martedì 25 ottobre 2022

Terrifier 2

di Damien Leone.

con: David Howard Thornton, Laruen LaVera, Eliott Fullam, Amelie McLain, Sarah Voigt, Samantha Scaffidi, Felissa Rose, Katie Maguire, Griffin Santopietro, Casey Hartnett, Kailey Hyman, Jenna Kanell.

Horror/Slasher/Gore

Usa 2022














"Un film talmente spaventoso e disturbante che il pubblico vomitava in sala, ci sono state svenimenti e persino fughe". E' dai tempi de "L'Esorcista" che si sentono notizie del genere e da ultimo persino "Men" è stato venduto come "pellicola talmente spaventosa da essere insostenibile"; ovviamente sono esagerazioni, soprattutto nel caso della "cosa" di Alex Garland, ma affermazioni del genere forse non sono troppo esagerate per la creatura di Damien Leone, quel "Terrifier 2" che sta riscuotendo un successo inusuale per un horror splatter nel 2022, soprattutto laddove si tiene conto che vuole essere solo questo, ossia gloriosa serie B.
E pensare che fino a qualche tempo fa un'acclamazione del genere sarebbe sembrata inusuale: sia Leone che il suo boogeyman, quel "Art il Clown" che forse merita davvero di essere annoverato tra le migliori maschere del genere, hanno dovuto faticare non poco per affermarsi all'attenzione del pubblico e persino per "meritare" la distribuzione in sala.


Leone nasce infatti come effettista e addetto al make-up. Inizia a dirigere qualche corto a partire dal 2008 e già ora porta in scena i massacri di Art: "Terrifier" è il suo secondo corto e qui troviamo il clown/mimo demoniaco per la prima volta su schermo, interpretato da Mike Giannelli. Ottenuto un buon riscontro, nel 2013 lo incorpora nell'antologia "All Hallow's Eve", suo primo lungometraggio, dalla struttura episodica, ma non ottiene il riscontro sperato. Dopo aver diretto "Frankenstein vs. the Mummy", vero e proprio schiaffo alle ambizioni del "Dark Universe" made in Universal, il giovane autore decide di ritornare alle origini e di dedicare un lungometraggio alla sua creatura più celebre. "Terrifier", inteso come lungometraggio, esce nel 2016 e questa volta sotto il trucco del clown c'è David Howard Thornton, che ne amplifica i manierismi; ed il successo non manca, imponendosi come un piccolo cult grazie all'atmosfera cupa e ad un gusto per il gore che riesce davvero a spiccare. Tanto che persino "All Hallow's Eve" viene in parte ridistribuito con il titolo "Terrifier Origins", ottenendo un riscontro più positivo. Il che permette a Leone di trovare un buon budget e un accordo distributivo per il sequel. Che arriva puntuale quest'anno, surclassando ogni possibile aspettativa: 2 ore e 18 minuti di slasher talmente gore che al confronto gli exploit horror di Joe D'Amato sembrano opera di un Alejandro Amenàbar esangue.


"Terrifier 2" è uno slasher tout court, che riprende praticamente tutti i topoi del filone senza volerli svecchiare, anzi elevandoli ad uno status semi-mitologico. Si comincia con uno dei meno abusati: il sequel inizia all'indomani della fine del primo film, con Art che si risveglia sul tavolo dell'obitorio e fa a pezzi il coroner. Si va avanti di un anno: mentre la final girl del primo film, Victoria (Samantha Scaffidi), rimasta orribilmente sfigurata, fa i conti con i postumi del trauma da sopravvissuta, incontriamo la bellissima adolescente Sienna (Lauren LaVera), da poco rimasta orfana, i cui sketch del defunto padre sembrano ritrarre le vittime di Art e lo stesso clown...
E' proprio la correlazione tra final girl e mostro ad essere il vero punto di interesse nella storia di "Terrifier 2". Quella che di solito è una vestale angelica chiamata a distruggere il maligno prende ora le forme carnali di una ragazza bellissima e sexy, riscrivendo in parte l'archetipo che la vuole virginale e casta. Ma, ancora di più, qui diviene una valchiria angelica, una guerriera chiamata letteralmente a combattere quel male in Terra che, in sua assenza, trionferebbe.


La tematica dell'unione paterna viene invece tirata in ballo, ma mai davvero sviluppata. Da una lato Sienna e suo fratello Jonathan scoprono il lascito del padre, ma non è chiaro se questi abbia semplicemente avuto delle visioni del futuro o se le sue fantasie si siano concretizzate nella realtà. Allo stesso modo, anche Art ha ora una piccola compagna, una bambina sua ex vittima divenuta piccola pagliaccetta diabolica che ne accompagna i massacri, ma questa loro unione serve solo a creare un'altra maschera horror, anch'essa decisamente riuscita e gustosa, ma che non aggiunge davvero nulla alla storia.
A Leone interessa più che altro scioccare usando un tasso di violenza estremo. Sin dalla prima scena non c'è il minimo contegno nel ritrarre il gusto sadico di Art, con corpi sventrati in bella vista, arti strappati e occhi cavati. Il culmine lo si raggiunge nella letterale distruzione di Allie, la quale viene smontata pezzo per pezzo sino a divenire un vero e proprio "zombie vivente". E Leone riesce nell'impresa non facile di non far scadere mai il tono nel parossistico: la violenza è sempre feroce e disturbante, non importa per quanto esplicita ed esagerata, ogni coltellata fa male tanto al personaggio quanto a chi osserva. E un altro plauso fa fatto ai suo ottimi SFX, davvero notevoli per una pellicola low-budget.



Pur se al suo quarto lungometraggio, Leone dimostra di avere uno stile ancora acerbo; le incertezze nel montaggio (da lui curato in prima persona) non mancano, tanto che una sfrondatura delle singole scene avrebbe certo giovato al ritmo, non per nulla 138 minuti sono fin troppi per uno slasher gore; d'altro canto, la fotografia rozza del fido George Steuber, che pur potrebbe essere sintomo di poca esperienza, riesce invece ben a convogliare l'atmosfera malata e sinistra che si vuole intessere, rivelandosi una scelta azzeccata.
Incertezze che però vengono validamente controbilanciate dalla passione: non si può non amare un filmmaker che sa quello che vuole e soprattutto che sa quello che il suo pubblico vuole da lui e non si vergogna di soddisfare nel migliore dei modi. E la cui indole cinefila è sottile, ma forte, con il gustoso cameo di Felissa Rose, l'indimenticabile Angela del primo "Sleepaway Camp".



Con la sua irrefrenabile carica gore e la sua volontà di intrattenere pura e semplice, "Terrifier 2" non è certo un horror per tutti, ma chi apprezza pellicole senza fronzoli, né ambizioni troppo alte troverà certamente un prodotto di ottima caratura.

lunedì 24 ottobre 2022

Black Adam

di Jaume Collet-Serra

con: Dwayne Johnson, Bodhi Sabongui, Pierce Brosnan, Sarah Shahi, Aldis Hodge, Marwan Kenzari, Quintessa Swindell, Noah Centineo, Viola Davis.

Fantastico/Azione

Usa 2022












Portare su schermo uno dei villain più amati dell'universo DC è stato, al solito, non facile. Tutto comincia una decina e più di anni fa, quando il DCEU non era neanche in fase embrionale. Dwayne "The Rock" Johnson viene contattato dalla Warner per prendere parte ad un possibile adattamento di Capitan Marvel e lui, con una mossa simpatica e in parte inedita, indice un sondaggio tra i fan su quale personaggio interpretare tra l'eroe e la sua nemesi più famosa, il tiranno del Kandhaq Teth-Adam, detto "Black Adam"; a spuntarla è quest'ultimo ed il wrestler più famoso del cinema diventa il volto ufficiale del nemico numero uno dell'Umano più Potente della Terra. Se non fosse che il film resta in un limbo produttivo infinito: ultimato lo script, si da precedenza ai personaggi più famosi e all'eroe, che arriva su schermo nel 2019; scartata l'idea di un film sulla Justice Society, Black Adam finisce persino sulla lista di possibili personaggi per "The Suicide Squad", ma viene eliminato da James Gunn, forse per evitare di avere nel gruppo un superuomo inarrestabile.
Si arriva così al 2022 e "Black Adam" arriva in sala con lo stesso script delle origini e all'indomai del cambio di vertici alla Warner che ha scosso tutta la concezione del DCEU. Fortunatamente, il suo esordio al cinema è tutto sommato gradevole, benché poco originale.


Apparso per la prima volta nel 1945, Black Adam è figlio di C.C.Beck e nasce come nemesi della famiglia Marvel, una sorta di versione distorta e cattiva di Shazam e affini, utile per dar loro un cattivo alla loro portata. Ma con gli anni il personaggio si evolve sino a diventare una sorta di anti-eroe, un uomo dotato di poteri divini al pari di Billy Batson, ma che ha vissuto in catene e che ha deciso di ribellarsi e divenire un sovrano tirannico, ma mai davvero crudele, al pari del Sinestro di Lanterna Verde.
Su grande schermo, Teth-Adam ritiene la caratterizzazione originaria, la quale viene però in parte virata verso l'archetipo dell'eroe riluttante. Risvegliatosi dalla prigionia impostagli dal Consiglio dei Maghi, Adam si ritrova in una patria nuovamente sottomessa, questa volta dei mercenari dell' Intergang; la sua attività attrae l'attenzione di Amanda Waller (sempre interpretata con piglio luciferino da Viola Davis), la quale gli mette alle costole la Justice Society, guidata da Hawkman (Aldis Hodge) e dal Dr. Fate (Pierce Brosnan).
La tematica è ovvia, ossia una pernacchia al colonialismo americano del Medio Oriente: benché il Kandhaq non esista, non è difficile vederci un doppio dell'Afghanistan o dell'Iraq, con tanto di protettore "oscuro" inviso alle autorità a stelle e strisce e la Justice Society come una sorta di Suicide Squad "ufficiale", una  "polizia del mondo" utile a portare avanti gli interessi americani. E come sempre i limiti del concetto di universo condiviso si fanno avanti prepotenti e ci si chiede dove fossero questi supereroi quando le orde di Darkseid invadevano la Terra...



Ma a The Rock e soprattutto a Jaume Collett-Serra non interessa far riflettere su nulla, quanto gasare il pubblico. Ecco quindi il "cattivo" Black Adam emergere dalle ombre friggendo il primo avversario che si trova davanti, staccando un braccio al secondo e infilando una granata in bocca ad un terzo, per poi passare quasi tutto il film a falciare chiunque gli capiti a tiro. La tematica della necessità dell'uccisione delle minacce e dell'ipocrisia di quegli eroi che credono di poter combattere il male rimanendo immacolati viene anche tirata in ballo, ma subito messa da parte in favore dell'azione: non c'è vera oscurità in un film dove il protagonista è un ex schiavo in lotta per proteggere il proprio popolo, solo tanto divertimento. Il che non è affatto un problema.




Serra fa letteralmente a gara con Zack Snyder per chi fa il ralenty più tamarro. Snyder fa un'epica testosteronica con colori sgargianti a sei fotogrammi al secondo? Serra imbastisce un prologo nell'Età del Bronzo dai colori spenti a quattro fotogrammi al secondo. Snyder fa una scena di sesso sulle note di Leonard Cohen? Serra risponde con un massacro sulle note dei Rolling Stones. E se nell'MCU le scene d'azione sono centellinate neanche fossero la risorsa più scarsa al mondo, Serra imbastisce un ottovolante fatto praticamente di sola azione, con sequenze di sparatorie e botte da orbi che si rincorrono per praticamente tutta la durata, intercalate da un umorismo spicciolo ma mai stupido, persino quando si permette di parodizzare il mitologico triello de "Il Buono, il Brutto, il Cattivo".
Tanto che la trama altro non è se non un conclamato collante tra le trovate; e non stupisce che sia stata scritta almeno dieci anni fa, tra una spalla bambinesca che alla fine salva la situazione e una spalla comica irritante, quell'Atom Smasher che potrebbe fare a gara con il Flash di Joss Whedon per chi ha meno neuroni. Non che a nessuno degli autori importi davvero: i colpi di scena sono intuibili sin dall'inizio e quello relativo alla vera identità del protagonista viene rivelato persino nel trailer!




Alla fine, "Black Adam" è solo un pop-corn movie senza vere pretese. E va bene così: 130 minuti di azione non-stop e umorismo ben calibrato, nella più classica formula del film supereroistico moderno. Nulla di eccezionale, ma tutto fila liscio e non tedia praticamente mai.

venerdì 21 ottobre 2022

Ring 2

Ringu 2

di Hideo Nakata.

con: Miki Nakatani, Hitomi Sato, Kyoko Fukada, Yurei Yanagi, Rikiya Otaka, Rie Ino'o, Nanako Matsushima, Fumiyo Kohinata, Kenijiro Ishimaru, Masako, Hiroyuki Sanada.

Horror

Giappone 1999












Il fiasco sonante di "Rasen" non ha impedito alla serie di "Ringu" di continuare; piuttosto che gettare la spugna, i produttori hanno optato per una soluzione all'epoca inedita, ossia creare un nuovo sequel che si sostituisse al primo; e laddove quest'ultimo era l'adattamento del seguito cartaceo del romanzo originale, il nuovo film, ribattezzato "Ringu 2", avrebbe continuato la storia del film, restando ancorato alla mitologia filmica e scartando tutti quegli elemeti non filtrati su schermo. Tornano così Hiroshi Takahashi alla sceneggiatura e Hideo Nakata alla regia per quello che è tutt'oggi il sequel ufficiale del cult del 1999.



Come "Rasen", anche "Ringu 2" inizia laddove il primo film finiva, ma questa volta al centro della narrazione c'è inizialmente il giornalista Okazaki (Yurei Yanagi), collega di Reiko (Nanako Matsushima), nonché nuovamente Mai Takano (interpretata per la terza volta da Miki Nakatani), i quali si trovano a dover investigare gli eventi che hanno portato alla morte di Ryuji (Hiroyuki Sanada) e alla scomparsa di Reiko e del figlio Yoichi (Rikiya Otaka).




Laddove "Rasen" cercava di spiegare scientificamente il funzionamento della maledizione e virava i toni verso la fantascienza apocalittica, "Ringu 2" si pone nel mezzo tra il razionale e l'irrazionale, cercando di investigare il paranormale con metodo scientifico (similmente a quanto accadeva ne "L'Esorcista 2- L'Eretico"), ma senza voler mai davvero approdare ad una forma di razionalizzazione dell'ignoto. Questa avrebbe infatti infranto ogni forma di suggestione ed è quindi giusto che continui ad esistere una cifra irrazionale all'interno degli eventi, un che di "non spiegato" che li renda affascinanti, con la conseguenza, tuttavia, che così la storia finisce per essere mal sviluppata: la maledizione di Sadako trova una forma di razionalizzazione quando si afferma che ad uccidere è la sua volontà trasmessa per il tramite della VHS e impressa su di essa a causa dei poteri psichici della ragazza, ma il fatto che anche Yoichi e la giovane Kanae sviluppino anch'essi dei poteri e inavvertitamente, per il solo fatto di essere venuti in contatto con il video, non trova giustificazione alcuna all'interno degli eventi.
Un paradosso puro è che questa commistione di pregio e difetto garantisca lo stesso una forma di interesse, come quando si questiona cosa sia davvero l'Aldilà, cosa siano i fantasmi e quando si fa ricorso al simbolo dell'acqua come tramite tra i due mondi.


Nakata tiene bene la narrazione, riesce sempre a catturare l'attenzione anche quando non gioca con la tensione. La scelta di usare anche qui le visioni dei personaggi come intercalare agli eventi funziona meglio che in "Rasen" perché direttamente collegata alla storia e il fascino dato dalla declinazione del racconto regge bene.
In generale, "Ringu 2" è un sequel riuscito, che però aggiunge poco o nulla al passato. Meglio di "Rasen", ma nulla di davvero memorabile.

giovedì 20 ottobre 2022

Ju-On - Rancore

Ju-On

di Takashi Shimizu.

con: Megumi Okina, Misaki Ito, Misa Uehara, Yui Ichikawa, Yoji Tanaka, Takako Fuji, Kanji Tsusda, Kayoko Shibata, Yuya Ozeki.

Horror

Giappone 2002













Il rapporto tra Takashi Shimizu e il suo "Ju-On", la creatura che fama imperitura gli ha donato, è stranamente complesso; questo perché ha declinato la medesima idea almeno tre volte: la prima volta è stata nel 2000, quando "Ju-On" prende le forme di un lungometraggio straight-to-video la cui distribuzione è inizialmente limitata al solo Giappone. L'ultima è l'immancabile remake americano datato 2004, questa volta prodotto da Sam Raimi, il quale decide saggiamente di affidare il progetto al suo creatore originale, portando alla creazione di quello che è praticamente il miglior esponente del filone "J-Horror americanizzato". In mezzo c'è il film cinematografico del 2002, quello che si è imposto in primis all'attenzione di tutti e che ha generato il fenomeno alla base di tutto; il quale è a sua volta un sequel non solo della prima incarnazione del 2000, ma anche del sequel diretto di quest'ultimo, "Ju-On: Rancore 2" sempre del 2000 e sempre prodotto e distribuito per il mercato domestico e casalingo. 
"Ju-On" forse rappresenta davvero il cuore pulsante del filone J-Horror, il picco creativo dello stesso, un punto di non ritorno che di fatto non sarà mai eguagliato.



Laddove "Ringu" presentava una commistione tra tradizione folkoristica arcaica e tecnofobia moderna, "Ju-On" è invece la declinazione in chiave moderna della tradizione. La tematica della "casa infestata" viene ripresa non tanto dal folklore popolare, quanto da quello di tradizione shintoista: quando una o più persone muoiono in circostanze brutali, la rabbia generata dal misfatto (Ju-On) infesta il luogo in cui questo è avvenuto (definito "Ku-On", ossia "nove rancori", dove il numero nove nella tradizione nipponica è sinonimo di infinito)  intrappolando in fantasmi al suo interno, il quali, in maniera non dissimile dagli onryo pagani, uccidono chiunque vi si avventuri (situazione che in occidente è stata a suo modo declinata da Stephen King dapprima in "Le Notti di Salem" e poi, più approfonditamente, in "Shining").
Ma Shimizu va oltre la tradizione e presenta una maledizione che non ha confini perimetrali. I fantasmi della famiglia Saeki possono spostarsi anche nel mondo esterno alle mura nelle quali sarebbero intrappolati e chiunque resti vittima della sua furia diventa a sua volta uno spettro vendicativo in grado di perseguitare le sue vittime anche fuori dalla casa originaria. Non c'è quindi scampo a questo male, né esistono spazi sicuri nei quali rifugiarsi.



Anzicchè rifarsi alla classica storia di indagine, Shimizu opta per una narrazione non lineare, alternando il punto di vista dei vari personaggi che vengono in contatto con la casa dei Saeki. Il motivo della maledizione passa in secondo piano, accennato solo in qualche linea di dialogo, il fulcro diventano le sorti dei malcapitati di turno.
Il piano temporale viene così alterato: si parte letteralmente in medias res, con la giovane assistente sociale Rika (Megumi Okina) che scopre il lascito della strage della famiglia Tokunaga ad opera dei Saeki, per poi tornare indietro ai giorni di Katsuya Tokunaga (Kanji Tsuda) e su come lui e la moglie siano caduti vittima dello spettro di Kayako (Takako Fuji), per poi tornare di nuovo al presente con le indagini della polizia, corroborate da Toyama (Yoji Tanaka), ex poliziotto che ha indagato sulla strage dei Saeki, andare avanti di una decina d'anni per assistere alle azioni di sua figlia Izumi (Misa Uehara) e tornare nuovamente al presente con una chiusa nuovamente su Rika e la sua amica insegnante Hitomi (Misaki Ito). Una semplice storia di fantasmi riesce così a trovare una forma di interesse in un racconto che cattura l'attenzione e porta lo spettatore a chiedersi come questi personaggi interagiscano e fino a che punto Kayako e famiglia possano spingersi pur di perseguitarli.



La messa in scena adottata è anch'essa anticonvenzionale. Non c'è la ricerca di un'atmosfera cupa o di un mood spettrale, non si fa mai ricorso a simbolismi raccapriccianti o a scenografie opprimenti. La fotografia usa luci diffuse e raramente le ombre fanno capolino a tagliare le figure. Shimizu lavora di sottrazione, lascia che sia l'indole sinistra della storia e delle singole scene a catturare l'attenzione e i nervi dello spettatore e arriva persino a lasciare praticamente tutte le morti fuori scena. Scelta ardita, ma che si rivela vincente: nel suo incedere lento ma inesorabile, "Ju-On" riesce davvero a trasmettere un senso di tensione costante, dato dall'impossibilità di capire quanto possa davvero accadere, il quale risulta così più greve di quanto visto negli altri esponenti del filone.


Nella sua anticonvenzionalità, il cult di Shimizu si impone così all'attenzione sia dell ospettatore occasionale che di quello più smaliziato, configurandosi come quello che resta il miglior esito del J-Horror mainstream.

mercoledì 19 ottobre 2022

Everything Everywhere All at Once

di Daniel Kwan & Daniel Scheinert.

con: Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Stephanie Hsu, Jamie Lee Curtis, James Hong, Tallie Medel, Jenny Slate, Harry Shum Jr., Biff Wiff, Randy Newman.

Fantastico/Commedia

Usa 2022
















E' rinfrescante notare come un film non brandizzato possa divenire un campione di incassi. Quest'anno è successo con "Everything Everywhere All at Once", il quale, sebbene non definibile come "originale" in senso stretto, almeno non è il sequel, remake, adattamento o reboot di qualcosa.
Perché il nuovo film dei Daniels si rifà a tanto cinema asiatico, in primis a quella capacità, propria soprattutto degli autori nipponici, di usare il registro fantastico, declinato anche in chiave demenziale e weird, come strumento metaforico, al fine di raccontare i rapporti umani piuttosto che una storia fantastica tout court; e il tema della riunificazione famigliare davanti agli eventi catastrofici porta inevitabilmente in mente il lavoro fatto dal coreano Bong Joon-Ho in "The Host".


L'idea del multiverso è sfruttata decisamente meglio rispetto a "Spider-Man- No Way Home" e persino "Doctor Strange nel Multiverso della Follia"; qui c'è vera creatività dietro le visioni dei diversi mondi, i quali permettono ai Daniels persino di concedersi qualche simpatica citazione, come quella di "Ratatouille" o del cinema di Wong Kar-Wai (del quale viene ripreso l'uso della monocromia, ma purtroppo non lo stile di costruzione della scena).
Il fulcro è però dato dalla disanima dei rapporti umani nel nucleo famigliare. Una famiglia di immigrati cinesi composta dalla madre Evelyn (Michelle Yeoh), donna stretta tra il lavoro e gli affetti che si sente stritolata e sprecata, un marito, Waymond (Ke Huy Quan), il quale realizza troppo tardi di averne distrutto la vita, la figlia Joy (Stephanie Hsu), impaurita dal suo status di queer, e il padre di lei, interpretato dal mitico James Hong, patriarca retrogradola cui sola presenza fa tremare i polsi a tutti.


Il multiverso diventa così il mezzo con il quale confrontare i propri limiti e le proprie paure. La visione di ciò che sarebbe potuto essere porta ad una catarsi ricostruttiva che rigenera i legami sfibrati, in particolare quelli materni. Laddove il villain altri non è se non una versione alternativa di Joy, la stramba avventura porta tutti a comprendersi meglio.
E i Daniels si divertono (è il caso di dirlo) come cretini con le trovate strambe. Se alcune sono ghiotte, come l'universo fatto di pietre, l'uso di un umorismo pecoreccio talvolta lascia basiti: va bene essere goliardici, ma tutta quell'enfasi sui picchiatori che si infilano oggetti fallici nel didietro poteva anche essere contenuta.


Il divertimento dei Daniels porta anche ad una durata eccessiva, dovuta per lo più alla volontà di inserire quante più sequenze action possibili, benché alla fin fine la storia non sia decisamente da film d'azione. La narrazione talvolta finisce per arrancare e l'attenzione persino per latitare, tanto che ben si sarebbero potuto evitare almeno venti minuti di durata su ben 140 circa.
Fortunatamente, lo spettacolo alla fine bene o male regge, anche grazie all'ottimo cast. Certo, non c'era bisogno di questo exploit per capire quanto Michelle Yeoh sia versatile, ma è lo stesso qui in gran spolvero, così come James Hong, che a 93 anni dimostra una grinta incontenibile, e Jamie Lee Curtis  per una volta si diverte anche nei panni della cattiva. La vera sorpresa è però Ke Huy Quan, che dopo anni di ritiro dalla carriera di attore torna dimostrando anch'egli una versatilità inedita.




In generale, "Everything Everywhere All at Once" è una commedia divertente e coinvolgente, che soffre solo di una durata eccessiva e di un gusto talvolta questionabile per l'esagerazione spiacciola, regalando comunque dell'ottimo intrattenimento per gli occhi e la mente.

lunedì 17 ottobre 2022

Halloween Ends

di David Gordon Green.

con: Jamie Lee Curtis, Andi Matichak, Rohan Campbell, Nick castle, Will Patton, Kyle Richards, James Jude Courtney, Rick Moose, Stephanie McIntyre, Candice Rose, Keruan Harris, Marteen, Emily Brinks, Joey Harris.

Thriller/Horror

Usa, Regno Unito 2022











---CONTIENE SPOILER---

"Halloween Ends" è davvero il peggior film di tutto il franchise? Ovviamente no. E non solo perché sarebbe davvero difficile fare peggio di "Halloween Resurrection", ma anche perché presenta delle idee più interessanti persino rispetto alla "Trilogia di Thorn".
"Ends" è semmai un film ridicolmente malriuscito, la cui ambizione aurea si scontra con un'esecuzione talmente deficitaria da divenire a tratti genuinamente deficiente nel senso puro del termine, prova di come David Gordon Green e Danny McBride non siano riusciti a fare un buon lavoro nonostante l'intera ciurma di sceneggiatori che hanno portato a bordo. Ovvero di come non sono, a conti fatti, le persone migliori per creare un horror dotato di serie ambizioni.




Avevamo lasciato "The Shape" alle prese con il massacro dei paesani giustizialisti di Haddonfield nel 2018 e, non si sa come, non si sa perché, in qualche modo è poi sparito dalla circolazione per rifugiarsi nelle fogne del paesino.
Un anno dopo, il giovane Corey Cunningham (Rohan Campbell) è uno squattrinato di belle speranze che arrotonda facendo il babysitter. Ma ad Haddonfield, si sa, la Notte delle Streghe è dedicata al dio della morte, quindi ecco che il pestifero infante che il giovanotto è chiamato a custodire muore a causa di un incidente; il che non impedisce alla popolazione di etichettare Corey come un assassino.
Due anni dopo, Corey è un paria che si arrabatta come può, schivando gli insulti dei concittadini. Nel frattempo, Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) è uscita dall'isolamento e ha iniziato a scrivere un libro sulla sua vita, mentre cerca di ricostruirla con la nipote Allison (Andi Matichak), resa orfana dagli eventi dei film precedenti...




Esistono due tipi di male: un male assoluto ed esterno alla comunità ed un male ad esso interno, generato dalla stessa e che giunto a maturazione è pronto a distruggerla. Questo è il tema di "Ends", snocciolato tramite dialoghi talmente didascalici da divenire scolastici, tanto da essere abbelliti dall'immancabile citazione nietzschiana. Corey è il "nuovo male", un male creato dall'ostilità della comunità, generata dalla paranoia, che prende forma grazie all'odio che gli viene vomitato addosso. Non c'è distinzione, ad un certo punto, tra vittima e carnefice e la prima è pronta a diventare la seconda quando ha assorbito abbastanza malvagità, tanto che persino la bella e innocente Allison si incammina suo malgrado in un sentiero del genere.
Trovata di certo non nuova: guarda caso la stessa cosa stava accadendo negli anni '80 nel franchise di "Venerdì 13", dove Tommy Jarvis sarebbe dovuto diventare il nuovo Jason Voorhees dopo essergli sopravvissuto e aver riportato un insormontabile trauma; e il fatto che "Halloween" si rifaccia al suo epigono più celebre chiude in un certo senso il cerchio, anche se da un punto di vista strettamente estetico, Corey ricorda l'Arnie di "Christine", tanto per restare in tema carpenteriano. 
Trovata che ha di certo il suo fascino e che ben avrebbe potuto funzionare in mani competenti, ma che qui non funziona mai.




La trasformazione di Corey è talmente stereotipata da scadere nel ridicolo. Non si può non ridere quando Green ne sottolinea lo status di "cattivo ragazzo" facendogli indossare un giubbotto di pelle mentre fa le sgommate con il motorino o mentre si avventura nella notte con la bella Allison alle spalle sulle note di "Come 2 Me" di Johnny Goth.
Come se questo non fosse abbastanza per madare alle ortiche la sopportazione, Green e McBride scindono il film in due parti, dove solo la seconda è un thriller a tinte horror, mentre la prima, forse per mimare la struttura del primo film della serie, è una forma di "preparazione" che dovrebbe raccontare le origini di Corey, ma che finisce per essere una sfibrante commedia romantica tra questi e Allison, i due ragazzetti belli e dannati, giustapposta a quella tra Laurie e Frank, i due vecchietti ancora innamorati, con la noia a fare da padrone.




Quando è l'orrore ad entrare finalmente in scena, la regia si dimostra priva di nerbo e inventiva, usando unicamente jump-scare ed effetti splatter per comunicare tensione, scadendo anche qui nel ridicolo e arrivando persino a non disdegnare la violenza gratuita.
E quando invece è la "morale" a dover tenere testa, il film crolla definitivamente su sé stesso: da un lato il tono è declamatorio e retorico sino allo sfinimento, dall'altro la caratterizzazione dei personaggi di supporto, quel "male ordinario" che inavvertitamente crea mostri, è così iperbolico da sembrare uscito da una commedia. Passi anche per i ragazzini bulli stronzetti d'ordinanza il cui "capo" trova persino una ragion d'essere nella sua funzione di specchio deformato di Corey, ma non si può davvero non ridere dinanzi al medico arrapato reo di aver promosso l'infermiera porca e di pensare al fantacalcio durante le ore di lavoro, neanche si fosse in una commediaccia di Nando Cicero.
E quando alla fine il duo di autori decide di chiudere la leggenda di Michael con quello che è un linciaggio rituale, il controsenso con il capitolo precedente porta davvero ad una risata isterica incontenibile: possibile che l'indignazione per Capitol Hill sia già stata dimenticata?




Tra sbadigli e risate involontarie, "Ends" brucia tutto il suo potenziale e chiude malamente una trilogia della quale si salva solo il secondo capitolo. Il che è un peccato perché l'idea alla base è anche interessante e Rohan Campbell, con quel suo volto a metà strada tra Kit Harrington e il Michael Rooker di "Henry - Portrait of a Serial Killer" era davvero perfetto per il ruolo.

venerdì 14 ottobre 2022

Spiral

Rasen

di Joji Iida.

con: Koichi Sato, Miki Nakatani, Hinako Saeki, Hiroyuki Sanada, Shingo Tsurumi, Daiseuke Ban, Shigemitsu Ogi, Yutaka Matsushige.

Thriller

Giappone 1998












Il successo letterario del "Ringu" di Koji Suzuki era una garanzia sufficiente per il successo del suo adattamento filmico. O almeno così pensavano i produttori della pellicola diretta da Hideo Nakata nel 1998; tanto che il suo sequel, "Rasen", trasposizione del secondo romanzo della serie, è entrato in cantiere praticamente in contemporanea al primo film, con il medesimo cast, ma ad opera di un regista diverso, quel Joji Iida all'epoca reduce dall'adattamento filmico del manga di culto "Tokyo Babylon" e che già aveva curato lo script dell'adattamento televisivo del primo romanzo nel 1995.
Le cose, purtroppo, non sono andate come previsto: "Rasen" viene letteralmente massacrato dalla critica e ignorato dal pubblico, distruggendo nel corso di poco tempo l'eredita di Suzuki e Nakata. Il che, purtroppo, è anche comprensibile.



"Rasen" inizia il giorno successivo alla fine di "Ringu". Ryuji (nuovamente interpretato da Hiroyuki Sanada) è morto, ufficialmente per cause ignote; ad eseguire la necessaria autopsia sul cadavere è il suo vecchio amico e ex collega di studi Mitsuo Ando (Koichi Sato), il quale non ha mai superato la morte del figlio, annegato qualche anno prima. Nel cadavere, Ando rinviene uno strano messaggio in codice che lo porta a scoprire la VHS maledetta, a rinvenire il diario di Reika e far luce sugli aspetti pià arcani della onryo Sadako.



Ma "Rasen" non è in realtà un horror, quantomeno non nel senso convenzionale del termine. Rispettando in maniera quasi religiosa le pagine del romanzo, Iida confeziona un piccolo thriller sovrannaturale più interessato agli aspetti psicologici e fantastici che alla tensione o alle suggestioni ultraterrene. La storia di Sadako viene così mischiata all'elaborazione del lutto di Ando, mentre la maledizione viene esplorata sul piano scientifico. Il che non è per forza di cose una cosa buona.
Riguardo il primo aspetto, l'aver inserito le visioni di un protagonista mentalmente afflitto cozza con la narrazione, la quale invece si focalizza principalmente sul mistero di Sadako, con la conseguenza che queste apparizioni mentali risultano sempre fuori luogo e talvolta persino forzate, come quando ad apparire è il "fantasma" di Ryuji.
L'aver poi dato una spiegazione scientifica al come la maledizione agisca toglie irrimediabilmente fascino alla stessa; non c'era davvero la necessità di spiegare che Sadako uccide le proprie vittime contagiandole con una sorta di vaiolo mutato causando una specie di tumore fulminante; ad affascinare nei racconti del terrore è il perché, non il come, proprio perché irrazionali, lontani da ogni classificazione scientifica comune. Sadako, così, non fa più davvero paura e diventa una sorta di "untrice ultraterrena" glorificata.



Queste "novità" sono anche la parte migliore, poiché per il resto la struttura ricalca praticamente quella dell'originale: abbiamo nuovamente un professionista chiamato ad indagare il mistero della VHS assassina che per tutta la prima parte cerca di razionalizzare l'accaduto. Nella seconda, fortunatamente, le cose cambiano, persino Sadako diventa un personaggio diverso, una sorta di succube sensuale, tanto che adesso ha il volto e il corpo della bellissima Hinako Saeki. Ma una volta scoperto l'arcano dietro il suo ritorno, tutto si appiattisce e le derive apocalittiche qui innestate finiscono per non avere il minimo mordente.
Quel che è peggio, la regia di Iida, benché graziata da qualche movimento di macchina azzeccato, è blanda e non riesce mai a colpire, a tenere alta l'attenzione e tantomeno ad intessere la giusta atmosfera.




"Rasen" è così un sequel malriuscito, che distrugge tutto il fascino dell'originale e non sfrutta il potenziale dato del romanzo. Il quale, paradossalmente, non ha distrutto del tutto l'eredità di Nakata, il quale tornerà alla serie con un nuovo sequel, "Ring 2", appena un anno dopo.