martedì 15 novembre 2022

La Stranezza

di Roberto Andò.

con: Toni Servillo, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Renato Carpentieri, Donatella Finocchiaro, Luigi Lo Cascio, Galatea Ranzi, Fausto Russo Alesi, Giulia Andò, Aurora Quattrocchi.

Commedia/Biografico

Italia 2022














Cercare di dare una forma all'ispirazione è sempre cosa ardua. Lo è ancora di più quando ad essere coinvolto è un artista come Luigi Pirandello. E lo è definitivamente se si cerca di dare un ordine al caleidoscopio di idee, sensazioni, frustrazioni ed emozioni che lo hanno portato alla creazione a quel capolavoro di rottura avanguardistica di "Sei personaggi in cerca d'autore", la cui modernità è ancora oggi, a 100 anni dalla sua prima messa in scena, incalcolabile.
Nonostante questo, Roberto Andò decide di cimentarsi in un'operazione rischiosissima, resa ancora più perigliosa dalla commistione con la commedia; il risultato, spiace dirlo, è purtroppo del tutto malriuscito.



Nella Sicilia alla vigilia degli anni '20 del '900, Luigi Pirandello (Servillo) torna al paese natio per seppellire la balia Maria Stella (Aurora Quattrocchi). Il caso lo porta ad incontrare i due becchini del luogo, Onofrio e Sebastiano (Ficarra e Picone), i quali si dilettano con il teatro e cercano di portare in scena un drammetto da loro creato, in un ambiente di certo non consono all'arte.




Un Pirandello già famoso, due persone comuni, non più giovani, che aspirano al successo teatrale. Da un lato la tradizione, anche prettamente siciliana, del teatro, dall'altra la volontà di distruggere ogni forma di falsità nella messa in scena per arrivare ad una forma di verità più viva, una autenticità che nell'arte troppe volte manca. Come si arriva al totale scompaginamento di un testo teatrale classico?
Per Andò la risposta è alquanto scontata: Pirandello si è trovato ad assistere da una piéce flagellata dagli imprevisti, con gli attori che escono dai personaggi per perseguire le proprie ossessioni e il pubblico, fonte di ispirazione per la storia, che la contesta drammaticamente. Il che finisce per sminuire la figura dell'autore, il suo genio e persino le sue ossessioni, che sovente si limitano a prendere la forma dei personaggi che lo perseguitano o dei flashback che descrivono il difficile rapporto con l'amata moglie.



Per la maggior parte del tempo, Andò si diverte a seguire i personaggi (immaginari) di Ficarra e Picone, finendo per inanellare tutti gli stereotipi sulla sicilianità possibili e immaginabili. Tra boss mafiosi paciosi, gelosie, corna e triangoli amorosi scassati, la mente corre al cinema italiano che fu, a Germi e Monicelli; ma se loro descrivevano personaggi simili quando questa realtà era ancora inedita e urgente, al giorno d'oggi non si può non categorizzarli come stereotipi e luoghi comuni, nonostante l'ambientazione d'epoca. E con l'aggravante che i siparietti comici alla fin fine non sono nulla di rimarchevole e neanche troppo divertenti.




Un'operazione che alla fine non rende giustizia a Pirandello, non ne dà una visione inedita, né più di tanto interessante. D'altro canto è forse impossibile cercare di descriverne il genio tramite un registro classico, con una storia canonica e adagiata su di uno script sin troppo quadrato, che ha un sussulto creativo solo nel finale. e alla fine ciò che resta è la solita bella prova di Servillo, oltre alla simpatia di Ficarra e Picone, forse gli unici comici televisivi odierni che funzionano davvero anche al cinema (con buona pace di Checco Zalone). 

lunedì 14 novembre 2022

Don't Worry Darling

di Olivia Wilde.

con: Florence Pugh, Harry Styles, Chris Pine, Olivia Wilde, KiKi Layne, Gemma Chan, Nick Kroll, Sydney Chandler, Kate Berlant.

Thriller

Usa 2022
















---CONTIENE SPOILER---


Chissà se senza tutte le polemiche, "Don't Worry Darling" avrebbe ottenuto le medesime attenzioni. Chissà se in assenza dello sputo dato o meno da Harry Styles a Chris Pine al Festival di Venezia la gente sarebbe corsa lo stesso in sala. Chissà se senza i botta e risposta tra Oliva Wilide e Shia LaBeuf, qualcuno avrebbe degnato di vera attenzione il film. E chissà se senza le storie delle scappatelle sul set tra la Wilde e il neopartner Styles qualcuno sarebbe stato davvero curioso di guardare la sua seconda prova da regista, anche al netto di una campagna pubblicitaria solida.
Perché nonostante la tematica dell'emancipazione femminile sia sempre attuale e lo stile visivo usato sia  a tratti ispirato, il thriller della Wilde è qualcosa di incredibilmente superficiale, facilone, derivativo e persino improbabile, che di certo non riesce a calamitare su di sé attenzioni che non siano di sufficienza, se non addirittura di disprezzo.




Dinanzi alle immagini e alla storia, nella prima parte, la mente corre inevitabilmente a "The Stepford Wives", sia l'originale del 1975 che il pallido remake del 2004; da un lato c'è l'eslusivo "club per soli maschi", dall'altro l'uso dell'estetica anni '50 per simboleggiare la perfezione civile americana e l'oppressione verso la donna, all'epoca, inutile persino dirlo, vista come semplice angelo del focolare e corpo da possedere. La poca originalità non si ferma però solo all'estetica e a qualche richiamo. La comunità isolata fuori dal mondo e ferma nel tempo richiama anche "Antebellum", ma il colpo di scena qui proposto è decisamente più assurdo: è tutto una simulazione, una realtà virtuale che ricrea un mondo perfetto, ossia una Matrix misogina. Ed è qui che ogni sospensione dell'incredulità a farsi benedire.
Non si capisce perché una persona che muoia in una simulazione condivisa dall'autente tramite un semplice impianto VR e non innestata direttamente nel tronco encefalico debba morire anche nella realtà, soprattutto quando si tratta di soggetti che sanno di vivere in un videogame; non si capisce perché la comunità sia sita in mezzo ad un deserto, visto che è già letteralmente tagliata fuori dal reale; non si sa perché ci siano dei glitch nel sistema, come l'aereo che si schianta inspiegabilmente o le uova vuote, forse colpa di un programmatore pigro, soprattutto isto sono eventi che vengono mostrati ma che alla fin fine non hanno un vero peso nella storia. Non si sa perché sia proprio Alice ad essere la sola (la seconda, per l'esattezza) a sospettare che sotto tutta questa perfezione ci sia qualcosa di losco, né perché il sistema cominci a collassare proprio quando decide di scappare. E quando riesce a scappare attraversando lo specchio, più che alla citazione carrolliana ricercata la mente corre a "Matrix Resurrection", oltre ovviamente al mai dimenticato "THX 1138".
E lo script non si risparmia certo in non sensi anche nell'esecuzione della storia vera e propria, come l'uccisione del demiurgo Frank nel finale, messa lì solo per creare un castigo verso il "big bad" del film o il fatto che molte delle donne prigioniere siano state dotate dello stesso antefatto per spiegare la loro presenza in una comunità in mezzo al deserto.




La poca originalità e i buchi di trama sono però un problema marginale laddove si tiene conto che questa metafora femminista alla fin fine funziona pochissimo e male. Le donne della comunità di Victory non sono davvero oppresse, non sono subordinate al maschio nel senso convenzionale del termine, non hanno vere aspirazioni castrate dai mariti, sono felici e spensierate e c'è persino qualcuna che si trova in questa falsa realtà di sua spontanea volontà. I maschi, anzi, amano profondamente le loro partner e le soddisfano in tutti i modi possibili, anche sul piano fisico (e si sorride se si pensa che secondo la Wilde gli spettatori del 2022 dovrebbero scandalizzarsi dinanzi ad una scena di sesso orale nella quale è la donna a godere). Come se non fosse abbastanza, in questo mondo altro esiste una forma di integrazione razziale che nei veri anni '50 era fantascienza e lo è persino oggi in alcuni angoli degli Stati Uniti.
Più che una prigione dorata, la simulazione è forse davvero un Eden, soprattutto quando si spiega come gli uomini debbano abbandonarla ogni giorno per tornare in una realtà difficile al fine di potersi permettere di vivere bene in un mondo di fiaba. Le vere vittime, paradossalmente, finiscono per essere loro senza che nessuno degli autori se ne renda conto (sarà un caso che gli autori del soggetto vengono dalla Asylum?).
La morale dovrebbe anche essere quella di "The Truman Show" (altra scopiazzatura) secondo la quale è pur sempre meglio vivere in un brutto mondo reale che in un perfetto mondo di finzione, ma ci si chiede quanto possa essere davvero brutto un mondo nel quale la protagonista, pur oberata dal lavoro, è un medico chirurgo con un posto fisso, una casa propria e un fidanzato bello e premuroso. 
Per di più, anche la metafora del balletto viene sprecata: una forma d'arte dove un gruppo di donne sono costrette a muoversi all'unisono, a seguire un ritmo prestabilito da qualcun altro e a ripetere infinite volte i medesimi gesti per il ludibrio del pubblico mentre vengono spesso abusate dietro le quinte ben avrebbe potuto rappresentare il perfetto simbolo dell'oppressione femminile, ma la Wilde lo getta su schermo senza mai dargli il giusto peso.




Viene poi davvero da ridere se poi pensa a come la Wilde abbia a sua detta ricalcato il personaggio di Frank su Jordan Peterson e i suoi tristemente famosi podcast e comizi contro l'emancipazione femminile e di come, sempre a sua detta, quella di Victory dovrebbe essere una forma di rappresentazione dell'ideale sociale degli incel. Si ride perché forse non ha sentito come Peterson, pur deprecabile per le sue posizioni, abbia spesso e volentieri preso le distanze dalla comunità incel e non abbia anzi perso occasione per biasimarli per i loro stessi fallimenti con le donne. Vien da ridere ancora di più laddove ci si rende conto di come secondo lei questi leoni da tastiera possano essere davvero in grado di creare una distopia retrograda.




Tra una metafora fallace e una sceneggiatura bacata, pigra e del tutto priva di spunti originali o anche solo davvero interessanti, "Don't Worry Darling" finisce inevitabilmente per tediare, quando non fa contorcere dalle risate o sbadigliare. 
Spiace davvero vedere un'attrice bella e brava come Florence Pugh invischiata in un progetto del genere, benché ne esca a testa alta con una performance di buon livello. E spiace ancora di più dover dismettere in tal modo un film femminista in un periodo nel quale determinati valori sono costantemente messi sulla graticola. Ma ad Hollywood, si sa, l'impegno si misura con le sole parole, non con i fatti, e che le intuizioni contano più dell'effettiva esecuzione.

giovedì 10 novembre 2022

Black Panther: Wakanda Forever

di Ryan Coogler.

con: Letitia Wright, Angela Bassett, Tenoch Huerta, Lupita Nyong'O, Winston Duke, Danai Gurira, Dominique Thorne, Martin Freeman, Julia Louis-Dreyfuss, Lake Bell.

Avventura/Fantastico/Azione

Usa 2022












Il primo "Black Panther" rappresentava al contempo l'apice della popolarità del MCU e la prima avvisaglia della sua decadenza. Da una parte, il film è stato un successo enorme, riuscendo persino a portare a casa qualche Oscar e venendo nominato finanche come miglior film. Ma dall'altra il giochino ipocrita tipicamente hollywoodiano si era palesato davanti a tutti: il film non era certamente memorabile e non rendeva neanche giustizia ad un personaggio importante non solo nel contesto fumettistico, eppure era stato accolto come un capolavoro e prima ancora venduto come "il film che avrebbe cambiato la vita degli spettatori afroamericani", tanto che si era arrivati persino ad organizzare una serie di proiezioni a prezzo ridotto per i bambini dei quartieri difficili. Trucco svelato: era mera pubblicità che marciava sulla miseria sociale. E il clamore suscitato dal film era tutto dovuto all'ambiente woke che girava su sé stesso. Al punto che, tra il pubblico, le prime critiche arrivarono dalla stessa comunità afroamericana, che di certo non poteva identificarsi in un eroe ricco e potente che impediva la rivolta degli oppressi.
Quattro anni dopo il panorama è in parte cambiato. La Disney ha portato sin troppo avanti la sua politica di "politically correctness" e la crociata dell'inclusivismo forzato, i Marvel Studios hanno incassato un paio di cocenti flop in sala ("Eternals" e "Shang-Chi"), oltre ad aver propinato al pubblico alcune delle serie in streaming più stupide mai concepite ("Hawkeye", "Moon Knight" e soprattutto "She-Hulk- Attorney at Law"). I fan oramai sono scontenti della piega presa dalla produzione del Marvel Studios e quello che sembrava un universo inattaccabile e sin troppo amato si sta lentamente trasformando in un pupazzo su cui sfogare le proprie frustrazioni. "Wakanda Forever" è in un certo senso il successo che lo studio necessita e occorre di conseguenza chiedersi se questo sequel, flagellato in partenza dalla morte del compianto Chadwick Boseman, sia davvero in grado di ridare lustro alla compagnia o dignità al personaggio.
Per fortuna, "Wakanda Forever" è un sequel che surclassa in tutto l'originale e si pone persino come uno dei migliori esiti della Marvel al cinema.




Su tutto vige l'ombra del lutto. La morte di Boseman diventa la morte di T'Challa, che lascia un regno senza un sovrano e prima ancora una famiglia senza un figlio ed un fratello. Le redini della storia vengono così affidate a Shuri (Letitia Wright) e alla regina Ramonda (Angela Bassett, che come da copione brilla sul resto del cast). Il Wakanda deve così difendersi dalle pressioni internazionali per ottenere i segreti del vibranio, ma anche dall'inedita minaccia di Namor (Tenoch Huerta), sovrano del regno subacqueo di Talocan.




Le new entry questa volta si alternano agli estremi dei personaggi classici e modernissimi del roaster Marvel.
Namor il Sub-Mariner viene creato dal Bill Everett nel 1939, quando la Marvel era ancora denominata "Timely Comics". Dai lineamenti orientali, è nei fumetti il sovrano di Atlantide in lotta contro gli umani, rei di aver depredato impunemente le ricchezze del mare. Nella sua storia editoriale ha spesso ricoperto il ruolo di villain, soprattutto contro i Fantastici Quattro, ma anche quello di anti-eroe, entrando persino nell'enclave degli Illuminati assieme a Tony Stark, Stephen Strange, Charles Xavier e l'odiato Reed Richards.
Su schermo, Namor diventa Namòr, sovrano di un regno subacqueo situato nel mare dello Yucatan e fondato dai rifugiati aztechi scacciati dai conquistadores, dove viene venerato come il dio Kukulkàn. Cambiamenti dovuti in parte alla tematica anti-colonialista del film, ma soprattutto per differenziarlo dall'Aquaman di casa DC, il quale, pur avendo esordito su carta successivamente al Sub-Mariner (ed essendo di fatto un suo clone), è arrivato al cinema per primo.




All'estremo opposto, Riri Williams appare per la prima volta nel 2015, nella testata di Iron Man per mano del prolifico Brian Michael Bendis e finisce subito per diventare uno dei personaggi più odiati dell'intera storia editoriale della Casa delle Idee; il perché è poi, paradossalmente, incredibilmente comprensibile ed estremamente detestabile.
Riri è la punta dell'iceberg della politica di inclusione forzata della Marvel, la quale ha deciso di sostituire tutti gli eroi più amati e di etnia bianca con dei nuovi personaggi afroamericani, donne o entrambi. Si ha così Miles Morales come nuovo Uomo Ragno, Laura Kinney come nuova Wolverine, Sam Wilson come nuovo Capitan America e appunto Riri Williams come nuova Iron Man, benché il suo nome da battaglia è sin dall'inizio Ironheart. E se Miles Morales è stato ostracizzato solo dai soliti intolleranti, Laura Kinney non ha mai davvero ricevuto critiche forti anche grazie al segreto di Pulcinella per il quale Logan sarebbe prima o poi ritornato a reclamare il titolo di mutante artigliato e Sam Wilson ha in realtà scontentato per lo più i suoi stessi fan di vecchia data (soprattutto di colore), i quali hanno giustamente fatto notare come la sua "promozione" a Cap ha in un certo modo sminuito il suo alter-ego precedente, la Williams ha da subito suscitato polemiche, concentratesi sul fatto che sia impossibile che una quindicenne fosse in grado di creare una tecnoarmatura funzionante, che sia in sostanza la più classica "Mary Sue" creata ad hoc per far colpo sul pubblico femminile e di colore. Peccato che questa armatura vada in pezzi al primo utilizzo e che lei riesca a costruirne una davvero funzionante solo grazie all'aiuto di Tony Stark e che, su tutto, il suo "genio precoce" non è nulla di nuovo in un universo dove un Peter Parker quindicenne crea un polimero in grado di sollevare tonnellate di metallo praticamente nella sua cameretta e lo stesso Stark da vita ad una serie di robot perfettamente funzionanti già a otto anni.
Pregiudizio razzista? Sicuramente. Ma di certo non hanno aiutato all'apprezzamento né il fatto che la testata che ospitava le sue prime avventure continuasse a portare il nome di Iron Man e non di Ironheart, né il fatto che le sue prime storie fossero di una mediocrità sconsolante.
Senza contare come, in ossequio ai dettami woke più cretini, si è deciso di dotarla di un flashback del tutto deficiente nel quale chiedeva alla maestra di discriminarla. Il ciò al solo fine di creare empatia e portare alla ribalta i problemi dei giovani neri nel sistema scolastico americano... e poi c'è gente che si arrabbia quando si dice che spesso i fumetti di supereroi sono semplice spazzatura per bambini.



In "Wakanda Forever", Riri Williams diventa il mcguffin da recuperare/proteggere in una storia dagli echi colonialisti. Il Wakanda è responsabile dell'aver svelato al mondo l'eisstenza del vibranio e di essersi rifiutato di condividerne i giacimenti. Gli Stati Uniti iniziano così una ricerca nel resto del mondo e ne trovano una parte nei pressi di Talocan. Namor ricatta Ramonda e Shuri, chiedendo la consegna della giovane scienziata che ha creato il rilevatore in grado di tracciare l'agognato metallo divino. Ma ciò è solo il preambolo ad una guerra verso la superficie.
La dinamica è chiara: gli oppressi di ieri diventano i mostri di oggi. I potenti del mondo sono mossi solo dai propri interessi e i popoli più deboli devono collaborare per non essere schiacciati. Il che funziona grazie all'empatia verso gli Yucatechi e la tragedia del colonialismo nel centro-sud America. Un po' meno se si pensa che tutto si sarebbe potuto evitare se il Wakanda avesse davvero avviato una politica di collaborazione internazionale (e ai più intelligenti non può poi sfuggire come sia in realtà impossibile che una nazione sia diventata la più potente e tecnologicamente progredita al mondo senza aver mai commerciato con nessuno). Namor da un lato, Shuri e Ramonda dall'altro divengono così dei sovrani chiamati ad evitare un conflitto globale e al contempo a rispettare i doveri di protezione verso il loro popolo, situazione decisamente più comprensibile rispetto a quella (assurda) del primo film.



Ma il focus è anche sulla tematica dell'elaborazione del lutto, della somatizzazione necessaria della perdita e dell'urgenza di andare avanti. Sia Shuri che Namor sono segnati dalla morte di quello che era il punto di riferimento della loro vita, la madre per lui, il fratello per lei, ed entrambi agiscono mossi dal dolore mai superato. Se questo è un veleno, alla fine diventa lo stesso balsamo che porta alla riappacificazione, al superamento della rabbia e del sentimento di vendetta innato, viatico necessario per la comprensione altrui. Il quale deve però essere accantonato al fine di poter guardare al futuro, con quella scena mid-credit che forse riesce davvero a commuovere.




La mano di Coogler è più ferma e questa volta non abusa la CGI, preferendo quasi sempre l'uso di location e set fisici. La fonte di ispirazione estetica questa volta è chiara, ossia l' "Avatar" di Cameron, con il leitmotiv del tema dell'acqua, i guerrieri di Namor che diventano blu a contatto con l'aria e le battaglie combattute tra armi tradizionali e tecnologia futuribile. Ma il senso di déjà-vù per fortuna viene arginato anche grazie ad un aspetto stilistico tutto sommato originale, con la rielaborazione dei costumi aztechi e africani che riesce davvero a dare un tocco visionario al tutto.




Tanto che, al netto di una durata forse eccessiva, "Wakanda Forever" riesce a convincere e a trasmettere un messaggio progressista per una volta riuscito prima ancora che condivisibile. Cosa che molto spesso non accade nella Hollywood degli SJW urlanti e dell'impegno un tanto al chilo mai davvero sostenuto dal talento.

martedì 8 novembre 2022

Three Thousand Years of Longing

di George Miller.

con: Tilda Swinton, Idris Elba, Berk Ozturk, Aamito Lagum, Nicolas Mouawad,  Ece Yuksel, Burcu Golgedar, Lachi Hulme, Megan Gale, Jack Braddy, Anthony Moisset, Alyla Browne, Abel Bond, Lianne Mackessy, Peter Bertoni.

Australia, Usa 2022
















Tra una scorribanda nelle wasteland e l'altra, a George Miller piace esplorare racconti più piccoli e talvolta intimisti. E' successo da ultimo con "Three Thousand Years of Longing", che arriva a ben sette anni da "Mad Max: Fury Road" e durante le riprese dell'imminente spin-off "Furiosa". Una storia piccola, ma in realtà non meno ambiziosa degli exploit fanta-action per i quali è divenuto celebre.




Alithea (Tilda Swinton) è una narratologa che, durante una presentazione ad Istanbul, fa una scoperta inattesa: in una vecchia bottiglia di vetro acquistata al bazar ritrova un jinn ultramillenario (Idris Elba). Incalzata dalla creatura ad esprimere i canonici tre desideri, la donna si appassiona alla storia del bizzarro essere.
Miller racconta il raccontare, in primis, e con esso la necessità delle storie nel mondo moderno (riportando alla memoria tanta produzione di Neil Gaiman). Che cosa sono i miti in fondo se non la prima forma di razionalizzazione del creato? Una storia in fondo è questo, ossia null'altro che una forma che cerca di racchiudere in sé un significato.
I miti non sono in realtà mai scomparsi, sono semplicemente stati riplasmati in una forma diversa, da cui gli eroi "mitici" dei roaster Marvel e DC (ricordiamoci che Miller avrebbe dovuto dirigere il primo adattamento filmico della Justice League già a metà anni duemila), ossia le vestigia del passato ricreate a nuova forma. Come incastrare però un qualcosa di passato e totalmente avulso dalla conoscenza scientifica in um mondo moderno?
La risposta è quella del "jinn elettromagnetico", un essere la cui natura è astratta e a-scientifica, ma la cui sostanza e il relativo ruolo sono comunque riconoscibili e quantificabili.



Il jinn diventa così il simbolo dell'irrazionale, di quella cifra fantastica che sopravvive in un mondo che non ha mai dimenticato la dimensione trascendente, l'ha solo assimilata ad un livello più profondo e subcosciente.
Al contempo, il jinn è la forza stessa del racconto, lo strumento attraverso il quale la conoscenza viene trasferita e tramandata, elettromagnetico come gli impulsi che permettono al sapere di diffondersi nel mondo moderno, il quale ha a sua volta amato una donna, Zafir, la quale aveva preconizzato la narrazione per immagini in movimento e persino risolto alcuni misteri matematico-scientifici. 
Alithea (il cui nome deriva dalla dea greca della verità) è invece pura razionalità, una donna priva di affetti, narratrice della storia oltre che protagonista, che aborrisce ogni forma di trascendenza liquidandola come una forma di superstizione atta solo a spiegare in modo illogico il reale e la quale si ritrova di punto in bianco nel mezzo dell'irrazionale; questo, di fatto, viene preconizzato dagli incontri all'aeroporto e durante la lezione con due figure ultraterrene il cui ruolo non è mai (volutamente) chiarificato (benché appaiano poi nella scena della corte di Sheba), non l'icnarnazione stessa di quel qualcosa di occulto che ancora esiste nel mondo e che non si vuole accettare.



Ma Alithea è anche la classica "narratrice non affidabile", che nasconde le sue vere emozioni e persino parte della sua storia personale per apparire perfettamente realizzata. La rincorsa al desiderio non è così tentazione verso il male, non è la ricerca di una mera forma di compensazione per quello che non si è avuto, né ci sono dei contrappassi negativi per ogni desiderio esaudito. Il racconto serve più che altro a farle realizzare ciò che le manca davvero, ossia l'amore, quell'ingrediente necessario che rende ogni storia e di conseguenza ogni vita, conoscenza e ricerca davvero completa. Risvolto tutto sommato poco originale, ma che Miller riesce a rendere non stucchevole e perfettamente amalgamato al resto delle tematiche.




Il suo stile è sempre ricercato e qui trova un limite solo in una CGI non sempre al altezza. Ma, al contempo, la storia gli permette di sperimentare soluzioni visive per lui inusuali, come la costruzione plastica dell'inquadratura o il ricorso ad immagini astratte, che conduce con tocco squisitamente visionario.
"Three Thousands Years of Longing" è così una pellicola riuscita e incantevole, una storia piccola ma al contempo profonda e ispiratissima.

giovedì 3 novembre 2022

Amsterdam

di David O.Russell.

con: Christian Bale, Margot Robbie, John David Washington, Alessandro Nivola, Andrea Risenborough, Anya Taylor-Joy, Chris Rock, Matthias Schoenaerts, Michael Shannon, Taylor Swift, Mike Myers, Timothy Olyphant, Zoe Saldana, Rami Malek, Robert De Niro, Ed Begley Jr..

Commedia/Noir

Usa, Giappone 2022












---CONTIENE SPOILER---

Il dramma del cinema di David O.Russell sta nel fatto che lui è davvero convinto di essere un grande artista e che gli basti concepire una storia basilarmente interessante (magari ricamata su fatti più o meno reali) ed infarcirla con un cast all-star per fare un grande film. E forse fa anche bene a pensarla così, vista la pioggia di nomination e premi che puntualmente riceve.
Non è andata così bene con "Amsterdam", ultima fatica con la quale tenta di fondere una storia da neo-noir (anch'essa ispirata a eventi più o meno reali) con la commedia brillante; intenzione ardita, che di certo avrebbe funzionato a dovere nelle mani dei fratelli Coen, supremi decostruttori del noir, ma che lui maneggia in modo goffo, sbagliando tempi e toni, la quale non è neanche riuscita a suscitare quell'interesse nei circoli dei primi che di solito i suoi lavori riescono a sollevare.




New York, 1933. Il medico Burt Berendsen (Christian Bale) e l'avvocato Harold Woodman (John David Washington), entrambi reduci della Grande Guerra, vengono ingaggiati dalla giovane Liz Meekins (Taylor Swift) per investigare sulla morte del padre, il generale Bill Meekins (Ed Begley Jr.), loro ex ufficiale. Alla scoperta del suo possibile assassinio, i due vengono risucchiati in un fosco complotto che sembra legato al loro passato durante il conflitto, soprattutto durante il periodo trascorso ad Amsterdam assieme alla bellissima infermiera Valerie Voze (Margot Robbie), con la quale Harold aveva intrecciato una forte relazione sentimentale.




Il vero motivo di interesse è insito nella risoluzione degli eventi: dietro tutto c'è una cospirazione ordita da un gruppo di magnati e industriali volti a destituire il Presidente con un generale, al fine di creare un dittatore sul modello fascista di Mussolini e Hitler. Fatto che rievoca il vero complotto per deporre Roosvelt con il veterano Smedley Darlington Butler, sventato proprio dalla pubblica denuncia di quest'ultimo. Uno sguardo ad un capitolo oscuro e fin troppo dimenticato della storia americana che con i misfatti della presidenza Trump diventa sin troppo attuale e drammatico.
Per il resto, non si può davvero dire che "Amsterdam" sia un film riuscito o interessante.




Al di là del plot, il focus è tutto sul terzetto di protagonisti. Due soldati, un bianco che viene dai quartieri bassi e aspira a Park Avenue, nonché un nero stretto tra l'amore e il dovere verso la propria comunità. Al centro la bellissima bohémien della Robbie, artista che girovaga per l'Europa aiutando i feriti e usando gli scarti della guerra per la sua arte. Un terzetto un po' alla "Jules & Jim" (dove l'amore è però limitato a soli due membri) e che balla come i protagonisti di "Bande à Part", inseguendo la felicità, catturandola per un attimo, solo per poi perderla di nuovo. Amsterdam come Shangri-La in Terra, rifugio dagli orrori della guerra nell'alveo sicuro dell'amore e della bellezza. E quando alla fine tutto viene snocciolato in maniera didascalica direttamente in faccia allo spettatore, anche questo aspetto più sognante ed intimista, fino ad allora l'aspetto più riuscito, finisce di faccia a terra.




A terra assieme al resto delle intenzioni, purtroppo. L'ibridazione tra due registri in teoria antitetici non funziona mai a fondo. Se l'aspetto leggero bene o male funziona per la maggior parte della durata, lo scarto con le sequenze di violenza, fin troppo improvvise, esplicite e spiazzanti, genera una sensazione di disagio forte, ma al contempo ridicola.
La regia non maneggia con cura i tempi, che risultano inutilmente dilatati sia nelle singole scene, che nel racconto in generale. Nonostante i dialoghi briosi, spesso sopraggiunge la noria, quando non addirittura il tedio, soprattutto nell'ultimo atto, quando sembra davvero che Russell non voglia davvero chiudere la storia, divertendosi come un matto ad infilare dialoghi su dialoghi, scene su scene, battute su battute sino allo sfinimento dovuto all'eccesso di dettagli inutili.




Questo perché è fin troppo innamorato del suo film e delle performance degli interpreti e non taglia nulla, non accorcia, né sfoltisce un racconto che finisce con l'essere pedante e pesante. Due ore e un quarto per una commedia sono troppi, soprattutto laddove la trama, alla fin fine, è di una semplicità estrema e non riesce mai davvero a stuzzicare l'interesse dovuto. Con la conseguenza che questo suo ultimo exploit risulta talmente compiaciuto da divenire subito indigesto.

lunedì 31 ottobre 2022

Audition

Odishon

di Takashi Miike.

con: Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Renji Ishibashi, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi, Ren Osugi.

Giappone 1999
















L'apporto di Takashi Miike al filone J-Horror è spesso frainteso. Certo, ha sicuramente diretto quel "The Call", nel 2003 che, persino "graziato" da un remake americano, è un perfetto esponente dello stesso. Ma la vera pellicola con la quale Miike viene associato al fenomeno è "Audition", la quale, però, è uscita nel 1999, ossia giusto all'indomani del battesimo ufficiale della corrente e, soprattutto, con lo stesso non ha praticamente nulla a che vedere.
Non c'è una traccia sovrannaturale nella storia, non ci sono spiriti vendicativi dai lunghi capelli neri, tantomeno viene espressa una forma di disillusione verso l'uso della tecnologia. Al contrario, quella di "Audition" è una storia tremendamente umana, declinata come un thriller psicologico a tinte fosche, che si insinua nella vita di due personaggi borderline deviati.




Il progetto nasce in seno alla allora neonata Omega Projects, la quale cerca di salire agli onori delle cronache producendo un adattamento del libro omonimo di quel Ryu Murakami che si era fatto un nome da provocatore grazie a "Tokyo Decadence", che lui stesso aveva trasposto su pellicola nel 1992. Salito a bordo del progetto, Miike affida lo script all'amico Daisuke Tengan, a sua volta figlio di Shoei Imamura, ex sensei di Miike. La sceneggiatura risulta molto fedele alla fonte cartacea, ma al contempo dotata di una forte impronta originale.




Tokyo. A sette anni dalla scomparsa della moglie, l'editore ultraquarantenne Aoyama (Ryo Ishibashi) decide di voler trovare una nuova compagna. Con l'aiuto dell'amico Yoshikawa (Jun Kunimura), produttore cinematografico, organizza un provino per un falso film al fine di conoscere la donna più adatta. La sua attenzione viene calamitata fin da subito dalla ventiquattrenne Asami (Eihi Shiina), la quale sembra portare con sé un fardello di dolore troppo grande da sopportare.




Scisso in due parti distinte, "Audition" è il più classico "thriller psicologico", che Miike dirige con un pugno fermissimo. Nella prima parte seguiamo Aoyama nel suo approcciarsi ad Asami, gli incontri con i due, i dialoghi che ne costruiscono la caratterizzazione. La ragazza, giovane e bella, porta con sé una cifra oscura, data dalla veste bianca (simbolo di morte nella tradizione nipponica), ma anche dalla bellezza etera e vagamente sinistra di Eihi Shiina. Nella seconda si assiste al mistero sull'effettiva identità di Asami. Al cambio di tono, cambia in parte lo stile: la camera a mano e le luci naturalistiche lasciano spazio ad una costruzione dell'immagine ricercata e stilizzata, immersa in colori surreali, comunicando una sensazione onirica.




Quello di "Audition" è un percorso espressionista. Il punto di vista è in realtà saldamente ancorato al personaggio di Aoyama e la sua è una discesa nei meandri più neri della paranoia. Corroso dalla solitudine, decide di rifarsi una vita e l'incontro con una ragazza giovane, bella e matura causa una frattura psichica che porta a galla una serie di sensi di colpa mai soppressi.
In primis quello verso la moglie, che sente di tradire nonostante il gap dalla sua dipartita. In secondo verso la sua assistente, che forse ha precedentemente concupito e abbandonato o forse no, forse è solo cosciente delle sue attenzioni che puntualmente ignora. In ultimo verso la compagna del figlio, anch'ella giovane e bella, con la quale vorrebbe segretamente avere un rapporto sessuale.
Il che porta ad una proiezione verso Asami, quella ragazza anch'ella vittima (anche solo in teoria) di un raggiro, una manipolazione. La storia della ragazza, con gli abusi fisici da parte delle figure maschili, può essere vera o meno, ben può essere una semplice rielaborazione del senso di colpa generato non solo dal modo in cui Aoyama l'ha conosciuta, ma anche e soprattutto dalla differenza di età tra i due.




Il che porta alla violenza, alla dolorosa sequenza della tortura, a quel dolore fisico che diviene vendetta di una ragazza che ha sempre sofferto e che ora restituisce quel dolore al mittente. O anche la materializzazione di quel senso di colpa tramite una vendetta violenta da parte di quel genere femminile da sempre sfruttato.
Il che rende "Audition" non un film misogino, tantomeno misandrico, nonostante le critiche che negli anni gli sono piovute addosso. Non c'è una critica verso una donna che (forse) ha un'indole violenta, né un atto d'accusa vero e proprio verso un maschio manipolatore. Il lavoro di caratterizzazione è più sottile, meno diretto e per questo più efficace: c'è semplicemente la consapevolezza di come una coscienza non linda possa generare un delirio autodistruttivo. E la forza del film sta proprio nel non dare risposte sull'effettiva realtà degli eventi: benché Miike stesso abbia ammesso come la sequenza finale sia reale, dal corpo del film è davvero difficile evincere quale sia la realtà, quale sia frutto di un delirio, se la tortura o quel risveglio nel mezzo degli eventi.




La forza del film è in fondo tutta qui, in una componente ambigua affascinante fino all'ipnotico. Oltre al mestiere di Miike, il quale firma una delle torture più dolorose mai apparse su schermo, sapendo dosare con maestria il ritratto diretto all'implicazione, lavorando tanto di sottrazione quanto di eccesso.
Il resto, come si suo dire, è Storia: è da qui che il mito del regista ha inizio, soprattutto sul piano internazionale. E, sconcertati dalla visione, James Wan e Eli Roth si ispireranno a lui (da cui la comparsata in "Hostel") per dar vita a quel filone che sarà definito come "Torture Porn".

House

Hausu

di Nobuhiko Obayashi.

con: Kimiko Ikegami, Miki Jinbo, Kumiko Obha, Ai Matsubara, Mieko Sato, Eriko Tanaka, Masayo Miyako, Kiyohiko Ozaki, Yoko Minamida.

Fantastico/Commedia/Horror

Giappone 1977














Nell'immaginario collettivo odierno, il cinema horror giapponese è sinonimo di spettri femminili assassini di bianco vestiti e dai lunghi capelli neri che, tornando furiosi dal mondo dei morti, usano spesso la tecnologia per uccidere il malcapitato di turno, con una maledizione praticamente impossibile da spezzare.
Visione figlia di una tradizione arcaica, quello dei "Kaidan", i racconti di spettri che, sin dall'antichità, venivano tramandati nelle zone rurali del paese; i quali a loro volta, nel 1964, hanno trovato una perfetta rappresentazione cinematografica nell'omonimo film di Masaki Kobayashi.
Tra tradizione e modernità, nel 1977, arriva nei cinema del Sol Levante una pellicola che riprende parte della tradizione sovrannaturale, sia quella giapponese che quella più smaccatamente occidentale, e le modernizza... in modo estremo: "House" di Nobuhiko Obayashi.
Regista che esordisce nel lungometraggio, Obayashi viene dal mondo della pubblicità e, oltre alle tradizioni folkloristiche e filmiche, usa come spunto una serie di idee della piccola figlia, la quale gli confessa di provare terrore davanti allo specchio, spaventata dal fatto che possa divorarla. Mixando così la visione di una paura infantile con le suggestioni della tradizione sovrannaturale, crea una commedia horror talmente iperattiva, stilizzata e sopra le righe che a confronto "Evil Dead II" sembra un documentario sul neorealismo.



Oshari (Kimiko Ikegami) è una liceale che, assieme alle sue compagne, si accinge a cominciare le vacanze estive. Suo padre, di ritorno da un viaggio di lavoro in Italia, ne distrugge i piani con una novità inaspettata: ha sposato una giovane e bella donna, che si insinua nella sua vita prendendo il posto della defunta e mai dimenticata madre.
Al fine di somatizzare la notizia, decide così di recarsi in visita alla zia (Yoko Minamida), sorella della madre, che vive in un'isolata villa nelle campagne. Con lei, sei belle amiche: la suggestionabile Fantasy (Kumiko Ohba), l'agguerrita Kung Fu (Miki Jinbo), l'ingenua Sweet (Masayo Miyako), la talentuosa Melody (Eriko Tanaka), la razionale Prof (Ai Matsubara) e l'affamata Mac (Mieko Sato).




Lo stile di regia sarebbe oggi definibile come "da videoart" o "da videoclip", ma per l'epoca era qualcosa di incredibilmente fresco; arrivando dal mondo della pubblicità, Obayashi ibrida il linguaggio filmico classico con le influenze della manipolazione in post dell'immagine proprie del mondo degli spot. Ogni singolo frame viene pensato ed eseguito come strabordante, con un uso massiccio di artifici come il picture-in-picture, delle diverse velocità di ripresa, del chroma key per aggiungere sfondi volutamente posticci o creare compositing elaborati e volutamente falsi; o, ancora, si usano efficaci effetti "in camera" per creare un'atmosfera irreale, come l'uso di luci innaturali (derivate come sempre dal cinema di Mario Bava, tanto che inizialmente l'autore voleva firmarsi con uno pseudonimo che nipponizzava il nome dell'indimenticato artista nostrano) o di sfondi dai colori sgargianti.
Il risultato è un caleidoscopio di forme e colori talvolta stridenti, che ricrea e trasmette sensazioni contrastanti e sinanche ossimoriche, passando dalla commedia leggera allo splatter, dallo psichedelico al grazioso e giù fino genuinamente folle, con un ritmo da video musicale brit-pop anni '60 perfettamente ricalcato sulle belle musiche. Il che garantisce una visione talmente originale da diventare unica, che va oltre i limiti del semplice "weird" per divenire incredibilmente affascinante.




Lo stampo della storia, immediatamente riconoscibile, è quello dei racconti del terrore gotici, con una casa infestata, una creatura sovrannaturale atavica e persino una matrigna che scombussola la vita di una giovane e bella ragazza. Ma lo script si diverte a sovvertire parte di questi elementi classici, a svecchiarli sino a renderli quasi irriconoscibili. Il mostro di turno, un vampiro cannibale che fagocita vergini per rimanere giovane e bella come Ezrabeth Bathory, non uccide praticamente mai direttamente le sue vittime, lasciando che siano gli ectoplasmi della casa a fare il lavoro sporco. La protagonista, che la tradizione vuole come final girl, viene falciata a metà film, lasciandone il ruolo alla sensibile Fantasy. Il maschio, interesse amoroso di questa final girl, non riesce nemmeno a raggiungere il luogo degli eventi e viene usato praticamente come inserto (ancora più) demenziale. Persino la matrigna perde la sua connotazione negativa per farsi presenza angelica e quasi salvifica.




Le sette protagoniste hanno una caratterizzazione volutamente basilare, tanto che i loro soprannomi ne esplicitano le caratteristiche. In gruppo funzionano a dovere, anche grazie all'entusiasmo delle giovani attrici, praticamente tutte alla loro prima esperienza recitativa (l'unica professionista del gruppo era Kimiko Ikegami, all'attivo nel mondo della recitazione comunque da pochi anni) e ognuna ha il tempo di brillare in sketch simpatici e scene di morte ottimamente coreografate. Ovviamente su tutte è la sequenza dedicata a Kung Fu a risaltare, che sembra uscita da un cartoon di Hanna & Barbera sotto pesanti dosi di LSD.




Con il suo girotondo di trovate folli, "House" ben merita lo status di cult che ha da qualche anno a questa parte. Un film a dir poco ameno che regala una visione davvero unica.