giovedì 10 novembre 2022

Black Panther: Wakanda Forever

di Ryan Coogler.

con: Letitia Wright, Angela Bassett, Tenoch Huerta, Lupita Nyong'O, Winston Duke, Danai Gurira, Dominique Thorne, Martin Freeman, Julia Louis-Dreyfuss, Lake Bell.

Avventura/Fantastico/Azione

Usa 2022












Il primo "Black Panther" rappresentava al contempo l'apice della popolarità del MCU e la prima avvisaglia della sua decadenza. Da una parte, il film è stato un successo enorme, riuscendo persino a portare a casa qualche Oscar e venendo nominato finanche come miglior film. Ma dall'altra il giochino ipocrita tipicamente hollywoodiano si era palesato davanti a tutti: il film non era certamente memorabile e non rendeva neanche giustizia ad un personaggio importante non solo nel contesto fumettistico, eppure era stato accolto come un capolavoro e prima ancora venduto come "il film che avrebbe cambiato la vita degli spettatori afroamericani", tanto che si era arrivati persino ad organizzare una serie di proiezioni a prezzo ridotto per i bambini dei quartieri difficili. Trucco svelato: era mera pubblicità che marciava sulla miseria sociale. E il clamore suscitato dal film era tutto dovuto all'ambiente woke che girava su sé stesso. Al punto che, tra il pubblico, le prime critiche arrivarono dalla stessa comunità afroamericana, che di certo non poteva identificarsi in un eroe ricco e potente che impediva la rivolta degli oppressi.
Quattro anni dopo il panorama è in parte cambiato. La Disney ha portato sin troppo avanti la sua politica di "politically correctness" e la crociata dell'inclusivismo forzato, i Marvel Studios hanno incassato un paio di cocenti flop in sala ("Eternals" e "Shang-Chi"), oltre ad aver propinato al pubblico alcune delle serie in streaming più stupide mai concepite ("Hawkeye", "Moon Knight" e soprattutto "She-Hulk- Attorney at Law"). I fan oramai sono scontenti della piega presa dalla produzione del Marvel Studios e quello che sembrava un universo inattaccabile e sin troppo amato si sta lentamente trasformando in un pupazzo su cui sfogare le proprie frustrazioni. "Wakanda Forever" è in un certo senso il successo che lo studio necessita e occorre di conseguenza chiedersi se questo sequel, flagellato in partenza dalla morte del compianto Chadwick Boseman, sia davvero in grado di ridare lustro alla compagnia o dignità al personaggio.
Per fortuna, "Wakanda Forever" è un sequel che surclassa in tutto l'originale e si pone persino come uno dei migliori esiti della Marvel al cinema.




Su tutto vige l'ombra del lutto. La morte di Boseman diventa la morte di T'Challa, che lascia un regno senza un sovrano e prima ancora una famiglia senza un figlio ed un fratello. Le redini della storia vengono così affidate a Shuri (Letitia Wright) e alla regina Ramonda (Angela Bassett, che come da copione brilla sul resto del cast). Il Wakanda deve così difendersi dalle pressioni internazionali per ottenere i segreti del vibranio, ma anche dall'inedita minaccia di Namor (Tenoch Huerta), sovrano del regno subacqueo di Talocan.




Le new entry questa volta si alternano agli estremi dei personaggi classici e modernissimi del roaster Marvel.
Namor il Sub-Mariner viene creato dal Bill Everett nel 1939, quando la Marvel era ancora denominata "Timely Comics". Dai lineamenti orientali, è nei fumetti il sovrano di Atlantide in lotta contro gli umani, rei di aver depredato impunemente le ricchezze del mare. Nella sua storia editoriale ha spesso ricoperto il ruolo di villain, soprattutto contro i Fantastici Quattro, ma anche quello di anti-eroe, entrando persino nell'enclave degli Illuminati assieme a Tony Stark, Stephen Strange, Charles Xavier e l'odiato Reed Richards.
Su schermo, Namor diventa Namòr, sovrano di un regno subacqueo situato nel mare dello Yucatan e fondato dai rifugiati aztechi scacciati dai conquistadores, dove viene venerato come il dio Kukulkàn. Cambiamenti dovuti in parte alla tematica anti-colonialista del film, ma soprattutto per differenziarlo dall'Aquaman di casa DC, il quale, pur avendo esordito su carta successivamente al Sub-Mariner (ed essendo di fatto un suo clone), è arrivato al cinema per primo.




All'estremo opposto, Riri Williams appare per la prima volta nel 2015, nella testata di Iron Man per mano del prolifico Brian Michael Bendis e finisce subito per diventare uno dei personaggi più odiati dell'intera storia editoriale della Casa delle Idee; il perché è poi, paradossalmente, incredibilmente comprensibile ed estremamente detestabile.
Riri è la punta dell'iceberg della politica di inclusione forzata della Marvel, la quale ha deciso di sostituire tutti gli eroi più amati e di etnia bianca con dei nuovi personaggi afroamericani, donne o entrambi. Si ha così Miles Morales come nuovo Uomo Ragno, Laura Kinney come nuova Wolverine, Sam Wilson come nuovo Capitan America e appunto Riri Williams come nuova Iron Man, benché il suo nome da battaglia è sin dall'inizio Ironheart. E se Miles Morales è stato ostracizzato solo dai soliti intolleranti, Laura Kinney non ha mai davvero ricevuto critiche forti anche grazie al segreto di Pulcinella per il quale Logan sarebbe prima o poi ritornato a reclamare il titolo di mutante artigliato e Sam Wilson ha in realtà scontentato per lo più i suoi stessi fan di vecchia data (soprattutto di colore), i quali hanno giustamente fatto notare come la sua "promozione" a Cap ha in un certo modo sminuito il suo alter-ego precedente, la Williams ha da subito suscitato polemiche, concentratesi sul fatto che sia impossibile che una quindicenne fosse in grado di creare una tecnoarmatura funzionante, che sia in sostanza la più classica "Mary Sue" creata ad hoc per far colpo sul pubblico femminile e di colore. Peccato che questa armatura vada in pezzi al primo utilizzo e che lei riesca a costruirne una davvero funzionante solo grazie all'aiuto di Tony Stark e che, su tutto, il suo "genio precoce" non è nulla di nuovo in un universo dove un Peter Parker quindicenne crea un polimero in grado di sollevare tonnellate di metallo praticamente nella sua cameretta e lo stesso Stark da vita ad una serie di robot perfettamente funzionanti già a otto anni.
Pregiudizio razzista? Sicuramente. Ma di certo non hanno aiutato all'apprezzamento né il fatto che la testata che ospitava le sue prime avventure continuasse a portare il nome di Iron Man e non di Ironheart, né il fatto che le sue prime storie fossero di una mediocrità sconsolante.
Senza contare come, in ossequio ai dettami woke più cretini, si è deciso di dotarla di un flashback del tutto deficiente nel quale chiedeva alla maestra di discriminarla. Il ciò al solo fine di creare empatia e portare alla ribalta i problemi dei giovani neri nel sistema scolastico americano... e poi c'è gente che si arrabbia quando si dice che spesso i fumetti di supereroi sono semplice spazzatura per bambini.



In "Wakanda Forever", Riri Williams diventa il mcguffin da recuperare/proteggere in una storia dagli echi colonialisti. Il Wakanda è responsabile dell'aver svelato al mondo l'eisstenza del vibranio e di essersi rifiutato di condividerne i giacimenti. Gli Stati Uniti iniziano così una ricerca nel resto del mondo e ne trovano una parte nei pressi di Talocan. Namor ricatta Ramonda e Shuri, chiedendo la consegna della giovane scienziata che ha creato il rilevatore in grado di tracciare l'agognato metallo divino. Ma ciò è solo il preambolo ad una guerra verso la superficie.
La dinamica è chiara: gli oppressi di ieri diventano i mostri di oggi. I potenti del mondo sono mossi solo dai propri interessi e i popoli più deboli devono collaborare per non essere schiacciati. Il che funziona grazie all'empatia verso gli Yucatechi e la tragedia del colonialismo nel centro-sud America. Un po' meno se si pensa che tutto si sarebbe potuto evitare se il Wakanda avesse davvero avviato una politica di collaborazione internazionale (e ai più intelligenti non può poi sfuggire come sia in realtà impossibile che una nazione sia diventata la più potente e tecnologicamente progredita al mondo senza aver mai commerciato con nessuno). Namor da un lato, Shuri e Ramonda dall'altro divengono così dei sovrani chiamati ad evitare un conflitto globale e al contempo a rispettare i doveri di protezione verso il loro popolo, situazione decisamente più comprensibile rispetto a quella (assurda) del primo film.



Ma il focus è anche sulla tematica dell'elaborazione del lutto, della somatizzazione necessaria della perdita e dell'urgenza di andare avanti. Sia Shuri che Namor sono segnati dalla morte di quello che era il punto di riferimento della loro vita, la madre per lui, il fratello per lei, ed entrambi agiscono mossi dal dolore mai superato. Se questo è un veleno, alla fine diventa lo stesso balsamo che porta alla riappacificazione, al superamento della rabbia e del sentimento di vendetta innato, viatico necessario per la comprensione altrui. Il quale deve però essere accantonato al fine di poter guardare al futuro, con quella scena mid-credit che forse riesce davvero a commuovere.




La mano di Coogler è più ferma e questa volta non abusa la CGI, preferendo quasi sempre l'uso di location e set fisici. La fonte di ispirazione estetica questa volta è chiara, ossia l' "Avatar" di Cameron, con il leitmotiv del tema dell'acqua, i guerrieri di Namor che diventano blu a contatto con l'aria e le battaglie combattute tra armi tradizionali e tecnologia futuribile. Ma il senso di déjà-vù per fortuna viene arginato anche grazie ad un aspetto stilistico tutto sommato originale, con la rielaborazione dei costumi aztechi e africani che riesce davvero a dare un tocco visionario al tutto.




Tanto che, al netto di una durata forse eccessiva, "Wakanda Forever" riesce a convincere e a trasmettere un messaggio progressista per una volta riuscito prima ancora che condivisibile. Cosa che molto spesso non accade nella Hollywood degli SJW urlanti e dell'impegno un tanto al chilo mai davvero sostenuto dal talento.

martedì 8 novembre 2022

Three Thousand Years of Longing

di George Miller.

con: Tilda Swinton, Idris Elba, Berk Ozturk, Aamito Lagum, Nicolas Mouawad,  Ece Yuksel, Burcu Golgedar, Lachi Hulme, Megan Gale, Jack Braddy, Anthony Moisset, Alyla Browne, Abel Bond, Lianne Mackessy, Peter Bertoni.

Australia, Usa 2022
















Tra una scorribanda nelle wasteland e l'altra, a George Miller piace esplorare racconti più piccoli e talvolta intimisti. E' successo da ultimo con "Three Thousand Years of Longing", che arriva a ben sette anni da "Mad Max: Fury Road" e durante le riprese dell'imminente spin-off "Furiosa". Una storia piccola, ma in realtà non meno ambiziosa degli exploit fanta-action per i quali è divenuto celebre.




Alithea (Tilda Swinton) è una narratologa che, durante una presentazione ad Istanbul, fa una scoperta inattesa: in una vecchia bottiglia di vetro acquistata al bazar ritrova un jinn ultramillenario (Idris Elba). Incalzata dalla creatura ad esprimere i canonici tre desideri, la donna si appassiona alla storia del bizzarro essere.
Miller racconta il raccontare, in primis, e con esso la necessità delle storie nel mondo moderno (riportando alla memoria tanta produzione di Neil Gaiman). Che cosa sono i miti in fondo se non la prima forma di razionalizzazione del creato? Una storia in fondo è questo, ossia null'altro che una forma che cerca di racchiudere in sé un significato.
I miti non sono in realtà mai scomparsi, sono semplicemente stati riplasmati in una forma diversa, da cui gli eroi "mitici" dei roaster Marvel e DC (ricordiamoci che Miller avrebbe dovuto dirigere il primo adattamento filmico della Justice League già a metà anni duemila), ossia le vestigia del passato ricreate a nuova forma. Come incastrare però un qualcosa di passato e totalmente avulso dalla conoscenza scientifica in um mondo moderno?
La risposta è quella del "jinn elettromagnetico", un essere la cui natura è astratta e a-scientifica, ma la cui sostanza e il relativo ruolo sono comunque riconoscibili e quantificabili.



Il jinn diventa così il simbolo dell'irrazionale, di quella cifra fantastica che sopravvive in un mondo che non ha mai dimenticato la dimensione trascendente, l'ha solo assimilata ad un livello più profondo e subcosciente.
Al contempo, il jinn è la forza stessa del racconto, lo strumento attraverso il quale la conoscenza viene trasferita e tramandata, elettromagnetico come gli impulsi che permettono al sapere di diffondersi nel mondo moderno, il quale ha a sua volta amato una donna, Zafir, la quale aveva preconizzato la narrazione per immagini in movimento e persino risolto alcuni misteri matematico-scientifici. 
Alithea (il cui nome deriva dalla dea greca della verità) è invece pura razionalità, una donna priva di affetti, narratrice della storia oltre che protagonista, che aborrisce ogni forma di trascendenza liquidandola come una forma di superstizione atta solo a spiegare in modo illogico il reale e la quale si ritrova di punto in bianco nel mezzo dell'irrazionale; questo, di fatto, viene preconizzato dagli incontri all'aeroporto e durante la lezione con due figure ultraterrene il cui ruolo non è mai (volutamente) chiarificato (benché appaiano poi nella scena della corte di Sheba), non l'icnarnazione stessa di quel qualcosa di occulto che ancora esiste nel mondo e che non si vuole accettare.



Ma Alithea è anche la classica "narratrice non affidabile", che nasconde le sue vere emozioni e persino parte della sua storia personale per apparire perfettamente realizzata. La rincorsa al desiderio non è così tentazione verso il male, non è la ricerca di una mera forma di compensazione per quello che non si è avuto, né ci sono dei contrappassi negativi per ogni desiderio esaudito. Il racconto serve più che altro a farle realizzare ciò che le manca davvero, ossia l'amore, quell'ingrediente necessario che rende ogni storia e di conseguenza ogni vita, conoscenza e ricerca davvero completa. Risvolto tutto sommato poco originale, ma che Miller riesce a rendere non stucchevole e perfettamente amalgamato al resto delle tematiche.




Il suo stile è sempre ricercato e qui trova un limite solo in una CGI non sempre al altezza. Ma, al contempo, la storia gli permette di sperimentare soluzioni visive per lui inusuali, come la costruzione plastica dell'inquadratura o il ricorso ad immagini astratte, che conduce con tocco squisitamente visionario.
"Three Thousands Years of Longing" è così una pellicola riuscita e incantevole, una storia piccola ma al contempo profonda e ispiratissima.

giovedì 3 novembre 2022

Amsterdam

di David O.Russell.

con: Christian Bale, Margot Robbie, John David Washington, Alessandro Nivola, Andrea Risenborough, Anya Taylor-Joy, Chris Rock, Matthias Schoenaerts, Michael Shannon, Taylor Swift, Mike Myers, Timothy Olyphant, Zoe Saldana, Rami Malek, Robert De Niro, Ed Begley Jr..

Commedia/Noir

Usa, Giappone 2022












---CONTIENE SPOILER---

Il dramma del cinema di David O.Russell sta nel fatto che lui è davvero convinto di essere un grande artista e che gli basti concepire una storia basilarmente interessante (magari ricamata su fatti più o meno reali) ed infarcirla con un cast all-star per fare un grande film. E forse fa anche bene a pensarla così, vista la pioggia di nomination e premi che puntualmente riceve.
Non è andata così bene con "Amsterdam", ultima fatica con la quale tenta di fondere una storia da neo-noir (anch'essa ispirata a eventi più o meno reali) con la commedia brillante; intenzione ardita, che di certo avrebbe funzionato a dovere nelle mani dei fratelli Coen, supremi decostruttori del noir, ma che lui maneggia in modo goffo, sbagliando tempi e toni, la quale non è neanche riuscita a suscitare quell'interesse nei circoli dei primi che di solito i suoi lavori riescono a sollevare.




New York, 1933. Il medico Burt Berendsen (Christian Bale) e l'avvocato Harold Woodman (John David Washington), entrambi reduci della Grande Guerra, vengono ingaggiati dalla giovane Liz Meekins (Taylor Swift) per investigare sulla morte del padre, il generale Bill Meekins (Ed Begley Jr.), loro ex ufficiale. Alla scoperta del suo possibile assassinio, i due vengono risucchiati in un fosco complotto che sembra legato al loro passato durante il conflitto, soprattutto durante il periodo trascorso ad Amsterdam assieme alla bellissima infermiera Valerie Voze (Margot Robbie), con la quale Harold aveva intrecciato una forte relazione sentimentale.




Il vero motivo di interesse è insito nella risoluzione degli eventi: dietro tutto c'è una cospirazione ordita da un gruppo di magnati e industriali volti a destituire il Presidente con un generale, al fine di creare un dittatore sul modello fascista di Mussolini e Hitler. Fatto che rievoca il vero complotto per deporre Roosvelt con il veterano Smedley Darlington Butler, sventato proprio dalla pubblica denuncia di quest'ultimo. Uno sguardo ad un capitolo oscuro e fin troppo dimenticato della storia americana che con i misfatti della presidenza Trump diventa sin troppo attuale e drammatico.
Per il resto, non si può davvero dire che "Amsterdam" sia un film riuscito o interessante.




Al di là del plot, il focus è tutto sul terzetto di protagonisti. Due soldati, un bianco che viene dai quartieri bassi e aspira a Park Avenue, nonché un nero stretto tra l'amore e il dovere verso la propria comunità. Al centro la bellissima bohémien della Robbie, artista che girovaga per l'Europa aiutando i feriti e usando gli scarti della guerra per la sua arte. Un terzetto un po' alla "Jules & Jim" (dove l'amore è però limitato a soli due membri) e che balla come i protagonisti di "Bande à Part", inseguendo la felicità, catturandola per un attimo, solo per poi perderla di nuovo. Amsterdam come Shangri-La in Terra, rifugio dagli orrori della guerra nell'alveo sicuro dell'amore e della bellezza. E quando alla fine tutto viene snocciolato in maniera didascalica direttamente in faccia allo spettatore, anche questo aspetto più sognante ed intimista, fino ad allora l'aspetto più riuscito, finisce di faccia a terra.




A terra assieme al resto delle intenzioni, purtroppo. L'ibridazione tra due registri in teoria antitetici non funziona mai a fondo. Se l'aspetto leggero bene o male funziona per la maggior parte della durata, lo scarto con le sequenze di violenza, fin troppo improvvise, esplicite e spiazzanti, genera una sensazione di disagio forte, ma al contempo ridicola.
La regia non maneggia con cura i tempi, che risultano inutilmente dilatati sia nelle singole scene, che nel racconto in generale. Nonostante i dialoghi briosi, spesso sopraggiunge la noria, quando non addirittura il tedio, soprattutto nell'ultimo atto, quando sembra davvero che Russell non voglia davvero chiudere la storia, divertendosi come un matto ad infilare dialoghi su dialoghi, scene su scene, battute su battute sino allo sfinimento dovuto all'eccesso di dettagli inutili.




Questo perché è fin troppo innamorato del suo film e delle performance degli interpreti e non taglia nulla, non accorcia, né sfoltisce un racconto che finisce con l'essere pedante e pesante. Due ore e un quarto per una commedia sono troppi, soprattutto laddove la trama, alla fin fine, è di una semplicità estrema e non riesce mai davvero a stuzzicare l'interesse dovuto. Con la conseguenza che questo suo ultimo exploit risulta talmente compiaciuto da divenire subito indigesto.

lunedì 31 ottobre 2022

Audition

Odishon

di Takashi Miike.

con: Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Renji Ishibashi, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi, Ren Osugi.

Giappone 1999
















L'apporto di Takashi Miike al filone J-Horror è spesso frainteso. Certo, ha sicuramente diretto quel "The Call", nel 2003 che, persino "graziato" da un remake americano, è un perfetto esponente dello stesso. Ma la vera pellicola con la quale Miike viene associato al fenomeno è "Audition", la quale, però, è uscita nel 1999, ossia giusto all'indomani del battesimo ufficiale della corrente e, soprattutto, con lo stesso non ha praticamente nulla a che vedere.
Non c'è una traccia sovrannaturale nella storia, non ci sono spiriti vendicativi dai lunghi capelli neri, tantomeno viene espressa una forma di disillusione verso l'uso della tecnologia. Al contrario, quella di "Audition" è una storia tremendamente umana, declinata come un thriller psicologico a tinte fosche, che si insinua nella vita di due personaggi borderline deviati.




Il progetto nasce in seno alla allora neonata Omega Projects, la quale cerca di salire agli onori delle cronache producendo un adattamento del libro omonimo di quel Ryu Murakami che si era fatto un nome da provocatore grazie a "Tokyo Decadence", che lui stesso aveva trasposto su pellicola nel 1992. Salito a bordo del progetto, Miike affida lo script all'amico Daisuke Tengan, a sua volta figlio di Shoei Imamura, ex sensei di Miike. La sceneggiatura risulta molto fedele alla fonte cartacea, ma al contempo dotata di una forte impronta originale.




Tokyo. A sette anni dalla scomparsa della moglie, l'editore ultraquarantenne Aoyama (Ryo Ishibashi) decide di voler trovare una nuova compagna. Con l'aiuto dell'amico Yoshikawa (Jun Kunimura), produttore cinematografico, organizza un provino per un falso film al fine di conoscere la donna più adatta. La sua attenzione viene calamitata fin da subito dalla ventiquattrenne Asami (Eihi Shiina), la quale sembra portare con sé un fardello di dolore troppo grande da sopportare.




Scisso in due parti distinte, "Audition" è il più classico "thriller psicologico", che Miike dirige con un pugno fermissimo. Nella prima parte seguiamo Aoyama nel suo approcciarsi ad Asami, gli incontri con i due, i dialoghi che ne costruiscono la caratterizzazione. La ragazza, giovane e bella, porta con sé una cifra oscura, data dalla veste bianca (simbolo di morte nella tradizione nipponica), ma anche dalla bellezza etera e vagamente sinistra di Eihi Shiina. Nella seconda si assiste al mistero sull'effettiva identità di Asami. Al cambio di tono, cambia in parte lo stile: la camera a mano e le luci naturalistiche lasciano spazio ad una costruzione dell'immagine ricercata e stilizzata, immersa in colori surreali, comunicando una sensazione onirica.




Quello di "Audition" è un percorso espressionista. Il punto di vista è in realtà saldamente ancorato al personaggio di Aoyama e la sua è una discesa nei meandri più neri della paranoia. Corroso dalla solitudine, decide di rifarsi una vita e l'incontro con una ragazza giovane, bella e matura causa una frattura psichica che porta a galla una serie di sensi di colpa mai soppressi.
In primis quello verso la moglie, che sente di tradire nonostante il gap dalla sua dipartita. In secondo verso la sua assistente, che forse ha precedentemente concupito e abbandonato o forse no, forse è solo cosciente delle sue attenzioni che puntualmente ignora. In ultimo verso la compagna del figlio, anch'ella giovane e bella, con la quale vorrebbe segretamente avere un rapporto sessuale.
Il che porta ad una proiezione verso Asami, quella ragazza anch'ella vittima (anche solo in teoria) di un raggiro, una manipolazione. La storia della ragazza, con gli abusi fisici da parte delle figure maschili, può essere vera o meno, ben può essere una semplice rielaborazione del senso di colpa generato non solo dal modo in cui Aoyama l'ha conosciuta, ma anche e soprattutto dalla differenza di età tra i due.




Il che porta alla violenza, alla dolorosa sequenza della tortura, a quel dolore fisico che diviene vendetta di una ragazza che ha sempre sofferto e che ora restituisce quel dolore al mittente. O anche la materializzazione di quel senso di colpa tramite una vendetta violenta da parte di quel genere femminile da sempre sfruttato.
Il che rende "Audition" non un film misogino, tantomeno misandrico, nonostante le critiche che negli anni gli sono piovute addosso. Non c'è una critica verso una donna che (forse) ha un'indole violenta, né un atto d'accusa vero e proprio verso un maschio manipolatore. Il lavoro di caratterizzazione è più sottile, meno diretto e per questo più efficace: c'è semplicemente la consapevolezza di come una coscienza non linda possa generare un delirio autodistruttivo. E la forza del film sta proprio nel non dare risposte sull'effettiva realtà degli eventi: benché Miike stesso abbia ammesso come la sequenza finale sia reale, dal corpo del film è davvero difficile evincere quale sia la realtà, quale sia frutto di un delirio, se la tortura o quel risveglio nel mezzo degli eventi.




La forza del film è in fondo tutta qui, in una componente ambigua affascinante fino all'ipnotico. Oltre al mestiere di Miike, il quale firma una delle torture più dolorose mai apparse su schermo, sapendo dosare con maestria il ritratto diretto all'implicazione, lavorando tanto di sottrazione quanto di eccesso.
Il resto, come si suo dire, è Storia: è da qui che il mito del regista ha inizio, soprattutto sul piano internazionale. E, sconcertati dalla visione, James Wan e Eli Roth si ispireranno a lui (da cui la comparsata in "Hostel") per dar vita a quel filone che sarà definito come "Torture Porn".

House

Hausu

di Nobuhiko Obayashi.

con: Kimiko Ikegami, Miki Jinbo, Kumiko Obha, Ai Matsubara, Mieko Sato, Eriko Tanaka, Masayo Miyako, Kiyohiko Ozaki, Yoko Minamida.

Fantastico/Commedia/Horror

Giappone 1977














Nell'immaginario collettivo odierno, il cinema horror giapponese è sinonimo di spettri femminili assassini di bianco vestiti e dai lunghi capelli neri che, tornando furiosi dal mondo dei morti, usano spesso la tecnologia per uccidere il malcapitato di turno, con una maledizione praticamente impossibile da spezzare.
Visione figlia di una tradizione arcaica, quello dei "Kaidan", i racconti di spettri che, sin dall'antichità, venivano tramandati nelle zone rurali del paese; i quali a loro volta, nel 1964, hanno trovato una perfetta rappresentazione cinematografica nell'omonimo film di Masaki Kobayashi.
Tra tradizione e modernità, nel 1977, arriva nei cinema del Sol Levante una pellicola che riprende parte della tradizione sovrannaturale, sia quella giapponese che quella più smaccatamente occidentale, e le modernizza... in modo estremo: "House" di Nobuhiko Obayashi.
Regista che esordisce nel lungometraggio, Obayashi viene dal mondo della pubblicità e, oltre alle tradizioni folkloristiche e filmiche, usa come spunto una serie di idee della piccola figlia, la quale gli confessa di provare terrore davanti allo specchio, spaventata dal fatto che possa divorarla. Mixando così la visione di una paura infantile con le suggestioni della tradizione sovrannaturale, crea una commedia horror talmente iperattiva, stilizzata e sopra le righe che a confronto "Evil Dead II" sembra un documentario sul neorealismo.



Oshari (Kimiko Ikegami) è una liceale che, assieme alle sue compagne, si accinge a cominciare le vacanze estive. Suo padre, di ritorno da un viaggio di lavoro in Italia, ne distrugge i piani con una novità inaspettata: ha sposato una giovane e bella donna, che si insinua nella sua vita prendendo il posto della defunta e mai dimenticata madre.
Al fine di somatizzare la notizia, decide così di recarsi in visita alla zia (Yoko Minamida), sorella della madre, che vive in un'isolata villa nelle campagne. Con lei, sei belle amiche: la suggestionabile Fantasy (Kumiko Ohba), l'agguerrita Kung Fu (Miki Jinbo), l'ingenua Sweet (Masayo Miyako), la talentuosa Melody (Eriko Tanaka), la razionale Prof (Ai Matsubara) e l'affamata Mac (Mieko Sato).




Lo stile di regia sarebbe oggi definibile come "da videoart" o "da videoclip", ma per l'epoca era qualcosa di incredibilmente fresco; arrivando dal mondo della pubblicità, Obayashi ibrida il linguaggio filmico classico con le influenze della manipolazione in post dell'immagine proprie del mondo degli spot. Ogni singolo frame viene pensato ed eseguito come strabordante, con un uso massiccio di artifici come il picture-in-picture, delle diverse velocità di ripresa, del chroma key per aggiungere sfondi volutamente posticci o creare compositing elaborati e volutamente falsi; o, ancora, si usano efficaci effetti "in camera" per creare un'atmosfera irreale, come l'uso di luci innaturali (derivate come sempre dal cinema di Mario Bava, tanto che inizialmente l'autore voleva firmarsi con uno pseudonimo che nipponizzava il nome dell'indimenticato artista nostrano) o di sfondi dai colori sgargianti.
Il risultato è un caleidoscopio di forme e colori talvolta stridenti, che ricrea e trasmette sensazioni contrastanti e sinanche ossimoriche, passando dalla commedia leggera allo splatter, dallo psichedelico al grazioso e giù fino genuinamente folle, con un ritmo da video musicale brit-pop anni '60 perfettamente ricalcato sulle belle musiche. Il che garantisce una visione talmente originale da diventare unica, che va oltre i limiti del semplice "weird" per divenire incredibilmente affascinante.




Lo stampo della storia, immediatamente riconoscibile, è quello dei racconti del terrore gotici, con una casa infestata, una creatura sovrannaturale atavica e persino una matrigna che scombussola la vita di una giovane e bella ragazza. Ma lo script si diverte a sovvertire parte di questi elementi classici, a svecchiarli sino a renderli quasi irriconoscibili. Il mostro di turno, un vampiro cannibale che fagocita vergini per rimanere giovane e bella come Ezrabeth Bathory, non uccide praticamente mai direttamente le sue vittime, lasciando che siano gli ectoplasmi della casa a fare il lavoro sporco. La protagonista, che la tradizione vuole come final girl, viene falciata a metà film, lasciandone il ruolo alla sensibile Fantasy. Il maschio, interesse amoroso di questa final girl, non riesce nemmeno a raggiungere il luogo degli eventi e viene usato praticamente come inserto (ancora più) demenziale. Persino la matrigna perde la sua connotazione negativa per farsi presenza angelica e quasi salvifica.




Le sette protagoniste hanno una caratterizzazione volutamente basilare, tanto che i loro soprannomi ne esplicitano le caratteristiche. In gruppo funzionano a dovere, anche grazie all'entusiasmo delle giovani attrici, praticamente tutte alla loro prima esperienza recitativa (l'unica professionista del gruppo era Kimiko Ikegami, all'attivo nel mondo della recitazione comunque da pochi anni) e ognuna ha il tempo di brillare in sketch simpatici e scene di morte ottimamente coreografate. Ovviamente su tutte è la sequenza dedicata a Kung Fu a risaltare, che sembra uscita da un cartoon di Hanna & Barbera sotto pesanti dosi di LSD.




Con il suo girotondo di trovate folli, "House" ben merita lo status di cult che ha da qualche anno a questa parte. Un film a dir poco ameno che regala una visione davvero unica.

venerdì 28 ottobre 2022

Ring 0: Birthday

Ringu 0: Basudei

di Norio Tsuruta.

con: Yukie Nakama, Seiichi Tanabe, Yoshiko Tanaka, Kumiko Aso, Takeshi Wakamatsu, Ryushi Mizukami, Kaoru Okunuki, Daisuke Ban, Yasushi Kimura, Mami Hashimoto, Masako.

Giappone 2000














---CONTIENE SPOILER---

Laddove "Rasen" non era riuscito a stuzzicare l'interesse del pubblico per la continuazione delle gesta di Sadako, "Ringu 2" riuscì perfettamente nell'impresa di confermare lo status della onryo come icona horror amata dal pubblico. Quella di "Ringu" diventa così una saga vera e propria, la quale è tutt'oggi in corso tra revival, sequel diretti finanche di "Rasen" e persino quel "Sadako vs. Kayako", cross-over con l'altrettanto popolare saga di "Ju-On".
Ma è forse già nel 2000, ad appena due anni dalla sua nascita, che la serie trova l'apice, con l'uscita di "Ring 0: Birthday". Prequel che racconta le origini di Sadako e rivela (quasi) nel dettaglio ogni aspetto della maledizione, riprendendo parte del romanzo di Suzuki "Basudei", in parte ricostruito unendo alcuni racconti brevi pubblicati originariamente come distinti, ma finisce per essere una pellicola del tutto autonoma, persino parzialmente disancorata dai canoni del filone J-Horror e del cinema del terrore in generale.



Dopo un prologo ambientato nel presente, si torna indietro di 30 anni. Una giornalista in cerca di scoop, Akiko Miyaji (Yoshiko Tanaka), decide di investigare il caso della veggente Shizuko Yamamura (Masako), morta qualche anno prima durante una dimostrazione pubblica delle sue abilità. Si mette così in cerca della figlia Sadako (Yukie Nakama), ora adolescente, che cerca di superare il trauma della morte della madre unendosi ad una compagnia teatrale e che sembra possedere le sue medesime abilità.



Sadako è ora protagonista assoluta del racconto, ma non è ancora lo spirito diabolico in cerca di vendetta, bensì una ragazza tormentata. Non un demone, ma una vittima, personificata dalla bellezza candida e angelica dell'incantevole Yukie Nakama, la quale subisce costantemente gli abusi piscologici di chi la circonda, spaventato dal suo passato. 
Il debito di ispirazione è chiaro, ossia la Carrie White del duo De Palma/King, tanto che quando nel 2005 Hideo Nakata sarà chiamato a dirigere il sequel del remake americano di "Ringu", "The Ring Two", vorrà proprio Sissi Spacek ad interpretare la madre della ragazza; ma la storia di Sadako ha lo stesso una sua personalità, data anche dall'ambientazione teatrale e dall'enfasi posta sulla struggente love-story con il tecnico del suono Toyama (Seiichi Tanabe).
Nella sua prima metà, questo prequel non è un horror vero e proprio, quanto un dramma psicologico con risvolti sovrannaturali. L'empatia per la bella Sadako scatta naturale e i veri mostri sono come al solito i "normali", quegli intolleranti la cui paura è basata sul pregiudizio, dal quale scaturisce la paranoia e l'ostilità verso il "diverso".



Se in un primissimo momento sembra che il "cattivo" della situazione sia il tirannico regista della piéce (un adattamento teatrale di "Occhi senza Volto" di Georges Franju che funge da doppio della storia della protagonista), ben presto si scopre come il vero male derivi dagli sguardi dei compagni della ragazza, da quei pettegolezzi irritanti vomitati a mezza bocca, dall'invidia per la sua bellezza ed il suo talento. E quando arriva l'irreparabile, la violenza si fa fisica, con il linciaggio della protagonista. Ed è a questo punto che il film cambia pelle.
Laddove la pista sovrannaturale era lasciata quasi ai margini della storia, con fenomeni psichici incontrollabili che venivano in soccorso di Sadako quando in pericolo, nell'ultimo atto i termini si invertono e la vittima diventa carnefice, con la vendetta verso i perpetratori del male che si fa incipit alla maledizione. Quel male che assalirà incondizionatamente chiunque gli capiti a tiro e che inizialmente si credeva fosse stato generato dai soli abusi paterni, si scopre ora come figlio dell'ottusità generale, trasformandosi definitivamente in una vendetta karmica.



Tanto che è azzeccato anche l'escamotage del doppio: alla morte della madre, Sadako si è scissa in due entità, una umana e dotata di un'innata capacità guaritrice, l'altra dotata dei poteri psichici distruttori e di natura demoniaca. All'uccisione della prima, le due si ricongiungono in un solo corpo, dando vita a quell'entità che diverrà una onryo, ma che qui possiede ancora un che di buono. Il padre putativo, quel dottor Ikuma che si credeva vero creatore del mostro, si scopre essere solo colui che ha cercato invano di distruggerla, finendo per liberarla nel mondo. E la scena dell'uccisione nel pozzo si fa così incredibilmente commovente, quasi insostenibile da guardare.



Al suo esordio nel lungometraggio di fiction, Norio Tsuruta sfoggia uno stile dinamico, lontano dai "canoni" del cinema nipponico e, grazie anche all'uso di luci contrastate e di forti chiaroscuri, crea immagini lontane dalla tradizione del J-Horror, più vicine all'estetica e allo stile del cinema di terrore occidentale. Con la conseguenza che questo prequel ha una sua identità forte anche sul piano strettamente visivo.
Cosicché "Ring 0" si configura, alla fin fine, come un capitolo decisamente più interessante dei due seguiti che lo hanno preceduto. Non un horror convenzionale e in parte neanche un horror tout court, bensì un fosco dramma di sicuro fascino.

giovedì 27 ottobre 2022

Dark Water

Honogurai mizu no soko kara

di Hideo Nakata.

con: Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Asami Mizukawa, Mirei Oguchi, Fumiyo Kohinata, Yu Tokui, Isao Yatsu, Shigemitsu Ogi.

Horror

Giappone 2002













---CONTIENE SPOILER---


Parlare di "eleveted horror" per indicare quelle pellicole del terrore nelle quali l'estetica e la narrazione di genere vengono subordinatate al racconto in maniera metaforica, come in film tipicamente recenti come "The Badabook", "Hereditary", "Midsommar" o "Men", è un atteggiamento ingiusto sia verso tutti quegli autori che hanno comunque usato il genere al fine di creare una critica sociale o lo hanno comunque adoperato come uno strumento espressivo per tematiche "filosofiche", senza mai rinunciare alle sue istanze più immediate (come George A.Romero, John Carpenter, David Cronenberg, solo per citare i più celebri), sia e soprattutto verso quei cineasti che hanno fatto un lavoro simile, ma in tempi non sospetti. E tra questi ultimi rientra sicuramente Hideo Nakata con il suo "Dark Water".




Sulla scorta del successo di "Ringu", Nakata viene chiamato a portare su schermo un'altra opera di Koji Suzuki, questa volta un racconto dell'antologia "Honogurai mizu no soko kara" , pubblicata sempre nel 2002; in una Tokyo piovosa e plumbea, la giovane madre Yoshimi (Hitomi Kuroki), fresca di divorzio, decide di rifarsi una vita assieme alla figlioletta seienne Ikuku (Rio Kanno). Ostracizzata dall'ex marito, trova una casa in un palazzo di periferia, la quale sembra perfetta, se non fosse per le infiltrazioni d'acqua; ma già dalla prima visita, Yoshimi intuisce come quello stabile nasconda un segreto oscuro...




Se "Ringu" era una ghost-story declinata come un procedural dove venivano innestate le tematiche dell'isolamento e dell'abbandono, "Dark Water" è invece un dramma a tutto tondo che declina in primis la tematica dell'abbandono e della solitudine, adoperando il sovrannaturale come pura metafora. L'interesse di Nakata (e Suzuki prima di lui) è totalmente rivolto al dramma umano di Yoshimi, di sua figlia e del fantasma della piccola Mitsuko.
L'acqua torna ad essere l'elemento portante; non più semplice viatico per l'aldilà, è elemento di morte nonché medium tra i vivi e morti. La pioggia batte costante sulle teste dei personaggi, proprio come in "Ringu", e nuovamente tende a sottolinearne la solitudine (oltre ad essere di cattivo presagio, come la tradizione nipponica vuole). Come l'acqua comincia a filtrare incontrollata nell'appartamento, anche lo spettro di Mitsuko inizia ad insinuarsi nella vita di Yoshimi; ma, ancora di più, come l'acqua corrode le pareti, allo stesso modo la mente della donna viene corrosa dalla paranoia data da un possibile male, un male del tutto terreno, quello della separazione della figlia, oltre che dello spettro del marito vendicativo, più ingombrante e spaventoso di quello ultramondano.




La mente della protagonista comincia a sgretolarsi, ad essere invasa dalla paura appunto al pari di come l'acqua filtra tra le pareti della casa. La paura di perdere la figlia, quell'unico appiglio verso una forma di normalità; cosicché Mitsuko diventa un doppio di Ikuko, con la sua scomparsa che diventa possibilità spaventosa.
Ed è proprio la caratterizzazione di Mitsuko che allontana "Dark Water" dal canone del J-Horror e dal cinema del terrore in generale: non una onryo, non uno spirito maligno, né una "demoniaca presenza", è in realtà un'anima persa che cerca quel contatto umano che le è mancato in vita; tanto che nel climax non si ha davvero un uccisione, quanto il rapimento di quella figura materna tanto agognata; la quale, a sua volta, non diventa un'entità diabolica, ma angelica, che veglia sulla vera figlia almeno sino all'adolescenza.




La regia di Nakata è qui più solida, più sicura nella costruzione della scena; e come da copione, con pochi strumenti scenografici riesce ad intessere un'atmosfera opprimente e lugubre. L'uso del colore giallo per i flashback, in una monocromia al solito opprimente, dona un tocco estetico ancora più pregnante, con il colore dell'acqua sporca come metafora di un passato oscuro.
Tanto che si potrebbe anche dire che "Dark Water" è forse un film più riuscito e interessante (oltre che compatto) di "Ringu", contro il quale perde solo in quanto ad iconicità: la visone di Sadako che fuoriesce dal televisore non ha qui un corrispettivo altrettanto potente; scelta in parte voluta, in parte limitata dalla storia, tanto che l'unica immagine volutamente potente è quell'esplosione di acqua nel climax, omaggio al celebre "ascensore di sangue" di "Shining", la quale però non ha forza espressiva e immaginifica sufficiente per saldarsi davvero nella memoria popolare.



Per il resto, "Dark Water" è un dramma a tinte sovrannaturali interessante e riuscito, un gioiello moderno forse troppo sottovalutato perché comunemente associato alla tradizione J-Horror, con la quale in realtà (quasi al pari di "Kairo") ha poco a che fare.



EXTRA

In un agghiacciante e drammatico caso di "vita che imita l'arte", la morte del personaggio di Mitsuko trova un suo corrispettivo reale nel caso della giovane Elisa Lam.
Canadese di origine cinese, la giovane ragazza si ritrovò, nel 2013, sola nel Cecil Hotel di Los Angeles. Affetta da forti disturbi psichici e tormentata dalla solitudine, in preda ad un raptus finisce per annegare nella cisterna d'acqua sul tetto dell'edificio. Il cadavere viene scoperto solo dopo che gli ospiti si lamentano della qualità dell'acqua corrente. Le sue ultime immagini, impresse dalle telecamere di sicurezza dell'albergo, la mostrano in stato confusionale e come inseguita da un'entità invisibile, risvolto suggestivo ma infondato che ha comunque catturato l'attenzione del pubblico.