lunedì 17 ottobre 2022

Halloween Ends

di David Gordon Green.

con: Jamie Lee Curtis, Andi Matichak, Rohan Campbell, Nick castle, Will Patton, Kyle Richards, James Jude Courtney, Rick Moose, Stephanie McIntyre, Candice Rose, Keruan Harris, Marteen, Emily Brinks, Joey Harris.

Thriller/Horror

Usa, Regno Unito 2022











---CONTIENE SPOILER---

"Halloween Ends" è davvero il peggior film di tutto il franchise? Ovviamente no. E non solo perché sarebbe davvero difficile fare peggio di "Halloween Resurrection", ma anche perché presenta delle idee più interessanti persino rispetto alla "Trilogia di Thorn".
"Ends" è semmai un film ridicolmente malriuscito, la cui ambizione aurea si scontra con un'esecuzione talmente deficitaria da divenire a tratti genuinamente deficiente nel senso puro del termine, prova di come David Gordon Green e Danny McBride non siano riusciti a fare un buon lavoro nonostante l'intera ciurma di sceneggiatori che hanno portato a bordo. Ovvero di come non sono, a conti fatti, le persone migliori per creare un horror dotato di serie ambizioni.




Avevamo lasciato "The Shape" alle prese con il massacro dei paesani giustizialisti di Haddonfield nel 2018 e, non si sa come, non si sa perché, in qualche modo è poi sparito dalla circolazione per rifugiarsi nelle fogne del paesino.
Un anno dopo, il giovane Corey Cunningham (Rohan Campbell) è uno squattrinato di belle speranze che arrotonda facendo il babysitter. Ma ad Haddonfield, si sa, la Notte delle Streghe è dedicata al dio della morte, quindi ecco che il pestifero infante che il giovanotto è chiamato a custodire muore a causa di un incidente; il che non impedisce alla popolazione di etichettare Corey come un assassino.
Due anni dopo, Corey è un paria che si arrabatta come può, schivando gli insulti dei concittadini. Nel frattempo, Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) è uscita dall'isolamento e ha iniziato a scrivere un libro sulla sua vita, mentre cerca di ricostruirla con la nipote Allison (Andi Matichak), resa orfana dagli eventi dei film precedenti...




Esistono due tipi di male: un male assoluto ed esterno alla comunità ed un male ad esso interno, generato dalla stessa e che giunto a maturazione è pronto a distruggerla. Questo è il tema di "Ends", snocciolato tramite dialoghi talmente didascalici da divenire scolastici, tanto da essere abbelliti dall'immancabile citazione nietzschiana. Corey è il "nuovo male", un male creato dall'ostilità della comunità, generata dalla paranoia, che prende forma grazie all'odio che gli viene vomitato addosso. Non c'è distinzione, ad un certo punto, tra vittima e carnefice e la prima è pronta a diventare la seconda quando ha assorbito abbastanza malvagità, tanto che persino la bella e innocente Allison si incammina suo malgrado in un sentiero del genere.
Trovata di certo non nuova: guarda caso la stessa cosa stava accadendo negli anni '80 nel franchise di "Venerdì 13", dove Tommy Jarvis sarebbe dovuto diventare il nuovo Jason Voorhees dopo essergli sopravvissuto e aver riportato un insormontabile trauma; e il fatto che "Halloween" si rifaccia al suo epigono più celebre chiude in un certo senso il cerchio, anche se da un punto di vista strettamente estetico, Corey ricorda l'Arnie di "Christine", tanto per restare in tema carpenteriano. 
Trovata che ha di certo il suo fascino e che ben avrebbe potuto funzionare in mani competenti, ma che qui non funziona mai.




La trasformazione di Corey è talmente stereotipata da scadere nel ridicolo. Non si può non ridere quando Green ne sottolinea lo status di "cattivo ragazzo" facendogli indossare un giubbotto di pelle mentre fa le sgommate con il motorino o mentre si avventura nella notte con la bella Allison alle spalle sulle note di "Come 2 Me" di Johnny Goth.
Come se questo non fosse abbastanza per madare alle ortiche la sopportazione, Green e McBride scindono il film in due parti, dove solo la seconda è un thriller a tinte horror, mentre la prima, forse per mimare la struttura del primo film della serie, è una forma di "preparazione" che dovrebbe raccontare le origini di Corey, ma che finisce per essere una sfibrante commedia romantica tra questi e Allison, i due ragazzetti belli e dannati, giustapposta a quella tra Laurie e Frank, i due vecchietti ancora innamorati, con la noia a fare da padrone.




Quando è l'orrore ad entrare finalmente in scena, la regia si dimostra priva di nerbo e inventiva, usando unicamente jump-scare ed effetti splatter per comunicare tensione, scadendo anche qui nel ridicolo e arrivando persino a non disdegnare la violenza gratuita.
E quando invece è la "morale" a dover tenere testa, il film crolla definitivamente su sé stesso: da un lato il tono è declamatorio e retorico sino allo sfinimento, dall'altro la caratterizzazione dei personaggi di supporto, quel "male ordinario" che inavvertitamente crea mostri, è così iperbolico da sembrare uscito da una commedia. Passi anche per i ragazzini bulli stronzetti d'ordinanza il cui "capo" trova persino una ragion d'essere nella sua funzione di specchio deformato di Corey, ma non si può davvero non ridere dinanzi al medico arrapato reo di aver promosso l'infermiera porca e di pensare al fantacalcio durante le ore di lavoro, neanche si fosse in una commediaccia di Nando Cicero.
E quando alla fine il duo di autori decide di chiudere la leggenda di Michael con quello che è un linciaggio rituale, il controsenso con il capitolo precedente porta davvero ad una risata isterica incontenibile: possibile che l'indignazione per Capitol Hill sia già stata dimenticata?




Tra sbadigli e risate involontarie, "Ends" brucia tutto il suo potenziale e chiude malamente una trilogia della quale si salva solo il secondo capitolo. Il che è un peccato perché l'idea alla base è anche interessante e Rohan Campbell, con quel suo volto a metà strada tra Kit Harrington e il Michael Rooker di "Henry - Portrait of a Serial Killer" era davvero perfetto per il ruolo.

venerdì 14 ottobre 2022

Spiral

Rasen

di Joji Iida.

con: Koichi Sato, Miki Nakatani, Hinako Saeki, Hiroyuki Sanada, Shingo Tsurumi, Daiseuke Ban, Shigemitsu Ogi, Yutaka Matsushige.

Thriller

Giappone 1998












Il successo letterario del "Ringu" di Koji Suzuki era una garanzia sufficiente per il successo del suo adattamento filmico. O almeno così pensavano i produttori della pellicola diretta da Hideo Nakata nel 1998; tanto che il suo sequel, "Rasen", trasposizione del secondo romanzo della serie, è entrato in cantiere praticamente in contemporanea al primo film, con il medesimo cast, ma ad opera di un regista diverso, quel Joji Iida all'epoca reduce dall'adattamento filmico del manga di culto "Tokyo Babylon" e che già aveva curato lo script dell'adattamento televisivo del primo romanzo nel 1995.
Le cose, purtroppo, non sono andate come previsto: "Rasen" viene letteralmente massacrato dalla critica e ignorato dal pubblico, distruggendo nel corso di poco tempo l'eredita di Suzuki e Nakata. Il che, purtroppo, è anche comprensibile.



"Rasen" inizia il giorno successivo alla fine di "Ringu". Ryuji (nuovamente interpretato da Hiroyuki Sanada) è morto, ufficialmente per cause ignote; ad eseguire la necessaria autopsia sul cadavere è il suo vecchio amico e ex collega di studi Mitsuo Ando (Koichi Sato), il quale non ha mai superato la morte del figlio, annegato qualche anno prima. Nel cadavere, Ando rinviene uno strano messaggio in codice che lo porta a scoprire la VHS maledetta, a rinvenire il diario di Reika e far luce sugli aspetti pià arcani della onryo Sadako.



Ma "Rasen" non è in realtà un horror, quantomeno non nel senso convenzionale del termine. Rispettando in maniera quasi religiosa le pagine del romanzo, Iida confeziona un piccolo thriller sovrannaturale più interessato agli aspetti psicologici e fantastici che alla tensione o alle suggestioni ultraterrene. La storia di Sadako viene così mischiata all'elaborazione del lutto di Ando, mentre la maledizione viene esplorata sul piano scientifico. Il che non è per forza di cose una cosa buona.
Riguardo il primo aspetto, l'aver inserito le visioni di un protagonista mentalmente afflitto cozza con la narrazione, la quale invece si focalizza principalmente sul mistero di Sadako, con la conseguenza che queste apparizioni mentali risultano sempre fuori luogo e talvolta persino forzate, come quando ad apparire è il "fantasma" di Ryuji.
L'aver poi dato una spiegazione scientifica al come la maledizione agisca toglie irrimediabilmente fascino alla stessa; non c'era davvero la necessità di spiegare che Sadako uccide le proprie vittime contagiandole con una sorta di vaiolo mutato causando una specie di tumore fulminante; ad affascinare nei racconti del terrore è il perché, non il come, proprio perché irrazionali, lontani da ogni classificazione scientifica comune. Sadako, così, non fa più davvero paura e diventa una sorta di "untrice ultraterrena" glorificata.



Queste "novità" sono anche la parte migliore, poiché per il resto la struttura ricalca praticamente quella dell'originale: abbiamo nuovamente un professionista chiamato ad indagare il mistero della VHS assassina che per tutta la prima parte cerca di razionalizzare l'accaduto. Nella seconda, fortunatamente, le cose cambiano, persino Sadako diventa un personaggio diverso, una sorta di succube sensuale, tanto che adesso ha il volto e il corpo della bellissima Hinako Saeki. Ma una volta scoperto l'arcano dietro il suo ritorno, tutto si appiattisce e le derive apocalittiche qui innestate finiscono per non avere il minimo mordente.
Quel che è peggio, la regia di Iida, benché graziata da qualche movimento di macchina azzeccato, è blanda e non riesce mai a colpire, a tenere alta l'attenzione e tantomeno ad intessere la giusta atmosfera.




"Rasen" è così un sequel malriuscito, che distrugge tutto il fascino dell'originale e non sfrutta il potenziale dato del romanzo. Il quale, paradossalmente, non ha distrutto del tutto l'eredità di Nakata, il quale tornerà alla serie con un nuovo sequel, "Ring 2", appena un anno dopo.

martedì 11 ottobre 2022

Pulse - Kairo

Kairo

di Kiyoshi Kurosawa.

con: Haruhiko Kato, Kumiko Aso, Koyuki, Kurume Arisaka, Masatoshi Matsuo, Shun Sugata, Shinji Takeda, Jun Fubuki, Koji Yakusho, Sho Aikawa.

Giappone 2001















L'inclusione di "Kairo" all'interno del filone del J-Horror di fine anni '90/primi anni 2000 è in tutto e per tutto un'esagerazione. Certo anch'esso parte da una premessa simile a quella del "Ringu" di Hideo Nakata che ha praticamente sdoganato il filone, ossia la tecnologia come viatico per una forza maligna ultraterrena e rediviva che distrugge chiunque tocchi; eppure, non potrebbero davvero esserci due opere più diverse: laddove Nakata racconta quella è una storia di fantasmi "classica" declinandola in chiave moderna e originale, Kiyoshi Kurasawa scompagina il racconto di genere purgandolo da ogni effettiva deriva orrorifica per trasformare la premessa fantastica in una perfetta metafora sociale. E sebbene anche in "Ringu" la lettura metaforica è voluta, in "Kairo" essa è praticamente l'unico vero interesse di chi racconta.
In prospettiva è poi anche semplice comprendere il perché di una tale associazione, data la produzione del canonico remake americano brutto che appiattisce l'originale dimostrando di non averlo compreso (uscito in sala nel 2005); ma essa resta comunque forzata: il piccolo gioiello di Kurosawa è più vicino al cinema d'autore nipponico, in particolare all'eredità dell'opera e della filosofia di Shinya Tsukamoto, non tanto per l'estetica o lo stile, quanto per le tematiche e l'ambientazione metropolitana. Il che lo rende per forza di cose decisamente più interessante.



La premessa fonde come da tradizione del J-Horror tradizione e modernità: i fantasmi esistono e, poiché nell'aldilà non c'è più posto, finiscono per tornare sulla Terra, infestando gli anfratti delle città. Il punto di incontro tra i due mondi è Internet, con lo schermo del computer che sostituisce quello televisivo come ponte tra due dimensioni antitetiche e lo spettatore nuovamente chiamato ad essere vittima. Ma le similitudini con gli onryo vendicativi della tradizione finiscono qui. 
Gli spettri di "Kairo" sono i morti comuni, non vittime di ingiustizie intrappolate nel proprio rancore; e non sono neanche carnefici nel senso convenzionale del termine: la "maledizione" che portano è decisamente più sconvolgente e infinitamente meno malvagia, perché loro sono la dimostrazione empirica di una vita dopo la morte, di una continuazione di quanto succede da vivi, la quale non è forma retributiva come la religione fa credere, ma una pura continuazione del passato. E in un mondo caratterizzato dalla solitudine e dalla mancanza di contatto fisico, dimostrano la perpetuità del male di vivere, una condanna che non impongono, che affligge già chiunque e della quale loro portano solo coscienza e piena realizzazione.




Le vittime divengono così coscienti della miseria umana, realizzano di non poter riscattarsi da una vita di solitudine. E' l'alienazione la vera maledizione e per una volta i mostri sono per davvero le vere vittime. Un'alienazione moderna, causata dallo stile di vita post-industriale novecentesco che agli albori del nuovo millennio viene acuita dal web. Come la VHS due decenni prima permetteva agli utenti di chiudersi in casa e tagliarsi fuori dal resto dell'esistenza, il computer permette alle persone di rimanere perennemente connessi restando segregati, aumentando il tasso di isolamento anzicché accorciare le distanze tra le persone, rinchiuse in enormi bare di cemento in un mondo che ha perso i colori, ammantano in quella che è praticamente una monocromia data da tinte slavate, come il cemento vecchio o le tompagnature usurate.




La maledizione è la solitudine e alla fin fine tutti i personaggi vi soccombono. Non per nulla, nessuno ha un contatto umano sul piano fisico vero e proprio, l'unica concessione è data dalla testa di Harue (Koyuki) sulla spalla di Kawashima (Haruhiko Kato), la quale non prelude a nessuna salvezza, anzi anticipa la spirale distruttiva finale del personaggio. Ed è proprio Kawashima quello che sembra inizialmente refrattario alla soccombenza, proprio a causa della sua poca dimestichezza con l'informatica. Ma il messaggio tecnofobico è in realtà solo superficiale, il dito viene puntato contro la mancanza di umanità nelle relazioni, vera maledizione moderna.
Una maledizione che porta le persone a scomparire, a divenire parte integrante dello sfondo, confondersi con l'ambiente, perdere la sua specificità. L'essere umano non esiste senza relazioni, quindi quando realizza la sua vacuità sfuma verso la non esistenza più totale, condannato a restare imprigionato in un angolo di mondo dal quale può solo chiedere un aiuto vano.
Di fatto, Kurosawa costruisce tutte le inquadrature giocando con il rapporto tra i corpi dei personaggi e l'ambiente, usando panoramiche per seguirli all'interno degli stessi, facendoli spesso confondere. E crea non solo una serie di apparizioni ectoplasmatiche sinistre, ma anche una delle inquadrature più espressive del decennio, quella della nave piantata in mezzo al mare, in grado di trasmettere una sensazione di isolamento insostenibile pur essendo un campo lungo in esterno giorno.


Quanto alla mitologia alla base della storia, essa è volutamente vaga. Stabilito il perché i fantasmi appaiono, molto viene lasciato in sospeso, come la necessità dell'uso del colore rosso per contenerli (intuibile solo grazie alla scena con il cameo di Sho Aiakwa). A Kurosawa interessano i personaggi umani, quei vivi che forse sono già morti e le loro reazioni alla rivelazione. Il che rende "Kairo" più sconvolgente di qualsiasi racconto di puro genere possibile.

lunedì 10 ottobre 2022

Hellraiser

di David Bruckner.

con: Jamie Clayton, Odessa A'Zion, Adam Faison, Drew Starkey, Brandon Flynn, Aoife Hinds, Jason Liles, Goran Visnjic, Selina Lo, Vukasin Jovanivic, Yinka Oloruniffe.

Horror

Usa, Serbia 2022















E' forse un'affermazione poco condivisibile, ma probabilmente la serie di "Hellraiser" è sempre stata sopravvalutata. Già il primo film, datato 1987, non è il capolavoro che molti declamano; ha sicuramente dei pregi, ma anche il grosso difetto di trattare la tematica della devianza sessuale senza mai riuscire ad essere davvero morboso o realmente spiazzante. Il che è anche strano visto che dietro la macchina da presa c'è proprio Clive Barker, l'autore di quel "The Hellbound Heart", racconto lungo che ha dato vita al tutto e che certo non si è tirato indietro sull'argomento nelle relative pagine. Non un brutto film, sia chiaro, quanto il tipico esempio di pellicola che non riesce a mettere a frutto tutto  il suo potenziale. Ma va anche dato merito al merito: Barker è davvero riuscito a creare qualcosa di atipico in un panorama ancora dominato dallo slasher nudo e puro e al contempo ha creato delle icone horror immediatamente riconoscibili. Merito anche di Dough Bradley nei panni di quel "lead cenobite" che poi prenderà il nome di Pinhead, che caratterizza come un sacerdote dai modi eleganti e dall'indole tanto calma quanto implacabile.



Quando poi il titolo ha cominciato ad ingranare, anche perché è stato in grado di appassionare fin dall'esordio, si è avuto giusto un seguito riuscito, quel "Hellbound: Hellraiser II" che alza l'asticella dello spettacolo, ma non riesce ancora a convincere come horror tout-court. Per il resto si ha la classica routine: un terzo capitolo del 1992 che riprende i topoi dello slasher appiattendo maggiormente il tutto, un quarto, decisamente ambizioso, "Bloodline" del 1996, letteralmente maciullato dai Weinstein tra reshoot, cambiamenti dell'ultimo minuto ed un montaggio alla bene e meglio, per poi virare verso lo straight-to-video... in maniera alquanto stramba.



Con una mossa tanto strana quanto inedita, i Weinstein decidono di mettere in cantiere tutta una serie di sequel low-budget, usando però degli script di loro proprietà i quali presentavano storie originali e non correlate all'immaginario barkeriano in alcun modo, chevengono riscritti solo per aggiungere le apparizioni dei Cenobiti di volta in volta; con la conseguenza che se nei primi film l'orrore era basato sulla fisicità, sulle torture inferte ai corpi di vittime ignare o complici che fossero, ora è totalmente basato sulla psicologia, con storie che spesso prendono le forme di una discesa in un inferno personale nel quale i Cenobiti sono dei mostri della mente, rappresentazione di traumi talvolta repressi.
I primi due capitoli sono in tal modo estremamente chiarificatori: "Hellraiser: Inferno" (paradossalmente uno dei migliori di tutta la serie) è un viaggio nella psiche di un poliziotto corrotto i cui traumi infantili e non cominciano a riaffiorare alla mente, mentre "Hellraiser: Hellseeker" è il più classico thriller psicologico nel quale un protagonista psichicamente a pezzi rielabora il trauma della perdita.
Formula simile viene usata in "Hellraiser: Deader", la quale viene però declinata come un mystery dove la protagonista deve svelare l'arcano di un gruppo di ragazzi che sembrano essere divenuti immortali. Il successivo "Hellraiser: Hellworld" è invece uno slasher estremamente convenzionale che baratta le suggestioni psicologiche per una storiella di vendetta da due soldi, caratterizzandosi come il peggiore di tutta la serie. Almeno fino agli ultimi due capitoli targati Dimension Film.




"Hellraiser: Revelations" viene prodotto con un miserevole budget di circa 350 mila dollari e con l'unico scopo di non perdere la licenza di sfruttamento dei diritti del franchise, tanto che persino Doug Bradley decide di non prenderci parte. In parte found-footage da accatto, in parte kammerspiel da due soldi, vorrebbe essere una sorta di "Teorema" virato all'horror e dalla sua ha anche un colpo di scena abbastanza significativo, ma non riesce davvero mai a coinvolgere o convincere.
In compenso, il successivo "Hellraiser: Judgement" cerca di svecchiare la formula introducendo ulteriori elementi sovrannaturali alla mitologia, ma fallisce miseramente nell'intento di dare dignità ad una storiella poliziesca stravista e condotta davvero con troppi pochi mezzi per risultare davvero interessante.
Un reboot della serie era quindi necessario prima ancora che auspicabile, avendo terminato ogni possibile interesse nelle mani di una casa di produzione che, tra uno scandalo e una maldicenza, sembrava non avere davvero interesse a ridare linfa vitale ai demoni del piacere di Clive Barker.
Arriva quindi Hulu, che acquista i diritti delle opere di Barker e mette subito in cantiere un remake del primo film, che doveva inizialmente essere diretto dallo stesso Barker, oltre che un adattamento della celebre serie dei "Books of Blood".
Sfortunatamente non tutto va come previsto: "Books of Blood" viene ridimensionato ad un singolo film e l'idea di creare una sorta di "Clive Barker Cinematic Universe" del tutto scartata. Il nuovo "Hellraiser" perde poi la partecipazione dell'autore, per motivi ancora ignoti, ma trova manforte in David Bruckner, chiamato a prenderne le redini, il quale dimostra entusiasmo fin dai primi momenti. E, purtroppo, trova anche la collaborazione di David S. Goyer, non proprio la persona più adatta ad un progetto del genere, il quale però viene fortunatamente arginato in ruolo di autore del soggetto originale. Ed così che questa resurrezione del mito di Clive Barker riesce lo stesso a rivelarsi interessante.


Non un remake nel primo film, né un nuovo adattamento del racconto originario, questo "Hellraiser 2022" è più che altro una reinterpretazione della mitologia barkeriana con al centro nuovi personaggi ed un intreccio inedito.
La Configurazione del Lamento, i Cenobiti e persino il loro dio Leviathan assumono un nuovo ruoloe nuove forme. Non più "demoni per alcuni, angeli per altri", portatori di un piacere talmente estremo da sfociare oltre la soglia della distruzione fisica, i Cenobiti sono ora come dei "geni della lampada" maligni, votati ad ottenere sacrifici di sangue per Leviathan donando in cambio una serie di desideri, ovviamente contorti verso il sangue.
Il piacere e l'autodistruzione sono comunque al centro del racconto. Seguendo la storia di Riley (Odessa A'Zion), ex alcolizzata e tossica che cerca di sbarcare il lunario, la quale finisce al centro delle macchinazioni demoniache suo malgrado e tenta di salvare il fratello Matt (Brandon Flynn), si è introdotti per prima cosa alla carnalità di questi personaggi e all'indole masochista della protagonista. Purtroppo, proprio come accadeva nel primo film, anche qui gli aspetti più estremi vengono usati come contorno e la tematica della devianza adoperata al massimo come strumento di trama. Ma fortunatamente, ciò non inificia più di tanto la visione, la quale semmai trova un limite in uno script a tratti troppo lungo e dove alcuni elementi essenziali vengono dati per scontati, come, su tutti, la capacità delle inferriate nella villa di respingere i Cenobiti.




La tensione è gestita abbastanza bene, benché quasi sempre basata sull'aspettativa piuttosto che sulla suspense vera e propria; e per una volta, persino la trovata di celare il gore fino per tutta la prima parte alla fine paga. 
A funzionare ottimamente è invece la reinvenzione dell'iconografia barkeriana: Pinhead torna ad essere il lead cenobite e ad avere aspetto femminile come nel racconto originario e trova un volto ed un copro perfetto in un'ottima Jaimie Clayton, unica vera e più che degna erede di Doug Bradley. Gli altri mostri trovano anch'essi una perfetta reinvenzione, calibrata tra l'omaggio al passato ed una vena di novità che li rende al contempo familiari ed originali.




Alla fin fine, la reinvenzione funziona e il franchise ha di nuovo dignità. E si spera che la buona accoglienza riservata a questo reboot sia il preludio ad ulteriori adattamenti delle opere di un maestro dell'horror ancora oggi sin troppo di nicchia.

mercoledì 5 ottobre 2022

The Munsters

di Rob Zombie.

con: Sheri Moon Zombie, Jeff Daniel Phillips, Daniel Roebuck, Richard Brake, Jorge Garcia, Cassandra Peterson, Sylvester McCoy, Tomas Boykin, Catherine Schell, Dee Wallace.

Commedia/Fantastico

Usa 2022













Il povero Rob Zombie non ha davvero pace. Ritenuto in patria come un regista a dir poco pessimo (su YouTube si sprecano i video d'odio verso "Halloween II" in particolare), costretto a lavorare con budget ridicoli raccolti solo grazie al crowfounding e reduce dal suo film peggiore, sta davvero attraversando una fase della sua carriera che definire straziante è riduttivo.
Poi arriva la Universal e gli affida il progetto di un adattamento cinematografico della mitica sit-com "The Munsters", della quale pare lui sia anche un fan sfegatato. Una manna dal cielo vera e propria, troppo bella per essere vera. E infatti non lo è: la produzione avviene per il tramite della succursale "Universal 1440 Entartainement", specializzata in produzioni low-budget e straight-to-video o streaming; e infatti il film salta la sala e arriva direttamente su Netflix e in home video, come un B-Movie d'accatto qualsiasi. E questo dopo una produzione prolungatasi per parecchi mesi, anche a causa delle riprese svoltesi in Ungheria per salvare soldi, a causa di un budget al solito miserevole.
Come se questo non fosse abbastanza, le reazioni del pubblico al primo trailer sono state a dir poco disastrose, accusando il film di essere una "poverata"... quando di fatto lo è, tanto che persino Zombie è dovuto intervenire spiegando come la voce secondo la quale il budget fosse di oltre quaranta milioni di dollari è in realtà una bufala, ecco il perché del look povero del film. Anche se la ragione è anche un'altra: il film era stato pensato per essere girato in bianco e nero e solo in un secondo momento si è deciso di aumentare artificialmente l'intensità dei colori per citare l'estetica degli horror in technicolor della Hammer, piuttosto che la monocromia dei classici della Universal. Il che non ha pagato visto la natura digitale delle immagini.
Ad oggi, telecomando alla mano, occorre dunque essere sinceri e chiedersi: questo omaggio ai mostri più simpatici della tv è davvero malriuscito?




"The Munsters" arriva sulle tv americane nel 1964 (in Italia a partire dalla fine del decennio) e conquista subito le platee. Un progetto che nasce da due fonti di ispirazioni ovvie: da un lato, il successo dell'adattamento televisivo de  "La Famiglia Addams", dall'atro di quello delle trasmissioni dei classici horror della Universal degli anni '30 e '40. La famiglia Munster (in Italia simpaticamente riabattezzata "De Mostri") altro non è se non un nucleo famigliare composto dalle classiche maschere del horror gotico: Herman è il mostro di Frankenstein, il nonno altri non è se non il conte Dracula in persona, la mamma Lilly una vampira e il figlioletto Eddie un licantropo dal make-up classico. Oltre ovviamente all'inserimento, forse geniale, del personaggio di Marilyn, la nipote che incarna la tipica bellezza della fidanzatina d'America, bionda e dolce, ma che viene considerata dai consanguinei come una povera creatura deforme.




La riuscita è dovuta tanto ad una scrittura brillante, quanto ad un cast affiatato: Fred Gwynne nei panni di Herman Munster è semplicemente irresistibile con il suo sorriso candido da eterno bambino, Yvonne De Carlo dimostra un'ottima tempistica comica che si sposa magnificamente con la sua bellezza, mentre Al Lewis, già in coppia con Gwynne in "Car 54, where are you?", è una macchietta di inarrestabile comicità. Tanto che alla fine, da prodotto derivativo nato sulla scia di successi altrui, "The Munsters" diventa un legittimo cult dotato di una propria identità precisa e le maschere che ripropone diventano a loro volta dei personaggi autonomi, con i loro tic ed una caratterizzazione originale, finendo per incantare praticamente ogni tipo di spettatore.
Tanto che, nonostante la cancellazione dopo 70 episodi e appena due stagioni, i Munster non sono mai scomparsi davvero scomparsi dagli schermi americani: del 1966 arriva un primo film televisivo, "Munsters Go Home!", nel 1970 è il turno dello special a cartoni "The Mini-Munsters", nel 1988 arriva un sequel, "The Munsters Today", che trasporta i personaggi originali negli anni '80 e va avanti per ben tre stagioni, mentre negli anni '90 arrivano due special televisivi "Here Comes the Munsters" e "The Munsters' Scary Little Christmas". 
Questo fino ad arrivare al 2013, quando un primo tentativo di reboot viene provato da Bryan Fuller con "Mockinbird Lane"... fallendo miseramente. Se in origine i Munster erano i volti del cinema horror classico, qui diventano dei fotomodelli dai volti perfetti e dai fisici mozzafiato; Herman in particolare è un Jerry O'Connell che sfoggia unicamente uno sfregio sul collo, alla faccia dell'iconografia del personaggio, mentre Marilyn da dolce ragazza normale diventa una sorta di Mercoledì Addams bionda. E come se questo non bastasse, il tono è schizofrenico, alternando sequenze comiche (comunque poco riuscite) ad una sottotrama serissima sul piccolo Eddie alle prese con l'accettazione della sua natura mostruosa. Non stupisce che a questo pilot non sia seguita una serie e ad oggi l'unico vero motivo di interesse verso questa stramba operazione risiede nell'ottima performance di Eddie Izzard nei panni del nonno, ma si sa che Izzard è uno di quegli attori in grado di salvare qualsiasi cosa.
Tanto che, forse, alla fin fine parte dello scetticismo verso il film di Zombie deriva anche da questo fallimento, che ha in parte leso l'eredità della sit-com. Oltre ovviamente al grosso scetticismo che si porta dietro da solo. Quindi urge ancora chiedersi: questo reboot è davvero così orrendo come si vuole fare credere?
Fortunatamente no, ma il fatto che sia così odiato è comprensibile.




Bloccato dal divieto di girare il film in bianco e nero, Zombie decide di calcare la mano ed elevare l'atmosfera leggera della serie al livello successivo, ossia dritto nel camp più puro. Tutto è esagerato, urlato a mille, dalla recitazione alla fotografia tutto è ammantato in uno stile eccesivo e kitsch. La fotografia riprende l'estetica del gotico baviano e della Hammer e la porta alle estreme conseguenze: la Tansylvania dei Munsters è un caleidoscopio di colori tra trip di LSD nel quale si muovono personaggi caricaturali, il cui look è al contempo elaborato e cheap. E Zombie riscopre anche l'uso del front projection in intravision che abusava nei suoi vecchi videoclip per creare sfondi palesemente finti, che fanno somigliare il tutto ad un sogno demenziale.




Il cast segue a ruota l'indirzzo camp e regala performance caricaturali sino al cartoonesco; Sheri Moon, in particolare, è una Lily Munster che sembra uscita da uno spot pubblicitario d'epoca, fatta di mossette e vocetta; il che non è un difetto, anzi rende questo strambo ensamble di maschere ancora più adorabili; mentre Jeff Daniel Phillips e Daniel Roebuck non fanno rimpiangere Fred Gwynne e Al Lewis, soprattutto a causa della differenza tra questi personaggi e quelli della serie.
Padroneggiare a dovere il camp non è facile (Joel Schumacher ne sapeva qualcosa) e spesso può portare al ridicolo involontario piuttosto che all'umoristico legittimo. Zombie riesce a restare sempre in bilico tra i due, ma la scelta di caricare a mille l'umorismo e di creare una visione esagerata può tranquillamente risultare indigesto. Anche se di fatto i veri difetti di questo revival sono altri, ossia lo script e il ritmo.




Zombie decide di creare un ideale prequel alla serie, raccontando come Herman e Lily si sono conosciuti, sposati e trasferiti al 1313 di Mockinbird Lane a Los Angeles; assistiamo così alla creazione di Herman, al suo incontro con la futura consorte e ad un'inedita rivalità con il futuro suocero. E la storia finisce praticamente qui: non ci sono veri ostacoli, non ci sono veri antagonisti, né veri conflitti. La sottotrama sui guai combinati da Lester (Tomas Boykin), licantropo figlio reietto del Conte e casinista irredento, non porta davvero a nulla e serve solo come scusa per far trasferire il trio di personaggi in America; così come la rivalità tra Herman e il nonno si dissolve di punto in bianco. Poco o nulla viene raccontato, tanto che alla fine sembra di assistere a dei canovacci pensati per singoli episodi da venti minuti l'uno cuciti insieme per formare un lungometraggio.
Il che non sarebbe neanche male se il ritmo fosse adeguato. Purtroppo la regia inciampa nella costruzione della narrazione sia generale che delle singole scene, le quali sembrano dilatate sino all'inverosimile, mancando del brio necessario per colpire e tenera alta l'attenzione.




Tutto sommato questo revival non è il disastro che in molti credono. Lo stile può non piacere, ma è adatto alla materia; e nonostante i difetti obiettivi, l'amore dell'autore verso la serie originale trasuda da ogni fotogramma, rendendo "The Munsters" un film poco riuscito, ma estremamente genuino.

lunedì 3 ottobre 2022

The Ring

Ringu

di Hideo Nakata.

con: Nanako Matsushima, Hiroyuki Sanada, Miki Nakatani, Rikiya Otaka, Daisuke Ban, Rie Ino'o, Yuko Takeuchi, Hitomi Sato, Yoichi Numata, Yutaka Matsushige, Katsumi Muramatsu.

Horror

Giappone 1998











Il mondo dell' horror in Giappone forse non sarebbe lo stesso senza Koji Suzuki. Scrittore giunto alla fama mondiale solo a partire dalla fine degli anni '90, ha invece contribuito alla ridefinizione del "genere" in patria sin dall'inizio del decennio, quando pubblica il primo romanzo della pluriacclamata serie di "Ringu".
Suzuki è il tipico figlio dei suoi tempi, cresciuto in un Giappone che scopriva e riscopriva la passione per il sovrannaturale, causata dalla pubblicazione, a fine anni '70, delle Profezie di Nostradamus nel Paese del Sol Levante, evento che ha portato ad un interessamento generale del pubblico verso tematiche borderline fantastiche e alla rinascita del genere horror in tutti i media.




"Ringu" arriva nelle librerie giapponesi nel 1991 e riscuote un ottimo successo. Il segreto, oltre alla scrittura in sé stessa, è dato forse dalla commistione di tradizione e modernità, di antico e odierno. Stando alle parole di Suzuki, una delle fonti di ispirazioni per la storia di Sadako e della sua maledizione altro non è stato se non il "Poltergeist" del duo Spielberg-Hooper, il che è anche abbastanza ovvio: quell'immagine dello spettro vendicativo che emerge dal televisore è figlio diretto della famosa scena dell'avvento delle "demoniache presenze", ovviamente rielaborata in modo da diventare nuovamente originale.
Laddove il veicolo della maledizione è moderno, del tutto tradizionale è la figura dello spettro vendicativo, un onryo, figura tipica del folklore nipponico, ossia il fantasma di una persona morta violentemente che, a causa del forte sentimento d'odio, torna in vita per commettere una truce vendetta, la quale però non si consuma direttamente contro i responsabili, ma contro chiunque capiti a tiro, facendone quasi l'equvalente di uno spirito maligno occidentale.
Ma contrariamente a quanto avverrà nell'adattamento filmico, Suzuki si concentra anche sui risvolti fantascientifici della vicenda, con la storia di Sadako e sua madre Shizuka che le vede come potenti esper i cui potere ne hanno causato l'ostilità da parte dell'opinione pubblica, aspetto di storia che solitamente non viene ricollegato alla serie ma che ne costituisce il cuore tematico forse anche più della compoenente orrorifica vera e propria.




"Ringu" trova un primo adattamento filmico nel 1995, con un film-tv diretto da Chisui Takigawa, ma è con l'adattamento cinematografico del 1998 diretto da Hideo Nakata che giunge ad un definitivo successo.
Un film "seminale" per quel filone che prenderà il nome di J-Horror, il quale genererà un intero sciame di pellicole caratterizzate dall'atmosfera lugubre e dalla tematica della vendetta violenta perpetrata da spettri di persone uccise che spesso prende si attua mediante la tecnologia (basti vedere anche "Kairo" di Kiyoshi Kurosawa). Ma, prima ancora, il "Ringu" di Nakata è stato un enorme successo commerciale, all'epoca uno dei più grossi incassi nella storia del cinema giapponese, il cui eco si è poi espanso in Occidente con il fin troppo celebrato remake diretto da Gore Verbinski, il quale ha a sua volta sdoganato le pellicole originali anche in America ed Europa, oltre ad aver dato vita alla mania dei remake occidentali. E, paradossalmente, è proprio paragonando l'originale al remake che i pregi del primo risaltano maggiormente.




La tematica centrali in "Ringu" è l'isolamento. Sadako (interpretata da Rie Ino'o), figlia di una donna sola, concupita dal dottor Ikuma (Daisuke Ban), il quale tenta di sfruttarne i poteri per affermarsi economicamente e lavorativamente, è la "figlia del peccato", nata da una relazione extraconiugale e per questo uccisa dal padre, gettata ancora viva in un pozzo, ossia tagliata fuori dall'esistenza, seppellita viva in una tomba per celarne l'esistenza al mondo. Da cui il rancore, l'odio incondizionato verso quella umanità cinica e malvagia che ha distrutto lei così come ha prima tentato di distruggere la madre.




Allo stesso modo, isolato dal mondo è il piccolo Yoichi (Rikiya Otaka), figlio della protagonista Reiko (Nanako Matsushima) e di Ryuji (un giovane Hiroyuki Sanada), nato da un matrimonio finito in pezzi, lasciato spesso da solo a causa degli impegni della madre e totalmente ignorato dal padre (come nella dolorosa scena dell'incontro sotto la pioggia, dove i due praticamente non si riconoscono), si ritrova ad essere affascinato dalla leggenda della VHS assassina e trascinato negli eventi da un'entità sovrannaturale (forse il fantasma della cugina Tomoko, la prima vittima del film, forse la stessa Sadako) come una sorta di doppio ancora vivente del mostro.




Ed è lo stesso oggetto che divulga la maledizione ad essere in realtà un feticcio di un'era di isolamento. La VHS è l'apripista del fenomeno dell'home video, della capacità per gli spettatori di fruire di opere audiovisive (in particolar modo cinematografiche) senza dover più uscire di casa, senza unirsi a degli sconosciuti in un rito collettivo, anzi restando comodamente "tappati" tra le pareti dell'abitazione, tagliati fuori dal mondo. Non per nulla, è grazie all'avvento delle videocassette che in Giappone si registrano picchi dei casi di isolamento volontario, un incremento del fenomeno del hikikomori il quale a sua volta si ricollega al fenomeno delle "video girl", le "fidanzate virtuali" create registrando piccoli video (non sempre a sfondo erotico) di ragazze impegnate in attività quotidiane, al fine di regalare ad un utente chiuso in sé stesso l'illusione di un'interazione umana (argomento magnificamente declinato nel manga "Video Girl Ai" di Masazaku Katsura), delle quali Sadako è un'ideale versione demoniaca. 
Il televisione, di conseguenza, diventa il viatico non per una vana realizzazione dei desideri personali, ma verso la distruzione, la cancellazione definitiva della vita, un inferno pronto ad eruttare in faccia allo spettatore, proprio come in "Poltergeist". E la maledizione, paradossalmente, non viene spezzata una volta risolto il mistero di Sadako, bensì unicamente tramite la diffusione della stessa, tramite la copia di quel male che deve propagarsi nel mondo affinché tutti si salvino, proprio come una trasmissione televisiva che deve infettare tutto il pubblico come un virus affinché proprio il pubblico possa sviluppare una sorta di anticorpo verso il medesimo.




La regia di Nakata è volutamente fredda e diretta. Non c'è stilizzazione nella messa in scena, né un'estemizzazione della violenza, la quale resta invece sempre fuori campo. Ciò che gli interessa è la suspense e la ricrea tramite un'atmosfera plumbea, dove lo scorrere del tempo diventa fardello insostenibile. Il che crea a sua volta una costante sensazione di paura e di disagio, dove la paura viene sempre trattenuta e dilatata, sempre pronta a scoppiare, ma dove la catarsi dello spavento è sempre negata.




Con una cadenza ipnotica e spiazzante, "Ringu" riesce davvero ad inquietare in modo sottile ed efficace. E per questo, oltre ad essere estremamente riuscito, resterà sempre migliore del più convenzionale remake americano, tutto basato sui jump-scare e su di una fotografia totalmente in color-grading digitale che finisce per rendere le immagini patinate e insulsamente finte.

giovedì 29 settembre 2022

Blonde

di Andrew Dominik.

con: Ana de Armas, Xavier Samuel, Evan Williams, Adrien Brody, Sara Paxton, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson, Toby Huss, Lily Fisher, Caspar Phillipson.

Usa 2022
















Nel libro omonimo di Joan Carol Oates è riportato a caratteri cubitali come "Blonde" non sia una biografia ufficiale su Marilyn Monroe, quanto una storia ispirata alla sua vita. E la stessa cosa vale, di conseguenza, per il film di Andrew Dominik, che ne adatta le pagine in quasi tre ore e arriva su Netflix dopo un'accoglinza "divisa" al Festival di Venezia.
Una produzione complicata, che ha subito ritardi a causa dell'emergenza Covid, che ha perso più volte il volto principale, passando da quello di Jessica Chastain ad Ana De Armas, passando per Naomi Watts. E che Dominik dirige dopo anni di assenza dal cinema di fiction, a seguito del flop dello strano "Cogan- Killing them Softly" del 2013.
Quindi, se non si tratta di un biopic, cos'è davvero "Blonde"? 
Semplice: un ritratto a tinte fortissime di Norma Jean Baker, la donna dietro la maschera di Marilyn.



Perché la storia di Marilyn non è un semplice dramma, non è forse una comune tragedia umana consumatasi sotto le sfavillanti luci di Hollywood, quanto un incubo ad occhi aperti causato sia dai traumi, infantili e non, che dalla scissione di personalità tra la persona ed il personaggio. Non per nulla, fu proprio Tony Curtis a parlarne in tempi non sospetti, proprio lui che aveva conosciuto e amato Norma Jeane prima del successo e che si ritrova a lavorare con Marilyn Monroe alla fine degli anni '50 sul set del capolavoro "A qualcuno piace caldo", accorgendosi di come quella diva sia una persona diversa e non solo a causa delle tribolazioni che aveva affrontato e continuava ad affrontare fuori dal set.




La vita di Norma Jeane diventa così un vero e proprio film dell'orrore nel quale la protagonista viene risucchiata in un vortice di violenza, sopraffazione e distruzione. Dominik, riguardo la sua figura, è stato chiaro, definendola come la Afrodite del XX secolo che si è suicidata, sottolineandone la natura autodistruttiva. Ma nel suo ritratto, la distruzione è anche eteroindotta, causata in primis dagli abusi materni, ferita che si porterà a vita, in secondo luogo dal trauma degli aborti, con la prospettiva di una maternità come salvezza che viene puntualmente negata, in una spirale di violenza che continua a ripetersi sino alle estreme conseguenze.
Norma Jeane diventa così una donna distrutta dal dolore che si traveste da bomba sexy per mascherare il male interiore, restando costantemente alla ricerca di un amore che colmi l'assenza del padre. 




Marilyn Monroe è la maschera, un personaggio creato per essere dato in pasto al pubblico affamato di carne, quei fanatici dalle fauci costantemente spalancate e pronte a divorarla, perennemente armati di macchina fotografica puntata su di lei. 
Una maschera deformata e deformante, non una semplice facciata quanto una personalità nuova che contiene tutti gli elementi che il pubblico vuole vedere e solo quelli, ossia una bellezza sfolgorante appaiata ad un carattere da "stupidina" che la rende ancora più appetibile. Tanto che non c'è differenza con i ruoli che ricopre, i quali servono solo a regalare al pubblico quel corpo sensuale, quel sorriso smagliante, quella bellezza esagerata. Non per nulla, è lo stesso Dominik a confessare di non amarne i film (a parte ovviamente "A qualcuno piace caldo"), tacciandoli di essere sessisti.




Nel privato, le relazioni con Charlie Chaplin Jr., Joe DiMaggio e Arthur Miller diventano una rincorsa verso quel vuoto che la attanaglia. Il primo è lo spirito affine, persona distrutta da una figura paterna fin troppo presente, nemesi di quella di Norma, nella quale la donna trova una comunione umana prima ancora che fisica. Il secondo è quel padre che non ha mai avuto, il quale finisce per strangolarla quando non ne accetta lo status di sex symbol. Il terzo è il compagno ideale, l'unico che vede la persona dietro la maschera, la donna dietro il dolore e che ne apprezza le doti intellettuali prima ancora che quelle fisiche.




E poi c'è quella strana scena con John Kennedy, la quale non si capisce cosa davvero stia a significare. La relazione con JFK e Robert è cosa nota oggi come ieri ed è stata probabilmente questa a portarla alla morte, a prescindere dal fatto che si creda o meno al suicidio. Ma Dominik (così come la Oates prima di lui) riduce il rapporto ad una semplice sopraffazione fisica, descrive John come un mero stupratore seriale ed arriva finanche ad eliminare del tutto la figura di Robert. Il quadro che ne emerge è desolante, non tanto per la presunta lesa maestà verso la figura di un presidente fin troppo idolatrata dal pubblico, quanto per l'assoluta inconsistenza: la relazione con i Kennedy era un affare ben più complesso, l'averla reinquadrata come lo stupro di un uomo verso una bella donna non rende giustizia al reale e nell'economia del racconto risulta ridondante, gicché le violenze carnali subite da parte dei produttori già avevano trovato spazio nella prima parte del racconto; così come del tutto fuori luogo è la sequenza successiva, onirica e ai limiti del ridicolo, dell'aborto violento perpetrato dalla CIA e portato in scena come uno strambo episodio di "X-Files".




Scelta narrativa ed estetica che lascia confusi, soprattutto se si tiene conto di come altrimenti Dominik padroneggi storia e racconto. Usando scatti d'epoca e interviste come modello, ricrea il mondo di Marilyn come una serie di immagini glamour, le quali sono però ammantate da un tono perennemente cupo, magistralmente sottolineato dalle splendide note di Nick Cave e Warren Ellis. Mentre Ana De Arms è una Marilyn intensa e credibile, nonostante la figura troppo snella se paragonata a quella più prorompente della diva.
Tanto che alla fine, tolta la spiazzante scelta di rileggere l'affair Kennedy in modo strambo, "Blonde" è una perfetta fotografia espressionista di un'anima persa, un biopic che non è biopic quanto descrizione del subcosciente di una personalità borderline che ne restituisce appieno il dolore e le contraddizioni. Bello e tutto sommato riuscito.