lunedì 16 gennaio 2023

R.I.P. Gina Lollobrigida

 

1927 - 2023

Resterà per sempre famosa come "La Diva" del cinema italiano del Secondo Dopoguerra, grazie a quella sua sensualità verace e innata. Gina Lollobrigida ha incarnato perfettamente i canoni estetici di una nazione, ma è riuscita altresì a dare interpretazioni efficaci in classici come  "Achtung! Bandit!", "Torna a Settembre" e "Le Avventure di Pinocchio".

venerdì 13 gennaio 2023

The Pale Blue Eye- I Delitti di West Point

The Pale Blue Eye

di Scott Cooper.

con: Christian Bale, Harry Melling, Lucy Boynton, Simon McBurney, Toby Jones, Timothy Spall, Gillian Anderson, Harry Lawtey, Charlotte Gainsbourg, Robert Duvall, Hadley Robinson.

Thriller

Usa 2022












Se fosse uscito qualche anno fa, "The Pale Blue Eye" sarebbe stato il classico esempio di "bel film", quelle pellicole che pur non eccellendo in nulla, riescono lo stesso a conquistare il pubblico e persino la critica, configurandosi come una piacevole visione stagionale. E' un peccato che film del genere oramai non vadano più nelle sale, le quali sono dedicate esclusivamente ai blockbuster e a qualche pellicola d'autore pluripremiata, lasciando fuori onesti prodotti artigianali come questo. Perché Scott Cooper non sarà di certo un grande artista e questo suo omaggio a Edgar Allan Poe ha qualche sbavatura imperdonabile, ma nel complesso funziona davvero a dovere.



1830. All'accademia di West Point viene ritrovato il cadavere di un giovane cadetto, apparentemente suicida. Per investigare viene chiamato, in via ufficiosa, l'ex poliziotto Augustus Landor (Christian Bale), il quale viene presto affiancato da una giovane recluta affascinata dal caso: Edgar Allan Poe (Harry Melling).



L'idea alla base è semplice e interessante, quella di uno scrittore che si ritrova letteralmente catapultato in una delle sue opere, come già fatto da Wim Wenders e Francis Ford Coppola con Dashiell Hammett in "Hammett- Indagine a Chinatown" nel 1982. In questo caso lo script è basato sul romanzo omonimo di Louis Bayard del 2003 e prende le mosse dal punto di vista di un personaggio immaginario piuttosto che da quello del protagonista effettivo.
L'amore per l'opera di Poe è palpabile e perfettamente ricreato dall'atmosfera della messa in scena, senza mai scadere nello scolastico, lasciando sempre che sia il racconto a dettare tempi e tematiche; tanto che persino l'obbligatoria citazione de "Il Corvo" viene isolata in pochi fotogrammi.
Quella di "The Pale Blue Eye" è una storia alla Poe al 100%, in cui i personaggi sono mossi dalla paura della morte; fobia che si fa fascinazione sia per loro, sia per chi racconta. Su di tutto, aleggia l'ombra del sovrannaturale, evocato ma mai mostrato, una presenza fantasma che porta suggestioni oltremondane talvolta tangibili, ma sempre sfumate, contribuendo alla creazione di un'atmosfera affascinante.



Il mistero ha una costruzione classica e una risoluzione di certo non originale, ma lo stesso accattivante. A tenere lo spettacolo ci pensa in primis il cast, con un Christian Bale al solito in parte e Harry Melling che ritrae un Poe giovane ma già nel pieno della tempesta emotiva, enfatizzandone l'eccentricità e riuscendo al contempo a renderlo empatico. Robert Duvall concede un piccolo cameo, Gillian Anderson funziona anche se alle prese con un personaggio caricaturale; l'unica attrice ad essere in ombra è Charlotte Gainsourg, sprecata in un ruolo del tutto marginale che non le consente di brillare quanto avrebbe potuto.



La messa in scena del mestierante Cooper funziona, pur se priva di guizzi, ma trova una caduta di stile clamorosa nella scena del suicidio, che ben potrebbe indurre al riso. Per il resto, riesce a convincere, anche perché si affida quasi totalmente alla bella fotografia e alle note sempre ottime di Howard Shore.
"The Pale Blue Eye" riesce così a convincere e ad intrattenere a dovere. Un exploit di certo non memorabile, ma altrettanto certamente ben confezionato ed eseguito.

giovedì 12 gennaio 2023

BARDO, la cronaca falsa di alcune verità

Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades

di Alejandro Gonzalez Iñàrritu.

con: Daniel Giménez Cacho, Griselda Siciliani, Ximena Lamadrid, Iker Solano, Louis Couturier, Andrés Almeida, Clementina Guadarrama.

Messico 2022

















Iñàrritu è un cineasta dal grande talento e purtroppo ne è pienamente cosciente. Come tutti gli artisti sicuri della propria arte, era solo una questione di tempo prima che commettesse un passo falso. E quando ha cercato di vendere "The Revenant", vero e proprio "spaghetti-western d'autore" come un film "talmente bello che le sue immagini andrebbero proiettate in un tempio", era chiaro che il suo prossimo film sarebbe sicuramente stato un'opera il cui compiacimento sarebbe stato estremo.
In questo, il regista messicano non ha sbagliato e "Bardo" è il suo film più compiaciuto, più innamorato di sé, talmente fiero della sua bellezza da far saltare i nervi ad ogni inquadratura. Peccato che se ne siano accorti tutti, ecco perché le stroncature alla sua presentazione a Venezia. E peccato, soprattutto, che spesso quelle immagini siano pura masturbazione d'autore.



"Bardo" è una confessione, il punto fermo di un autore che cerca di dare un senso alla sua carriera fondendo ricordi, emozioni, sensazioni e pensieri vari. I paragoni con lo zibaldone di "8 1/2" non sono mancati e si potrebbe vedere nel capolavoro di Fellini un ideale punto di riferimento, ma Iñàrritu non ha la grazia del compianto maestro riminese, tantomeno la sua leggerezza, men che meno la sua profondità, neanche quella meramente stilistico-estetica.
Nel portare in scena il caos mentale ed emotivo del suo alter ego Silverio (Daniel Giménez Cacho), si ferma sempre, prepotentemente sulla superficie delle cose, senza mai cercare di dare davvero un significato alle immagini che non sia un puro ludibrio visivo. Il che raggiunge l'apice nella lunga sequenza dedicata al destino dei discendenti degli indigeni del Messico e del confronto con la figura di Cortez da parte di un uomo che è "più bianco dei bianchi" e che deve praticamente tutto al massacro perpetrato secoli addietro dai coloni spagnoli. L'incipit è scioccante e quando si arriva ad un tête à tête tra i personaggi, si sconfina subito in una suggestione meramente estetica che porta la narrazione a vivere verso un'inutile metareferenzialità.




Ma questo è solo uno dei tanti passi falsi commessi nel racconto. Il dualismo ideologico verso gli Stati Uniti, odiati in quanto colonizzatori culturali, adorati in quanto fonte di riconoscimenti artistici, viene  rievocato più volte, ma non si giunge mai ad un giudizio in merito, né questa mancanza di giudizio assurge mai ad elemento intellettuale forte, facendo restare la questione del tutto sospesa. Allo stesso modo, la figura di Slivano, borghese dalle idee rivoluzionarie, resta sempre nel limbo dell'indecisione ideologica, venendo a tratti caricata di attributi negativi (la scena dell'ingresso in spiaggia vietato alla servitù), talvolta ritratto come vittima (la scena ad essa speculare, dell'ingresso negli Stati Uniti, dove non gli viene formalmente riconosciuta la cittadinanza da parte di una guardia di etnia nativo-messicana).
Quando poi si decide di dare una catarsi nel rapporto tra personaggi, questo scivola talvolta verso il ridicolo, come nella scena dell'incontro tra il protagonista e il padre, in teoria commovente, nei fatti ridicola a causa dell'insensata decisione di ritrarlo come uno sgorbio in CGI; talatra, invece, si resta nuovamente sulla superficie, come nel rapporto con i figli, soprattutto con quello mai nato.




Laddove il bardo del titolo è un riferimento alla via di mezzo tra la vita e la morte secondo il buddhismo, "Bardo" più che un compromesso è un urlo a squarciagola, la statuizione di grandezza di un autore la quale risuona vacua e compiaciuta, come nella scena madre in cui Silvano balla su note che solo lui sente. Questo è alla fine il lavoro e la posizione di Iñàrritu, quella di un artista che non accetta compromessi di sorta, tira avanti per la sua strada e finisce per perdere di vista tutto, alienando ogni possibile empatia (sia verso la forma che la sostanza), firmando il suo peggior film.

lunedì 9 gennaio 2023

The Fabelmans

di Steven Spielberg.

con: Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, Judd Hirsch, Seth Rogen, Keeley Karsten, Julia Butters, Chloe East, Sam Rechner, Oakes Fegley, Isabelle Kusman, David Lynch.

Usa 2022


















---CONTIENE SPOILER---

Forse per un autore, quando si arriva ad una certa età, diventa obbligatorio confrontarsi con il passato, con gli anni formativi, con la pre e post adolescenza per capire o anche solo illustrare quel momento che ne ha deciso il destino, fare un amarcord di ciò che fu per capire ciò che si è. E Steven Spielberg, a 76 anni, decide di dare forma filmica al ricordo, portare su schermo una rielaborazione del passato per illustrare al pubblico ciò che fu per lui. E ben avrebbe potuto fare una "tornatorata", idealizzarne tutti gli aspetti in modo ruffiano, dando come sempre al pubblico ciò che vuole. Invece, miracolosamente, fa l'esatto opposto e crea un ritratto drammatico e umano di un'esperienza personale forse mai davvero digerita.



Nel cinema di Spielberg, la famiglia è sempre stata un rifugio amorevole, un nido da proteggere e nel quale ritrovare conforto e amore nonostante tutti i mali presenti nel mondo (l'unica eccezione in tal senso è stata data in "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", restando per di più una pura parentesi per oltre quarant'anni). In "The Fabelmans" la famiglia è invece un crogiolo di dolore, tenuta in piedi dall'abitudine, il compromesso e la menzogna vera e propria Il tutto a causa delle figure femminili (e in questo Spielberg va in controtendenza rispetto al cinema woke odierno che vuole la donna ferma nella dicotomia vittima/guerriera); la prima figura negativa introdotta è quella della nonna paterna, vera e propria "matrigna ebrea" che si compiace di insultare chiunque le capiti a tiro per sentirsi superiore a tutti.
Il vero perno del dolore, il fulcro sul quale poggia la futura disgregazione, è però la madre, vista come donna passionale e talentuosa, ma al contempo egoista e umorale. Quello di Mitzi Fabelman è il personaggio più antipatico mai apparso nella filmografia spielberghiana e ben potrebbe rientrare in un'ideale top 10 dei personaggi più sgradevoli mai apparsi su schermo. E' una donna che ha a cuore solo il suo benessere, pur volendo ricoprire il ruolo di madre di famiglia, che non si cura di come la sua relazione extraconiugale possa influire sul marito e i figli e che ha un vero e proprio crollo psicologico quando non può più soddisfarla. E a Spielberg non interessa riconciliarsi con questa figura materna immatura e scomoda: persino quando potrebbe perdonarla, si limita ad accettarla, al massimo a sottolineare come il suo carattere egocentrico sia simile a quello del suo alter-ego filmico, il protagonista Sammy. E la scelta di far interpretare questa donna orrenda nella bellezza a Michelle Williams risulta vincente, poiché riesce incarnarne perfettamente l'indole bambinesca e i manierismi ai limiti dello snob.




Questa descrizione disincantata della famiglia come menzogna collettiva accettata per puro quieto vivere, per quanto acida, risulta più sincera di quanto Spielberg abbia fatto in proposito in tutta la sua carriera e "The Fabelmans" diventa di conseguenza il suo film più schietto (anche se il più sentito resterà forse per sempre "Schindler's List").
Dall'altra parte c'è lui, Sammy, il vero centro della narrazione, alter-ego di Spielberg con il quale rievoca la nascita della passione per il cinema, quello shock dopo la visione de "Il più grande spettacolo del mondo", quel treno che deraglia ricostruito ossessivamente con i giocattoli, preludio ai filmini amatoriali con i quali affinerà sia la passione che la tecnica. La quale culmina con le riprese di "Escape to Nowhere", quel piccolo corto più volte citato dall'autore dietro le quinte di "Salvate il Soldato Ryan" del quale potrebbe quasi inteso come una precoce prova generale e le cui riprese vengono qui rievocate in modo simpatico, con la vera macchina da presa che crea un movimento impossibile per i mezzi che aveva all'epoca.



"The Fabelsman" diventa così uno spaccato sito nel mezzo della ardua realtà e della passione escapista, rifuggendo definitivamente da quell'idealizzazione falsa e ricattatoria di tante operazioni simili e già questo da solo ne sancirebbe l'ottimo valore. Ma Spielberg riesce persino ad andare oltre.
Nella terza parte del racconto, porta in scena il trasferimento in California e quando sembra che tutto debba scadere nell'ovvio, con il piccolo ebreo Sammy picchiato dai bulli antisemiti, la sorpresa è dietro l'angolo: la creazione del filmino per le vacanze estive della classe è l'occasione che porta l'autore a riflettere, praticamente per la prima volta nella sua carriera, sulla forza manipolativa del cinema. Quei personaggi così antipatici al di fuori e così fragili all'interno divengono, nell'occhio del protagonista, degli eroi olimpici, con il bullo Logan trasformato in un eroe mitico, mentre il giovane psicopatico Chad viene disvelato per la creatura infelice che è. Il che porta Logan ad una crisi, ad affrontare i suoi limiti in una confessione tanto violenta quanto catartica, forse il vero punto nevralgico del film: proprio come lui, è lo stesso Spielberg ad affrontare i suoi demoni riguardandoli su schermo, con il segreto del tradimento della madre a sua detta portato in silenzio per anni.



E poi c'è ovviamente quel finale già diventato di culto: John Ford appare all'aspirante filmmaker e rievoca il suo famoso discorso sull'importanza dello spazio nell'inquadratura. E far interpretare il regista americano più importante di sempre (secondo forse solo a David Wark Griffith) a David Lynch, ossia uno dei più grandi artisti viventi, è semplicemente un colpo di genio prima ancora che un accorato omaggio alla bellezza del cinema.



"The Fabelmans" trova così il suo valore nell'anticonvenzionalità della storia, nella sua volontà di rievocare il passato senza abbellirlo e anzi volendolo affrontare a viso aperto. Non il film migliore di Spilberg in assoluto, né il capolavoro che molti decantano, ma sicuramente un'opera sincera e forte e per questa tra le migliori della sua lunga carriera.

venerdì 6 gennaio 2023

Glass Onion- Knives Out

Glass Onion- A Knives Out Mistery

di Rian Johnson.

con: Daniel Craig, Edward Norton, Janelle Monàe, Kathryn Hahn, Dave Bautista, Kate Hudson, Leslie Odom Jr., Madelyn Cline, Jessica Henwick, Noahn Segan.

Commedia/Mystery

Usa 2022














Nonostante sia stato silurato dal franchise di "Star Wars" tramite un vero e proprio plebiscito (e a torto), Rian Johnson può ben consolarsi con un'altra serie di successo, ossia quella di "Knives Out", che sembra davvero lanciata verso la continuità. Nata come decostruzione del murder-mystery classico con il bel primo capitolo, con "Glass Onion" trova una sorta di variazione interna che la trasforma ora in un omaggio accorato al "genere" che al contempo vuole svecchiarlo senza però disconoscerne la tradizione.



Torna il whuddonnit, con un mistero vero e proprio riguardante il colpevole dell'omicidio di turno; una formula in parte più classica, per quanto classico possa essere un film di Rian Johnson; ecco perché tra i tanti camei extralusso compare anche quello della compianta Angela Lansbury.
Ma con la stessa velocità con cui il classicismo viene introdotto, viene al contempo aggiornato alla modernità. Al film interessa più che altro la descrizione del cast di idioti che forma il circolo di amici del riccastro Miles Bron (Norton), tutti incarnanti aspetti vomitevoli dei cosiddetti "ricchi moderni": c'è ovviamente la senatrice ecologista d'accatto (Kathryn Hahn), uno scienziato edonista e superstar (Leslie Odom Jr.), una vera e propria influencer idiota (Kate Hudson) il cui ideale opposto è lo youtuber sciovinista cretino e mammone (Dave Bautista) accompagnato dalla moglie-pupa (Madelyn Cline), oltre all'elemento di disturbo, dell'ex socia tradita e scaricata (Janelle Monàe), unico elemento di empatia e sottostante bontà del gruppo. Il tutto coronato da lui, l'ormai mitico Benoit Blanc (Daniel Craig), gustosissima parodia dell'investigatore geniale.



Johnson passa al tritacarne questo cast di odiosi arrivisti, ma ovviamente a fare la figura peggiore è l'anfitrione, un riccone buono a nulla che si scopre essersi arricchito con l'inganno, archetipo sin troppo veritiero, tanto che ha dovuto specificare come in realtà non sia ispirato a nessuno, ma è davvero difficile non vederci la spregiudicatezza di Mark Zuckenberg o la sbruffonaggine idiota di Elon Musk. Il suo intento in fondo è tutto qui, ossia quello di distruggere questi personaggetti, queste macchiette dall'umanità fin troppo vivida, così caricaturali eppure al contempo così dannatamente veritieri. E ci riesce in pieno, visto che gli si riesce ad odiare nonostante abbiano il volto di ottimi e stimati attori.



Il mistero, a sua volta, regge bene, nonostante il colpevole sia anche in parte intuibile, anche grazie alla costruzione della storia, fatta di strati sempre più complessi, come la cipolla del titolo. Ciò che conta è comunque la risoluzione, il movente e ovviamente la punizione, quello sfanculamento urlato a squarciagola e quantomai meritato.
Per questo, sia come seguito che come mystery preso a sé stante, "Glass Onion" funziona a dovere e si spera davvero che la serie di "Knives Out" possa regalare ulteriori capitoli di questo livello.

mercoledì 4 gennaio 2023

Christmas Bloody Christmas

di Joe Begos.

con: Riley Dandy, Sam Delich, Jonah Ray, Dora Madison, Jeff Daniel Phillips, Abraham Berubi, Graham Skipper, Joe Begos.

Horror/Splatter

Usa 2022



















Tra le tradizioni natalizie oramai consolidate, non può di certo mancare quella della pellicola horror tipo, che ogni anno arriva puntuale a speziare con un po' di sano sangue le festività. Quest'anno c'è anche l'imbarazzo della scelta, visto che ad arrivare su schermo c'è anche il piccolo "The Mean One", dove David Howard "Art il Clown" Thornton interpreta una versione trucida del Grinch.
C'è poi Joe Begos, cineasta indie e dalla forte indole retrò, che si sta forse specializzando in merito, visto che già nel 2019 aveva concesso un po' di sangue natalizio in "Bliss" e che quest'anno decide di alzare il tiro con "Christmas Bloody Christmas", dirigendo un horror con un nuovo Babbo Natale assassino; ma l'esito è purtroppo dimenticabile.




Si parte da una premessa non proprio originale: per qualche strano motivo, un androide militare viene riutilizzato come animatronic natalizio da usare nei mall per evitare che il Babbo Bastardo di turno molesti i bambini. Ovviamente le cose non vanno bene, come da copione il robot regredisce alla programmazione originaria e comincia una strage efferata.
L'eco di "Classe 1999" è forte e questo RoboSanta armato di ascia vorrebbe essere una sorta di omaggio al Billy di "Silent Night, Deadly Night", ma la premessa risulta persino più cretina che in "Classe 1999" e tutto il film non ha di certo lo charme del classico slasher di Charles E.Sellier Jr. Sul primo punto si può anche soprassedere, visto che Begos lo introduce in modo quasi parodistico, tramite un finto spot pubblicitario che arriva su schermo dopo quello del regalo dell'anno, ossia un liquore per tutta la famiglia. Sul secondo, purtroppo, ci si deve accontentare.





La strage di questo Babbo Nasale meno simpatico alla fin fine risulta appiattita da una regia che non riesce a trovare la giusta tensione se non nell'ultimo atto. La scelta di costruire le sequenze alternando i primi omicidi con le chiacchere dei due protagonisti finisce per azzerare il coinvolgimento emotivo; i personaggi, pura carne da macello, vengono squartati con gusto, ma poco o nulla viene trasmesso allo spettatore, il quale deve così consolarsi ascoltando la bella colonna sonora, che mischia sapientemente synth e hard rock, o ammirando la bella fotografia, che cassa ogni luce neutra in favore di monocromismi d'antan alla luce nera che violentano gli occhi che è un piacere.




Begos, dal canto suo, si diverte come un matto a immergere il tutto in un'atmosfera vintagexploitation un po' hipster, con i personaggi che si scannano su quale sia il miglior album dei Metallica o quale sia il miglior capitolo di ciascuna serie horror, con tanto di sfanculamento alla Blumhouse e al suo orrido "Black Christmas"; e lo fa con una verve tale che tutti i personaggi sono vestiti all'ultima moda del 1982 e la protagonista lavora in un negozio che vende LP e VHS pur vivendo nel XXI secolo, ma per lo meno ha l'onestà intellettuale di caricare il tutto con la giusta dose di umorismo, stemperando il velleitarismo proprio di tanti altri hipster che usano i dialoghi dei personaggi per statuire le proprie passioni filmiche o musicali. Qui no e anzi si cerca di ridicolizzare persino i gusti della protagonista, la quale adora tutti i capitoli peggiori delle varie serie horror classiche.




Per il resto, purtroppo, non si può certo dire che "Christmas Bloody Christmas" sia un film riuscito, tantomeno memorabile, che, anzi, spesso finisce persino per scadere nella noia, vero peccato mortale per un quello che dovrebbe essere un B-Movie puro e semplice.

lunedì 2 gennaio 2023

Rumore Bianco

White Noise

di Noah Baumbach.

con: Adam Driver, Greta Gerwig, Don Cheadle, Jodie Turner-Smith, André L.Benjamin, Raffey Cassidy, Sam Nivola, Kenneth Lonergan, May Nivola.

Usa, Regno Unito 2022















Don DeLillo è sicuramente tra gli scrittori americani più interessanti della seconda metà del Novecento; dotato di una prosa barocca, sapientemente esasperata da dialoghi densi e ricercati, narra storie che anche a distanza di decenni risultano urgenti, quindi talvolta profetiche. Basti vedere quello che aveva preconizzato già nel 2003 con "Cosmopolis", poi magnificamente portato su schermo da David Cronenberg, con il quale sviscerava in modo freddo e inquietante la deriva post-umana dell'era digitale. E "White Noise" non è certo un'opera da meno, che con la sua riflessione sul rapporto dell'essere umano con il concetto di morte crea uno spaccato la cui vena grottesca amplifica la tragicità intrinseca. E che ora arriva su schermo, purtroppo praticamente solo quello di casa, grazie a Noah Baumbach.




Una storia sulla paranoia, la paura della morte, quella certezza che vive latente nella coscienza di ciascuno ma che si palesa solo a tratti, generando un timore primordiale. Il "rumore bianco" altro non è se non un pensiero che fa da sottofondo costante alla vita, ma anche la preconizzazione di una morte come silenzio assoluto interrotto solo dai rumori dei vivi, che si confondono sino a diventare un unica cacofonia atona.
Jack (incarnato da un Adam Driver camaleontico, che somiglia ad uno Steve Coogan sovrappeso) e famiglia si ritrovano così ad affrontare la coscienza del decadimento fisico. Jack, in particolare, sembra dover confrontarsi costantemente con questa realizzazione. Lui, professore universitario specializzato nella biografia di Adolf Hitler, traccia un paragone esaltato tra l'acclamazione delle "folle oceaniche" ai propri beniamini e le veglie funebri, sottolineando come tra l'apice della vita e il principio della morte non vi sia differenza, il tutto mentre la tragedia inattesa si consuma a pochi kilometri di distanza.



Una tragedia che altro non è se non una parentesi nella vita dei personaggi. Un incidente che sembra uscito da un film di Romero, una "pandemia" ante literam (che Baumbach si diverte a descrivere come un'anticipazione di quella del 2020), che causa morte e distruzione, ma che per fortuna finisce "solo" per acuire la coscienza dei personaggi. La morte, che fino ad allora era rimasta nello sfondo del subcosciente, diventa certezza e il grado di paranoia aumenta esponenzialmente.
Anche Babette (Greta Gerwig) si scopre schiacciata dal peso della paura, da cui la dipendenza dal dylar, farmaco che in teoria dovrebbe alleggerirne gli effetti collaterali, ma che finisce per essere solo l'ennesima "pillola della felicità" ingurgitata automaticamente alla vana ricerca di uno stordimento salvifico. La ricerca di una forma di salvezza dalla coscienza diventa così un imperativo, con tutte le conseguenze possibili.



Ma è davvero realistico pensare di poter eliminare una forma di coscienza del genere? DeLillo sa di no e arriva persino a chiamare in causa la religione, vista come organizzazione necessaria al fine di fornire quantomeno un balsamo per lenire il dolore, anche se non c'è un Dio in cielo e anche se persino i suoi ministri talvolta non credono alla sua esistenza. E anche quando tale istituzione fallisce, è nel rapporto famigliare che si può trovare una fonte di consolazione; perché, se la vita è un gigantesco supermercato/viatico per un altro mondo, ci siamo tutti dentro ed è bene ballarci tutti assieme.



Ma Baumbach è davvero il cineasta più adatto a traslare le pagine di DeLillo su schermo? Forse no.
Il suo entusiasmo per la fonte è forte e avvertibile in ogni scena, con i bellissimi dialoghi magnificamente portati in scena e sapientemente recitati dall'ottimo cast. Ma la mano dell'autore vacilla quando si tratta di dare forma ai risvolti grotteschi della storia, i quali trovano una messa in scena pulita, ma mai dotata di quella forma di beffarda anarchia gli avrebbe resi davvero memorabili. In questo, si avverte davvero l'assenza di un filmmmaker seriamente geniale e follemente cinico, quale potrebbe essere Terry Gilliam o anche il Joe Dante di "Matinee". Nelle loro mani, questo adattamento sarebbe davvero potuto essere memorabile, così com'è è invece solo ben fatto e nulla più.