martedì 2 agosto 2022

China Blue

Crimes of Passion

di Ken Russell.

con: Kathleen Turner, Anthony Perkins, John Laughlin, Bruce Davison, Annie Potts, Pat McNamara, Stephen Lee.

Usa 1984
















Quando nel 1984 "China Blue" uscì in sala, quelle immagini spinte sino ai limiti della pornografia e il ritratto di una sessualità estremamente libera infuriarono la censura, che ne sforbiciò alcuni minuti; nulla di nuovo, certo, tanto che l'unica vera sorpresa è il fatto che la critica si sia divisa sull'effettivo valore del film di Russell, su sceneggiatura di Barry Sandler, qui in chiara impostazione teatrale. C'è chi ne ha colto la franchezza iconoclasta, chi invece lo ha tacciato di essere un ritratto già visto e facilone, che non propone nulla di nuovo se non uno sguardo disincantato sulla tematica sessuale, allora ancora tabù, soprattutto a causa della relativamente recente comparsa del HIV.
Rivisto oggi, è invece decisamente più facile apprezzare l'opera di Russell per quello che è. Non un thriller erotico, come si vorrebbe far credere, quanto uno spaccato riuscito sulla falsità insita nelle relazioni umane che si intrecciano grazie all'amore e all'attrazione sessuale.



Tutti i personaggi hanno una maschera. La prima, più ovvia, è quella di China Blue (Kathleen Turner), alias Joanna Crane, donna in carriera che di notte dismette il tailleur per una parrucca biondo platino con la quale si aggira come prostituita nel quartiere malfamato. Come lei, il "reverendo" Shayne (Perkins) è un prete ossessionato dal peccato della lussuria, che decide di "salvarla" dalla vita di strada. E come loro, anche l'apparentemente innocente Bobby (John Loughlin) vive nella menzogna di un matrimonio felice.




"L'amore dovrebbe unire le persone, non allontanarle". Tutto qui, questo è il senso, la chiave di lettura, data alla fine del primo atto praticamente dal protagonista. Il che rende la narrazione sicuramente didascalica, ma non meno interessante.
Nei rapporti, tutti fingono. Fingono di essere felici, di provare emozioni, persino reazioni fisiche come l'orgasmo. Tutto è subordinato a mantenere la bugia della felicità coniugale. Questo è il mondo di Bobby, buon padre di famiglia, ex quarterback che ha sposato la fidanzatina del liceo e che ora, dopo undici anni, si accorge di come questa relazione sia andata avanti per pura inerzia, di come la scintilla dell'amore e l'attrazione reciproca si siano inariditi tempo addietro.
Per Joanna, invece, non esistono rapporti affettivi veri, non c'è mai vera attrazione. La sua vita è una recita perenne, una menzogna che vende per 50 dollari e che cambia a seconda del gusto del cliente: può essere una vittima come un carnefice, una reginetta di bellezza ingenua come una dominatrice assatanata, non esiste ruolo che non voglia interpretare. Per lei non ci sono vere menzogne, poiché tutto è una menzogna; non c'è il rischio che un rapporto si inaridisca perché pronta a reinventarsi ad ogni ora, divenendo sempre una persona diversa per persone diverse.
Per tutto il film, trova un limite in sole due occasioni: la prima è il ménage à trois con la coppia di yuppie, abbandonato perché schifata dal razzismo esplicitato. La seconda, più toccante, è quella del malato terminale, un uomo che ha avuto e ha ancora un rapporto matrimoniale felice e che prossimo alla morte vede al di là delle sue menzogne, capisce la falsità dei suoi atteggiamenti, la spoglia per la prima volta metaforicamente di ogni difesa, vedendo la donna sotto il costume.




Il reverendo Shayne è anch'egli una maschera deforme di una personalità alla deriva. Il fatto che Russell abbia cucito il ruolo su Anthony Perkins è un chiaro riferimento a "Psycho", tanto che tutto il personaggio può essere visto come una versione iperbolica e grottesca di Norman Bates, al punto che entrambi escono di scena "in drag", sottolineando la loro psicopatologia. "Io sono te" esclama rivolto a China Blue, in uno scambio ridondante: Shayne è anch'egli un falso, un uomo corroso dall'ossessione salvifica che vede negli altri i propri peccati, che vuole sradicare con la violenza per punire sé stesso più che il prossimo, una sorta di super-io freudiano uscito di senno.




Sebbene lontano dai canoni del thriller vero e proprio, "China Blue" è, al suo cuore, un noir che affonda nelle perversioni e nelle menzogne dei personaggi per portarne a galla l'anima più nera e perversa. 
Russell si scatena con una messa in scena a tratti lisergica: tutte le sequenze notturne sono ricostruite in studio, con luci al neon e ombre che tagliano i personaggi, le cui silhouette divengono protagoniste delle scene di sesso più spinte come in un horror espressionista. La visione si fa onirica e visionaria e il mondo squallido e tetro è come il sogno delle metropoli decadenti di "Taxi Driver" e del cinema, quasi coevo, di William Lustig, tanto che non è difficile immaginare nel hotel/postribolo della protagonista aggirarsi personaggi come Frank Zito o lo squartatore di New York di Fulci.




Il tono è però sempre esagerato, costantemente sopra le righe, con pochissime concessioni alla serietà. Russell dà così pieno sfogo alla sua vena allucinata e allucinatoria per creare un ritratto espressionista incredibilmente espressivo, incontrovertibilmente forte, che pecca solo nell'estrema linearità, intercalata solo dalla forte carica provocatoria. "China Blue" diventa così un viaggio allucinato nei meandri del desiderio, di una sessualità solitamente repressa che trova pieno compimento su schermo in un trionfo liberatorio urlato a squarciagola che se ne frega del perbenismo imperante.




E la forza del film è in questa sua estrema franchezza, nel suo voler sovvertire proprio quelle maschere che ritrae come ipocrite e inutile. Lo fa nel modo più semplice, senza prendere veri rischi che vadano al di là della semplice provocazione, eppure riesce perfettamente nel suo intento. Tanto che sarebbe davvero il caso di rivalutare una pellicola per una volta davvero sottostimata a torto.

lunedì 25 luglio 2022

The Gray Man

di Joe & Anthony Russo.

con: Ryan Gosling, Chris Evans, Ana De Armas, Billy Bob Thornton, Jessica Henwick, Dhanush, Alfre Woodward, Wagner Moura, Regé-Jean Page, Shea Wigham, Robert Kazinsky, Julia Butters.

Azione/Thriller

Usa, Repubblica Ceca 2022












I fratelli Russo, ora come ora, siedono praticamente in cima al mondo; dopo aver diretto il più grande incasso della storia (ri-sorpassato solo da "Avatar" e "Spider-Man - No Way Home"), avrebbero potuto fare di tutto, dirigere qualsiasi cosa. Ma ad Hollywood, si sa, questo non conta nulla, forse proprio per questo si sono dovuti rivolgere a Netflix per ottenere i capitali necessari per una produzione multimilionaria basata sul romanzo omonimo di Mark Greaney, ossia qualcosa che non coinvlgesse tizi in costume.
Fatto sta che la libertà d'azione ottenuta non garantisce ovviamente la riuscita di un film. E "The Gray Man" è, in tal senso, non tanto un film malriuscito, quanto un film del tutto privo di originalità, che si aggira tra luoghi comuni e cliché visti e stravisti in decenni di cinema action a tema spionistico senza cercare di interpretarli in modo fresco, tantomeno senza rischiare nulla sul piano stilistico-estetico.



La trama è sempre quella: il super-agente CIA Six (Gosling) scopre un intrigo all'interno dell'organizzazione, i cui dettagli sono custoditi in un mcguffin a forma di medaglione. Disertato a missione conclusa, il buon eroe si trova alle calcagna l'infido Lloyd Hansen (Evans), contractor indipendente che l'ex capo Carmichael (Regé-Jean Page) gli ha sguinzagliato contro per coprire le sue attività illecite. Ad aiutarlo, la bella di turno (Ana De Armas) e come complicazione c'è il rapimento della piccola Claire (Julia Butters), nipote dell'ex mentore Fitzroy (Billy Bob Thornton).




Nulla di nuovo sotto il sole, con una storia che potrebbe tranquillamente essere uscita dalla serie di Jason Bourne e con una sottotrama che sembra ripresa pari pari da "Man of Fire". E nulla di nuovo dice il cast, con Ryan Gosling che fa Ryan Gosling, ossia la sua performance laconica di default che rende questo suo exploit non diverso da quanto aveva fatto in "Drive" o "Blade Runner 2049". Ana De Armas, dal canto suo, si limita a dare corpo e concedere la sua bellezza ad un personaggio che serve solo a far procedere la trama, mentre l'unico a divertirsi è Chris Evans, che chiamato a fare il cattivo pazzo, da sfogo al suo istrionismo caricando ogni scena fino a mangiarsela. 




Anche i Russo si divertono come pazzi a girare sequenze rocambolesche che vorrebbero competere con quelle della serie di "Mission: Impossibile", ma non hanno né il polso, nè l'inventiva adatta. Tutte le scene sono tirate su a dovere, ma mancano di vero mordente, così come di una visione chiara e precisa, spaziando dal realismo più fermo all'esagerazione più caciarona. Un esempio? La sequenza centrale, con la distruzione del tram, che in teoria dovrebbe essere scoppiettante e adrenalinica, ma alla fine risulta tronfia e ai limiti del noioso, complice anche un commento musicale che definire anonimo sarebbe un complimento e che contribuisce in maniera decisiva alla cattiva riuscita del tutto. In compenso, i due registi decidono di strafare usando il drone come bambini al parco, facendolo volare dappertutto, con effetti talvolta risibili. Così come risibile è quel colpo di scena che risolve la situazione nel climax, unico punto esclamativo in una storiella trita e ritrita che così si copre persino di ridicolo.




Tanto che alla fine, "The Gray Man" potrà piacere solo ai fan del cast o a chi cerca un action discreto e del tutto privo di qualsivoglia impegno. Per tutti gli altri, resterà solo un giocattolino privo di nerbo alcuno.

R.I.P. David Warner



1941 - 2022

Con oltre 220 ruoli accreditati, David Warner è stato uno di quei volti immediatamente riconoscibili, benché talvolta agghindati con make-up prostetici pesanti. Ha lavorato con giganti del calibro di James Cameron, Tim Burton, David Lynch, Richard Donner, John Frankeheimer e soprattutto Sam Peckinpah, che lo ha praticamente scoperto. Un attore in grado di passare con disinvoltura da ruoli impegnati ad altri decisamente pop, che si lascia alle spalle una carriera sfolgorante.

R.I.P. Bob Rafelson



 1933- 2022

Della New Hollywood, ha incarnato il lato più umano, quello meno strettamente cinefilo e più vicino ai personaggi, specchi di gente comune stritolata da una società che non comprendono. 
Bob Rafelson è stato un cineasta eclettico, approdato ad un cinema autoriale dopo aver contribuito al successo dei Monkees e che ha poi dato spazio alle capacità di Jack Nicholson, permettendogli di creare alcune tra le sue performance più celebrate. Con lui se ne va un altro pezzo di un periodo storico di irripetibile valore.

venerdì 15 luglio 2022

Beavis and Butt-Head do the Universe

di Albert Calleros e John Rice.

Animazione/Commedia/Demenziale/Fantastico

Usa 2022





















"Beavis and Butt-Head" è il cartone animato più stupido mai concepito. Su questo non ci sono dubbi, dato il fatto che è lo stesso Mike Judge, suo creatore, a considerarlo tale. Ma allora perché è così dannatamente divertente? Perché anche lo spettatore più esigente e intelligente non può trattenere le risate davanti alle cretinate di questo strampalato duo di teenager deficienti fino ai limiti del ritardo mentale?
Semplice: Mike Judge non ci chiede di ridere con loro, ma di ridere di loro, della loro innata e indelebile idiozia, della loro irrefrenabile cialtronaggine e del modo irriverente nel quale incasinano chiunque capiti loro a tiro. Perché se loro sono l'apoteosi dell'idiozia strisciante all'interno delle Generazione X (e non solo), altrettanto stupido è il mondo che li circonda, fatto da criminali sboccati, hippie pazzi, zotici e ragazzini facilmente suggestionabili da role-model totalmente sbagliati, ma fighi all'apparenza; l'unica a salvarsi è quella Daria la quale rappresenta uno sparuto faro di intelligenza in un mondo nel quale il conformismo bigotto e l'ignoranza entusiasta hanno creato una marea di decerebrati (tant'è che il suo show spin-off è tutt'oggi tra i serial più giustamente celebrati di sempre).


Il successo non poteva mancare e con esso le polemiche. Non per nulla, quello di Judge era uno dei primi cartoon pensati per un pubblico adulto, facile quindi è stato farne oggetto di scandalo in quegli anni '90 dove i media erano il perfetto parafulmine per l'ipocrisia latente. E "Beavis & Butt-Head" di critiche ne ha subite, su tutte la ridicola accusa di aver istigato un bambino a dare fuoco al trailer dove viveva con la madre ed il fratello più piccolo, morto nell'incidente; peccato che anni dopo questi abbia confessato di non aver mai visto lo show e di come fosse stato letteralmente costretto a biasimarlo.
Polemiche che non ne hanno affossato il successo: andato in onda tra il 1993 e il 1997, con un revival nel 2011 ed un primo film nel 1996, la creatura di Mike Judge gode ancora oggi dello status di cult. Ed proprio per questo che Paramount+ ha deciso di riesumarla con un nuovo lungometraggio, questa volta direct-to-stream. E se "Beavis and Butt-Head do America" era a suo modo un film memorabile, questo "Do the Universe" è più che altro una sorta di episodio pilota di un'ora e venti che trasporta il duo dagli anni '90 al XXI secolo senza però curarsi di far loro dire o fare nulla di davvero rimarchevole.


La trama è bene o male quella di "Do America": il duo di teenager cretini, come al solito alla disperata ricerca di sesso, finisce nei casini e in un conseguente road movie. Questa volta si ritrovano prima astronauti, per poi essere catapultati nel 2022, inseguiti da una ex astronauta ora governatrice e oggetto delle loro attenzioni sessuali, oltre che dalla CIA che li scambia per alieni.
La formula è sempre quella, con i due cretini che seminano panico mentre il mondo accanto a loro li scambia per geni. E anche le gag bene o male sono sempre quelle, con calci nei genitali, un tuffo in una toilette portatile ed il ritorno del Grande Cornholio. Nulla di nuovo, tutto fatto e visto e, per qualche motivo, la cretinagine del duo oggi come oggi forse risulta stanca e un po' forzata, non ha la forza annichilente di 30 anni fa, anche perché quei "tipi" bene o male non esistono più e Beavis e Butt-Head non sono più la parodia di nulla.



Ben sarebbe servito aggiornarli ai tempi e usare le ossessioni moderne non solo come spunto, ma come oggetto centrale delle gag. Quando il duo si scontra con la modernità, invece, lo fa nel modo più piatto possibile: l'ossessione per gli smartphone è usata come mero mezzo di trama, mentre l'ottusità dei college e la campagna contro il "white privilege" dà vita ad un unica scenetta senza mordente alcuno. Tutto fila liscio, nulla riesce davvero ad imprimersi nella memoria e le gag, pur volgari, di certo non raggiungono i livelli di sboccatagine epica del passato.




La colpa di questa cattiva riuscita è forse da ricercare nella natura stessa del progetto. Mike Judge non ha avuto praticamente nulla a che fare con questo film e gli autori, che pur hanno lavorato ad alcuni "figli" di Beavis e Butt-Head" come "Family Guy", "American Dad" "The Cleveland Show", hanno deciso di non rischiare nulla, di non provocare nessuno, di trincerarsi dentro la zona sicura del già fatto, confezionando un prodottino esangue, utile solo a riportare il duo nella coscienza collettiva odierna.

giovedì 14 luglio 2022

Jurassic World- Il Dominio

Jurassic World Dominion

di Colin Trevorrow.

con: Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Laura Dern, Sam Neill, Jeff Goldblum, Isabella Sermon, DeWanda Wise, Mamoudou Athie, B.D. Wong, Campbell Scott, Omar Sy, Dichen Lachman, Justice Smith, Scott Haze, Daniella Pineda.

Avventura/Fantastico/Thriller

Usa, Cina, Malta 2022













---CONTIENE SPOILER---


"Jurassic World Dominion" è un film stupido, che tratta lo spettatore come un cretino, ma che pretende di essere preso seriamente. La novità? Nessuna. In questo, il kolossal di Colin Trevorrow è il perfetto esponente del filone dei blockbuster imbecilli che Hollywood ci propina almeno dalla seconda metà degli anni '90 e non fa né più, nè meno di sbagliato rispetto a quanto già fatto dai peggiori filmacci di Michael Bay, Roland Emmerich e Wolfgang Petersen. Ma ha anche un difetto ulteriore e del tutto inescusabile: è incredibilmente noioso.


E' decisamente più divertente leggere (e redigere) una lista dei buchi di trama, dei controsensi, dei non-sensi e delle letterali cretinate inanellate da Trevorrow nella bellezza di 150 minuti di film piuttosto che sorbirsi questi 150 minuti di film, flosci come sono. E di cretinate i 150 minuti sono pieni.
Si parte dal presupposto della storia: in appena quattro anni, i dinosauri hanno invaso la Terra. Perché i governi del mondo non abbiamo voluto o potuto arginarne la diffusione è un mistero. Come mai il ritorno di questi predatori alfa non ha sconvolto l'ecosistema e la catena alimentare, è un mistero ancora più oscuro. Il corollario, in compenso, è ancora più idiota: una moraluccia falso-ecologista secondo la quale dobbiamo imparare a convivere con altre specie animali. Molto bello, peccato che se nella realtà i dinosauri tornassero in vita, l'intero ecosistema collasserebbe, ma tant'è, fare i professorini non costa nulla.


Al di là dei presupposti e della morale, non c'è nulla che torna in una trama imbastita con il nulla e infarcita di tutti gli stereotipi possibili. Il mcguffin di turno è una ragazzina-clone di una scienziata talmente geniale che è stata letteralmente in grado di modificarne in DNA dopo averla partorita per partenogenesi. Miracolo della vita asessuato a parte, ci si chiede come abbia fatto a modificare la struttura genetica di un essere vivente fatto e finito, forse ha usato il mutagene delle Tartarughe Ninja o direttamente la magia nera, non è dato sapere.
Il cattivissimo di turno è invece lo Steve Jobs delle industrie farmaceutiche, che ha il monopolio sugli studi della struttura genetica dei sauri, è ricco sfondato, è a capo dell'azienda più potente del globo, ma per qualche ragione decide lo stesso di creare un piano diabolico per distruggere le colture di grano che non usano i suoi semi. Perché mettere a rischio la sopravvivenza della vita sul pianeta per diventare ricchi quando si è già l'uomo più ricco del mondo è l'ennesimo mistero insondabile di uno script che sembra scritto da due alieni 



La "novità" di questo terzo o sesto film della saga, a seconda di dove si voglia cominciare a contare, è dato dal ritorno dei protagonisti del primo film: Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum di nuovo su schermo assieme. Peccato che la sceneggiatura non sappia che farsene, anche a causa di un cast già affollato. Laura Dern è l'unica ad avere un ruolo attivo, essendo praticamente il motore della sottotrama sulle locuste giganti, mentre Sam Neill sta sullo sfondo a fare sguardi sarcastici; il personaggio di Goldblum invece serve solo a dire che c'è anche lui con il suo repertorio di battute finto-filosofiche e la parlata strana; per il resto, non fa nulla di davvero rilevante e il fatto che si ritrovi questa rockstar hippie al servizio della megacorporation del male per il solo gusto di facilitarne l'incontro con gli altri due è la cosa più improbabile e meno credibile in un film sui dinosauri transgenici nell'era moderna, il che è tutto dire. Per lo meno, fa piacere notare come i tre attori abbiano ancora carisma da vendere.
Sempre per la gioia dei nostalgici, il cattivo non solo conserva ancora la bomboletta spray di Wayne Knight del primo film, ma fa addirittura la sua stessa identica fine. Gioiscano pure, l'originalità è morta.




I personaggi di Chris Pratt e Bryce Dallas Howard sono invece protagonisti della storyline sul rapimento della ragazzina-clone e del cucciolo di raptor, la quale viene sviluppata come un thriller à la James Bond o Jason Bourne, con tanto di corsa sui tetti di Malta con i velociraptor ad interpretare gli sgherri di turno; e Trevorrow, per non farsi mancare proprio nulla, decide di riprendere un paio di inquadrature da "The Bourne Ultimatum", nel caso non si fosse capito di che pasta sia fatto.
Anche qui la sospensione dell'incredulità va presto a farsi benedire: i raptor non hanno problemi ad inseguire un'auto, ma per qualche motivo non riescono a stare dietro alla Howard quando sta a piedi. La contrabbandiera dal cuore d'oro che si unisce al gruppo viaggia su di un vecchio aereo da cargo sul quale non ha fatto installare i paracadute perché di solito viaggia da sola, ma in compenso ha una poltroncina eiettabile stile caccia... ma non installato al posto del pilota; lo stesso sedile ha poi un dispositivo gps installato... per qualche motivo, il quale permette a Chris Pratt di ritrovare la moglie in mezzo alla giungla... a chilometri di distanza dal luogo dell'atterraggio... giusto in tempo per salvarla dai dinosauri... come no. E sempre Pratt e la contrabbandiera decidono di attraversare un lago ghiacciato passando per il centro, che come tutti sappiano non è assolutamente la parte più fragile.




In tutto questo coacervo di atroci cretinate, Trevorrow riesce sempre a tenere un tono tragicamente serio, senza neanche accorgersi della stupidità del tutto, come solo un perfetto idiota può fare.
Quel che è peggio, getta alle ortiche ogni possibile risvolto spettacolare in scene d'azione prive di mordente e di originalità, riuscendo a rendere blando persino lo scontro finale tra un tirannosauro, un gigantosauro e un raptor gigante. Oltretutto, il montaggio è a tratti aberrante, con mancanza di continuità da un'inquadratura e l'altra all'interno della stessa scena, alla faccia del budget stratosferico e dei valori produttivi faraonici.
"Jurassic World Dominion" è, in parole povere, spazzatura, un incredibile affronto all'intelligenza dello spettatore e alla grammatica filmica, il capitolo peggiore in una serie che già partiva monca e che è riuscita a toccare vette di idiozia inimmaginabili. Forse è meglio lasciare che i dinosauri si estinguano anche al cinema.

lunedì 11 luglio 2022

Thor: Love and Thunder

di Taika Waititi.

con: Chris Hemsworth, Natalie Portman, Christian Bale, Tessa Thompson, Russell Crowe, Taika Waititi, Jamie Alexander, Chris Pratt, Karen Gillan, Dave Bautista, Bradley Cooper, Pom Klementieff, Vin Diesel, Carly Rees, Kat Dennings.

Commedia/Avventura/Fantastico

Usa, Australia 2022














Il fatto che un personaggio come Thor sul grande schermo funzioni meglio come parodia che come eroe epico serioso è davvero paradossale, se non ridicolo. Eppure basta confrontare "The Dark World" con "Ragnarok" per rendersi conto dell'abisso qualitativo che intercorre tra i due toni: mentre il primo prova a presentare un personaggio ironico in un contesto totalmente serioso, senza però sorreggere il tutto con uno script all'altezza, il secondo butta tutto in caciara lasciando il minimo indispensabile di serietà per non creare un film demenziale vero e proprio. Merito di Taika Waititi o demerito di Alan Taylor e soci che sia, il Thor strampalato e un po' coglione dell'autore neozelandese è decisamente più memorabile.
"Love and Thunder" riprende né più nè meno la formula del precedente exploit in solitaria del Dio del Tuono cazzone e la eleva in parte al livello successivo: c'è nuovamente un villain cattivissimo e una storia che bene o male funziona, ma farcita di talmente tanto di quell'umorismo da risultare ad un passo dal demenziale. Chi ha amato "Ragnarok" sarà contento, tutti gli altri decisamente no.





New entries di questo quarto capitolo sono la Jane Foster versione Dio del Tuono e Gorr il Macellatore di Dei. La prima esordisce in un numero di "What if...?" per poi diventare parte effettiva del canone nel 2013; la forsennata rincorsa della Marvel all'inclusivismo porta a ricreare i supereroi di Jack Kirby in chiave femminile ed etnica e Jane Foster, dopo aver scoperto di avere un cancro al seno, riesce a sollevare il Mjolnir e ad ereditare i poteri di Thor, divenendone la nuova incarnazione.
Gorr, d'altro canto, è il protagonista della prima storyline della testata di Thor nell'era Marvel Now ad opera di Jason Aaron, caratterizzata da toni cupi e apocalittici, con il dio norreno costretto ad allearsi con due versioni alternative di se stesso, una passata ed una futura, per sventarne la minaccia.
Imprint cartacei che bene o male ritrovano la loro strada anche su grande schermo: la storia di Jane Foster è pressocché identica, quella di Gorr viene ricreata in maniera più simpatetica. Il Macellatore è ora un uomo comune deluso dalla spocchia degli dei, che arroccatisi nei loro stessi privilegi rendono la fede inutile; trovata la necrospada, unica arma in grado di distruggerli, decide di decimarli per vendicare la morte della figlia, deceduta a causa di una carestia sotto gli occhi di un dio imbelle.


Ovviamente a Taika Waititi non vuole essere un Bergman pop e non gliene può fregare di meno di creare un conflitto più di tanto profondo, del concetto di nobiltà o quant'altro. Il fulcro di tutto è l'umorismo distruttivo e talvolta decostruttivo, che trionfa in una serie di gag e battute al solito efficaci perché mai davvero stupide. E questa volta, può sbizzarrirsi persino usando quei Guardiani della Galassia ai quali la sua visione di Thor tanto deve, facendo sembrare il suo eroe persino più cazzone dello scassato gruppo di James Gunn. Alla fin fine, la sua è giusto una love story tra un vichingo spaziale, un'astrofisica morente, un martello, un'ascia e due capre e va benissimo così.
Per essere onesti, quando poi decide di creare qualcosa di visivamente interessante, ci riesce anche, come nella sequenza ambientata sul pianeta dell'oscurità, dove non esistono colori; o quando gioca con i costumi, vestendo il Dio del Tuono come una comparsa del "Flash Gordon" di De Laurentiis.




Alla fine, tra battute divertenti e personaggi simpatici, Waititi porta a casa un risultato non disprezzabile, un commedia demenziale ma non demente con la giusta dose di (minimale) serietà e tanta spensieratezza, in un blockbuster caciarone ma mai davvero cretino.