apparecchio per i denti perché, a quanto pare, in uno scavo archeologico più unico che raro è stato ritrovato lo scheletro di una vergine dello scudo con la dentiera adornata da pietre preziose. Il melodramma cede spesso così il passo alla Storia ed entrambe vengono fagocitate dalla rappresentazione espressionista di una psiche a suo modo deviata, persa nell'ossessione di una vendetta incrostata da suggestioni mitologiche. Con la conseguenza che sebbene la storia sia narrata in modo classico, con una canonica struttura in tre atti inedita nel cinema di Eggers e non più come un crescendo, la struttura è lo stesso ricca di suggestioni che spezzano la linearità del racconto.


"The Northman" è, sostanzialmente, mito che si fa Storia per poi tornare ad essere mito. Una leggenda alla base della più famosa tragedia mai scritta che viene re-iscritta in coordinate storiche ricercatissime solo per ritrovare una dimensione leggendaria grazie alla scelta di deviare la psiche di un protagonista assoluto. E lo stato epico degli eventi trova una forma filmica atleticamente raffinata, fatta di movimenti di macchina perfetti al millimetro, carrelli misurati che donano una dinamicità totale ad un racconto fatto di carne e fango, di corpi che si scontrano e viscere esposte.
Un'epica mitica che trova una sua profondità nel momento in cui gli autori decidono di questionare lo status morale e mentale del loro protagonista. Amleth è un uomo cinto dal destino, da un fato di vendetta in realtà autoimposto (il mantra che recita sin da bambino), ma che ben potrebbe abbandonare per trovare una propria dimensione umana lontana dal ciclo della violenza. Perso nella contemplazione della vendetta, immerso nella violenza più bieca, accecato dalle suggestioni religiose pagane, il buon guerriero decide invece di proseguire nei suoi intenti, di abbracciare il suo destino... tradendolo al contempo, quando decide di abbandonare la sua prole per allontanare loro dalla violenza, in un'ultima visione che regala un accenno di speranza per i posteri. Quella di "The Northman" è così un'epica che sugella e tradisce la tradizione, riuscendo ad essere contemporaneamente moderna e smaccatamente classica.


Eggers si conferma così come un cineasta sorprendente e "The Northman", benché meno coraggioso dei suoi precedenti lavori, è lo stesso un'opera magnifica e magnetica.

venerdì 22 aprile 2022

La Scelta di Anne- L'événemenet

L'événemenet

di Audrey Diwan.

con: Anamaria Vartolomei, Kacey Mott Klein, Luàna Barjrami, Louise Orry-Diquèro, Louise Chevilotte, Pio Marmai, Sandrine Bonnaire, Leonor Oberson, Anna Mouglalis.

Drammatico

Francia 2021











La scelta di premiare l'impegno all'interno dei circuiti dei festival non sempre paga, come persino la cerimonia degli Oscar oramai insegna. Certo, quando una pellicola decide di prendere di petto una problematica attuale, è sacrosanto riconoscerne il valore sociale, talvolta anche a prescindere da quello artistico. Ma quando, viceversa, il valore sociale è scontato, diventa davvero difficile capire la volontà dietro al premio. 
E' il caso di "L'événement", Leone d'Oro all'ultimo Festival di Venezia, che mostra uno spaccato, pur convincente, di un realtà oramai lontana, ossia quella legata alla gravidanza nella Francia dei primi anni '60, riuscendo a dimostrarsi credibile, ma anche irrimediabilmente datato e privo di vero interesse.



Dal romanzo omonimo di Annie Ernaux del 2003. Francia, 1963; Anne (Anamria Vartolomei) è una brillante studentessa di lettere, la cui vita viene distrutta dalla notizia della gravidanza. Gradualmente la sua salute mentale deteriora, mentre risulta impossibile rivolgersi ad un medico per abortire.




L'anno in cui la vicenda prende le mosse è essenziale. Prima della rivoluzione sessuale, prima del cambiamento dei costumi, prima di quel fatidico 1975 in cui l'aborto venne legalizzato Oltralpe, la vita di una giovane donna che non aveva intenzione di portare a termine una gravidanza era un inferno in Terra.
Anne attraversa questo inferno in silenzio, passando per il biasimo delle compagne, il disgusto verso la sessualità esplicita, l'incuranza di un compagno, borghesuccio irredento, del tutto sordo alle sue necessità. E, ovviamente, scontrandosi con l'insesniblità delle istituzioni, ad un muro fatto di incomprensioni sociali e umane prima ancora che istituzionali.
Piano piano le sue ambizioni si estinguono, i suoi interessi scemano, il suo carattere si contrae verso l'asprezza. Una gravidanza che distrugge l'anima, che imbruttisce una persona cosciente di non poter avere più una vita. Non un atto d'accusa verso la gravidanza in sé, quanto verso la fine di quella vita programmata e desiderata che una gravidanza non programmata a sua volta porta con sé, verso la mancanza di una scelta per un'alternativa.




Audrey Diwan si accosta al calvario della sua protagonista in modo delicato, usando la macchina a mano (con le immancabili "nuche d'ordinanza") per seguirne i gesti, spiarne le azioni, cercando uno stile non invasivo che ricrei la veridicità delle scene e della situazioni e riprendendo il tutto con un ormai canonico formato di 1.37:1 per enfatizzare i dettagli di volti e corpi. Il che funziona, ma finisce anche per togliere originalità alla messa in scena, che così trova un motivo d'interesse solo nella solidissima performance di una magnifica Anamaria Vartolomei.
E su tutto vige il fantasma dell'inutilità. Che l'aborto sia una materia scottante allora come oggi è cosa risaputa. Anzi, dinanzi alle problematiche odierne, date da medici obiettori di coscienza e dalla difficoltà di accedervi per via le legali nonostante l'effettiva legalizzazioni, i drammi del passato impallidiscono, poiché almeno non tacciabili di ipocrisia. La volontà di portare in scena una storia propria di una realtà vecchia di sessant'anni risulta così indigesta, inutile e ai limiti del ricattatorio: è facile criticare un passato intollerante e arretrato, soprattutto quando oramai remoto. Ci vuole decisamente più coraggio a toccare i nervi scoperti dell'ipocrisia di tanti medici di oggi.




"L'événement" risulta così non tanto un'opera brutta o malriuscita, quanto estremamente inutile, arroccata in una metafora temporale che lascia il tempo che trova, essendo oramai lontana dalla realtà degli eventi. Ennesimo caso di un film premiato per il solo tema trattato, piuttosto che per il modo in cui lo tratta.

giovedì 21 aprile 2022

X

di Ti West.

con: Mia Goth, Jenna Ortega, Brittany Snow, Kid Cudi, Martin Henderson, Owen Campbell, Stephen Ure, James Gaylyn.

Horror

Usa, Canada 2022














Ti West non ha mai superato la fase vintagexploitation della seconda metà degli anni '00. Un'affermazione esagerata? Forse. Ingiusta? Decisamente no. Perché a ben guardare un film come "X" ben avrebbe potuto essere girato nel 2007 e forse avrebbe persino trovato un pubblico più ricettivo, pregno com'è di riferimenti al cinema exploitation anni '70. E a West questo va benissimo, orgoglioso com'è delle sue fonti di ispirazione e della grana grossa con cui imbastisce tutto. E per dovere di cronaca, questo omaggio al cinema di genere anni '70 bene o male funziona, ma sarebbe stato bello avere qualcosa di più che un semplice atto d'amore al cinema di Tobe Hooper e al porno d'antan.


Anno di grazia 1979. In Texas, il tenutario di night club Wayne (Martin Henderson) decide di diventare un produttore porno. Trovata la perfetta location in una fattoria di proprietà da due coniugi ottuagenari, comincia le riprese di "The Farmer's Daughter", che nelle sue intenzione ne lancerà la carriera, assieme a quella della bella fidanzata Maxine (Mia Goth). Ovviamente non tutto va come previsto.


Proprio l'anno in cui la storia è ambientata è essenziale. Siamo alla fine del decennio che ha sdoganato il porno e che ha visto la rigenerazione del cinema horror americano. Il primo genere sta per passare al home video, abbandonando di lì a poco le sale. Il secondo sta per arenarsi nei territori della ripetizione dello slasher. Entrambi sono accomunati da quella "X" che la MPAA sovente assegna ai loro esponenti per i contenuti offensivi. E se nella società civile la rivoluzione sessuale ha trionfato, nei cuori di molte persone vige ancora una visione "peccaminosa" del sesso, con il predicatore stile Esthus Pirkle che ricorda a tutti come il Signore biasimi la libertà sessuale.


Ma per West non è ovviamente il sesso ad essere peccaminoso, quanto la mancanza dello stesso, l'invidia che un corpo giovane e ancora capace di provare e produrre estasi può generare verso quelle persone che, vuoi per necessità, vuoi per scelta, non possono più provare la catarsi dell'amore fisico.
Da qui l'afflato distruttivo che porta alla carneficina, con l'orrore come reazione al sentimento castrante di chi non può raggiungere l'orgasmo pur provandone ancora un'irrefrenabile voglia. E il body horror dato dalla visione di due corpi cadaverici intenti a congiungersi nell'eros.
La costante dell'erotismo come causa scatenante e mezzo per raggiungere un fine pone così sullo stesso piano sia l'anziana Pearl che la giovane Maxine, con la duplice interpretazione di Mia Goth nei panni di entrambi. Le due non sono che due volti della stessa persona, distanziate unicamente dall'età anagrafica, accomunate da una predilezione per l'orgasmo, così come dalla voracità non solo sessuale, ma anche umana, che le porta a farsi creature predatrici, ognuna a modo loro.
E persino la figura retorica della final girl come vergine viene sovvertita, con la ragazza più "casta" che viene lo stesso punita, anche se è pur sempre la più libertina a fare la fine peggiore.


E West si diverte ad infarcire il tutto con riferimenti cinefili: apre il film con una strizzatina d'occhio a "Sentieri Selvaggi" che gli permette di giocare con il formato dell'immagine, costruisce la storia come una sorta di "The Texas Chainsaw Massacre" con attori porno, ricrea una delle scene di "Psycho", la scena più iconica di "Shining" e usa un montaggio a là "Easy Rider" per anticipare le azioni. Il tutto con la fierezza di un cinefilo hipster nel mezzo del suo elemento naturale.
Per il resto "X" offre pochi motivi di interesse, fermo com'è nella salda volontà di fermarsi all'omaggio, nella pura e semplice volontà di ricalcare con divertimento un modello dato dalla tradizione. Un giochino divertente, ma che lascia fin troppo il tempo che trova.