venerdì 3 giugno 2022

Top Gun

di Tony Scott.

con: Tom Cruise, Kelly McGillis, Anthony Edwards, Val Kilmer, Tom Skerrit, Michael Ironside, John Stockwell, Barry Tubb, Rick Rossovich, Clarence Gyliard Jr., James Tolkan, Meg Ryan, Tim Robbins, Adrian Pasdar.

Azione/Drammatico

Usa 1986













Ci sono poche pellicole che hanno segnato un'epoca come "Top Gun" ha segnato gli anni '80. E ci sono poche pellicole come "Top Gun" in generale. Ci sono film che sono figli di un'era e "Top Gun" è uno di questi. Ci sono film che nascono da un'idea sbagliata, ma riescono lo stesso a convincere. Ma non "Top Gun".
"Top Gun" è tutto questo: è un film che ha fatto scuola, nel bene e nel male. E' un film fieramente figlio dei suoi tempi e a rivederlo oggi fa sorridere per quanto fosse chi orgogliosamente ignorante e sbruffone, quindi per come incarnasse in modo perfetto i peggiori risvolti della filosofia di vita di quello strano decennio. Ed è un film nato con intenti puramente propagandistici, che non si cura neanche di nascondere o edulcorare, proprio perché figlio dell'Era di Reagan e soci.
E se già 36 anni fa c'era chi sottolineava la totale idiozia del tutto, ma che lo stesso ne premiava la spettacolarità, oggi come oggi "Top Gun" è un film ai limiti dell'imbarazzante, anche non tenendo in considerazione la famosa "teoria omosessuale" coniata da Tarantino negli anni '90 a proposito dei sottotesti mal celati della storia.


L'intento pubblicitario è chiaro sin dalle primissimi immagini: bisogna vendere ai giovani l'idea che l'aviazione sia un posto figo. Come fare? Semplice: alzare al massimo l'asticella della spettacolarità, con scontri aerei che davvero non si erano mai visti. Ma non solo: per convincere anche i più ritrosi, facciamo loro credere che le istruttrici siano delle fotomodelle dalla bellezza mozzafiato pronte a cadere tra le braccia del primo sbruffone che gli capiti a tiro, ma anche come su tutto viga la regola del cameratismo, per cui tutti sono in realtà affascinati da chi non sta alle regole, purché sia in grado lo stesso di portare a casa i risultati. Sono finiti i tempi della corte marziale e delle punizioni per insubordinazione, l'accademia dei Top Gun secondo Jerry Bruckheimer e soci è una sorta di "Scuola di Polizia" giusto un pelo più seria.



A fare da tramite tra il pubblico e la storia c'è lui, il mitico Pete "Maverick" Mitchell, il perfetto modello del ribelle anni '80. Ribelle contro cosa? Contro il buon senso, più che altro, visto che si diverte a rompere le scatole ai superiori e a sfanculare i piloti di Mig, ma resta comunque il migliore. Questo è in fondo l'archetipo del duro del periodo, ossia uno sbruffone che se ne infischia delle regole anche quando non potrebbe e che resta sempre e comunque il migliore, qualsiasi cosa faccia e comunque la faccia. Non ha veri rimorsi, non ha un arco narrativo. Persino quando la tragedia lo colpisce, i suoi sensi di colpa sono mal riposti e la sua attitudine strafottente torna subito a galla, anzicchè cedere il passo ad una forma di saggezza. Tom Cruise, per lo meno, risulta perfetto nel ruolo, con i suoi sorrisi sfolgoranti e il fisico da adone, è il perfetto poster-boy per una reclame militaresca e, per ora, tanto basta alla sua carriera.
A fargli da controaltare, l'Iceman di Val Kilmer, antagonista e rivale perché... ci tiene alle regole, non gioca sporco e crede nell'importanza degli ordini e delle regole d'ingaggio. Una vera canaglia.
E ad essere onesti, la battaglia del testorene la vincono comunque i veterani Tom Skerrit e Michael Ironside, duri ai quali non serve sfoggiare i muscoli e il cui talento qui è sprecato.


La love-story con la bellissima Kelly McGillies è qualcosa di incredibilmente strambo e improbabile, che esiste solo per caricare ulteriormente di testosterone la visione. Che una donna in carriera e dai gusti raffinati ceda alle avances di un cavernicolo drogato di adrenalina è improbabile anche quando a incarnarlo c'è un figo dotato del carisma di Cruise. Che decida di mettere a rischio la carriera per tornare tra le sue braccia, poi, è qualcosa che definire ridicolo sarebbe riduttivo.
Ma in fondo "Top Gun" altro non è se non una fantasia maschilista reaganiana male assortita, quindi bene o male tutto ha senso, da questo punto di vista. Persino chiudere il film con un combattimento aereo vero e proprio che in teoria dovrebbe scatenare la Terza Guerra Mondiale. In fondo, quale miglior biglietto da visita c'è per l'aviazione se non vendere il sogno di poter scatenare un conflitto termonucleare a proprio piacimento. Per di più impunemente.


Tony Scott, qui al suo secondo lungometraggio dopo il bell'esordio di "The Hunger", dimostra perlomeno abbastanza gusto per le immagini, alcune delle quali ancora oggi spettacolari. Ma per il resto dirige un film che vorrebbe essere adrenalinico, ma a causa della mancanza di una storia vera e propria e di veri conflitti, risulta floscio sino alla noia, persino troppo lungo nonostante duri meno di due ore.
Forse proprio la mancanza di una storia vera e propria ha portato Scott ad inanellare alcune sequenze inutili che aumentano artificialmente la durata, come la famosa scena della partita di pallavolo. A cosa serve? A nulla, se non a mostrare i fisici scolpiti del cast. La sfida del più macho la vince, per la cronaca, Rick Rossovich, che sembra appena tornato dal set di un porno extralusso.


Tanto che l'unico motivo di interesse per riguardare oggi "Top Gun" è davvero quello di constatare se si tratti davvero di un dramma queer travestito da action macho. E ad essere sinceri, al di là degli sguardi eccitati e dei battibecchi equivoci che pur potrebbero essere interpretati in modo differente, la scena della doccia, con Val Kilmer appoggiato alla colonna in modo trascendentale, che parla con rassegnazione ad un recalcitrante Tom Cruise, sembra uscire dritta dritta da un melò di Fassbinder. E la lettura gay è divertente non tanto per l'omosessualità in sé stessa dei personaggi, ma per il fatto che questi siano indottrinati all'interno di un sistema, anche storico, fieramente omofobo, che li usa per fare propaganda machista e militarista. E se questo non è divertente...

lunedì 30 maggio 2022

Veloci di Mestiere

Fast Company

di David Cronenberg.

con: William Smith, John Saxon, Claudia Jennings, Nicholas Campbell, Don Francks, Cedric Smith, Judy Foster, Robert Haley.

Canada 1979
















Poco prima di concludere la sua ideale trilogia sulla mutazione con "The Brood", David Cronenberg decide di darsi all'exploitation, mettendo il suo mestiere al servizio di un progetto non suo. Quel che ne esce è un film unico nella sua carriera, lontano miglia dalla sua poetica e del tutto incompatibile con il resto della sua filmografia, ossia "Fast Company". Un film decisamente più convenzionale, privo del mordente e del coraggio che contraddistinguono il cinema dell'autore canadese, ma a suo modo importante per due motivi; il primo è l'inizio della collaborazione con il dop Mark Irwin, che girerà praticamente tutti i suoi film successivi sino a "La Mosca"; il secondo è la possibilità che gli viene offerta di sfogare la sua innata passione per il mondo dei motori.


Il modo in cui si approccia alle auto è quello di un appassionato sfegatato che disseziona con lo sguardo le livree e che guarda al motore e ai suoi componenti come un medico durante un'operazione. Non c'è quasi differenza tra il modo in cui Cronenberg riprende i meccanici intenti a montare i pezzi delle auto da drag race e un qualsiasi chirurgo della sua filmografia che sviscera un paziente. Il suo è un feticismo innato, una passione spasmodica malcelata che qui ha modo di portare su schermo in modo del tutto libero.



Libertà appassionata che fa il paio con la spettacolarità delle immagini, tra funny car e dragster che sprintano a oltre trecento all'ora su appena quattrocento metri di pista, un aeroplano che si schianta contro un rimorchio ed esplosioni a gogo, Cronenberg imbraccia fieramente la filosofia del B-Movie commerciale dell'epoca e decide di divertirsi con le immagini, riuscendo a restituire bene o male in modo efficace l'adrenalina della corsa.
Mentre lo script è quanto di più convenzionale possibile.



La storia è quella della scuderia FastCo, guidata dal veterano Lonny "Lucky Man" Johnson (William Smith), alle prese con le corse e con l'ascesa del suo giovane protetto Billy "the Kid" Brocker (Nicholas Campbell), della rivalità con il team di Gary "Blacksmith" Black (Cedric Smith), ma soprattutto degli scontri con l'infido manager Phil Adamson (John Saxon).
Non uno scontro tra bene e male nel senso convenzionale del termine. Il team Blacksmith è sicuramente composto da canaglie, con il nero del loro colore a fare da controaltare ai colori della bandiera americana della FastCo, ma Gary alla fine arriva al sacrificio per salvare la vita ai rivali, una redenzione coerente con il suo status di antagonista mai davvero cattivo.
Il villain è semmai Anderson, cattivo fin nel midollo, emblema del consumismo che attanaglia lo sport, della corruzione che infanga la nobile arte della corsa e che non conosce mezzi termini, essendo solo intenzionato ad aumentare il suo margine di profitto.




L'internalizazione del conflitto porta ad una scarna forma di originalità. Detto questo, la divisione tra buoni e cattivi resta netta e priva di qualsivoglia sfumatura, appiattendo ogni potenzialità narrativa di sorta.
Ma ovviamente non è questo che conta in una pellicola del genere e Cronenberg lo sa benissimo, quindi, questa volta in coerenza con il suo stile, eccede nelle nudità gratuite introducendo una sequenza del tutto inutile in cui Billy the Kid si gode un ménage à trois con due autostoppiste, una delle quali viene unta con l'olio FastCo per aumentare il livello di feticismo, in un'anticipazione delle tematiche di "Crash" ovviamente del tutto casuale.




"Fast Company" resta tutt'oggi il film più singolare di Cronenberg, una piccola stranezza che trova la sua ragione d'essere nella necessità alimentare e nella voglia di sfogare una passione personale che per forza di cose non trovava vero spazio all'interno della poetica dell'autore. Trascurabile, ma al contempo divertente.

giovedì 26 maggio 2022

R.I.P. Ray Liotta

 


1954 - 2022

Resterà per sempre legato al ruolo di Henry Hill nel capolavoro di Scorsese "Quei Bravi Ragazzi", il che non è per forza di cose un peccato. Ray Liotta è stato un attore dal solido talento, ma che sfortunatamente in pochi sono riusciti a sfruttare davvero bene. Con oltre 120 ruoli all'attivo, ha lavorato, tra gli altri, anche con Ridley Scott, Andrew Dominik, Guy Ritchie e Robert Rodriguez e negli ultimi anni, con le sue partecipazioni a "Storia di un Matrimonio" e "I Molti Santi del New Jersey", ha dimostrato di avere ancora grinta e stoffa da vendere.

mercoledì 25 maggio 2022

Esterno Notte (Prima Parte)

di Marco Bellocchio.

con: Fabrizio Gifuni, Margherita Buy, Toni Servillo, Fausto Russo Alesi, Daniela Marra, Gabriel Montesi, Paolo Pierobon, Gigio Alberti.

Storico/Drammatico

Italia, Francia 2022













Ci voleva un peso massimo come Marco Bellocchio per risollevare le sorti della fiction Rai: era dai tempi di "La Meglio Gioventù" che un prodotto televisivo del servizio pubblico non era così riuscito. Nel frattempo, nel mare magnum di orrore catodico assortito, persino le operazioni più ambiziose ("Sanguepazzo") o anticonvenzionali ("Il Sangue dei Vinti") si sono rivelate come malriuscite, quando non del tutto vomitevoli.
A Bellocchio, invece, il polso non manca, la voglia di raccontare neanche e arriva persino a citare, in modo forse non voluto, il mitologico "Pinocchio" di Comencini, riuscendo a creare un prodotto atipico per gli standard televisivi, scostante, mai riconciliatorio e fermamente cinematografico nella forma, benché la scrittura sia più vicina al medium televisivo.




Nel riportare in scena i giorni del sequestro Moro, Bellocchio crea un'ideale "altra faccia" del capolavoro "Buongiorno, Notte", rievocando e re-immaginando gli eventi dal punto della classe dirigente, di quei volti che osservavano stoicamente le esequie di Moro sulle note di "Shine on you crazy diamond". Ogni episodio segue un personaggio in particolare, le sue reazioni, il modo in cui il dramma ne ha influenzato l'esistenza, sia sul piano materiale che psichico, mentre il mondo si ferma a causa degli eventi.
Il primo è dedicato a Moro, interpretato con piglio strasberghiano da un sorprendente Fabrizio Gifuni. A Bellocchio non interessa tanto il politico, la cui linea conciliatoria con il PCI lo ha portato alla rovina, in un modo o nell'altro, quanto l'uomo, il padre di famiglia, il nonno amorevole, l'essere umano convinto di fare del bene, di perseguire una via di pace contro gli avversari che avrebbe portato alla fine della violenza.
Sullo sfondo, l'Italia brucia, il conflitto extraparlamentare raggiunge l'apice, con i brigatisti ritratti come veri e propri terroristi, idealisti persi in un'idea di rivalsa sociale distruttiva e per questo tanto elitaria quanto il distacco della classe dirigente che tanto vorrebbero sostituire.




Nel secondo episodio seguiamo gli sforzi di Cossiga, all'epoca ministro dell'intero, per trovare i rapitori; ma soprattutto seguiamo il suo disfacimento psico-fisico: la paranoia per lo stato dell'amico e mentore lo porta ad un invecchiamento precoce e al declino mentale. Bellocchio ritrova il gusto per la descrizione psicoanalitica dei personaggi come nel suo cinema degli anni '80 e crea lo spaccato di una vita in pezzi, di un uomo teoricamente geniale portato oltre il limite dalla tragedia. Enfatizzando una vena grottesca in parte già presente nel primo episodio, qui trova una nuova dimensione espressiva in grado di conferire un tocco maggiormente espressivo alla narrazione.




Il terzo episodio è dedicato a Paolo VI, interpretato da un Toni Servillo al solito magistrale, portando in scena gli sforzi della mediazione tra le Chiesa e le organizzazioni eversive, tragicamente falliti. La figura del Papa è tratteggiata in modo deciso come una vittima del sequestro, schiacciata dai sensi di colpa, dilaniata dalla malattia così come dal rimorso. E quella di Moro viene mostrata come quella di un martire, l'agnello sacrificale di una classe politica irredenta e gaudente, persa nelle elucubrazioni dei propri interessi, pronta ad immolare un ingenuo idealista per il proprio tornaconto.
Un episodio riuscito, dove però il ritmo si fa a tratti troppo lento, rendendo la visione in sala a tratti troppo pesante, anche se sempre interessante.




Il ritratto che emerge è impietoso, magnificamente venato di grottesco. Una rappresentazione che si ferma ai limiti dell'iperbolico in un perfetto equilibrio tra verosomiglianza storica e drammaturgica e concessioni artistiche che crea una forma espressiva penetrante.
In questa sua prima parte, "Esterno Notte" è un piccolo capolavoro di impegno e forma, un'opera potente ed incredibilmente vera, punto d'arrivo inesorabile di un artista forse perfino sottovalutato qui in Italia.

lunedì 23 maggio 2022

La Vita Nascosta- Hidden Life

di Terrence Malick.

con: August Diehl, Valerie Pachner, Maria Simon, Karin Neuhäuser, Tobias Moretti, Ulrich Matthes, Bruno Ganz, Michael Nyqvist.

Drammatico/Storico

Germania/Usa 2019













E' stato davvero un peccato non poter guardare sul grande schermo "A Hidden Life". Malick, come sempre, non delude le aspettative e crea un'esperienza visiva evocativa che avrebbe davvero giovato del passaggio al cinema. Purtroppo, causa pandemia, ci si è dovuti accontentare di una visione in streaming, esclusiva Disney+ con tanto di doppiaggio posticcio, che di certo non permette di godere appieno della potenza visiva dell'opera.
Al di là della conferma del talento visivo del suo autore, "A Hidden Life" è anche una pellicola in un certo senso anomala nella filmografia di Malick, la prima ad avere uno script vero e proprio dai tempi de "I Giorni del Cielo" e sempre la prima ad avere una struttura lineare dopo "The New World".
Script come scheletro narrativo, struttura interna che non ingabbia la creatività del grande regista, la quale anzi risalta ancora forte grazie ad una messa in scena del tutto anticonvenzionale, come al suo solito, dove la narrazione viene frammentata in sede di messa in scena e poi ricreata in montaggio, dando un senso di libertà unico.



L'ultimo exploit di Malick è però in primis un film di grande rigore morale, che parte da un misconosciuto caso di disobbedienza civile per creare un discorso universale sullo scontro tra bene e male, individuale e collettivo, nonché sul martirio, il sacrificio del singolo per salvare una comunità.
La storia è quella di Franz Jägerstätter, contadino del piccolissimo villaggio austriaco di St.Radegund, il quale, durante la Seconda Guerra Mondiale, rifiuta di prestare giuramento dal partito Nazista e per questo trova l'ostilità non solo delle autorità, ma anche dei suoi concittadini.




Jägerstätter come figura cristologica, uomo contro un sistema in cui non crede, nel quale rivede un male assoluto pronto a divorare il mondo. Da cui la dissidenza vista come viatico per la salvezza dell'anima, ma anche come esempio, non tanto effettivo, quanto simbolico; dinanzi alla violenza e allo scherno, sa benissimo di non fare alcuna differenza, eppure crede fermamente nelle sue azioni. Da cui la dicotomia tra il luogo in cui risiede ed il resto del mondo. 




Radegund viene dapprima visto come un luogo fuori dal mondo, un posto "oltre le nuvole", fuori dal tempo e dallo spazio, solo per poi divenire un microcosmo che rispecchia le tensioni sociali nel resto del centro Europa. Il fanatismo bieco e l'intolleranza becera divengono elementi essenziali nella vita dei contadini del piccolo borgo e il dissenso diventa così un imperativo morale e religioso. Da cui la diffidenza con l'autorità religiosa, l'affondo alla storica ambiguità della Chiesa verso il III Reich ed i suoi orrori, ma anche la paranoia che attanagli le figure ecclesiastiche, strette tra il dovere spirituale e la paura delle conseguenze.




La natura, al solito, è un'osservatrice stoica. Una natura meno selvaggia, ammansita  in parte dall'uomo, divenuta suo sostentamento, ma ora come non mai nesso tra l'individuo e l'infito, tra l'uomo e il Dio che osserva e tace, un infinito tanto imponente quanto silenzioso, che osserva tutti senza giudicare e la cui inerzia è talvolta insostenibile.



Lo stile di Malick è al solito ammaliante. Nonostante la sceneggiatura fatta e finita, struttura lo stesso la narrazione come un flusso di coscienza dove immagini e parole si mischiano sino a diventare un tutt'uno. Un uso più marcato dei grandangoli porta ad una profondità ancora maggiore, regalando una sensazione di grandezza al solito unica.
"A Hidden Life" è così più che altro una conferma del talento del suo autore, un'opera al contempo poetica e rigorosa, una storia di impegno che merita di essere riscoperta e apprezata.

venerdì 13 maggio 2022

Firestarter

di Keith Thomas.

con: Ryan Kiera Armstrong, Zac Efron, Kurtwood Smith, Sydney Lemmon, Gloria Reuben, John Beasley, Tina Jung.

Fantastico/Thriller

Usa 2022



















In un periodo nel quale persino gli adattamenti al cinema dei lavori di Stephen King sono remake, reboot e sequel, occorre fare qualche distinguo. Un nuovo adattamento di un romanzo può servire, ovviamente, a declinare in modo originale la stessa storia, avvicinandosi o allontanandosi ulteriormente alla fonte rispetto a quanto fatto in passato, creando qualcosa che a suo modo sia originale, anche se solo in parte. In tale ottica, ha senso di esistere, ad esempio, un film come "Pet Sematary", che pur non eccellendo, per lo meno cerca di dare una lettura originale ad una storia già apparsa su schermo.
Un film come "Firestarter", d'altro canto, non ha motivo di esistere così com'è, configurandosi unicamente come un adattamento simile, ma del tutto inferiore rispetto al primo, datato 1984, afflitto com'è da una scrittura che un tempo si sarebbe definita "televisiva", nonché dalla totale incapacità di dare valore spettacolare alla trama.



L'originale non era certo un capolavoro; anzi, vien da ridere se si pensa a ciò che sarebbe potuto essere nelle mani di John Carpenter, originariamente coinvolto nel progetto e poi allontanato a causa del flop de "La Cosa". Un film piccolo, ma che riusciva a cogliere lo spirito della storia originale e che viveva grazie all'ottimo cast (con Martin Sheen e George C.Scott che facevano a gara a chi divorava di più la scena) e agli ottimi effetti speciali, dei quali l'unico sottotono è quello della famosa "pallottola che esplode", mentre gli altri permettono di godersi ancora oggi uno spettacolo pirotecnico incredibile.
Cosa ha invece da offrire questo nuovo "Firestarter" aggiornato ai tempi dei film dei supereroi? Praticamente nulla.



Charlie (Ryan Kiera Armstrong, già apparsa nell'universo kinghiano come vittima di Pennywise in "It- Capitolo Due") è una bambina dotata di poteri pirocinetici, ereditati dai genitori, a loro volta divenuti ESP a causa di un esperimento governativo. La piccola famiglia vive in fuga, finché il programma di cui hanno fatto parte viene riattivato e sulle loro tracce si mette uno spietato sicario superumano.
Laddove l'originale era strutturato con una prima parte che inizia in medias res, inframezzata da flashback, ed una seconda più lineare, ambientata tutta all'interno dei bunker dello Shop, il riadattamento di Keith Thomas è magistralmente meno moderno nella narrazione e si ancora volontariamente a tutti i topoi del caso.
Troviamo la famigliola di esper allegramente stabiliti in provincia, la piccola Charlie che va a scuola e come da copione ha a che fare con i bulli e con i suoi "fenomeni paranormali incontrollabili". Un primo atto che come il resto del film viene costruito tutto sui dialoghi, con pochissima azione e l'atmosfera evocata unicamente dalle note della colonna sonora, curata tra gli altri dallo stesso Carpenter, forma di "risarcimento" per il passato. Una rielaborazione che vorrebbe enfatizzare il lato umano della vicenda, ma che così facendo la appiattisce del tutto.



L'aver sostituito gli anonimi inseguitori con una sorta di Anton Chigur telecinetico avrebbe sicuramente potuto portare a risultati spettacolari, ma gli scarsi valori produttivi della produzione Blumhouse questa volta sono un limite insormontabile per una pellicola che aveva  bisogno di ben altri valori produttivi per brillare. Qui nulla: un po' di fuoco in CGI, qualche piccola esplosione e oggetti che volano. Tutto il resto viene lasciato ai dialoghi, relegato ad una potenzialità inespressa che porta subito alla noia, con scene di gente che parla raramente inframezzate da qualche scenetta d'azione dal fiato cortissimo. E nel finale, quando tutto dovrebbe esplodere, nulla di rimarchevole accade davvero, lo spreco delle potenzialità si attua in toto e ci si accorge di come nulla funzioni davvero in questo nuovo adattamento. A salvarsi è unicamente il cast, che regge bene la scena, ma da una parte non ha mai davvero modo di brillare (su tutti il povero Kurtwood Smith, sprecatissimo nel ruolo del tizio che spiega le cose), dall'altra non regge il paragone con i mostri sacri dell'originale.


"Firestarter" è un film inutile, prima ancora che malriuscito. Una riproposizione stanca di una storia che privata del valore spettacolare forse non ha neanche motivo di esistere e che risulta meno moderno sul piano narrativo della sua controparte di quasi quarant'anni fa. Il che è tutto dire.

lunedì 9 maggio 2022

Bubble

di Tetsuro Araki.

Animazione/Post-Apocalittico/Romantico

Giappone 2022





















Netflix sta puntando tutto sugli anime. Tra produzioni dirette, esclusive in distribuzione e remake live-action dei classici, il gigante dello streaming ha le idee chiare, ossia ritagliarsi un posto d'onore in un mercato in crescita globale..
Ovviamente non tutte le ciambelle riescono con il buco il primo live-action ufficiale, l'orrendo remake del bellissimo "Cowboy Bebop", si è rivelato un cocente flop. Gli accordi in esclusiva per la distribuzione hanno creato problemi alle singole case di animazioni, basti vedere il caso dello Studio David e i ritardi relativi alla produzione di "Stone Ocean", sesta, attesissima, parte de "Le Bizzarre Avventure di JoJo". Per quel che riguarda la produzione diretta, invece, "Bubble" è qui a fare da testimone diretto dei risultati. I quali, manco a dirlo, lasciano a desiderare.
Per questo suo exploit, Netflix ha cercato di fare le cose in grande: alla regia ha chiamato Tetsuro Araki, salito agli onori per aver curato la direzione di praticamente tutti gli episodi del cult "L'Attacco dei Giganti". Al character design quel Takeshi Obata che ancora oggi trova riscontro per il lavoro svolto su "Death Note". Dulcis in fundo, tra gli sceneggiatori spicca Gen Urobuchi, responsabile del sorprendente "Puella Magi Madoka Magica". Un dream team vero e proprio che porta in scena una storia alla Makoto Shinkai, riprendendone stile, tematiche e persino la palette cromatica... finendo per confezionare un prodottino anonimo e dal fiato cortissimo, che regala emozioni stantie e tanti sbadigli.


Sono passati cinque anni da quando Tokyo è stata invasa da una serie di bolle che ne hanno causato l'alluvione. Ridotta ad una città fantasma, l'ex capitale è ora casa di gruppi di ragazzetti che si sfidano a gare di parkour tra le macerie. Tra questi spicca Hibiki, il quale viene salvato da una strana ragazza, chiamata Uta, la quale sembra avere una strana correlazione con il fenomeno apocalittico.


Una storiella esile esile, sia nelle premesse che nell'esecuzione. L'apocalisse misteriosa è manco a dirlo l'incipit di forse 3/4 dei prodotti di animazione moderni e non. Si potrebbe scomodare direttamente il mai dimenticato "Akira", ma dato che il punto di ispirazione è Shinkai è più probabile che gli autori abbiano puntato al filone sekaikei, dove però la tragedia è già avvenuta. Ma non bisogna cantare vittoria per la novità: nel finale si profila una nuova apocalisse che i protagonisti devono ovviamente scongiurare.
In questa Tokyo sommersa, si radunano dei ragazzi, per lo più orfani. Vai poi a capire perché, visto che tutto quello che fanno è gareggiare a rotta di colla per spartirsi i viveri necessari alla sopravvivenza. Atto di ribellione verso la società? Noia? Esibizionismo? Chi può saperlo, l'importante è avere su schermo il solito coacervo di stereotipi impegnato in azioni spettacolari.
E di stereotipi di certo non mancano a "Bubble": Hibiki è il più classico "bel tenebroso" che come da copione si scopre avere un passato triste. Mentre Uta è la più classica waifu "magica", misto di tutte le Nezuko, Cheza, Nyu e Rei Ayanami che si siano viste e riviste nel corso di circa trent'anni di sekaikei al cinema e in televisione. L'unica novità è data dalla forma del loro rapporto, che non si limita al non-detto proprio del cinema di Makoto Shinkai, ma per una volta si esprime in modo diretto, limitandosi tuttavia ai soli dialoghi.



Tutti gli altri personaggi rientrano bene o male nei luoghi comuni di tanta animazione nipponica: il rivale, questa volta meno convinto del solito, il senpai che salva la situazione, il giovane impulsivo che si caccia nei guai (che sembra un Naruto dei poveri) e la scienziata prosperosa. Senza contare un gruppo di antagonisti, gli Undertaker, che brilla per stupidità: conciati come se fossero fuggiti da una produzione dello studio Gainax, impegnati in pose improbabili che dovrebbero risultare disturbanti, sono cattivi perché usano degli stivaletti tecnologici che permettono loro acrobazie improbabili e soprattutto perché si sono permessi di monetizzare le corse tramettendole sul web. Che gaglioffi!



In tutto questo, Araki ripropone il suo mix di animazione 3D e classica, con i protagonisti che corrono tra le macerie come avveniva ne "L'Attacco dei Giganti", con le scarpette a spruzzo al posto dei moduli per il movimento tridimensionale. E a parte questo, non trova un modo per rendere interessante uno script esangue, che cerca di rifarsi al meglio di Shinkai ma riesce solo a tirarne fuori il peggio quando decide di accostarsi alla tradizione favolistica per creare una storia d'amore impossibile del tutto improbabile e, quel che è peggio, fredda.



"Bubble" è una pellicola dimenticabile, chiaramente pensata per piacere agli otaku ma che paradossalmente forse sarà più apprezzata da chi non mastica animazione nipponica, data la mole di cliché che vi imperversa. Di sicuro non il miglior biglietto da visita per lo steaming della grande N, che ha anime decisamente migliori in catalogo.