lunedì 11 luglio 2022

Thor: Love and Thunder

di Taika Waititi.

con: Chris Hemsworth, Natalie Portman, Christian Bale, Tessa Thompson, Russell Crowe, Taika Waititi, Jamie Alexander, Chris Pratt, Karen Gillan, Dave Bautista, Bradley Cooper, Pom Klementieff, Vin Diesel, Carly Rees, Kat Dennings.

Commedia/Avventura/Fantastico

Usa, Australia 2022














Il fatto che un personaggio come Thor sul grande schermo funzioni meglio come parodia che come eroe epico serioso è davvero paradossale, se non ridicolo. Eppure basta confrontare "The Dark World" con "Ragnarok" per rendersi conto dell'abisso qualitativo che intercorre tra i due toni: mentre il primo prova a presentare un personaggio ironico in un contesto totalmente serioso, senza però sorreggere il tutto con uno script all'altezza, il secondo butta tutto in caciara lasciando il minimo indispensabile di serietà per non creare un film demenziale vero e proprio. Merito di Taika Waititi o demerito di Alan Taylor e soci che sia, il Thor strampalato e un po' coglione dell'autore neozelandese è decisamente più memorabile.
"Love and Thunder" riprende né più nè meno la formula del precedente exploit in solitaria del Dio del Tuono cazzone e la eleva in parte al livello successivo: c'è nuovamente un villain cattivissimo e una storia che bene o male funziona, ma farcita di talmente tanto di quell'umorismo da risultare ad un passo dal demenziale. Chi ha amato "Ragnarok" sarà contento, tutti gli altri decisamente no.





New entries di questo quarto capitolo sono la Jane Foster versione Dio del Tuono e Gorr il Macellatore di Dei. La prima esordisce in un numero di "What if...?" per poi diventare parte effettiva del canone nel 2013; la forsennata rincorsa della Marvel all'inclusivismo porta a ricreare i supereroi di Jack Kirby in chiave femminile ed etnica e Jane Foster, dopo aver scoperto di avere un cancro al seno, riesce a sollevare il Mjolnir e ad ereditare i poteri di Thor, divenendone la nuova incarnazione.
Gorr, d'altro canto, è il protagonista della prima storyline della testata di Thor nell'era Marvel Now ad opera di Jason Aaron, caratterizzata da toni cupi e apocalittici, con il dio norreno costretto ad allearsi con due versioni alternative di se stesso, una passata ed una futura, per sventarne la minaccia.
Imprint cartacei che bene o male ritrovano la loro strada anche su grande schermo: la storia di Jane Foster è pressocché identica, quella di Gorr viene ricreata in maniera più simpatetica. Il Macellatore è ora un uomo comune deluso dalla spocchia degli dei, che arroccatisi nei loro stessi privilegi rendono la fede inutile; trovata la necrospada, unica arma in grado di distruggerli, decide di decimarli per vendicare la morte della figlia, deceduta a causa di una carestia sotto gli occhi di un dio imbelle.


Ovviamente a Taika Waititi non vuole essere un Bergman pop e non gliene può fregare di meno di creare un conflitto più di tanto profondo, del concetto di nobiltà o quant'altro. Il fulcro di tutto è l'umorismo distruttivo e talvolta decostruttivo, che trionfa in una serie di gag e battute al solito efficaci perché mai davvero stupide. E questa volta, può sbizzarrirsi persino usando quei Guardiani della Galassia ai quali la sua visione di Thor tanto deve, facendo sembrare il suo eroe persino più cazzone dello scassato gruppo di James Gunn. Alla fin fine, la sua è giusto una love story tra un vichingo spaziale, un'astrofisica morente, un martello, un'ascia e due capre e va benissimo così.
Per essere onesti, quando poi decide di creare qualcosa di visivamente interessante, ci riesce anche, come nella sequenza ambientata sul pianeta dell'oscurità, dove non esistono colori; o quando gioca con i costumi, vestendo il Dio del Tuono come una comparsa del "Flash Gordon" di De Laurentiis.




Alla fine, tra battute divertenti e personaggi simpatici, Waititi porta a casa un risultato non disprezzabile, un commedia demenziale ma non demente con la giusta dose di (minimale) serietà e tanta spensieratezza, in un blockbuster caciarone ma mai davvero cretino.

venerdì 8 luglio 2022

R.I.P. James Caan



1940 - 2022

Resterà per sempre legato ai suoi ruoli più celebri, ossia quello di Santino Corleone ne "Il Padrino" e Paul Sheldon in "Misery non deve morire". Ma James Caan è stato un interprete ecclettico, in grado di ricoprire senza sforzi ruoli muscolari come in "Rollerball", "Killer Elite" e "Thief- Strade Violente", ma anche di mostrare il suo lato più sensibile in personaggi piccoli e umani come in "Non torno a casa stasera" e "Giardini di Pietra".
Un attore dal talento più profondo e sfaccettato di quanto non potesse apparire a prima vista, Caan lascia dietro di sé una carriera memorabile ed un vuoto incolmabile.

mercoledì 6 luglio 2022

Elvis

di Baz Luhrmann.

con: Austin Butler, Tom Hanks, Olivia DeJonge, Dacre Montgomery, Luke Bracey, Richard Roxburgh, David Wenham, Natasha Bassett, Kodi Smit-McPee, Kelvin Harrison Jr., Elizabeth Cullen.

Biografico

Australia, Usa 2022












I film di Baz Luhrmann si amano o si odiano. Non c'è, forse, via di mezzo riguardo a quello stile caleidoscopicamente postmoderno e perennemente sull'orlo della caciara cialtronesca, che riesce, tuttavia e sovente, a coinvolgere e ammaliare. Ed "Elvis", in tal senso, non è diverso da altri suoi exploit quali "Moulin Rouge!" o "Romeo + Giulietta", pur non vantando l'eterogeneità stilistico-estetica del primo o la caratura drammaturgica del secondo. "Elvis" è un biopic eccessivo, compiaciuto dei suoi colori e della sua inarrestabile dinamicità, che però sa quando rallentare e quando fermarsi, pur avendo sempre un ritmo incalzante e del tutto "anti-classico". E già per questo meriterebbe di essere apprezzato.



Più che un biopic, nelle parole dello stesso autore, il suo è un film su di un supereroe, con un ragazzo di umili origini che diventa una superstar e riesce ad influenzare il mondo che lo circonda, da cui il paragone con il Capitan Marvel della Fawcett del quale il vero Elvis era realmente un grande fan. Ma pur evitando le trappole proprie di tanti biopic e distanziandosi dalla formula creata dall' "Elvis- The Movie" di Carpenter e resa stantia nel corso degli anni, quello di Luhrmann è in primis il ritratto di una figura sofferente, di un artista sfruttato in modo bieco da un manager senza scrupoli.
Elvis era il prodotto del "Colonnello" Tom Parker, un apolide, imbonitore di folle e mezzo artista della truffa che Tom Hanks carica di una forma di arcignità grottesca che lo rende simile ad un supervillain vero e proprio. Un ragazzo per bene, educato e fiero, trasformato in una macchina del merchandise, reso prigioniero da contratti truffaldini che ne hanno castrato la carriera e con un immagine creata ad arte per essere rivenduta alle folle.




Al di là del rapporto schiavistico con Parker, Luhrmann rivolge il suo sguardo verso il fenomeno di Elvis e il suo impatto sulle masse. I rapporti famigliari e amicali e persino quello con Priscilla vanno in secondo piano, relegati talvolta a piccole scene fin troppo stilizzate e ai limiti della soap opera. Vice versa, il fenomeno trova ampio spazio: Elvis il ribelle, Elvis l'anticonformista, Elvis la superstar; e poi Elvis schiavizzato nella gabbia dorata di Las Vegas, in una parabola discendente che evita il cliché del ritorno in forma finale per concludersi con un'amara nota calante.




La figura del Re questa volta ha più ombre. La tossicodipendenza non viene sottaciuta, così come la depressione, ma si tende a ricondurre questa sua oscurità al rapporto con il Colonello. Allo stesso modo, l'influenza della musica nera trova qui più spazio, ma il rapporto ambiguo con Little Richard viene furbescamente arginato in modo da non dare adito al tema dell'appropriazione culturale (senza nemmeno voler sostenere se sia davvero possibile parlare di appropriazione culturale nella musica e nell'arte in generale). Similmente, il rapporto con Nixon non trova spazio, lasciando al pubblico l'impressione che il Re del Rock sia sempre rimasto un liberal convinto.
Il ritratto che ne emerge è così semplicemente quello di un artista dotato e rivoluzionario, la cui carriera è stata distrutta da un manager privo di scrupoli che lo ha usato fino a distruggerlo. Descrizione vicina alla realtà e che bene o male ne rende bene la caratura, ma nel cui racconto mancano sequenze davvero memorabili, nonostante l'ottima performance di Austin Butler, che riesce persino a cantare alcune delle canzoni, cosa non da poco.




Il resto è una sarabanda di immagini sfavillanti e barocche che ben si attagliano al personaggio, ma che non riescono mai ad essere davvero memorabili, unico vero difetto di un biopic sentito, abbastanza preciso e tutto sommato coinvolgente.

venerdì 1 luglio 2022

Mad God

di Phil Tippett.

con: Alex Cox, Niketa Roman, Satish Ratakonda, Harper Taylor.

Animazione/Fantastico

Usa 2021















E' del tutto comprensibile che in un'industria come quella dell'animazione occidentale, dove ogni singolo film deve necessariamente avere per protagonista un animale parlante o una principessa canterina, pena la non-esistenza, un film estraniante e anticonvenzionale come "Mad God" sia stato messo ai margini, ignorato dalle major e sia riuscito a trovare distribuzione solo nei circuiti "d'elite" dei festival.
Del tutto incomprensibile è invece il fatto che una figura apprezzata come Phil Tippett abbia faticato come un cane per trovare i fondi necessari per completarne gli appena 84 minuti: va bene non dargli il risalto che un film più vendibile possa avere, ma costringere un autore a tacere piuttosto che conformarsi allo standard bassissimo dell'aniazione mainstream è davvero troppo.



Troppo perché un veterano dell'animazione passo-uno come Tippett dovrebbe essere messo nelle condizioni di poter lavorare in modo concreto anche su di un progetto così estremo e estraneo. Non per altro per il credito che il suo curriculum gli garantisce: comincia come animatore in "Guerre Stellari" e "L'Impero Colpisce Ancora", continua come supervisore agli sfx in "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" e "Howard e il destino del Mondo", crea le ancora oggi sbalorditive animazioni dell'ED-209 in "RoboCop" e di RoboCaine nel sequel, oltre a supervisionare gli effetti di "Jurassic Park", "Dragonheart" e "Starship Troopers". Insomma, un nome che ha un certo peso ad Hollywood e che nonostante questo ha terminato il suo progetto personale lavorando nei weekend e con l'aiuto di volontari, impiegando oltre 30 anni.
E "Mad God" certo non delude, con le sue animazioni stupefacenti ed un comparto visivo che definire visionario sarebbe estremamente riduttivo. Il suo valore potrebbe anche fermarsi qui e configurarsi lo stesso come un'opera incredibile, se non fosse che il suo (anti) significato la rende altrettanto memorabile.




Il registro narrativo è ermetico. Anzi, è decisamente anti-narrativo: tolta una citazione iniziale del Levitico e una cantilena in italiano, non ci sono dialoghi che non siano vagiti infantili o versi di animali, quindi non ci sono dialoghi. La regia inoltre ibrida tre diversi stili, ossia lo stop-motion, l'animazione bidimensionale e la ripresa live-action per dare vita ad un incubo costante, dove nulla è familiare, tutto, dal mondo ai personaggi che lo popolano, sembra uscito dall'incubo di uno Hyeronimous Bosch o di un Escher sotto psicofarmaci mentre guarda le allucinazioni di un Terry Gilliam particolarmente ispirato. Forse non c'è un significato univoco in queste immagini ammalianti, né nelle visioni sconvolgenti, tantomeno i simbolismi religiosi, barocchi oltre il puro post-modernismo, sembrano voler dare una chiarificazione al tutto.




Il mondo di "Mad God" è perso nella dannazione. Un mondo nel quale l'anatema divino del Levitico ha avuto luogo, dove la violenza è l'unica costante, con i deboli che vengono schiacciati dai forti, dove la vita non conta nulla, tanto che può evaporare in una questione di attimi senza lasciare nulla dietro di sé.
I simboli non si contano, ma su tutti, per forza di cose, a colpire è la ricontestualizzazzione del monolite, simile a quello di "2001: Odissea nello Spazio", il quale diventa strumento di morte anzicché di vita.
Qual'è il possibile significato di questa sarabanda di immagini ipnotiche e ossessionanti? Difficile dirlo. Similmente all'ermetismo lynchiano, quello di Tippett è un registro narrativo che chiede allo spettatore di mettere una parte di se stesso nella narrazione. Ciò che si comprende su di un piano oggettivo è la presenza di un demiurgo, denominato "Ultimo Uomo" (interpretato dal regista Alex Cox) il quale invia uno o più assassini in un mondo sotterraneo. Un mondo sotto il mondo o un mondo sotto un ideale empireo. Un mondo corrotto, distrutto dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla malattia, da vere e proprie piaghe bibliche, oltre che dalla mostruosità dell'uomo, dalla sua volontà di sottomettere il prossimo che oramai si è tramutata in un sistema sociale vero e proprio.



Un dio vuole distruggere un mondo corrotto o forse un uomo si arroga il diritto di ricreare il mondo a sua volontà. Ma non è il significato per sé stesso delle immagini a contare, quanto la sensazione che queste trasmettono.
"Mad God" vuole infastidire i sensi e disturbare la mente con un immaginario disgustoso, sgradevole e perennemente scostante e in questo Tippett riesce perfettamente a spiazzare ad ogni singola immagine.
Il grande valore di "Mad God" è in fondo tutto qui: creare una narrazione puramente immaginifica, raccontare una storia facendo a meno degli strumenti più convenzionali come i dialoghi e i simbolismi facilmente identificabili, per affidarsi alle sensazioni e alle conseguenti emozioni. Il che lo rende un piccolo capolavoro di animazione espressionista, adulto tanto nell'immaginario quanto nel racconto.

martedì 28 giugno 2022

Black Phone

The Black Phone 

di Scott Derrickson.

con: Ethan Hawke, Mason Thames, Madeline McGraw, Jeremy Davies, E.Roger Mitchell, Troy Rudeseal, James Ransone,

Thriller/Horror

Usa 2022















Essere il figlio di un peso massimo della cultura popolare come Stephen King non deve essere una cosa facile, soprattutto quando ci si vuole cimentare nello stesso mestiere che lo ha reso famoso. Per fortuna, Joe Hill sembra pensarla diversamente e per questo non si è fatto più di tanti problemi, riuscendo a ritagliarsi un piccolo spazio all'interno del circuito degli scrittori, sia come romanziere che come sceneggiatore di comics.
Ma "Black Phone", che Scott Derrickson porta su schermo da un suo racconto dopo aver abbandonato la regia di "Doctor Strange nel Multiverso della Follia", sembra uscito dritto dritto dalla penna di papà King, sia per le tematiche che per l'atmsofera. Il che, tuttavia, non è per forza di cose un male.



La storia di "Black Phone" sembra uscita direttamente da un romanzo dell'universo kinghiano. In una cittadina della provincia americana, un maniaco soprannominato "Il Rapace" (Ethan Hawke) rapisce giovani adolescenti. La sua ultima vittima, Finney (Mason Thames) ha però un potere nascosto, una sorta di collegamento spiritico che gli permette di entrare in contatto con i fantasmi delle precedenti vittime e anche sua sorella Gwen (Madeline McGraw), i quali lo aiuteranno a sopravvivere alla situazione.


Al di là del setting, torna la prospettiva prettamente infantile sull'orrore, con i giovani ragazzi protagonisti assoluti ed intrappolati in un mondo adulto che li schiaccia, dapprima tramite la violenza di un genitore intollerante, in secondo luogo a causa della violenza strisciante, quella dei "mostri", ma anche quella dei bulli, di quelle creature fatte di carne e sangue eppure più spaventose dei fantasmi, la cui violenza non trova giustificazione alcuna. E torna anche l'escamotage narrativo del potere mentale, che come da copione è innato nel protagonista e lo aiuta a sconfiggere l'orco di turno.


E di orco vero e proprio questa volta si tratta. Il Rapace non ha una tridimensionalità, né una caratterizzazione ultraterrena o sovrannaturale. E' il male più terreno che si possa immaginare, il quale viene però filtrato totalmente dalla prospettiva della vittima, che ne ignora le ragioni e le condizioni mentali. Ai suoi occhi e ai nostri, diventa così una "furia cieca", un mostro fatto e finito che perseguita i ragazzini per puro divertimento, un "uomo nero" tanto mortale quanto astratto.
Proprio come in "It", il protagonista è chiamato ad agire per distruggere il male che lo attanaglia, ad unirsi con altri per uscire da una situazione mortale e sconfiggere il mostro. La dinamica medianica offre però un tocco di gradita originalità al tutto e, complice la caratterizzazione non originale ma azzeccata dei personaggi e gli ottimi attori, riesce a coinvolgere.



Derrickson, dal canto suo, esagera con i jump-scare gratuiti, ma riesce comunque a creare la giusta atmosfera sinistra e autunnale. L'uso dei colori spenti e del filtro sgranato per il flashback e le visioni dona al tutto un tocco vintage un po' ruffiano, ma tutto sommato gradevole.
"Black Phone", così, pur non eccellendo sul piano dell'originalità o della messa in scena, riesce a coinvolgere grazie a qualche spunto vincente tutto sommato ben eseguito.

giovedì 23 giugno 2022

Pleasure

di Ninja Thyberg.

con: Sofia Kappel, Zelda Morrison, Evelyn Claire, Chris Cock, Kendra Spade, Dana DeArmond, Jason Toler, Axel Braun, Aiden Starr, Bill Bailey.

Drammatico

Svezia, Paesi Bassi, Francia 2021















L'industria del porno come mezzo per il successo. "Pleasure" è in fondo questo, ossia una riflessione sulla capacità dell'uomo moderno di vendersi e svendersi, corpo in primis, ma anche anima, pur di raggiungere la fama. 
Per Ninja Thyberg (qui al suo esordio, che espande un suo corto del 2013) il "sogno americano" altro non è che un patto con il diavolo, che ti permette di ascendere al prezzo dell'anima. Nulla di nuovo, quindi, nulla che molti altri cineasti non abbiano già detto, persino in modo più efficace. Eppure non si può davvero liquidare questo suo esordio nel lungo per la sola mancanza di originalità, data la passione e il talento che tutto sommato vengono dimostrati.



"Bella Cherry" (Sofia Kappel) arriva a L.A. dalla Svezia appena diciannovenne con il sogno di sfondare nel mondo dell'intrattenimento per adulti. Ma il sistema è decisamente più ostico di quanto avesse previsto.
Una storia già vista e in fondo scontata, portata già su schermo da (solo per citarne alcuni) Darren Aronofsky con il mondo della danza in "Il Cigno Nero" e Refn con quello della moda in "The Neon Demon", che anch'essi presentavano una protagonista di belle speranze che veniva fagocitata da un mondo ostile.
La Thyberg, dal canto suo, non se la prende tanto con l'industria del porno in sé stessa, con la sua capacità di trasformare le persone in puri corpi da dare in pasto agli spettatori, quanto con coloro le quali le si offrono volontariamente, si immolano in una sorta di passione laica (l'immancabile musica sacra durante le sequenze di umiliazione) per arrivare al successo.
Il suo sguardo è anzi talvolta complice, sia nel non avere remore nel mostrare quei corpi, sia nell'ingaggiare alcuni big del settore, come il leggendario Axel Braun e la bellissima Evelyn Claire, qui nei panni dell'immancabile rivale, oltre che Zelda Morrison (accreditata con il suo nome di battesimo), la quale sfoggia ottime doti recitative. L'intenzione non è quella di dipingere il porno come sfruttamento, quanto quella di descrivere la caduta in disgrazia di un'anima.



Gli estremi meno confortevoli dell'industria, difatti, vengono liquidati immediatamente come evitabili, come nella scena dello stupro filmato, che viene usata come mero rito di passaggio della protagonista verso uno stadio personale ulteriore. Allo stesso modo, i "comportamenti inappropriati" del personaggio interpretato dal compianto Bill Bailey servono più che altro a distruggere il rapporto amicale di Cherry con Joy, piuttosto che a gettare una luce sinistra sul mondo del cinema a luci rossi, del quale, anzi, emerge un ritratto benigno prima ancora che veritiero.
L'attenzione è tutta sull'arco caratteriale della protagonista, sulla sua disgregazione graduale, sulla perdita non tanto di una forma di innocenza, quanto di identità.
Cherry è pronta a tutto pur di affermarsi. Pronta a umiliarsi, pronta a sacrificare i suoi rapporti, pronta a provare pratiche erotiche sempre meno confortanti, pronta a distruggere chi percepisce come un ostacolo. Non ci sono scrupoli, non ci sono limiti, solo un unico ripensamento nel finale, che la salva in extremis e la redime agli occhi di chi la osseva.



Tanto che alla fine ci si chiede il perché si sia voluto ambientare questa storia nell'industria del porno. Provocazione? Può darsi, fatto sta che in un mondo post "The Girlfriend Experience" (la serie più che il film) e post "Nymphomaniac", quelle immagini di vagine, peni eretti e facial non hanno più la forza provocatrice che avrebbero avuto anni fa.
Anzi, una storia del genere avrebbe forse funzionato meglio se ambientata nel mondo dello spettacolo "mainstream", dove la perdizione e l'abuso del proprio corpo sono prezzi da pagare molto meno scontati e decisamente più disturbanti.




Così com'è, "Pleasure" è sicuramente un'opera riuscita, ma molto meno incisiva e memorabile di quanto si possa inizialmente pensare.

lunedì 20 giugno 2022

Elvis, il re del rock

Elvis

di John Carpenter.

con: Kurt Russell, Shelley Winters, Pat Hingle, Season Hubley, Melody Anderson, Bing Russell, Robert Grey, Ed Begley Jr., Charles Cyphers, James Canning, Will Gordon, Randy Grey, Will Jordan, Joe Mantegna.

Biografico

Usa 1979













16 agosto 1977: muore Elvis Presley. Il Re del rock, l'icona popolare più riconoscibile del XX secolo, la rockstar per antonomasia nonché indiscusso dio delle folle non c'è più. Il pubblico, come normale aspettarsi, è incredulo: un idolo così grande non può essere scomparso all'improvviso, non così giovane, non ora, né mai. Cominciano sin da questo momento ad essere elaborate le ipotesi più disparate: ha forse finto la sua morte per ritirarsi a vita privata, un complotto governativo ne ha causato la dipartita, è stato rapito dai servizi segreti o dagli alieni. La leggenda che lo ha sempre contraddistinto continua a vivere e anzi si intensifica. Con la sua morte, Elvis diventa leggenda.
In quel periodo, John Carpenter è sul set di "Halloween" e sta consolidando la sua carriera come autore "di genere". Mentre Kurt Russell, che pur aveva incontrato il Re sul set di "Bionde, Rosse, Brune..."  nei primi anni '60, sta portando avanti la sua carriera di attore brillante, alternando produzioni televisive a ruoli da protagonista in film per ragazzi targati Disney. 
Il fato vuole che queste tre figure si incontrassero nel migliore dei modi. Alla notizia della morte di Elvis, la ABC decide di mettere in cantiere un film di fiction sulla sua vita. Per dirigerlo, viene chiamato proprio John Carpenter, il quale assume Russell come protagonista, iniziando qui la florida collaborazione con quello che sarà il suo attore-feticcio più iconico. Trasmesso per la prima volta negli Usa l'11 febbraio 1979 e arrivato nei cinema in Europa e Australia, "Elvis, il re del rock" è una biografia sincera e accorata, un omaggio ad una figura mitica graziato da un cast affiatato, una produzione che di televisivo ha davvero poco.



"Se non ci fosse stato Elvis, non avrei mai scopato"; questa la famosa frase attribuita a Carpenter riguardo il suo rapporto con il Re. Per lui, Elvis era più di un mito, era un tassello importante della sua esistenza, legame essenziale per comprenderne il ritratto che intesse negli oltre 150 minuti di durata del biopic. La tossicodipendenza viene lasciata fuori scena, forse anche per motivi di censura televisiva, così come i rapporti ambigui con l'Amministrazione Nixon, senza contare come il racconto si interrompa nel momento in cui Elvis arriva a Las Vegas, l'ultima scintilla di gloria prima del decadimento artistico e fisico. Eppure, Carpenter riesce abilmente a schivare le derive agiografiche dello script (non suo), creando una figura sfavillante, ma a suo modo tragica.
Tragedia che prende le forme della depressione, che si manifesta in primis con la solitudine, poi con l'insicurezza, che lo porta a raffreddare i rapporti con Priscilla e la figlia Lisa-Marie. Un Elvis chiuso in sé stesso, che trova sollievo solo quando in compagnia della madre o della moglie, o quando si confronta con la sua ombra, incarnazione di quel gemello morto alla nascita che forse avrebbe potuto alleviarne le sofferenze in vita, una anima gemella strappatagli via non appena venuto al mondo.




Una figura nella quale non c'è differenza tra persona e personaggio: Elvis è sempre Elvis, sia sul palco, sia nel privato; la sua camminata ciondolante, il suo tono di voce caldo e ricercato sono parte integrante della sua persona. Da questo punto di vista, la performance di Kurt Russell risulta strepitosa nel riuscire a non trasformarne la figura in una caricatura. E, anzi, il suo impegno è tangibile nel modo in cui riesce a far sue quelle movenze, tanto da risultare un sosia perfetto nonostante le evidenti differenze fisiche; ovviamente nelle canzoni viene doppiato, nientemeno che da Ronnie McDowell, il sosia di Elvis più celebrato, la cui voce risulta indistinguibile dall'originale.




Ne emerge un ritratto preciso, dolente ma mai troppo enfatico, una rappresentazione in perfetto equilibrio tra dramma e ammirazione. La cui struttura diverrà celebre: la formula fatta di ascesa, fama, caduta e redenzione sarà alla base di praticamente tutti i biopic musicali mainstream successivi, ma qui, fortunatamente, risulta ancora fresca e riuscita.