venerdì 9 dicembre 2022

Dead for a Dollar

di Walter Hill.

con: Christophe Waltz, Willem Dafoe, Rachel Brosnhan, Hamish Linklater, Brendon Scott, Warren Burke, Benjamin Bratt, Guy Burnet, Gabriela Alicia Ortega, Luis Chavez.

Western

Canada, Usa 2022















Si aspetta sempre con trepidazione un film di Walter Hill, un cineasta dal retaggio davvero impagabile; si attende sempre con ansia una sua nuova prova, anche se ultimamente si rimane sempre delusi, più o meno a seconda del film. Perché forse il decano dell'action americano ha perso il suo smalto e la grinta, quella volontà di ricreare il cinema "duro" e adulto in modo moderno e anticonvenzionale, accontentandosi invece della convenzionalità più pura. E "Dead for a Dollar" rappresenta purtroppo la prova decisiva di questa sua deriva, oramai forse incontrovertibile.




Hill riprende un vecchio script di Matt Harris e lo riarrangia rendendo la storia ancora più interessante: il cacciatore di taglie Max Borlund (Waltz) viene incaricato dal magnate Martin Kidd (Amish Linklater, l'indimenticato padre Paul di "Midnight Mass") di salvare la moglie Rachel (Rachel Brosnhan), rapita dall'ex buffalo soldier Poe (Burke) e portata oltre il confine messicano. Ad accompagnarlo nella missione, il soldato afroamericano Elijah Jones (Scott), mentre oltre confine ad attenderli ci saranno il boss locale Tiberio Vargas (Bratt) e il letale giocatore d'azzardo Joe Cribbens (Dafoe), vecchia conoscenza di Borlund.





Tante le tematiche, vecchie e nuove del western, che vengono presente e ripensate. C'è il vecchio adagio dell'amicizia virile tra Cribbens e Borlund, in teoria nemici, ma che hanno un forte rispetto l'uno per l'altro. La corruzione morale del potente di turno, Vargas, uomo al di sopra della legge, i cui precettori finiscono però per oppoivrsi in ragione di un ritrovato senso del dovere. E poi c'è la questione afroamericana, con i personaggi di Poe e Jones, ex commilitoni che ora si ritrovano ai lati opposti della barricata della legge. Oltre che la presentazione di una donna forte in un contesto nel quale solitamente cose del genere latitano, con il personaggio di Rachel, donna emancipata in periodo storico che non le consente di affermarsi, soprattutto sul piano sentimentale.
Storia e tematiche declinate a dovere, che trovano una risoluzione adeguata nella durata della pellicola. Ma la cui messa in scena è fatalmente pigra e fiacca.




Hill opta per uno stile totalmente classico. Bandisce ogni deriva spettacolare, ma anche quella secchezza che avrebbe reso il film a suo modo memorabile. Ogni sequenza inizia e finisce senza l'enfasi necessaria, ogni risvolto di storia viene affidato unicamente ai personaggi e agli attori che lo portano avanti. Non c'è mordente, non c'è nulla di davvero notevole, persino quando si cita Sergio Leone, il cui stile barocco e ricercato sarebbe stato decisamente più adatto a rendere le vicende degne di nota. La ripresa in digitale, con una color grading posticcia per ingiallire le immagini, risulta inoltre indigesta, portando ad immagini piatte e prive di nerbo alcuno. Persino il cast ha alti e bassi: se Dafoe e Rachel Brosnhan danno delle interpretazioni di buona caratura, Christoph Waltz appare svogliato e oltretutto privo del carisma necessario per il ruolo, cosa assai strana visto che, tra le altre cose, aveva già interpretato il bounty killer in "Django Unchained" con ottimi esiti.





"Dead for a Dollar" finisce così per essere una delle pellicole più deludenti degli ultimi anni, un filmino indegno del nome di Hill, uscito e presto dimenticato, che non fa nulla per essere memorabile e riesce perfettamente nell'intento. E pensare che l'ultimo western vero e proprio che Hill ha diretto per il cinema è stato quel mezzo capolavoro di "Wild Bill" rende il tutto ancora più triste. 

martedì 6 dicembre 2022

Weird: The Al Yankovic Story

di Eric Appeal.

con: Daniel Radcliffe, Rainn Wilson,Evan Rachel Wood, Julianne Nicholson, Toby Huss, Lin Mauel-Miranda, Jack Black, Emo Philips, Seth Green, Trenyce Cobbins.

Commedia

Usa 2022

















Come definire "Weird Al" Yankovic? Un comico, sicuramente. Un cantante e cantautore, altrettanto sicuramente. Di certo entrambe le cose, visto che ha praticamente creato il genere della parodia musicale già negli anni '80, decenni prima che si popolarizzasse grazie al web e persino primo dei nostrani Gem Boy e Checco Zalone. Forse la definizione più precisa e calzante è quella di showman, vista la sua capacità di creare intrattenimento a 360 gradi, essendo anche arrivato al cinema con il ben riuscito anche se di scarso successo "UHF" nel 1989.
Di sicuro un personaggio sui generis, che ha attraversato i decenni riuscendo bene o male ad essere sempre sulla cresta dell'onda, con i suoi sketch talvolta naif ma sempre spassosi.




Ma "Weird: The Al Yankovic Story" non è davvero un biopic; o meglio, lo è, ma nel più puro stile di Yankovic, ossia una parodia divertita di qualcosa che di solito viene presentato come estremamente serio. Il bersaglio sono appunto i biopic musicali, rei di imbellettare la vita degli artisti o viceversa di cercarne sempre i lati oscuri per farne una storia di redenzione, seguendo uno schema prefissato che si ripete a prescindere dall'artista. Operazione che in realtà trova il suo incipit già nel 2010.
Sull'onda dei successi di "Ray" e "Walk the Line", Weird Al concepisce e produce assieme ad Eric Appeal di "Funny or Die" un fake trailer su di una possibile biografia. Ad interpretarlo c'è Aaron Paul, mentre Patton Oswald veste i panni del conduttore radiofonico che lo ha scoperto, Dr. Demento. Sketch parodistico che prende in giro tutti i luoghi comuni del filone, esasperandoli sino all'inversosimile. E che sarebbe restato tale, se non fosse stato per il successo di "Bohemian Rhapsody", ossia un biopic talmente tirato e laccato da sembrare una vera parodia. Occasione fin troppo ghiotta per Weird Al, il quale si riunisce con Appeal per espandere il corto in un lungometraggio di quasi due ore, prodotto per la piattaforma Roku, che perde purtroppo Paul nei panni del protagonista ma guadagna un altrettanto ispirato Daniel Radcliffe e una bellissima Evan Rachel Wood in quelli di Madonna, in una commedia demenziale a dir poco gustosa.



Gli elementi portanti portanti del biopic musicale tipo ci sono tutti: un giovane artista frustrato e non compreso dalla famiglia, con tanto di conflitto irrisolto con la figura paterna, l'ascesa al successo, la caduta in disgrazia, catarsi con ritorno alla gloria nel terzo atto. Il tutto elevato all'eccesso, con frasi fatte tipo "Non mi capite!" gridate a squarciagola, un padre perennemente ultraviolento, Madonna stile Yoko Ono e una caduta in disgrazia che trasforma Weird Al nel Jim Morrison di Oliver Stone. Yankovic e Appeal si divertono a prendere in giro tutti i luoghi comuni in un'operazione non originalissima: già nel 2007, Judd Apatow e Jake Kasdan avevano fatto una cosa del genere in "Walk Hard: The Dewey Cox Story", finto biopic su di un cantante mai esistito, ma "Weird" va oltre e reinventa una storia vera in chiave fittizia, risultando più interessante; oltre che condito da sketch decisamente più simpatici.




L'impressione è ovviamente quella di un video di Funny or Die gonfiato a dismisura, ma non è per forza un male. L'umorismo bene o male paga sempre, sia quando icone della musica e dell'arte fanno comparse a sorpresa nell'inquadratura, come nella delirante scena della festa in piscina, sia quando si decide di elevare l'assurdità ogni limite, con quella sequenza nella giungla colombiana nella quale Weird Al da la caccia a Pablo Escobar talmente fuori da ogni schema da risultare immediatamente ilare. In generale, il tono è divertente sino all'inverosimile e trova un picco nell'idea assurda di raccontare come la hit "Eat It", parodia di "Beat It", fosse in realtà un pezzo originale poi copiato da un cantantucolo da strapazzo, un certo Michael Jackson.




Chi conosce Weird Al e le sue pazze canzoni amerà questo strambo finto biopic; chi invece non lo conosce ne apprezzerà lo humor e l'intento parodistico, oltre ad entrare per la prima volta in un mondo per certi versi irresistibile.

mercoledì 30 novembre 2022

Clerks III

di Kevin Smith.

con: Jeff Anderson, Brian O'Halloran, Jason Mewes, Kevin Smith, Rosario Dawson, Trevor Fehrman, Marilyn Ghigliotti, Jennifer Schwalbach, Amy Sedaris, Justin Long, Harley Quinn Smith, Kate Micucci.

Commedia

Usa 2022 















Tra "Clerks." e "Clerks II" sono passati dodici anni. Tra "Clerks II" e "Clerks III" addirittura sedici. E nuovamente, né il cinema americano, né quello di Kevin Smith sono gli stessi.
Il cinema indie ha ritrovato parte dello spazio perduto anche grazie all'affermazione delle piattaforme streaming e alla loro endemica fame di contenuti, mentre il crowdfounding permette oggi agli autori meno convenzionali di trovare aria per i propri progetti.
Smith, dal canto suo, ha usato l'approvvigionamento dei fan in primis per creare il suo film più serio e spiazzante, ossia "Red State", per poi tornare ai collaudati territori della commedia. Umanamente ha affrontato le gioie dell'essere padre con la figlia Harley Quinn Smith e le ha persino dedicato ben due film, lo sgangherato "Yoga Hosers" e quel "Jay & Silent Bob Reboot" anch'esso sgangherato quanto si vuole, ma anche incredibilmente accorato. E' riuscito persino ad entrare nel multiverso DC, dirigendo alcuni episodi dei serial CW nei quali ha incluso Jay e Silent Bob, rendendo il suo Askewniverse parte del mondo di Flash e soci.
Ma il cinema di Smith ha anche avuto un'involuzione, non riuscendo più ad essere fresco e brioso e ricorrendo spesso ai solo giochi di parole per creare umorismo. Così "Clerks III" arriva purtroppo nel periodo peggiore della sua carriera e ne risente in maniera decisiva.




Progetto che trova il suo seme in un episodio del 2018: mentre si recava ad un'esibizione, Smith subisce un attacco di cuore e se non fosse stato ricoverato immediatamente, sarebbe morto. L'autore del New Jersey usa quest'esperienza per riflettere sul suo stato e sulla maturazione, oramai alla soglia dei cinquant'anni. Il ruolo di padre viene così declinato nell'ultimo film su Jay e Silent Bob, mentre il ruolo di persona e amico trova una declinazione qui, per il tramite di Dante e Randal. 




"Clerks III" è un film sulla morte e il rimpianto. La morte aleggia su tutto, a partire da quella di Becky, che ha lasciato un vuoto nella vita di Dante. Il rimpianto si fa strada poco alla volta nella mente dei due ex ragazzi; li avevamo lasciati lì, nel loro negozio, ora di loro proprietà e alle soglie di una vita migliore, ma li ritroviamo in un'esistenza che sembra essersi dimenticata di quanto accaduto nel mentre, ricollegandosi direttamente con il primo film, partite di hockey sul tetto incluse. Non un'esclusione di "Clerks II", quanto una negazione di quanto di buono sarebbe potuto conseguire, con i due personaggi persi di nuovo nel vuoto di un purgatorio asfissiante.
Tutti e due sono chiamati a confrontarsi con la morte, ma mentre Dante non riesce davvero mai ad elaborare il lutto, è come sempre Randal a scoprirsi più maturo di quanto si potesse sospettare, usando l'esperienza di quasi fine-vita per trovare un nuovo inizio, che prende le forme del meta-film sulle loro esperienze da commessi.



Il reboot che Smith sbeffeggiava in precedenza diventa mezzo salvifico e si diverte come un matto a far reinterpretare a Brian O'Halloran e Jeff Anderson le scene dei primo film con 25 e rotti anni in più sul groppone. Il che lo porta anche indirettamente a riflettere sul lascito di quel film: se non ci fosse stato, anche lui, forse, sarebbe ancora confinato al Quick Stop Grocery ad immaginare una vita migliore, a contare i "se fosse" e "se avessi", con un alone di tristezza tangibile che rende la storia quantomai empatica anche al di là della tematica della morte.
Eppure, come in molti suoi film recenti, non c'è vera realizzazione, né la piena maturazione delle idee di base. L'importanza del lutto e del suo superamento non trovano catarsi, non di certo grazie a quel colpo di scena un po' raffanzonato che di certo non colpisce quanto dovrebbe e che tantomeno aiuta a trovare una chiusura ideale al tutto.
Quel che è peggio, l'umorismo non raggiunge neanche per sbaglio le vette dei capitoli precedenti. I dialoghi su "Star Wars" non hanno mordente, neanche quando Randal spiega ad Amy Sedaris la bellezza di "The Mandalorian" e non ci sono più di tanti riferimenti al cinema pop odierno, come se questo terzo capitolo vivesse in un vuoto distaccato dal resto dell'esistenza. Le battute sconce non sono ilari, è intelligenti e persino lo sketch dove il cristianissimo Elias diventa un "satanista rinato" risulta fiacco, anche perché ripetuto sino allo sfinimento.




Un terzo capitolo decisamente in tono minore, questo "Clerks III". Un conclusione (si spera temporanea) all' Askewniverse che di certo non rende giustizia a quanto di buono fatto in passato, né al potenziale dato da personaggi e situazioni. E si spera davvero che Smith ritrovi la grinta al più presto.

martedì 29 novembre 2022

Boiling Point

di Philip Barantini.

con: Stephen Graham, Vinette Robinson, Alice Feetham, Ray Panthlaki, Malachi Kirby, Hannah Walters, Izuka Hoyle, Taz Skylar, Lauryn Ajufo, Jason Felmyng.

Drammatico

Regno Unito 2021














Lavorare nella ristorazione è un inferno e chiunque vi abbia preso parte può confermarlo. Se l'apparenza deve essere perfetta, dietro il velo si celano drammi insostenibili, appaiati ad una pressione lavorativa che talvolta sfiora il ridicolo. 
Come rendere questa situazione di puro caos? Forse il piano sequenza è davvero lo strumento filmico più azzeccato. Non per nulla, già nel 2007 l'italiano "Valzer" presentava un'unica inquadratura per dar vita allo stress lavorativo, questa volta di un hotel. Philip Barantini adatta invece lo strumento al mondo della cucina e con "Boiling Point" espande un suo cortometraggio di 22 minuti in un'inqadratura di 88, contando sempre su di un solido Stephen Graham nei panni del protagonista Andy. Ma alla fine il tutto risulta purtroppo superficiale.



Il setting è dato: un ristorante, rinomato ma alla mano, durante il periodo natalizio. Andy è costretto a tirare le fila sia dietro che davanti ai fornelli, in una costruzione in crescendo che lo porterà al punto di rottura del titolo. Nel mezzo, un girotondo di clienti razzisti, influencer fastidiosi, un critico culinario con mire espansionistiche e un gruppo di collaboratori con le proprie idiosincrasie.
Da questo punto di vista la narrazione è perfettamente riuscita, inanellando una serie di disgrazie che si sommano sino ad esplodere. La struttura è anche azzeccata: seguendo il protagonista e tramite lui il pugno di personaggi che lo circonda, riusciamo davvero a percepirne lo stress, sia fisico che emotivo.




Ma la scelta formale si rivela alla fine arma a doppio taglio: manca il tempo necessario per approfondire i personaggi secondari e i loro drammi, i quali finiscono per restare sullo sfondo; le loro storie sono anche interessanti e ben rispecchiano le disavventure tipiche di molti lavoratori del settore (e non), ma la descrizione breve seppur decisa non rende loro giustizia. 
Alla fine si resta più che altro freddi dinanzi agli eventi, persino quando questi precipitano. La scelta di usare una forma tanto precisa finisce per stritolare la storia e benché il lavoro di cast e regia sia encomiabile, non si può certo definire "Boiling Point" come un'opera del tutto riuscita.

lunedì 28 novembre 2022

R.I.P. Albert Pyun



 1953 - 2022

Ma alla fine, Albert Pyun è davvero stato uno dei peggiori registi al mondo?
Certo, a guardare roba impresentabile come i sequel della serie "Nemesis", "Ticker" o l'improbabile "Capitan America" del 1990 si potrebbe dire di si. Ma al suo attivo aveva anche pellicole decisamente più riuscite, come l'esordio "The Sword and the Sorcerer" e "Adrenalina", quindi forse l'epiteto di "peggior regista di sempre" era esagerato. 
Il suo mestiere era innegabile e ha semplicemente avuto la sfortuna di dover dirigere B-Movie a budget ridicoli. Tra i quali, per fortuna, ogni tanto spuntava qualcosa di valore, a ricordarci di come anche lui, in realtà, sapesse il fatto suo.

sabato 26 novembre 2022

Clerks II

di Kevin Smith.

con: Brian O'Halloran, Jeff Anderson, Rosario Dawson, Trevor Fehrman, Jason Mewes, Kevin Smith, Jason Lee, Ethan Supplee, Jennifer Schwalbach, Jake Richardson.

Commedia

Usa 2006














Dodici anni dopo "Clerks", il cinema americano non è più lo stesso. Il revival del cinema d'autore ha lasciato spazio al ritorno dei blockbuster, mentre il cinema indie si è ritagliato un piccolo spazio solo talvolta commercialmente rilevante. Kevin Smith, dal canto suo, ha continuato una carriera bene o male coerente, ha diretto qualche film davvero ben riuscito ("Chasing Amy"), qualcun altro decisamente meno ("Mallrats" e "Dogma") e ha persino sfiorato la possibilità di prendere parte ad un film di supereroi ("Superman Lives"). 
Ma a metà degli 2000 qualcosa va storto: "Jersey Girl", il suo film più costoso e meno personale, non solo si rivela un flop, ma viene anche considerato come un semplice veicolo per sfruttare la fama dell'amico Ben Affleck. Qualcosa si rompe e l'enfant prodige degli anni '90 si rende conto di dover fare un passo indietro, tornare ad una dimensione più personale. Si ricorda così di una promessa fatta all'amico Jason Mewes su di un possibile sequel del suo esordio; e anche a causa dei problemi di dipendenza da alcool e droga di quest'ultimo, decide di mettere davvero in cantiere una continuazione della vita di Dante e Randal, nonostante quell'universo narrativo, l' "Askweniverse", fosse teoricamente terminato nel 1999. Riportati a bordo anche Brian O'Halloran e un inizialmente ributtante Jeff Anderson, Smith torna in piena forma dirigendo un sequel che fa crescere i suoi personaggi e che resta tutt'oggi foriero di alcuni dei migliori sketch di tutta la sua filmografia.




Che fine hanno fatto i due cazzoni più simpatici degli anni '90? Semplice: nessuna. 
Dieci anni dopo, sono ancora a lavorare al Quick Stop Grocery e all'adiacente videoteca. Questo finché una mattina il negozio non prende fuoco. I due vengono così assunti al fast food "Mooby's" e Dante è ora alla vigilia dalla partenza dal natio New Jersey con la sua ragazza e prossima moglie Emma (Jennifer Schwalbach, nella realtà moglie di Smith), ma sembra avere fin troppa affinità con il suo capo, la bella e simpatica Becky (Rosario Dawson).




Dante e Randal sono cresciuti... più o meno. Il primo ha messo la testa a posto, sta per lasciare il Jersey e diventare finalmente un adulto, mentre il secondo è ancora il fannullone sboccato di sempre. Ma è davvero così?
Dante forse non vuole davvero una vita lontana da casa, con una donna a cui piace, ma che non ama. La sua vera anima gemella è Becky, non solo attraente, ma anche dotata di una simpatia fuori dal comune. E Randal sarà anche sempre perso nella sua pochezza, ma ha le idee chiare: quella dell'amico non è maturità, ma spirito conformativo. Se nel primo film i due erano persi in una vita vuota, ora rischiano di trovare un senso che però non li appartiene, trovare una forma di realizzazione che altro non è se non un dettame di una società della quale restano e resteranno comunque ai margini. E la realizzazione questa volta non arriva grazie al deus ex machina Silent Bob (il quale per la prima volta non dice nulla di importante per l'evoluzione della trama), ma grazie ad un confronto diretto e accorato tra i due protagonisti. Il loro è un grido di libertà a tutti i trentenni del mondo: non sentitevi obbligati a fare nulla, cercate voi la vostra strada. Ed in un beffardo gioco del destino, alla fine Smith li fa tornare al punto di partenza, a quel passato in bianco e nero che in teoria si erano lasciati alle spalle all'inizio, ma che ora ha un nuovo significato, più vivo e importante che mai.




Diventare adulti non significa tradire sé stessi, non vuol dire perdere la propria anima. E Smith lo sa al pari dei suoi personaggi, ecco perché costruisce questo seguito con una struttura del tutto simile al primo, nuovamente basata su dialoghi briosi e folli. I quali vanno oltre la tradizione del regista e si configurano come gag davvero irresistibili, delle quali almeno due sono da antologia, ossia l'incredibile dissertazione di Randal sul termine "porch monkey" e il dialogo che lui stesso ha con il giovane imberbe Elias e la sua impossibilità di avere rapporti con la fidanzata a causa del troll che vive nella di lei vagina... mentre in sottofondo parte la marcia funebre di "Shining". Ma si potrebbe citare anche la sequenza di Kinky Kelly, che da sola vale l'intera visione.




Lasciatosi alle spalle in bianco e nero sgranato dell'esordio, "Clerks II" vive di colori sfavillanti, come il giallo sgargiante del Mooby's; e Smith si concede persino un timido numero musicale, giusto per dare spazio ad un budget più alto che in passato. Ma la colonna portante è sempre data dai dialoghi, al solito immersi in una cultura pop pulsante, ma che viene costantemente messa alla berlina. La generazione X è cresciuta e i suoi gusti non sono più quelli dominanti: affianco alla trilogia per antonomasia, ossia quella di "Star Wars", ora c'è quella de "Il Signore degli Anelli" di Jackson ad insidiarne il trono. Ma anche quella "trilogia prequel" che ne ha infangato i fasti. E Smith si diverte come un matto a far scontrare i fanboy e a defecare sulla sacralità di entrambi i franchise, benché lo faccia con amore e più rispetto di quanto si possa credere.




La scommessa alla fine è vinta: Smith è riuscito a ritrovare lo smalto perduto e "Clerks II" finisce paradossalmente per essere tutt'oggi uno dei suoi film migliori e tranquillamente annoverabile tra i migliori sequel di sempre.

giovedì 24 novembre 2022

The Menu

di Mark Mylod.

con: Anya Taylor-Joy, Ralph Fienness, Nicholas Hoult, Hong Chau, Janet McTeer, John Leguizamo, Paul Adelstein, Aimee Carrero, Reed Birney, Judith Light.

Thriller/Grottesco

Usa 2022















---CONTIENE SPOILER---

La cucina è davvero arte? Difficile dirlo. Dopotutto si tratta pur sempre di un mezzo che permette di assaporare sensazioni più che effimere, che durano giusto il tempo della disgregazione nel palato per poi sparire nel nulla. Fenomeno esasperato ai tempi della cucina molecolare, delle porzioni inesistenti, dei piatti tanto barocchi nel concept quanto scarni nella consistenza e nella durata nei sapori.
Gli chef sono, di conseguenza, veri artisti? Anche questa è una domanda dalla ardua risposta. Quel che è certo è che il successo dell'alta cucina degli ultimi dieci anni ha creato dei veri e propri mostri, fenomeni mediatici saliti alla ribalta grazie al carattere inflessibile e insensibile, che si divertono più ad insultare avventori e collaboratori piuttosto che a regalare gusti efficaci. E che finiscono persino per diventare rivoltanti opinionisti sociali, come nel triste caso di Alessandro Borghese.
Negli ultimi tempi il cinema sta finalmente scoprendo l'orrore che si cela nel mondo della cucina. Già un annetto fa, "Pig" sbeffeggiava l'assurdità del tutto e quest'anno in sala c'è stato prima il purtroppo mal distribuito "Boiling Point", mentre in streaming il bel "The Bear", i quali hanno dato uno spaccato crudo della vita dietro i fornelli. "The Menu" rincara la dose e crea un affresco grottesco sulla follia della moda dei sapori, passando al tritacarne tanto i diabolici cuochi che si credono veri e propri artisti dal talento disumano. quanto gli stupidi avventori pronti a spendere tonnellate di quattrini pur di mangiare fesserie ricercate.




La struttura è quella di un folk-horror mischiata ad elementi slasher. Il gruppo di clienti viene invitato su di un'isola per una cena esclusiva, un luogo remoto, quasi selvaggio, nel quale compare persino un affumicatoio stile nordico che sembra uscito dritto dritto dal set di "Midsommar". Il gruppo è colorito, ma tra tutti è ovviamente la final girl di turno (Anya Taylor-Joy) a sospettare qualcosa, poiché l'unica a non credere nella "grandezza" della cucina d'elite. E lo chef, interpretato con piglio sottilmente demoniaco da un ottimo Ralph Fienness, è un vero e proprio Jigsaw del palato, un cerimoniere che usa la sua arte per concupire e poi distruggere le vittime.
Ma laddove l'ingegnere sadico della serie di "Saw" era un giustiziere vero e proprio che usava la violenza per punire soggetti socialmente riprovevoli, Slowik è invece un artista pazzo e a pezzi che si prende una rivincita del tutto personale verso chi gli ha fatto un torto. C'è ovviamente la coppia di critici culinari, rei di aver distrutto le carriere di una moltitudine di colleghi pur avendolo supportato in passato. Gli yuppie impiegati nell'azienda del mecenate, che resta in piedi grazie al malaffare. Il mecenate stesso, che ha mercificato la sua passione. Ma anche tutto quel gruppo di semplici degustatori in cerca di un'esperienza "artistica", coloro i quali hanno foraggiato la trasformazione della culinaria in un passatempo snob per ricchi, drenandone ogni gusto, desertificandone i contenuti, avvalorando le stravaganti e aride ricette della cucina molecolare. Non per niente, a salvare la situazione è un buon vecchio cheeseburger.




Lo sguardo di biasimo è rivolto tanto ai produttori, quanto ai consumatori. Laddove lo chef è uno psicopatico, l'idiozia del cliente medio viene incarnata principalmente dal personaggio di Nicholas Hoult, vero e proprio idiota follemente innamorato di una cultura culinaria della quale vorrebbe anche essere parte, ma che finisce per annientarlo. Il resto del gruppo è quanto ci si può aspettare da un ambiente del genere, ossia un gregge di borghesucci persi nell'ostentazione onanistica di un lusso effimero, la cui componente volgare è magnificamente incarnata da un sempre bravo John Leguizamo, qui nei panni di un attoruncolo i cui manierismi sono, per sua ammissione, ispirati a Steven Seagal.
La vena satirica si gonfia fino al grottesco. I tempi sono quelli della commedia nera, di una metafora deformata fino all'iperbole. Non per nulla, tra i produttori c'è quell'Adam McKay che ha fatto della satira demenziale la sua cifra stilistica. E l'intento parodico si palesa esplicitamente quando viene ripresa la grafica di "Chef's Table" per introdurre i piatti e quella di un qualsiasi reality di cucina per scandire i tempi della cena.




Laddove il registro grottesco funziona, non paga l'idea di declinare il tutto con la più classica struttura da horror. Tanto che il finale è ampiamente intuibile e finisce con il risultare stantio oltre che scontato. Ma forse non conta l'arrivo, quanto il viaggio: come in una cena vera e propria, si devono assaporare le singole portate, i singoli sapori, acidi e irresistibili, per ricordarci come, spesso, ci si lasci ammaliare a torto da mode tanto chic quanto vacue.