lunedì 3 ottobre 2022

The Ring

Ringu

di Hideo Nakata.

con: Nanako Matsushima, Hiroyuki Sanada, Miki Nakatani, Rikiya Otaka, Daisuke Ban, Rie Ino'o, Yuko Takeuchi, Hitomi Sato, Yoichi Numata, Yutaka Matsushige, Katsumi Muramatsu.

Horror

Giappone 1998











Il mondo dell' horror in Giappone forse non sarebbe lo stesso senza Koji Suzuki. Scrittore giunto alla fama mondiale solo a partire dalla fine degli anni '90, ha invece contribuito alla ridefinizione del "genere" in patria sin dall'inizio del decennio, quando pubblica il primo romanzo della pluriacclamata serie di "Ringu".
Suzuki è il tipico figlio dei suoi tempi, cresciuto in un Giappone che scopriva e riscopriva la passione per il sovrannaturale, causata dalla pubblicazione, a fine anni '70, delle Profezie di Nostradamus nel Paese del Sol Levante, evento che ha portato ad un interessamento generale del pubblico verso tematiche borderline fantastiche e alla rinascita del genere horror in tutti i media.




"Ringu" arriva nelle librerie giapponesi nel 1991 e riscuote un ottimo successo. Il segreto, oltre alla scrittura in sé stessa, è dato forse dalla commistione di tradizione e modernità, di antico e odierno. Stando alle parole di Suzuki, una delle fonti di ispirazioni per la storia di Sadako e della sua maledizione altro non è stato se non il "Poltergeist" del duo Spielberg-Hooper, il che è anche abbastanza ovvio: quell'immagine dello spettro vendicativo che emerge dal televisore è figlio diretto della famosa scena dell'avvento delle "demoniache presenze", ovviamente rielaborata in modo da diventare nuovamente originale.
Laddove il veicolo della maledizione è moderno, del tutto tradizionale è la figura dello spettro vendicativo, un onryo, figura tipica del folklore nipponico, ossia il fantasma di una persona morta violentemente che, a causa del forte sentimento d'odio, torna in vita per commettere una truce vendetta, la quale però non si consuma direttamente contro i responsabili, ma contro chiunque capiti a tiro, facendone quasi l'equvalente di uno spirito maligno occidentale.
Ma contrariamente a quanto avverrà nell'adattamento filmico, Suzuki si concentra anche sui risvolti fantascientifici della vicenda, con la storia di Sadako e sua madre Shizuka che le vede come potenti esper i cui potere ne hanno causato l'ostilità da parte dell'opinione pubblica, aspetto di storia che solitamente non viene ricollegato alla serie ma che ne costituisce il cuore tematico forse anche più della compoenente orrorifica vera e propria.




"Ringu" trova un primo adattamento filmico nel 1995, con un film-tv diretto da Chisui Takigawa, ma è con l'adattamento cinematografico del 1998 diretto da Hideo Nakata che giunge ad un definitivo successo.
Un film "seminale" per quel filone che prenderà il nome di J-Horror, il quale genererà un intero sciame di pellicole caratterizzate dall'atmosfera lugubre e dalla tematica della vendetta violenta perpetrata da spettri di persone uccise che spesso prende si attua mediante la tecnologia (basti vedere anche "Kairo" di Kiyoshi Kurosawa). Ma, prima ancora, il "Ringu" di Nakata è stato un enorme successo commerciale, all'epoca uno dei più grossi incassi nella storia del cinema giapponese, il cui eco si è poi espanso in Occidente con il fin troppo celebrato remake diretto da Gore Verbinski, il quale ha a sua volta sdoganato le pellicole originali anche in America ed Europa, oltre ad aver dato vita alla mania dei remake occidentali. E, paradossalmente, è proprio paragonando l'originale al remake che i pregi del primo risaltano maggiormente.




La tematica centrali in "Ringu" è l'isolamento. Sadako (interpretata da Rie Ino'o), figlia di una donna sola, concupita dal dottor Ikuma (Daisuke Ban), il quale tenta di sfruttarne i poteri per affermarsi economicamente e lavorativamente, è la "figlia del peccato", nata da una relazione extraconiugale e per questo uccisa dal padre, gettata ancora viva in un pozzo, ossia tagliata fuori dall'esistenza, seppellita viva in una tomba per celarne l'esistenza al mondo. Da cui il rancore, l'odio incondizionato verso quella umanità cinica e malvagia che ha distrutto lei così come ha prima tentato di distruggere la madre.




Allo stesso modo, isolato dal mondo è il piccolo Yoichi (Rikiya Otaka), figlio della protagonista Reiko (Nanako Matsushima) e di Ryuji (un giovane Hiroyuki Sanada), nato da un matrimonio finito in pezzi, lasciato spesso da solo a causa degli impegni della madre e totalmente ignorato dal padre (come nella dolorosa scena dell'incontro sotto la pioggia, dove i due praticamente non si riconoscono), si ritrova ad essere affascinato dalla leggenda della VHS assassina e trascinato negli eventi da un'entità sovrannaturale (forse il fantasma della cugina Tomoko, la prima vittima del film, forse la stessa Sadako) come una sorta di doppio ancora vivente del mostro.




Ed è lo stesso oggetto che divulga la maledizione ad essere in realtà un feticcio di un'era di isolamento. La VHS è l'apripista del fenomeno dell'home video, della capacità per gli spettatori di fruire di opere audiovisive (in particolar modo cinematografiche) senza dover più uscire di casa, senza unirsi a degli sconosciuti in un rito collettivo, anzi restando comodamente "tappati" tra le pareti dell'abitazione, tagliati fuori dal mondo. Non per nulla, è grazie all'avvento delle videocassette che in Giappone si registrano picchi dei casi di isolamento volontario, un incremento del fenomeno del hikikomori il quale a sua volta si ricollega al fenomeno delle "video girl", le "fidanzate virtuali" create registrando piccoli video (non sempre a sfondo erotico) di ragazze impegnate in attività quotidiane, al fine di regalare ad un utente chiuso in sé stesso l'illusione di un'interazione umana (argomento magnificamente declinato nel manga "Video Girl Ai" di Masazaku Katsura), delle quali Sadako è un'ideale versione demoniaca. 
Il televisione, di conseguenza, diventa il viatico non per una vana realizzazione dei desideri personali, ma verso la distruzione, la cancellazione definitiva della vita, un inferno pronto ad eruttare in faccia allo spettatore, proprio come in "Poltergeist". E la maledizione, paradossalmente, non viene spezzata una volta risolto il mistero di Sadako, bensì unicamente tramite la diffusione della stessa, tramite la copia di quel male che deve propagarsi nel mondo affinché tutti si salvino, proprio come una trasmissione televisiva che deve infettare tutto il pubblico come un virus affinché proprio il pubblico possa sviluppare una sorta di anticorpo verso il medesimo.




La regia di Nakata è volutamente fredda e diretta. Non c'è stilizzazione nella messa in scena, né un'estemizzazione della violenza, la quale resta invece sempre fuori campo. Ciò che gli interessa è la suspense e la ricrea tramite un'atmosfera plumbea, dove lo scorrere del tempo diventa fardello insostenibile. Il che crea a sua volta una costante sensazione di paura e di disagio, dove la paura viene sempre trattenuta e dilatata, sempre pronta a scoppiare, ma dove la catarsi dello spavento è sempre negata.




Con una cadenza ipnotica e spiazzante, "Ringu" riesce davvero ad inquietare in modo sottile ed efficace. E per questo, oltre ad essere estremamente riuscito, resterà sempre migliore del più convenzionale remake americano, tutto basato sui jump-scare e su di una fotografia totalmente in color-grading digitale che finisce per rendere le immagini patinate e insulsamente finte.

giovedì 29 settembre 2022

Blonde

di Andrew Dominik.

con: Ana de Armas, Xavier Samuel, Evan Williams, Adrien Brody, Sara Paxton, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson, Toby Huss, Lily Fisher, Caspar Phillipson.

Usa 2022
















Nel libro omonimo di Joan Carol Oates è riportato a caratteri cubitali come "Blonde" non sia una biografia ufficiale su Marilyn Monroe, quanto una storia ispirata alla sua vita. E la stessa cosa vale, di conseguenza, per il film di Andrew Dominik, che ne adatta le pagine in quasi tre ore e arriva su Netflix dopo un'accoglinza "divisa" al Festival di Venezia.
Una produzione complicata, che ha subito ritardi a causa dell'emergenza Covid, che ha perso più volte il volto principale, passando da quello di Jessica Chastain ad Ana De Armas, passando per Naomi Watts. E che Dominik dirige dopo anni di assenza dal cinema di fiction, a seguito del flop dello strano "Cogan- Killing them Softly" del 2013.
Quindi, se non si tratta di un biopic, cos'è davvero "Blonde"? 
Semplice: un ritratto a tinte fortissime di Norma Jean Baker, la donna dietro la maschera di Marilyn.



Perché la storia di Marilyn non è un semplice dramma, non è forse una comune tragedia umana consumatasi sotto le sfavillanti luci di Hollywood, quanto un incubo ad occhi aperti causato sia dai traumi, infantili e non, che dalla scissione di personalità tra la persona ed il personaggio. Non per nulla, fu proprio Tony Curtis a parlarne in tempi non sospetti, proprio lui che aveva conosciuto e amato Norma Jeane prima del successo e che si ritrova a lavorare con Marilyn Monroe alla fine degli anni '50 sul set del capolavoro "A qualcuno piace caldo", accorgendosi di come quella diva sia una persona diversa e non solo a causa delle tribolazioni che aveva affrontato e continuava ad affrontare fuori dal set.




La vita di Norma Jeane diventa così un vero e proprio film dell'orrore nel quale la protagonista viene risucchiata in un vortice di violenza, sopraffazione e distruzione. Dominik, riguardo la sua figura, è stato chiaro, definendola come la Afrodite del XX secolo che si è suicidata, sottolineandone la natura autodistruttiva. Ma nel suo ritratto, la distruzione è anche eteroindotta, causata in primis dagli abusi materni, ferita che si porterà a vita, in secondo luogo dal trauma degli aborti, con la prospettiva di una maternità come salvezza che viene puntualmente negata, in una spirale di violenza che continua a ripetersi sino alle estreme conseguenze.
Norma Jeane diventa così una donna distrutta dal dolore che si traveste da bomba sexy per mascherare il male interiore, restando costantemente alla ricerca di un amore che colmi l'assenza del padre. 




Marilyn Monroe è la maschera, un personaggio creato per essere dato in pasto al pubblico affamato di carne, quei fanatici dalle fauci costantemente spalancate e pronte a divorarla, perennemente armati di macchina fotografica puntata su di lei. 
Una maschera deformata e deformante, non una semplice facciata quanto una personalità nuova che contiene tutti gli elementi che il pubblico vuole vedere e solo quelli, ossia una bellezza sfolgorante appaiata ad un carattere da "stupidina" che la rende ancora più appetibile. Tanto che non c'è differenza con i ruoli che ricopre, i quali servono solo a regalare al pubblico quel corpo sensuale, quel sorriso smagliante, quella bellezza esagerata. Non per nulla, è lo stesso Dominik a confessare di non amarne i film (a parte ovviamente "A qualcuno piace caldo"), tacciandoli di essere sessisti.




Nel privato, le relazioni con Charlie Chaplin Jr., Joe DiMaggio e Arthur Miller diventano una rincorsa verso quel vuoto che la attanaglia. Il primo è lo spirito affine, persona distrutta da una figura paterna fin troppo presente, nemesi di quella di Norma, nella quale la donna trova una comunione umana prima ancora che fisica. Il secondo è quel padre che non ha mai avuto, il quale finisce per strangolarla quando non ne accetta lo status di sex symbol. Il terzo è il compagno ideale, l'unico che vede la persona dietro la maschera, la donna dietro il dolore e che ne apprezza le doti intellettuali prima ancora che quelle fisiche.




E poi c'è quella strana scena con John Kennedy, la quale non si capisce cosa davvero stia a significare. La relazione con JFK e Robert è cosa nota oggi come ieri ed è stata probabilmente questa a portarla alla morte, a prescindere dal fatto che si creda o meno al suicidio. Ma Dominik (così come la Oates prima di lui) riduce il rapporto ad una semplice sopraffazione fisica, descrive John come un mero stupratore seriale ed arriva finanche ad eliminare del tutto la figura di Robert. Il quadro che ne emerge è desolante, non tanto per la presunta lesa maestà verso la figura di un presidente fin troppo idolatrata dal pubblico, quanto per l'assoluta inconsistenza: la relazione con i Kennedy era un affare ben più complesso, l'averla reinquadrata come lo stupro di un uomo verso una bella donna non rende giustizia al reale e nell'economia del racconto risulta ridondante, gicché le violenze carnali subite da parte dei produttori già avevano trovato spazio nella prima parte del racconto; così come del tutto fuori luogo è la sequenza successiva, onirica e ai limiti del ridicolo, dell'aborto violento perpetrato dalla CIA e portato in scena come uno strambo episodio di "X-Files".




Scelta narrativa ed estetica che lascia confusi, soprattutto se si tiene conto di come altrimenti Dominik padroneggi storia e racconto. Usando scatti d'epoca e interviste come modello, ricrea il mondo di Marilyn come una serie di immagini glamour, le quali sono però ammantate da un tono perennemente cupo, magistralmente sottolineato dalle splendide note di Nick Cave e Warren Ellis. Mentre Ana De Arms è una Marilyn intensa e credibile, nonostante la figura troppo snella se paragonata a quella più prorompente della diva.
Tanto che alla fine, tolta la spiazzante scelta di rileggere l'affair Kennedy in modo strambo, "Blonde" è una perfetta fotografia espressionista di un'anima persa, un biopic che non è biopic quanto descrizione del subcosciente di una personalità borderline che ne restituisce appieno il dolore e le contraddizioni. Bello e tutto sommato riuscito.

martedì 27 settembre 2022

La Nota Blu

La Note Bleue

di Andrzej Zulawski.

con: Janusz Olejniczak, Sopihe Marceau, Marie-France Pisier, Noëmi Nadelmann, Féador Altkine, Aureliéne Decoing, Benoit Lepecq, Roman Wilhelmi, Grazyna Dylag, Redjep Mitrovitsa, Clémente Harari, Moussa Théophile Sowie.

Biografico

Francia, Germania 1991










Zulawski e Chopin hanno alcuni tratti essenziali comuni impossibili da non notare: entrambi sono grandi artisti polacchi perseguitati e incompresi nel paese d'origine ed entrambi sono stati adottati dalla più aperta Francia, dove hanno trascorso buona parte della loro esistenza.
Il lascito di Chopin è immane, ma anche quello di Zulawski non è da sottovalutare: si sta pur sempre parlando di uno dei cineasti europei più famosi e importanti della sua epoca.
L'incorcio tra i due era quindi quasi d'obbligo. E con "La Note Bleue" Zulawski fa anche di più, cerca di dare forma al tormento degli ultimi giorni del grande pianista, di comprenderne a fondo la psicologia e le passioni e, al contempo, di trovare in lui un ideale doppio nel quale specchiarsi, ovviamente nei limiti del possibile. Ma questo suo biopic d'autore, pur ben eseguito, non riesce a dar piena forma alle grandi ambizioni.




Chopin ha il volto del pianista Janusz Olejniczak, il quale esegue personalmente le partiture originali dell'autore con adeguato trasporto; ma Zulawski non si concentra direttamente su di lui, arrivando persino a celarlo per i primi minuti del film. Piuttosto il suo sguardo si concentra su chi lo circonda e sulle relativa relazioni e su come queste si riflettano nel suo stato d'animo. Non un biopic convenzionale, quindi e come era intuibile, ma un'opera che scava nella psiche del personaggio per tirarne fuori emozioni e pensieri talvolta repressi.
Il rapporto più importante è quello con la compagna George Sand (Marie-France Pisier) e la di lei figlia Solange (Sopihe Marceau); in una ripresa di un registro romantico d'antan, la prima è la dannazione, la seconda la salvezza.




George è una donna matura, dai comportamenti stizzosi e mascolini, che preludono ad un carattere in realtà volubile e umorale, segnale di un'indole possessiva che si sostanzia nella distruzione dell'oggetto dell'amore, nella reclusione di Chopin, addirittura in una dark room bardata di rosso, colore che lo spaventa e coincide con quella morte temuta e inesorabile.
D'altro canto Solange, giovane e irrequieta, è un angelo dalla bellezza sfolgorante che ama l'artista di un amore puro, quello che solo un'adolescente può provare.




Zulawski circonda il suo Chopin anche di alcune delle figure artistiche più influenti dell'epoca; Eugene Delacroix (interpretato da Féador Altkine) è un personaggio fisso ed ha qui l'ispirazione per la sua rappresentazione della "Divina Commedia", mentre un'intera sequenza è dedicata alla visita di Alexandre Dumas figlio (Redjep Mitrovitsa) e la genesi del celebre dramma "La Signora delle Camelie"; spazio viene anche dedicato alla "forma" dell'arte, con i numi tutelari "Demogorgone" (Clémente Harari) e "Carambé" (il compianto caratterista di origine senegalese Moussa Théophile Sowie), ma il fulcro resta l'asse relazione del pianista con le sue due amanti, con la conseguenza che queste figure, talvolta fantasmatiche, finiscono per risultare superflue e fuori luogo. E nonostante la moltiplicazione di personaggi e situazioni, la regia dell'autore polacco è questa volta più controllata, meno incline al virtuosismo o alla carica visionaria nonostante i dialoghi sferzanti e le interpretazioni sopra le righe.




Il risultato è un racconto privo di focus, che rimbalza tra un protagonista ai limiti dell'anonimo ed un gruppo di personaggi caricaturali, dai tratti talmente marcati da sembrare figurine iperboliche. Dove di racconto c'è davvero poco, girando in tondo su un paio di concetti in croce ribaditi per oltre due ore. Tanto che si arriva alla noia già a pochi minuti dall'incipit.
Zulawski inciampa, così, in una storia forse priva di vera ispirazione e firma un biopic certamente originale, ma del tutto malriuscito.

lunedì 26 settembre 2022

Athena

di Romain Gavras.

con: Dali Bensallah, Sami Slimane, Anthony Bajon, Oussani Embarek, Alexis Manenti, Karim Lasmi.

Francia 2022

















---CONTIENE SPOILER---


Quello francese è un modello di (mancanza di) integrazione sbagliato: non si possono ghettizzare gli immigrati nelle periferie, non si possono creare quartieri appositi per gli "indesiderati" dove lasciarli sguazzare nella misera e nella più totale assenza delle istituzioni. La conseguenza di una forma del genere è la divisione netta tra razze, una distinzione iniqua e intollerabile in qualsiasi società civile che porta alla contrapposizione tra "noi" e "loro", la quale a sua volta si sostanzia in una conflittualità insostenibile, una polveriera pronta ad esplodere in qualsiasi momento e per il minimo pretesto.
Romain Gavras, figlio di Costa-Gavras, non è certo estraneo alla tematica. Già nel 2008 aveva scosso l'opinione pubblica con il videoclip di "Stress" dei Justice, dove portava in scena una banda di ragazzi di strada, principalmente di etnia africana, che si divertiva a molestare i passanti, palpare una donna e picchiare a sfregio degli innocenti nelle banlieue, oltre che a distruggere qualsiasi cosa capitasse a tiro. Video che ha suscitato parecchie polemiche, ovviamente, e che sembrava volesse creare un ritratto apertamente razzista e intollerante sia degli immigrati che degli abitanti delle tristemente famose periferie parigine.
"Athena" arriva anni dopo. Nel frattempo Gavras ha esordito nel lungometraggio e ha portato in scena altre storie di violenza, sopraffazione e discriminazione, come in "Our day will come", nel quale ribalta la prospettiva ponendo al centro atti di violenza perpetrati contro i "per di carota", o ne "Il Mondo è tuo", dove rielabora le ispirazioni sociologiche in chiave gangster-movie. Qui, invece, ricerca una chiave realistica e riesce tutto sommato a restituire l'urgenza e la complessità delle tematiche.


Tutto parte dall'omicidio, impunito, di un ragazzo da parte della polizia. I suoi fratelli, residenti nel complesso periferico di Athena, reagiscono diversamente all'accauto. Karim (Sami Slimane), il più giovane e irrequieto, organizza una protesta che sfocia in guerriglia armata e, dopo aver assaltato il distretto di polizia, si asserraglia con i suoi seguaci all'interno del complesso, portando avanti una rivolta violenta. Abdel (Dali Bensallah), poliziotto e musulmano praticante, cerca di mantenere l'ordine all'interno del quartiere e di mediare con la polizia. Moktar (Ouassini Embarek), criminale irredento, cerca di salvare il suo tesoretto di armi, soldi e droga dal caos.



Gavras arriva ad una conclusione in parte inedita, ossia la fluidità tra le parti del conflitto. Parte da una divisione netta, sia spaziale che caratteriale, tra i personaggi. Tolto Moktar, dalla caratterizzazione debole e presente praticamente solo per dar corpo a quella criminalità che infesta tutte le periferia e lucra sulla disperazione, Karim e Abdel arrivano a scambiarsi i ruoli nel terzo atto. 
La furia del primo scatta all'uccisione del fratello, il secondo cambia lato della barricata quando è questi ad essere ucciso. Non c'è vera differenza: la violenza genera violenza e può travolgere nella sua spirale distruttiva chiunque. La segregazione, il degrado umano e materiale e il lassismo delle autorità generano mostri che non hanno bandiere. A maggior ragione quando, nel finale, si scopre come la rivolta sia stata pilotata ad hoc dall'estrema destra extraparlamentare, da quei facinorosi pronti a sfruttare la violenza a proprio vantaggio.




Preso atto degli echi da tragedia classica, con i personaggi che devono scegliere tra i legami affettivi e il dovere, Gavras ricerca una forma di realismo tramite l'uso dei piani sequenza, che restituiscono l'unità di tempo e luogo necessaria a dare il giusto ritmo agli eventi e al racconto degli stessi. Purtroppo cade nella trappola più ovvia e si abbandona ad un virtuosismo che stona con la ruvidità delle tematiche e crea una dissonanza insostenibile tra volontà ed esecuzione.
Che si somma, a sua volta, con le ingenuità di scrittura date dalla caratterizzazione di Moktar e del poliziotto Sébastien (Alexis Manenti), il classico buono e ingenuo che serve a dare un ritratto tutto sommato non troppo negativo delle forze dell'ordine.




"Athena" finisce così per cadere nel contradditorio: da un lato la volontà di restituire un quadro realistico e privo di luoghi comuni, dall'altro la scelta pigra di lasciare nel racconto dei personaggi piatti. Da un lato la decisione di dare una descrizione cruda, dall'altro il gusto per la ricercatezza estetica. Opposti inconciliabili che rendono la visione scomoda e il tutto artefatto e fasullo. Un peccato visto l'impegno profuso dall'autore e dal cast.


giovedì 22 settembre 2022

Watcher

di Chloe Okuno,

con: Maika Monroe, Karl Glusman, Burn Gorman, Madalina Anea, Gabriea Butuc, Cristina Deleanu.

Thriller

Emirati Arabi Uniti 2022















---CONTEINE SPOILER---

L'ombra lunga di Hitchcock è impossibile da evitare; sia esso un paragone diretto o un debito di ispirazione anche solo parziale, il confronto con il lascito con il Re del Brivido continua a sussistere anche a oltre quarant'anni dalla sua scomparsa. Il che è ovvio, data la caratura incredibile del suo corpo di lavoro e il ruolo seminale di alcuni dei suoi film più celebrati.
Ma Chloe Okuno, al suo esordio nel lungometraggio, questo lo sa benissimo e decide di variare la formula classica di "La Finestra sul Cortile" adottando la prospettiva, in parte nuova, della vittima.



Julia (Maika Monroe) si trasferisce a Bucarest assieme al fidanzato Francis (Karl Glusman). Caduta in una spirale depressiva a causa del trapianto forzato in un paese straniero, deve anche fare i conti con la minaccia di un serial killer, detto "il ragno", che si aggira per il quartiere; e, soprattutto, con uno strano vicino che sembra da lei ossessionato.
La paranoia è ovviamente il tema centrale, all'inizio nelle forme di un semplice stato mentale alterato a causa di quello spaesamento proprio di tutti gli americani che si trovano a vivere all'estero, letteralmente prigionieri di una città che non comprendono.E la Okuno riesce magnificamente a ritrarre una Bucarest "estranea", dalle strade labirintiche, i cui anfratti sono pronti a celare segreti oscuri, ma la sua attenzione è posata principalmente sullo sconforto interiore e interiorizzato di Julia.



Rallentando l'azione sino al climax, lo sguardo si insinua verso l'insicurezza, la paura paralizzante di qualcosa di oscuro ma sempre presente. La tensione è buona e rende così digeribile una storia convenzionale, che viene però ricontestualizzata dal colpo di scena finale.
La scoperta che Weber, il vicino interpretato da Burn Gorman, è effettivamente l'assassino rende tutto quanto visto in precedenza nuovo. Neanche questa è una trovata inedita, ma permette all'autrice di presentare un discorso sulla violenza e la paranoia più riuscito del solito: Julia non è folle, la sua ossessione è in realtà fondata. E la Okuno evita saggiamente la trappola più ovvia, ossia quella di caratterizzare le figure maschili come i classici stronzi insensibili: il loro scetticismo è in realtà ben riposto, dato non solo lo il di lei stato di straniamento, ma anche a causa della caratterizzazione di Weber, quella di deviato stretto in una vita miserabile, che ad un primo sguardo lo fa apparire come semplice persona comune.  




La rivelazione finale è però anche arma a doppio taglio: se da un lato permette un discorso riuscito a favore delle donne vittime di violenza, dall'altro appiattisce l'aspetto "di genere" della vicenda, rendendola un semplice thriller su di un gioco del gatto con il topo.
Poco male, in fin dei conti, visto che la regia dimostra un buon mestiere (regalando anche una bella citazione de "Il Bacio della Pantera" di Tourneur nella scena della metropolitana) e il cast è ottimo: Maika Monroe si conferma attrice solida oltre che bella, mentre Gorman, con quel suo faccione asimmettrico, oltre ad essere perfetto per il ruolo, dona anche una performance trattenuta di sicura efficacia.

martedì 13 settembre 2022

R.I.P. Jean-Luc Godard


 
1930 - 2022

Godard non è stato il padre della Nouvelle Vague (il quale era di fatto François Truffaut) come in queste ore viene scritto. E' stato semmai il suo autore più significativo, colui il quale ha incarnato l'indole della "distruzione del cinema dei padri" in modo più diretto e totalizzante.
Non un semplice cineasta, quanto un artista ossessionato dalla decostruzione del linguaggio, filmico e non, in grado lo stesso di creare immagini mozzafiato.
Con lui non solo se ne va l'ultimo grande e puro rappresentante del movimento francese, ma anche, soprattutto e prima di tutto uno dei più importanti artisti del XX secolo.

lunedì 12 settembre 2022

Pinocchio

di Robert Zemeckis.

con: Benjamin Evan Ainsworth, Tom Hanks, Joseph Gordon-Levitt, Kyanne Lamaya, Giuseppe Battiston, Lorainne Bracco, Cynthia Erivo, Luke Evans, Keegan Michael-Key, Lewin Lloyd.

Fantastico

Usa 2022














Povero Robert Zemeckis. Un regista premio Oscar, autore di un pugno di classici moderni del calibro di "Ritorno al Futuro", "Forrest Gump", "Cast Away" e soprattutto l'indimenticabile "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" oramai è ridotto ad un mestierante che le major chiamano per dirigere progetti senz'anima. E' successo nel 2020 con "Le Streghe", nuovo adattamento del classico per bambini di Roald Dahl che non ha un'unghia dello charme del primo adattamento diretto da Nicolas Roeg nel 1990, succede oggi con questo scialbo remake "live-action" del "Pinocchio" Disney del 1940, uno dei "classici" più amati della Casa del Topo.
Le virgolette nell'espressione "live-action" sono obbligatorie, visto che questo remake è per un buon 90% un film d'animazione vero e proprio, dove la maggior parte dei personaggi e degli ambienti sono realizzati in CGI e, soprattutto, dove non si ricerca mai una forma di fotorealismo nei modelli 3d. Che senso abbia, quindi, come rifacimento "dal vivo" è una domanda d'obbligo.
Malauguratamente, i problemi di questa nuova rivisitazione del capolavoro di Collodi da parte della megacorporation del male più amata al mondo non si fermano ad un abuso di effetti speciali inutili; il vero difetto è uno script che affossa totalmente il significato della storia e la trasforma in una serie di sketch tenuti insieme da un protagonista blando.




Già il primo adattamento disneyano di "Le Avventure di Pinocchio. Storia di un Burattino" aveva il difetto di edulcorare i toni del libro, semplificare personaggi, situazioni e, su tutto, la morale originaria al fine di creare un protagonista più amabile. Zemeckis, coadiuvato da Chris Weitz alla scrittura, va persino oltre e crea un Pinocchio che conosce la differenza tra bene e male sin dall'inizio, nonostante tutto il significato della storia ed il suo arco caratteriale riguardino proprio l'importanza di comprenderne le differenze. Pinocchio non sceglie volontariamente di marinare la scuola ed unirsi al Gatto e alla Volpe, ma viene cacciato dal maestro perché diverso dagli altri bambini, con il solito obbligatorio rimando al razzismo sistematico che oramai ad Hollywood non deve mai mancare e che distrugge tutta la storia per il solo fine di dare una moraluccia decisamente più scontata rispetto a quella del libro e inutilmente assolutoria verso il personaggio. Pinocchio non viene venduto dalla Volpe a Mangiafuoco, ma vuole diventare una star del suo spettacolo visto che non può studiare. E vuole farlo, in definitiva, non per egocentrismo, ma per aiutare il povero Geppetto. E non si unisce volontariamente ai bambini che vanno al Paese dei Balocchi, ma viene letteralmente rapito dall'Omino di Burro. Una volta lì, arriva persino ad intuire come questa distopia dove i bambini fanno i cattivi ha qualcosa di sbagliato. In sostanza, quello di Zemeckis e Weitz non è Pinocchio, è solo un bambino buono e ben educato fatto di legno anzicchè carne.




Non si capisce, di conseguenza, che ruolo possa avere il Grillo Parlante, qui ridotto a deus ex machina usa-e-getta. In compenso, lo script crea dei personaggi ad hoc con il solo intento di aumentare il numero di donne su schermo, ossia la gabbiana Sofia, anch'essa nulla più di uno strumento di trama, oltre che la burattinaia Fabiana, il cui ruolo è praticamente quello di possibile interesse amoroso... per un burattino che va alle elementari.
Anche il ruolo degli altri personaggi originari viene ridimensionato, a parte quello di Geppetto. La fatina appare solo in una scena, così come il Gatto e la Volpe, Lucignolo e Mangiafuoco, ma si tratta comunque di questionabili scelte di scrittura ereditate dal film del 1940. Quel che da fastidio, semmai, è il fatto che questi ruoli vengano compressi ulteriormente anche rispetto a quel primo adattamento e la storia diventa così frammentata, talvolta del tutto priva di consequenzialità (e vien da ridere se si pensa che il romanzo di Collodi fosse originariamente pubblicato a puntate, ma riusciva lo stesso ad avere un racconto solido).




Sulle questionabili scelte di casting si è poi detto persino troppo già alla pubblicazione del primo trailer. Volendo anche soprassedere al fatto che nell'Italia del XIX secolo praticamente non esistevano cittadini di colore, figuriamoci se poi c'erano rappresentanti dell'istituzione scolastica afroamericani, la polemica ha riguardato la scelta di Cynthia Erivo come Fata Turchina. E anche volendo far finta che le fate non siano personaggi del folklore europeo medioevale, quindi concepite in un tempo e in un luogo dove la popolazione di colore era praticamente inesistente, resta il dubbio sull'aver voluto prendere non tanto un'attrice di colore per sé, quanto un'attrice dalla bellezza talmente androgina da rasentare l'apertamente mascolino, per di più davvero difficile da definire bella, per dare volto e corpo ad un essere il cui tratto caratteriale è sempre stato quello di incarnare la bellezza estetica femminile.
Fortunatamente, il resto del cast è in parte e affiatato, salvando in parte la visione.




L'estetica del film è folle: non c'è nessuna volontà di verosomiglianza, personaggi e fondali animati sono palesemente falsi, rendendo talvolta l'interazione con gli attori imbarazzante. Tanto che più che un film ambientato in un mondo favolistico dove esistono burattini parlanti e animali antropomorfi, sembra di assistere ad una sorta di revival di "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" (o del recente "Chip & Chop- Agenti Speciali") dove i cartoni animati e gli umani coesistono. Il che forse spiega anche la decisione di distribuire il film direttamente in streaming: in sala, la falsità del tutto sarebbe stata percepita ancora maggiormente e avrebbe generato maggior fastidio.
L'ultimo chiodo sulla bara è però dato da un difetto del tutto inescusabile: l'insipienza. La pessima opera di adattamento del testo originale rende la storia priva di alcun interesse, la caratterizzazione piatta di personaggi e situazioni toglie ogni forma di coinvolgimento. Se l'originale "Pinocchio" animato aveva un difetto comune a molti film d'animazione made in Disney, ossia il fatto che a proiezione finita lasciasse poco o nulla addosso allo spettatore, adulto o bambino che fosse, questo remake lascia freddi già durante la visione e quel poco che riesce a trasmettere è dato solo dal fastidio e dall'imbarazzo.




Alla fin fine, questo secondo "Pinocchio" della Disney altro non è se non un perfetto esponente del trend di rifare i "classici" in chiave live-action, ossia uno spudorato esercizio commerciale aggravato dal suo essere brutto e insipido. Inutile lamentarsi: alla Disney conviene rivendere l'usato garantito piuttosto che sperimentare idee originali e oramai la media dei prodotti che sforna, sotto qualsiasi marchio, è sempre bassa; siamo noi spettatori a non volerci rassegnare al fatto che anche ad Hollywood la qualità non paga. Spiace solo vedere certi nomi coinvolti in squallide operazioni del genere e non per motivi nostalgici, quanto per il rispetto che questi meriterebbero da parte di coloro che hanno reso ricchi.