lunedì 9 gennaio 2023

The Fabelmans

di Steven Spielberg.

con: Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, Judd Hirsch, Seth Rogen, Keeley Karsten, Julia Butters, Chloe East, Sam Rechner, Oakes Fegley, Isabelle Kusman, David Lynch.

Usa 2022


















---CONTIENE SPOILER---

Forse per un autore, quando si arriva ad una certa età, diventa obbligatorio confrontarsi con il passato, con gli anni formativi, con la pre e post adolescenza per capire o anche solo illustrare quel momento che ne ha deciso il destino, fare un amarcord di ciò che fu per capire ciò che si è. E Steven Spielberg, a 76 anni, decide di dare forma filmica al ricordo, portare su schermo una rielaborazione del passato per illustrare al pubblico ciò che fu per lui. E ben avrebbe potuto fare una "tornatorata", idealizzarne tutti gli aspetti in modo ruffiano, dando come sempre al pubblico ciò che vuole. Invece, miracolosamente, fa l'esatto opposto e crea un ritratto drammatico e umano di un'esperienza personale forse mai davvero digerita.



Nel cinema di Spielberg, la famiglia è sempre stata un rifugio amorevole, un nido da proteggere e nel quale ritrovare conforto e amore nonostante tutti i mali presenti nel mondo (l'unica eccezione in tal senso è stata data in "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", restando per di più una pura parentesi per oltre quarant'anni). In "The Fabelmans" la famiglia è invece un crogiolo di dolore, tenuta in piedi dall'abitudine, il compromesso e la menzogna vera e propria Il tutto a causa delle figure femminili (e in questo Spielberg va in controtendenza rispetto al cinema woke odierno che vuole la donna ferma nella dicotomia vittima/guerriera); la prima figura negativa introdotta è quella della nonna paterna, vera e propria "matrigna ebrea" che si compiace di insultare chiunque le capiti a tiro per sentirsi superiore a tutti.
Il vero perno del dolore, il fulcro sul quale poggia la futura disgregazione, è però la madre, vista come donna passionale e talentuosa, ma al contempo egoista e umorale. Quello di Mitzi Fabelman è il personaggio più antipatico mai apparso nella filmografia spielberghiana e ben potrebbe rientrare in un'ideale top 10 dei personaggi più sgradevoli mai apparsi su schermo. E' una donna che ha a cuore solo il suo benessere, pur volendo ricoprire il ruolo di madre di famiglia, che non si cura di come la sua relazione extraconiugale possa influire sul marito e i figli e che ha un vero e proprio crollo psicologico quando non può più soddisfarla. E a Spielberg non interessa riconciliarsi con questa figura materna immatura e scomoda: persino quando potrebbe perdonarla, si limita ad accettarla, al massimo a sottolineare come il suo carattere egocentrico sia simile a quello del suo alter-ego filmico, il protagonista Sammy. E la scelta di far interpretare questa donna orrenda nella bellezza a Michelle Williams risulta vincente, poiché riesce incarnarne perfettamente l'indole bambinesca e i manierismi ai limiti dello snob.




Questa descrizione disincantata della famiglia come menzogna collettiva accettata per puro quieto vivere, per quanto acida, risulta più sincera di quanto Spielberg abbia fatto in proposito in tutta la sua carriera e "The Fabelmans" diventa di conseguenza il suo film più schietto (anche se il più sentito resterà forse per sempre "Schindler's List").
Dall'altra parte c'è lui, Sammy, il vero centro della narrazione, alter-ego di Spielberg con il quale rievoca la nascita della passione per il cinema, quello shock dopo la visione de "Il più grande spettacolo del mondo", quel treno che deraglia ricostruito ossessivamente con i giocattoli, preludio ai filmini amatoriali con i quali affinerà sia la passione che la tecnica. La quale culmina con le riprese di "Escape to Nowhere", quel piccolo corto più volte citato dall'autore dietro le quinte di "Salvate il Soldato Ryan" del quale potrebbe quasi inteso come una precoce prova generale e le cui riprese vengono qui rievocate in modo simpatico, con la vera macchina da presa che crea un movimento impossibile per i mezzi che aveva all'epoca.



"The Fabelsman" diventa così uno spaccato sito nel mezzo della ardua realtà e della passione escapista, rifuggendo definitivamente da quell'idealizzazione falsa e ricattatoria di tante operazioni simili e già questo da solo ne sancirebbe l'ottimo valore. Ma Spielberg riesce persino ad andare oltre.
Nella terza parte del racconto, porta in scena il trasferimento in California e quando sembra che tutto debba scadere nell'ovvio, con il piccolo ebreo Sammy picchiato dai bulli antisemiti, la sorpresa è dietro l'angolo: la creazione del filmino per le vacanze estive della classe è l'occasione che porta l'autore a riflettere, praticamente per la prima volta nella sua carriera, sulla forza manipolativa del cinema. Quei personaggi così antipatici al di fuori e così fragili all'interno divengono, nell'occhio del protagonista, degli eroi olimpici, con il bullo Logan trasformato in un eroe mitico, mentre il giovane psicopatico Chad viene disvelato per la creatura infelice che è. Il che porta Logan ad una crisi, ad affrontare i suoi limiti in una confessione tanto violenta quanto catartica, forse il vero punto nevralgico del film: proprio come lui, è lo stesso Spielberg ad affrontare i suoi demoni riguardandoli su schermo, con il segreto del tradimento della madre a sua detta portato in silenzio per anni.



E poi c'è ovviamente quel finale già diventato di culto: John Ford appare all'aspirante filmmaker e rievoca il suo famoso discorso sull'importanza dello spazio nell'inquadratura. E far interpretare il regista americano più importante di sempre (secondo forse solo a David Wark Griffith) a David Lynch, ossia uno dei più grandi artisti viventi, è semplicemente un colpo di genio prima ancora che un accorato omaggio alla bellezza del cinema.



"The Fabelmans" trova così il suo valore nell'anticonvenzionalità della storia, nella sua volontà di rievocare il passato senza abbellirlo e anzi volendolo affrontare a viso aperto. Non il film migliore di Spilberg in assoluto, né il capolavoro che molti decantano, ma sicuramente un'opera sincera e forte e per questa tra le migliori della sua lunga carriera.

venerdì 6 gennaio 2023

Glass Onion- Knives Out

Glass Onion- A Knives Out Mistery

di Rian Johnson.

con: Daniel Craig, Edward Norton, Janelle Monàe, Kathryn Hahn, Dave Bautista, Kate Hudson, Leslie Odom Jr., Madelyn Cline, Jessica Henwick, Noahn Segan.

Commedia/Mystery

Usa 2022














Nonostante sia stato silurato dal franchise di "Star Wars" tramite un vero e proprio plebiscito (e a torto), Rian Johnson può ben consolarsi con un'altra serie di successo, ossia quella di "Knives Out", che sembra davvero lanciata verso la continuità. Nata come decostruzione del murder-mystery classico con il bel primo capitolo, con "Glass Onion" trova una sorta di variazione interna che la trasforma ora in un omaggio accorato al "genere" che al contempo vuole svecchiarlo senza però disconoscerne la tradizione.



Torna il whuddonnit, con un mistero vero e proprio riguardante il colpevole dell'omicidio di turno; una formula in parte più classica, per quanto classico possa essere un film di Rian Johnson; ecco perché tra i tanti camei extralusso compare anche quello della compianta Angela Lansbury.
Ma con la stessa velocità con cui il classicismo viene introdotto, viene al contempo aggiornato alla modernità. Al film interessa più che altro la descrizione del cast di idioti che forma il circolo di amici del riccastro Miles Bron (Norton), tutti incarnanti aspetti vomitevoli dei cosiddetti "ricchi moderni": c'è ovviamente la senatrice ecologista d'accatto (Kathryn Hahn), uno scienziato edonista e superstar (Leslie Odom Jr.), una vera e propria influencer idiota (Kate Hudson) il cui ideale opposto è lo youtuber sciovinista cretino e mammone (Dave Bautista) accompagnato dalla moglie-pupa (Madelyn Cline), oltre all'elemento di disturbo, dell'ex socia tradita e scaricata (Janelle Monàe), unico elemento di empatia e sottostante bontà del gruppo. Il tutto coronato da lui, l'ormai mitico Benoit Blanc (Daniel Craig), gustosissima parodia dell'investigatore geniale.



Johnson passa al tritacarne questo cast di odiosi arrivisti, ma ovviamente a fare la figura peggiore è l'anfitrione, un riccone buono a nulla che si scopre essersi arricchito con l'inganno, archetipo sin troppo veritiero, tanto che ha dovuto specificare come in realtà non sia ispirato a nessuno, ma è davvero difficile non vederci la spregiudicatezza di Mark Zuckenberg o la sbruffonaggine idiota di Elon Musk. Il suo intento in fondo è tutto qui, ossia quello di distruggere questi personaggetti, queste macchiette dall'umanità fin troppo vivida, così caricaturali eppure al contempo così dannatamente veritieri. E ci riesce in pieno, visto che gli si riesce ad odiare nonostante abbiano il volto di ottimi e stimati attori.



Il mistero, a sua volta, regge bene, nonostante il colpevole sia anche in parte intuibile, anche grazie alla costruzione della storia, fatta di strati sempre più complessi, come la cipolla del titolo. Ciò che conta è comunque la risoluzione, il movente e ovviamente la punizione, quello sfanculamento urlato a squarciagola e quantomai meritato.
Per questo, sia come seguito che come mystery preso a sé stante, "Glass Onion" funziona a dovere e si spera davvero che la serie di "Knives Out" possa regalare ulteriori capitoli di questo livello.

mercoledì 4 gennaio 2023

Christmas Bloody Christmas

di Joe Begos.

con: Riley Dandy, Sam Delich, Jonah Ray, Dora Madison, Jeff Daniel Phillips, Abraham Berubi, Graham Skipper, Joe Begos.

Horror/Splatter

Usa 2022



















Tra le tradizioni natalizie oramai consolidate, non può di certo mancare quella della pellicola horror tipo, che ogni anno arriva puntuale a speziare con un po' di sano sangue le festività. Quest'anno c'è anche l'imbarazzo della scelta, visto che ad arrivare su schermo c'è anche il piccolo "The Mean One", dove David Howard "Art il Clown" Thornton interpreta una versione trucida del Grinch.
C'è poi Joe Begos, cineasta indie e dalla forte indole retrò, che si sta forse specializzando in merito, visto che già nel 2019 aveva concesso un po' di sangue natalizio in "Bliss" e che quest'anno decide di alzare il tiro con "Christmas Bloody Christmas", dirigendo un horror con un nuovo Babbo Natale assassino; ma l'esito è purtroppo dimenticabile.




Si parte da una premessa non proprio originale: per qualche strano motivo, un androide militare viene riutilizzato come animatronic natalizio da usare nei mall per evitare che il Babbo Bastardo di turno molesti i bambini. Ovviamente le cose non vanno bene, come da copione il robot regredisce alla programmazione originaria e comincia una strage efferata.
L'eco di "Classe 1999" è forte e questo RoboSanta armato di ascia vorrebbe essere una sorta di omaggio al Billy di "Silent Night, Deadly Night", ma la premessa risulta persino più cretina che in "Classe 1999" e tutto il film non ha di certo lo charme del classico slasher di Charles E.Sellier Jr. Sul primo punto si può anche soprassedere, visto che Begos lo introduce in modo quasi parodistico, tramite un finto spot pubblicitario che arriva su schermo dopo quello del regalo dell'anno, ossia un liquore per tutta la famiglia. Sul secondo, purtroppo, ci si deve accontentare.





La strage di questo Babbo Nasale meno simpatico alla fin fine risulta appiattita da una regia che non riesce a trovare la giusta tensione se non nell'ultimo atto. La scelta di costruire le sequenze alternando i primi omicidi con le chiacchere dei due protagonisti finisce per azzerare il coinvolgimento emotivo; i personaggi, pura carne da macello, vengono squartati con gusto, ma poco o nulla viene trasmesso allo spettatore, il quale deve così consolarsi ascoltando la bella colonna sonora, che mischia sapientemente synth e hard rock, o ammirando la bella fotografia, che cassa ogni luce neutra in favore di monocromismi d'antan alla luce nera che violentano gli occhi che è un piacere.




Begos, dal canto suo, si diverte come un matto a immergere il tutto in un'atmosfera vintagexploitation un po' hipster, con i personaggi che si scannano su quale sia il miglior album dei Metallica o quale sia il miglior capitolo di ciascuna serie horror, con tanto di sfanculamento alla Blumhouse e al suo orrido "Black Christmas"; e lo fa con una verve tale che tutti i personaggi sono vestiti all'ultima moda del 1982 e la protagonista lavora in un negozio che vende LP e VHS pur vivendo nel XXI secolo, ma per lo meno ha l'onestà intellettuale di caricare il tutto con la giusta dose di umorismo, stemperando il velleitarismo proprio di tanti altri hipster che usano i dialoghi dei personaggi per statuire le proprie passioni filmiche o musicali. Qui no e anzi si cerca di ridicolizzare persino i gusti della protagonista, la quale adora tutti i capitoli peggiori delle varie serie horror classiche.




Per il resto, purtroppo, non si può certo dire che "Christmas Bloody Christmas" sia un film riuscito, tantomeno memorabile, che, anzi, spesso finisce persino per scadere nella noia, vero peccato mortale per un quello che dovrebbe essere un B-Movie puro e semplice.

lunedì 2 gennaio 2023

Rumore Bianco

White Noise

di Noah Baumbach.

con: Adam Driver, Greta Gerwig, Don Cheadle, Jodie Turner-Smith, André L.Benjamin, Raffey Cassidy, Sam Nivola, Kenneth Lonergan, May Nivola.

Usa, Regno Unito 2022















Don DeLillo è sicuramente tra gli scrittori americani più interessanti della seconda metà del Novecento; dotato di una prosa barocca, sapientemente esasperata da dialoghi densi e ricercati, narra storie che anche a distanza di decenni risultano urgenti, quindi talvolta profetiche. Basti vedere quello che aveva preconizzato già nel 2003 con "Cosmopolis", poi magnificamente portato su schermo da David Cronenberg, con il quale sviscerava in modo freddo e inquietante la deriva post-umana dell'era digitale. E "White Noise" non è certo un'opera da meno, che con la sua riflessione sul rapporto dell'essere umano con il concetto di morte crea uno spaccato la cui vena grottesca amplifica la tragicità intrinseca. E che ora arriva su schermo, purtroppo praticamente solo quello di casa, grazie a Noah Baumbach.




Una storia sulla paranoia, la paura della morte, quella certezza che vive latente nella coscienza di ciascuno ma che si palesa solo a tratti, generando un timore primordiale. Il "rumore bianco" altro non è se non un pensiero che fa da sottofondo costante alla vita, ma anche la preconizzazione di una morte come silenzio assoluto interrotto solo dai rumori dei vivi, che si confondono sino a diventare un unica cacofonia atona.
Jack (incarnato da un Adam Driver camaleontico, che somiglia ad uno Steve Coogan sovrappeso) e famiglia si ritrovano così ad affrontare la coscienza del decadimento fisico. Jack, in particolare, sembra dover confrontarsi costantemente con questa realizzazione. Lui, professore universitario specializzato nella biografia di Adolf Hitler, traccia un paragone esaltato tra l'acclamazione delle "folle oceaniche" ai propri beniamini e le veglie funebri, sottolineando come tra l'apice della vita e il principio della morte non vi sia differenza, il tutto mentre la tragedia inattesa si consuma a pochi kilometri di distanza.



Una tragedia che altro non è se non una parentesi nella vita dei personaggi. Un incidente che sembra uscito da un film di Romero, una "pandemia" ante literam (che Baumbach si diverte a descrivere come un'anticipazione di quella del 2020), che causa morte e distruzione, ma che per fortuna finisce "solo" per acuire la coscienza dei personaggi. La morte, che fino ad allora era rimasta nello sfondo del subcosciente, diventa certezza e il grado di paranoia aumenta esponenzialmente.
Anche Babette (Greta Gerwig) si scopre schiacciata dal peso della paura, da cui la dipendenza dal dylar, farmaco che in teoria dovrebbe alleggerirne gli effetti collaterali, ma che finisce per essere solo l'ennesima "pillola della felicità" ingurgitata automaticamente alla vana ricerca di uno stordimento salvifico. La ricerca di una forma di salvezza dalla coscienza diventa così un imperativo, con tutte le conseguenze possibili.



Ma è davvero realistico pensare di poter eliminare una forma di coscienza del genere? DeLillo sa di no e arriva persino a chiamare in causa la religione, vista come organizzazione necessaria al fine di fornire quantomeno un balsamo per lenire il dolore, anche se non c'è un Dio in cielo e anche se persino i suoi ministri talvolta non credono alla sua esistenza. E anche quando tale istituzione fallisce, è nel rapporto famigliare che si può trovare una fonte di consolazione; perché, se la vita è un gigantesco supermercato/viatico per un altro mondo, ci siamo tutti dentro ed è bene ballarci tutti assieme.



Ma Baumbach è davvero il cineasta più adatto a traslare le pagine di DeLillo su schermo? Forse no.
Il suo entusiasmo per la fonte è forte e avvertibile in ogni scena, con i bellissimi dialoghi magnificamente portati in scena e sapientemente recitati dall'ottimo cast. Ma la mano dell'autore vacilla quando si tratta di dare forma ai risvolti grotteschi della storia, i quali trovano una messa in scena pulita, ma mai dotata di quella forma di beffarda anarchia gli avrebbe resi davvero memorabili. In questo, si avverte davvero l'assenza di un filmmmaker seriamente geniale e follemente cinico, quale potrebbe essere Terry Gilliam o anche il Joe Dante di "Matinee". Nelle loro mani, questo adattamento sarebbe davvero potuto essere memorabile, così com'è è invece solo ben fatto e nulla più.

lunedì 26 dicembre 2022

Una Notte Violenta e Silenziosa

Violent Night

di Tommy Wirkola.

con: David Harbour, John Leguizamo, Leah Brady, Alex Hassell, Beverly D'Angelo, Alexis Louder, Edi Patterson, Brenda Fletcher, Andre Eriksen, Alexander Elliot, Mitra Suri.

Azione/Fantastico

Usa, Canada 2022













Tommy Wirkola è un filmmaker che si compiace delle sue stesse idee bizzarre. Siano esse fatte di nazisti sopravvissuti al '45 rifugiandosi su di una base lunare o Hansel e Gretel sexy cacciatori di streghe, quello che gli interessa è creare storie strampalate per divertirsi come un matto nel portarle in scena, anche se poi i suoi film finiscono per soffrire proprio a causa di un'esecuzione claudicante.
Non fa eccezione "Violent Night", action fantastico con un un Babbo Natale ultraviolento la cui idea di base è anche interessante, ma sviluppata in modo a tratti sonnolento.



Idea che altro non è se non la più classica rielaborazione del canovaccio di "Die Hard", citato anche esplicitamente. Durante la notte della Vigilia, un Babbo Natale disilluso si ritrova suo malgrado bloccato nella casa di una famiglia di ultramilionari durante una rapina in corso. La sua missione, oltre a salvare la pelle, è quella di proteggere la piccola Trudy, che crede ancora nello "spirito natalizio".



E "Die Hard" è per l'appunto il nume tutelare, con le dinamiche tra personaggi ad essere riprese pari pari dal classico di McTiernan. Torna un protagonista stanco anche se sempre letale che ha una linea diretta con un altro personaggio, con il quale si allea per salvare la situazione; un'ambientazione unitaria, data da una villa al posto del grattacielo della Nakatomi; un pugno di rapinatori spietati guidati da un leader carismatico (che qui ha il volto di John Leguizamo). A queste, Wirkola aggiunge un omaggio a "Mamma ho perso l'Aereo", con gli iconici trabocchetti rielaborati in chiave splatter, per aggiungere un po' di pepe al tutto.
Ma la vera identità viene data dalla caratterizzazione dei personaggi. Passi per il Babbo Natale di David Harbour, vero e proprio cliché del "Babbo Bastardo" disilluso e schifato dalla deriva materialista delle feste, certamente non originale e al quale viene persino negata una origin-story completa, finendo per colpire grazie al carisma del suo interprete, la famiglia in ostaggio è un coacervo di "tipi antipatici" che nella sua ansamble trova una sua ragion d'essere, con una figlia volitiva e volgare, un nipote GenZ al quale si vorrebbe davvero far esplodere la testa, un genero attore cretino e un matriarca mostruosa perfettamente incarnata da una rediviva Beverly D'Angelo. Nucleo controbilanciato dai "buoni" genitori di Trudy, tra i quali spicca un Alex Hassell la cui espressività pazza per una volta funziona davvero a dovere.



Wirkola si fa produrre il tutto da David Leitch, la cui passione per le coreografie è evidente, con le scazzottate eseguite come perfetti "balletti sanguinolenti", il cui stile non è però all'altezza di quanto visto in "Nobody" o nella serie su John Wick. 
Quel che affossa la visione è però una parte centrale inutilmente noiosa, dove storia e azione rallentano e vengono ingolfati da dialoghi a tratti inutili. Qui si dimostra di non aver capito la lezione di De Souza nell'imbastire lo script del classico con Bruce Willis: nel momento in cui la tensione della storia principale cala, bisogna bilanciare il tutto con i personaggi secondari; se in "Die Hard" si seguivano anche le vicende del duo di agenti del FBI, le quali tenevano alta la tensione, in "Violent Night" nulla viene dato per mantenere l'attenzione, che inevitabilmente scivola via per una buona mezz'ora.
Il che impedisce in definitiva a questo strambo clone di divenire quel piccolo classico natalizio che pur avrebbe potuto essere.

sabato 24 dicembre 2022

Festa in casa Muppet

The Muppet Christmas Carol

di Brian Henson.

con: i Muppet e Michael Caine.

Animazione/Fantastico/Commedia/Musical

Usa, Regno Unito 1992


















Con oltre trenta adattamenti per il grande e piccolo schermo, è davvero difficile stabilire quale sia la migliore trasposizione de "Il Canto di Natale" in audiovisivo. 
I cinefili più accaniti tendono ad individuarla nell'ancora oggi notevole "Lo Schiavo dell'Oro" del 1951, con un Alistair Sim semplicemente perfetto nel ruolo di Scrooge, ma da qualche anno, c'è una nuova tendenza, forse dovuta anche al ricambio generazionale e alla nuova apertura mentale che esso comporta; tra gli adattamenti più acclamati si profila così quel "Festa in Casa Muppet" che già alla sua uscita in sala ottenne un ottimo riscontro di critica e il cui valore oggi viene in un certo senso riscoperto.
Non bisogna neanche stupirsi di tale preferenza vista poi la sua ottima caratura; e sarebbe davvero facile darne il merito alla sola, strepitosa, performance di Michael Caine, ma per essere precisi è tutta l'opera di adattamento effettuata che risulta incantevole prima ancora che riuscita.




Un progetto che nasce sotto la stella del lutto; non solo quello per la scomparsa di Jim Henson, morto nel 1990 a soli 53 anni, ma anche per quella di Richard Hunt, storico animatore sin dai primissimi anni del Muppet Show, ai quali il film è dedicato. Brian Henson, figlio di Jim, si fa quindi carico oltre che della produzione, come suo solito, anche della regia, esordendo nel ruolo per portare avanti quello che  sarebbe stato un ritorno dei Muppet al cinema dopo quasi otto anni. Riesce poi a trovare un protagonista in Michael Caine, che ottiene la parte al posto di David Warner, cosa in realtà mai sperata: era impensabile che un attore di quel calibro, all'epoca, prendesse parte ad una produzione per bambini. E Caine, si sa, non è un attore qualunque, per questo prese la famosa decisione di preparare il ruolo come se dovesse recitare per la Royal Shakespeare Company, regalando uno dei migliori Scrooge mai apparsi su schermo.




"Festa in casa Muppet" traspone in maniera mirabolante lo spirito del "Canto di Natale". La catarsi di Scrooge è quanto mai cristallina e il fatto che sia mostrata tramite l'interazione con un un gruppo di pupazzi non la rende meno ammaliante, anzi forse ne aumenta il valore magico.
Il "casting" dei Muppet risulta quantomai azzeccato: Kermit, che per una volta cede il posto di protagonista della storia, risulta perfetto nei panni di Cratchit, così come i due vecchi burberi nel ruolo "sdoppiato" di Marley, l'ex socio di Scrooge; la trovata davvero geniale è però quella di includere lo stesso Charles Dickens, "interpretato" da Gonzo, che fa da narratore, cosa che permette di trasporre persino la bella prosa dickensiana su pellicola, poi messa in contrappunto dalle battute di Rizzo il Ratto, qui spalla di Gonzo, il quale aiuta ad alleggerire i toni.




Ed è proprio il lavoro fatto sul tono a stupire; un'unica concessione alla natura di "progetto per bambini" viene data dall'esclusione dei due figli scheletrici del Fantasma del Natale Presente; in compenso, il Fantasma del Natale Futuro risulta sempre inquietante e la sua visione tragica di un futuro funereo non viene alleggerita nemmeno dai due narratori, i quali vengono platealmente fatti uscire di scena per tutta la sequenza.
Perfette anche le rappresentazioni del Fantasma del Natale Passato, forse mai così così etereo, e di quello Presente, dalla paciosità strabordante.




Le canzoni sono come sempre affidate a Paul Williams, che anche qui compone pezzi simpatici e orecchiabili. Purtroppo, la colonna sonora ha ricevuto un colpo basso al montaggio: nella theatrical cut, poi distribuita anche in vhs e messa in streaming sul Disney+ di mezzo mondo, è stata tagliata la scena nella quale il personaggio di Belle intona la bella "When Love is Gone", forse la migliore composizione di tutto il film e la cui partitura è usata anche come tema nell'ultimo atto. Il che non solo priva il pubblico di una scena toccante, ma rende anche incompleta la simmetria del racconto: quando Scrooge siede al tavolo dei Cratchit al pranzo di Natale, intona infatti "When Love is Found", chiudendo il cerchio con il proprio passato. Ad oggi, l'edizione integrale del film è visionabile purtroppo solo sulla versione americana di Disney+, ma fortunatamente anche nella sua versione monca il film funziona a dovere.



Tanto che, tra una canzone cordiale e una battuta di spirito, tra la magnifica freddezza di Caine e l'irresistibile carica di simpatia dei Muppet, "Festa in casa Muppet" merita davvero di essere considerato come una delle migliori trasposizioni di Dickens mai apparse su schermo.

mercoledì 21 dicembre 2022

R.I.P. Mike Hodges



 1932 - 2022

Il nome di Mike Hodges resterà indelebilmente legato al cultissimo "Flash Gordon", ma bisognerebbe ricordarlo più per gli exploit hard boiled, primo fra tutti l'imprescindibile "Get Carter", prova di un talento davvero non comune forse mai davvero sfruttato a pieno.