mercoledì 15 marzo 2023

Creed III

di Michael B.Jordan.

con: Michael B.Jordan, Jonathan Majors, Tessa Thompson, Wood Harris, Phylicia Rashad, Mila Davis-Kent, Selenis Leyva, Florian Munteanu, Thaddeus Jay Mixson, Spence Moore II.

Sportivo/Drammatico

Usa 2023












C'era davvero bisogno di far continuare la serie di film su Adonis Creed? Ovviamente no, laddove si tiene conto che già il primo aveva il fiato abbastanza corto e il secondo seguiva uno schema stracollaudato. Ma il successo, si sa, è impossibile da ignorare, soprattutto per Michael B.Jordan, che ha davvero preso a cuore questo "Rocky privilegiato" ed ha quindi deciso di continuare a narrarne le gesta, entrando in prima persona nella cabina di regia. E crepi l'avarazia, tanto vale giocare il tutto per tutto e creare oltre ad un terzo film anche una serie anime (da poco annunciata), che gli permette così di unire la passione da otaku alla carriera cinematografica.
Ma già questo terzo capitolo ha davvero poco o nulla da dire, vivendo solo grazie alla passione di Jordan e del resto del cast.



Adonis Creed (Jordan) è diventato campione del mondo all'indomani della sfida di Viktor Drago. Raggiunta la vetta, ritrova il vecchio amico Damian "Diamond Dame" Anderson (Jonathan Majors), appena uscito di galera, il quale rientra nella sua vita intenzionato recuperare il tempo perduto per un suo vecchio debito d'amicizia...




Adonis si ritrova stretto tra passato e futuro; il rapporto con la figlioletta lo porta a proiettarsi in avanti, anche oltre la carriera da pugile, ma il ritorno di Dame lo costringe a confrontarsi con un passato rimosso ed i conseguenti sensi di colpa.
La dinamica tra i due è inizialmente la stessa di quella che in "Rocky III" intercorreva tra lo Stallone Italiano e Clubber Lang, con il primo ormai imborghesitosi ed il secondo ancora affamato e feroce, ma per fortuna Jordan ha la decenza di rendere il suo avversario credibile ed empatico, non una semplice macchietta.
Questo però non gli impedisce di forzare a dovere la vicenda, con un rivale che potrebbe praticamente essere un compagno e invece decide di essere antagonista perché si.




La trama segue così le coordinate più ovvie, con sole due eccezioni, ossia il match di metà film non viene perso da Adonis ma dal suo allievo Felix (con tanto di attore fuori parte, appartenendo palesemente ad una categoria di peso inferiore a quella di Jonathan Majors, che lo sovrasta come un armadio a tre ante) e il climax effettivo che arriva dopo il match, con la riappacificazione tra i due rivali; per il resto, tutto fila liscio, nel senso che segue il copione alla lettera senza guizzi particolari, né voler innovare una formula risaputa.




Tanto che se alla fine questo terzo capitolo delle avventure di Adonis Creed riesce a non risultare indigesto è solo grazie alla passione di Michael B.Jordan; la sua regia funziona soprattutto nella messa in scena degli incontri, dove si rifà palesemente a molti anime d'azione per creare combattimenti dove il realismo viene messo da parte in favore di una verve visionaria che rende il tutto godibile; la passione da otaku, che si sostanza anche in una dozzina di easter egg sparsi per tutto il film (i più riconoscibili sono il "doppio pugno" ripreso da una famosa vignetta di "Dragon Ball" e il look dei calzoncini che indossa nel match di apertura, che cita quello del mitico giubbotto del Kaneda di "Akira"), gli permette così di rendere interessante una vicenda altrimenti ineluttabilmente noiosa.

lunedì 13 marzo 2023

I Guerrieri della Notte

The Warriors

di Walter Hill.

con: Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright, Brian Tyler, David Harris, Marcelino Sanchez, Tom McKitterick, Terry Michos, David Patrick Kelly, Deborah Van Valkenburgh, Roger Hill, Dennis Gregory, Lynne Thigpen, Mercedes Ruhel, Paul Greco, Thomas G. Waites,

Azione

Usa 1979











Come molte pellicole seminali, anche "I Guerrieri della Notte" rientra in quel nugolo di film che rivisti oggi possono sembrare ordinari, quasi sterili; questo perché, al pari dei coevi "Alien" e "Halloween- La Notte delle Streghe", la lezione di cinema imposta da Walter Hill in quel del 1979 è entrata dritta nel DNA di tutti i filmmaker successivi che si sono confrontati con il registro action, anche se poi ben pochi sono poi effettivamente riusciti a raggiungere tale vetta di perfezione tecnico-stilistica.
Progetto che viene affiato a Hill dai vertici della Paramount, ma che fa totalmente suo. La base è data dal romanzo omonimo di Sol Yurick del 1965, nel quale lo scrittore reimmagina l' "Anabasi" di Senofonte ambientandolo nelle strade di New York, con una street gang al posto dei mercenari ateniesi e il Bronx che sostituisce la Persia di re Ciro; ma a differenza del film, il romanzo introduceva nella narrazione una componente drammatica di stampo quasi verista, data dalla vita agra dei singoli protagonisti, esplicitata in particolare nel finale, dove dopo essere sopravvissuto alla fuga, uno dei personaggi si ritrova in una famiglia disfunzionale, bloccato in una casa dove la violenza coniugale è ben più mostruosa di quella di strada.
Hill, dal canto suo, decide di optare per una visione opposta e stilizza all'estremo fatti e personaggi; persino la sua iniziale pretesa di verosimiglianza per la quale tutti i Guerrieri dovevano essere ispanici e afroamericani cede il passo, su richiesta dei produttori, ad una descrizione più libera del mondo delle gang di strada. E il risultato è un action pirotecnico, 95 minuti al cardiopalma caratterizzati da una serie infinita di inseguimenti e risse.



L' "Anabasi" è al contempo spunto e base narrativa. Su richiesta di Cyrus (Roger Hill), capo dei "Riffs", la più grande banda di strada di Manhattan, nove delegati di ogni gang di New York si riuniscono nel Bronx per un vero e proprio consiglio di guerra nel quale il leader cerca di unire i vari gruppi in una vera e propria rivolta anarchica contro le autorità. Ma Luther (David Patrick Kelly), capo degli infidi "Rogues", assassina il "re" e fa ricadere la colpa sugli innocenti "Warriors", il cui capo Cleon (Dorsey Wright) viene immediatamente ucciso per vendetta; gli otto superstiti, Swan (Michael Beck), Ajax (James Remar), Rembrandt (Marcelino Sanchez), Snow (Brian Tyler), Cochise (David Harris), Vermin (Terry Michos), Cowboy (Tom McKitterick) e Fox (Thomas G. Waites) devono così ritornare alla natia Coney Island, distante oltre 150 kilometri, con tutte le gang della città alle calcagna.




La narrazione viene volontariamente spogliata di ogni orpello inutile. Ogni sovrastruttura ed ogni possibile allegoria cedono il passano ad un racconto puro e immediato. I "Guerrieri" sono semplici ragazzi di strada chiamati a sopravvivere alla notte, le loro azioni contano più delle parole e non si cerca praticamente mai di dare loro una valenza ulteriore a quella strettamente narrativa. I singoli personaggi sono dei "tipi" che restano sempre ancorati alla soglia dell'archetipo riuscendo a non scadere mai nello stereotipo vero e proprio. Swan è così un capo riluttante, Ajax la testa calda, sfrontato eppure dotato di un proprio senso del dovere e Rembrandt il giovane e inesperto. Il resto del cast dei personaggi vive grazie al carisma degli attori e alle trovate estetiche, che riescono a concedere loro una personalità immediatamente avvertibile, comunicata solo per il tramite visivo, come il look da nativo americano di Cochise o il cappello di Cowboy. O anche tramite i dialoghi fulminanti, caratterizzati da una serie di frasi di culto, come la mitica "I'll shove that bat up your ass and turn you into a popsicle!", che nel bell'adattamento italiano diventa la ancora più memorabile "Ti infilo quel bastone nel culo e ti sventolo come una bandiera!".
Il racconto d'ensable diventa così pura narrazione di genere dove il coinvolgimento emotivo viene dato dalla capacità della messa in scena di farci calare in questa sfiancante fuga, ponendo lo spettatore al fianco dei Guerrieri, in maniera simile ma ancora più marcata rispetto a quanto accadeva nel precedente cult di Hill, il piccolo capolavoro "Driver l'imprendibile".




Quella dei Guerrieri è così sostanzialmente una storia di sopravvivenza che Hill racconta tramite le sole azioni. E nell'imbastire le risse che il gruppo è costretto a combattere con i rivali e con la polizia, riprende la lezione di Sam Peckinpah e fa del montaggio lo strumento principale per imprimere un ritmo veloce agli scontri; i tagli sono sapienti e ben valorizzano le coreografie del veterano Craig R.Baxley, così che ogni scontro rivisto oggi risulta ancora godibile, ma all'epoca risultava addirittura innovativo: nasce qui l'action moderno, che fonde un gusto per il ritmo sfrenato alla capacità di creare suspense tramite tagli veloci, ma sempre ponderati.
Caratura stilistica che raggiunge l'apice nel bellissimo scontro finale con i Punk: una scazzottata in un bagno che ha richiesto ben cinque giorni di riprese ed una coreografia misurata al millimetro, quasi un balletto di violenza che nonostante la perfetta preparazione risulta lo stesso brutale e adrenalinica.




Ma Hill non si limita ad eseguire un mero lavoro sul piano strettamente tecnico, arrivando anche a variegare il registro narrativo per creare un racconto sempre efficace. Complice l'amientazione notturna, crea un'atmosfera sinistra sino ai limiti dell'orrorifico, con una metropoli lercia e pericolosa, quella "Fear City" dell'epoca che già Scorsese era riuscito a restituire alla perfezione in "Taxi Driver" e che di lì a poco diverrà il simbolo della violenza urbana grazie a "Maniac" e "Lo Squartatore di New York". Quella de "I Guerrieri della Notte" è però una New York ancora più stilizzata, quasi il sogno di quella vista in primis ne "Il Braccio Violento della Legge", dove le bande armate sono caratterizzate da gimmick pittoresche e abiti variopinti, ma non sono meno pericolose di quelle reali; una metropoli tanto vera quanto fantastica, tanto immaginaria quanto realistica (non per nulla, tutto il film è ufficialmente ambientato in un futuro prossimo) magnificamente portata su schermo dalla fotografia cupa e contrastata al neon del sempre ottimo Andrew Laszlo.
Tra l'action puro e l'horror, Hill riesce persino ad inserire degli inserti da musical vero e proprio, affidandosi alle musiche evocative di Barry De Vorzon (tra le primissime colonne sonore ad avere uno score totalmente in synth) e alle canzoni pop, con la fantastica "Nowhere to Hide" usata per dare il via alla caccia ai Guerrieri e la splendida "Love is a Fire" per sottolineare il pericolo durante la scena dell'imboscata delle Lizzies.



Ma quella de "I Guerrieri della Notte" è anche la storia di un gruppo di ragazzi che diventano, loro malgrado, uomini, benché tale metafora non sia mai insistita. Il gruppo si ritrova ben presto senza un leader, quella guida che avrebbe ben potuto tirarli fuori dai guai molto più facilmente, dovendo quindi trovare in loro stessi la forza di sopravvivere alle avversità (analogamente a quanto Hill farà in "Alien" e "I Guerrieri della Palude Silenziosa"); i protagonisti sono così chiamati a superare le diffidenze reciproche e a cementificare la loro unione, fino ad una realizzazione catartica, che in tal caso coincide con la presa di coscienza della futilità della vita di strada. 
Il rapporto di amore/odio tra Swan e  Mercy (Deborah Van Valkenburgh) è così l'esternazione del disagio giovanile metropolitano di una generazione che si ritrova a vivere in un girone dantesco dove la violenza e il vuoto pneumatico la fanno da padrone; il ritorno a Coney Island, luogo della salvezza ma anche patria velenosa, è la realizzazione di come tutto ciò che hanno è il nulla e che forse è arrivato il momento di espandere i propri orizzonti. Sottotrama che regge bene pur se inserita in un racconto di puro genere persino quando si traccia un parallelo in teoria debole con "la notte della vita" di un gruppo di ragazzi "normali", ossia le due coppie che incrociano i Guerrieri nell'ultimo treno verso Coney.




Rivisto oggi, "I Guerrieri della Notte" non ha certo la forza dirompente di quanto si affacciò per la prima volta nelle sale del 1979; eppure, l'incrediible regia di Hill è ancora fresca e permette di godere appieno di questa lunga fuga notturna, in un film che ha giustamente seguito l'intero cursus honorum da controverso successo di cassetta a cult, sino a divenire un vero e proprio classico del cinema.


EXTRA

A partire dal 2006 è stata distribuita in DVD (poi in Blu-Ray) una director's cut del film che lo ripropone nella visione originariamente voluta da Hill ma mai completata per motivi di tempo.
Non una versione estesa, non presentando alcuna scena inedita, questa nuova edizione aggiunge un prologo nel quale un narratore (che inizialmente avrebbe dovuto essere interpretato nientemeno che da Orson Welles) introduce la storia fornendo un parallelo esplicito con l'opera di Senofonte.
Gli stacchi "a tendina" vengono poi sostituiti con delle transizioni in freeze-frame che trasformano i fotogrammi in vignette in rotoscopio.
Nuova versione che non aggiunge tantissimo alla visione, se non un tocco pop e postmoderno ancora più marcato.



Mai giunta (per ora) in home-video in Italia, è stata però più volte trasmessa via satellite sui canali Sky e più volte replicata anche da Rai4 e RaiMovie.

Il motivo della mancata inclusione di questi elementi nel montaggio iniziale pare sia stato dovuto alla fretta che la Paramount aveva di far uscire il film in sala. "I Guerrieri della Notte" era infatti solo uno di quattro film che nel 1979 portavano in scena il fenomeno delle bande giovanili, assieme a "Walk Proud", "Boulevard Nights" e soprattutto "The Wanderers- I Nuovi Guerrieri", che sin dal titolo si caratterizzava come un potenziale rivale ai botteghini.



Nel 2005, Rockstar Games ha prodotto e distribuito un videogame ispirato al film. Non un semplice adattamento (la storia della pellicola arriva solo nell'ultima missione), quanto un prequel che narra le vicende antecedenti al conclave di Cyrus, oltre a raccontare le storie dei singoli personaggi e come si sono uniti alla banda, in quello che più che un semplice tie-in o adattamento è un vero e proprio atto d'amore verso il film.

giovedì 9 marzo 2023

Tár

di Todd Field.

con: Cate Blanchett, Noémie Merlant, Nina Hoss, Sophie Kauer, Sydney Lemmon, Sylva Flote, Julian Glover, Zetphan Smith-Gneist, Adam Gopnik, Jessica Hansen, Mark Strong.

Drammatico

Usa 2022
















La carriera di Todd Field è alquanto strana. Inizia come attore e arriva persino a collaborare con Kubrick, interpretando il pianista in "Eyes Wide Shut", solo per poi virare verso la regia, dirigendo l'acclamato "In the Bedroom" nel 2001 e l'ancora più acclamato "Little Children" nel 2006. 
Ed è da qui che la sua filmografia praticamente si ferma. Resta lontano dalla macchina da presa per praticamente quindici anni, allo scadere dei quali torna alla regia con "Tàr", dramma umano che trova l'estimatore supremo in Martin Scorsese e fa strage di nomination e riconoscimenti effettivi. Malauguratamente, questo suo ennesimo trionfo è un film alquanto controverso, arroccato in una forma sbruffonescamente elegante e ricercata che però cela un racconto debole che distrugge ogni possibile interesse verso una storia attuale e urgente.



Lydia Tàr (la Blanchett) è la compositrice e conduttrice d'orchestra più acclamata di sempre. Ricopre un ruolo solitamente associato ad una figura maschile, ma questo non le ha impedito di affermarsi e, proprio come farebbe un uomo, usa il suo potere e la sua influenza in modo irresponsabile per ottenere il piacere, coartando giovani donne in cambio di fama e fortuna. O forse no, forse è solo vittima di un'epoca storica nella quale qualsiasi comportamento anche solo marginalmente lascivo viene etichettato come tossico.
E' su tale dicotomia che Field pone il suo sguardo. O, meglio, sull'impossibilità di discernere una linea di discrimine tra una condotta effettivamente egoistica ed una mera percezione della stessa, acuita dal fervore puritano proprio dell'era dei social network. 
Ogni cattiva condotta viene solo suggerita, spesso lasciata fuori scena; quando invece la regia decide di mostrare qualcosa, lo fa solo affinché si possa comprendere come questa realtà possa essere distorta ad hoc, come in una delle prime scene, un piano sequenza nel quale Lydia tenta di insegnare ad un allievo l'importanza di non farsi ingabbiare nei preconcetti di razza, religione, ideologia e orientamento sessuale, solo per poi vedere questo discorso rimontato (similmente a quanto suggeriva Romero in "Diary of the Dead") per trasformare la protagonista in una razzista convinta.
Di fatto, la vediamo mostrare interesse verso le giovani musiciste e tentare di imbastire una relazione extraconiugale con la giovane e talentuosa Olga (Sophie Kauer), ma molti dei suoi comportamenti riprovevoli vengono solo discussi tramite accuse su fatti mai mostrati, accentuando la sensazione di come questa sua condotta sia si riprovevole, ma mai davvero illecita.



Ma Field è indeciso se imbastire questa vicenda come un thriller psicologico o un dramma puro e nel dubbio fonde i due registri per creare una narrazione che, tanto inspiegabilmente quanto fatalmente, si rivela debolissima. Si resta affascinati dalla storia di Lydia e dalla tela di ragno nella quale resta suo malgrado invischiata, ma il racconto è claudicante, chiuso in una serie di scene prive di mordente che raggiungono il limite del ridicolo negli inserti onirici.
L'atmosfera fredda, che ben avrebbe dovuto conciliarsi con la storia, si rivela invece un difetto, impedendo agli eventi di coinvolgere e ogni pretesa di tensione, drammatica ed emotiva, finisce così per cadere a vuoto, in un andirivieni di cattiverie volte a creare la solita spirale distruttiva che cinge una protagonista la quale finisce la sua storia nel modo più ovvio possibile, con una seconda parte che altro non è se non un parata di luoghi comuni assortiti che vanno dalla paranoia alla pazzia vera e propria, sino alla definitiva, inevitabile, caduta in disgrazia. Ed era dai tempi della débacle polanskiana di "Quello che non so di Lei" che non si vedeva un thriller dal fiato così corto.



Sul dramma umano e sui risvolti psicologici, a Filed sembra interessare più perdersi nella contemplazione del lusso degli interni, degli abiti ricercati, della musica sinfonica in ambienti glamour glaciali. Non per nulla apre le danze nel modo peggiore possibile, ossia con un'intervista dove vita, morte e miracoli della protagonista vengono gettati in faccia al pubblico nel modo più didascalico possibile mentre la vediamo provarsi abiti di alta sartoria, in quello che è il trionfo totale e definitivo di un cinema "borghese" interessato solo all'eleganza ostentata, al lusso urlato, alla bellezza materiale spicciola; un'estetica che vuole essere ricercata, ma che finisce solo per essere cafona.



Cosa è quindi alla fine "Tàr"? Da una parte, uno studio psicologico inerte che si masturba sulla sua stessa forma, dall'altra una sorta di thriller piatto e ovvio che non coinvolge mai; in parole povere, un film insipido e compiaciuto, il cui unico motivo di interesse potrebbe essere la sola performance di una al solito ottima Cate Blanchett; ma 158 minuti di nulla sono un prezzo troppo alto da pagare per avere l'ennesima conferma del suo talento.

lunedì 6 marzo 2023

The Whale

di Darren Aronofsky.

con: Brendan Fraser, Sadie Sink, Ty Simpkins, Hong Chau, Samantha Morton.

Drammatico

Usa 2022















---CONTIENE SPOILER---

Il cinema di Darren Aronofsky oscilla costantemente tra la fascinazione filosofico-religiosa e l'attrazione per i piccoli drammi umani, ragionando alternativamente tra i massimi sistemi e l'interiorità pura. La sua ultima fatica, "Madre!" rientrava nel primo filone, quindi è normale che il film successivo rientrasse direttamente nel secondo.
E "The Whale", come il pluriacclamato "The Wrestler", si rivela un dramma sorprendente con al centro un personaggio umano e dolente superbamente interpretato da un ritrovato Brendan Fraser, anche se purtroppo non privo di qualche imperfezione.



Il paragone con "The Wrestler" è poi fin troppo calzante. Anche questa è la storia di un uomo caduto in disgrazia e di come ritrovi un ultimo afflato di vita prima di una "sublimazione", dato anche (qui totalmente) dal ritrovato rapporto paterno con una figlia che aveva abbandonato; e proprio come in "The Wrestler", anche in "The Whale" uno dei punti più riusciti è dato dall'interpretazione di un attore protagonista ex divo ora ritrovato, qui un Brendan Fraser che da quella che, almeno fin ora, è la performance della vita. Le differenze sono ovviamente date dalla scrittura, dalla messa in scena e dalla riuscita effettiva.
Qui Aronofsky porta in scena un dramma teatrale di Samuel D.Hunter, dai forti echi autobiografici; al centro di tutto c'è il personaggio di Charlie (Fraser), professore di letteratura che insegna in DAD senza mai rivelare il suo aspetto agli alunni, quello di un uomo di oltre 300 chili. Assistiamo così ai suoi ultimi giorni di vita, caratterizzati dall'incontro con Thomas (Simpkins), giovane appartenente ad una chiesa protestante in cerca di proseliti, dalla riunione con la figlia Ellie (Sadie Sink), che aveva abbandonato quando lei aveva otto anni, oltre che l'amicizia con l'infermiera Liz (Hong Chau).




Si potrebbe scomporre la narrazione in tre strati, tutti e tre complementari.
Su di un primo livello, Aronofsky porta in scena la dannazione di un uomo che ha deciso di autodistruggersi. Charlie è una persona che ha deciso di sacrificare tutto per amore, non tanto quello della famiglia, quanto quello per quell'amore scoppiato all'improvviso e mai sospettato per Alan; un amore talmente grande che alla morte di questi, l'unico modo per elaborare il lutto è stato quello di distruggere il proprio corpo tramite la voracità alimentare. Prigioniero di un involucro che è divenuto una prigione, incarnazione esteriore di una  prigionia mentale che lo ha portato a restare impantanato nel dolore senza mai superare la perdita, il quale è a sua volta prigioniero di una casa, ambiente unico dell'azione in un kammerspiel che però non tenta mai di giocare la carta della claustrofobia (escludendo ovviamente il ricorso al formato dell'immagine in 4/3 per accentuare gli interni angusti).
Aronofsky, di converso, resta ancorato al personaggio e ai suoi subordinati. E nel mostrare la deriva nauseabonda di quegli strati di grasso, del sudore grondante, delle abbuffate usate per tentare di sopprimere uno spleen incontenibile, dimostra una sensibilità più marcata di quanto si possa pensare: non insiste mai sui dettagli rivoltanti, inquadra il fisico sempre alla giusta distanza e senza insistere sui risvolti repellenti persino quando deve portarne in scena i fluidi corporei. Tanto che le solite, stupide, polemiche di body shaming risultano al solito mal formulate.



Su di un secondo livello c'è la descrizione del rapporto interpersonale, sia quello di Charlie con i suoi ospiti che quello tra di loro. Perno principale è ovviamente quello con la figlia Ellie, che Sadie Sink interpreta con il giusto fervore, ruolo che le permette di dimostrare le sue capacità di attrice benché ricada pur sempre nel cliché dell'adolescente problematica. E perno di questo rapporto è a sua volta il senso di colpa per l'abbandono per il padre e la rabbia per la figlia. Il percorso non è tanto quello di una riappacificazione, quanto quello di una comprensione: da un lato Charlie cerca di capire una figlia che non ha mai davvero visto e che crede migliore di quello che in realtà sia, dall'altro Ellie arriva a comprendere la scelta di un genitore che ha si le sue colpe, ma che le sta scontando in modo fin troppo salato. Tanto che alla fine non conta davvero se Ellie sia davvero buona o cattiva, se le sue azioni siano rivolte ad aiutare il prossimo piuttosto che a distruggerlo, quel che conta è che Charlie riesca davvero a fare breccia nella sua anima e a farle comprendere l'importanza di avere una coscienza propria che non si sostanzi unicamente nello sdegno o nel cinismo spicciolo.



Allo stesso modo, i rapporti interpersonali con gli altri personaggi divengono fonte di conoscenza e maturazione. Thomas, membro della chiesa "New Life" (ma nella piéce originale erano semplici Mormoni, cambio forse dovuto alla religiosità dell'autore) usa il rapporto con Charlie per dimostrare di essere in grado di poter salvare qualcuno, il quale, ai suoi occhi, è vittima di una vita priva di Dio che lo ha portato all'omosessualità, ossia un peccato mortale. Ma alla fine è lui che deve comprendere come tale scelta di via non sia una forma di dannazione e come il perdono, quello vero, sia altro, come quello che alla fine gli viene concesso dai genitori, che aveva abbandonato al seguito di un furto alla chiesa.
Liz, in apparenza personaggio positivo, si disvela, grazie al confronto con Thomas, come una figura più sinistra di quanto possa inizialmente apparire; durante la prima metà del film la vediamo preoccuparsi per il suo migliore amico, ma al contempo la vediamo perorare le sue pulsioni golose, contribuendo alla sua distruzione; solo per poi comprendere come questo sua atto sia una forma di surrogazione per tentare di sopprimere il dolore della perdita, quella di Alan, il quale era sua fratello, che a differenza di Charlie era stato colpito da una forma di anoressia depressiva che lo ha poi condotto al suicidio. 



All'interno di un dramma "classico", Aronofsky riesce lo stesso a far confluire la sua passione filosofica e a fare sue alcune riflessioni di Samuel D.Hunter.
"The Whale" porta a riflettere sulla genuinità del pensiero, su come sia essenziale non lasciarsi manipolare dalle aspettative altrui. La propria identità e le proprie opinioni non devono essere celate, edulcorate o artefatte per venire incontro ai canoni di pensiero predominanti, il pensiero genuino, benché superficiale ed esposto in maniera spicciola, è sempre quello migliore.
La religione, di conseguenza, non deve essere usata come strumento per riportare le persone dentro quei canoni a noi congeniali; la volontà di "salvare" qualcuno rendendolo simile a noi o inculcandogli pensieri non suoi altro non è che atto di puro egoismo, rivolto unicamente ad affermare sé stessi a scapito di chi ci circonda.
I nostri limiti e preconcetti divengono così una sorta di Moby Dick, un mostro che ci ossessiona e che dobbiamo abbattere per poter davvero ritornare liberi, superare l'empasse umana data dall'incapacità di accettare una situazione umanamente disdicevole e ritrovare quel contatto umano dato anche e soprattutto dal confronto non filtrato con il prossimo (da cui la duplice valenza del titolo).



Aronofsky regge benissimo la storia grazie ad una messa in scena dinamica, che tra montaggio andante, primi pian espressivi e movimenti di macchina minimali ma azzeccati riesce a celare la natura teatrale del testo. Ma finisce clamorosamente per cadere negli ultimissimi secondi di pellicola con due immagini a dir poco sconcertanti.
In primis, la letterale assunzione in cielo di Charlie, che corona il suo calvario in modo ridicolo. In secondo luogo quel "paradiso del ricordo" dal quale esclude Alan, quasi a voler rileggere il testo di base in maniera omofobica, cosa che per tutto il resto della durata sembra, anzi, non voler fare.
Screzio finale che purtroppo inficia in parte la riuscita di un'opera altrimenti commovente.

venerdì 3 marzo 2023

Frankenstein Junior

Young Frankenstein

di Mel Brooks.

con: Gene Wilder, Marty Feldman, Teri Garr, Peter Boyle, Cloris Leachman, Madeline Kahn, Kenneth Mars, Richard Haydn, Danny Goldman, Liam Dunn, Gene Hackman.

Commedia/Parodia

Usa 1974













Ci sono film che travalicano lo status di cult per arrivare ad un livello successivo, divenendo quasi delle ossessioni per gli spettatori e amatori; pellicole che si marchiano in modo talmente indelebile nella mente di chi le ama al punto che intere battute vengono recitate a memoria durante la visione, ricalcando alla perfezione persino l'intonazione degli attori (o doppiatori), finendo per arrivare alle soglie del fenomeno di costume vero e proprio. L'esponente più blasonato di tale categoria è sicuramente l'intramontabile "The Rocky Horror Picture Show", la cui visione di gruppo, magari in drag, è ancora oggi un'esperienza fenomenale; ma c'è un altro film che può vantare uno status del genere e che potrebbe insidiarne il podio, ossia il capolavoro di Mel Brooks "Frankenstein Junior".
Chi non ha mai citato nella vita reale alcune delle battute più celebri? Dinanzi ad una situazione disastrosa, chi non ha mai esclamato "Potrebbe andare peggio... potrebbe piovere!"? O non ha mai gridato con enfasi assatanata "Si può fare!"?
Il successo e l'amore ottenuto sono in questo caso totalmente meritati; la parodia dei classici della Universal targata Brooks riesce davvero ad inanellare una serie di gag trascinanti, usando un umorismo che spazia dal brillante al demenziale passando per lo slapstick puro, in un vero e proprio tour de force comico che induce al sorriso in maniera costante, senza però mai appiattirsi.



L'idea per il film appartiene non tanto a Brooks, quanto a Gene Wilder, anche co-autore della sceneggiatura; sua era infatti la passione per il cinema horror in bianco e nero, il quale lo avrebbe portato successivamente anche alla creazione dello sfortunato "Luna di miele stregata" nel 1986. Una passione pura e genuina che si riverbera nella riproposizione in chiave comica dei momenti salienti dei capolavori di James Whale "Frankenstein" e il suo incredibile sequel "La Moglie di Frankenstein".
Due pellicole "seminali" non solo all'interno della produzione horror della Universal e non unicamente a causa della celebrità assunta con gli anni, quanto e forse soprattutto grazie allo stile di regia di Whale, che tra primi piani e montaggio alternato crea due film praticamente avanguardistici per gli standard del cinema americano degli anni '30. Ovviamente a Wilder e Brooks interessano gli aspetti più squisitamente estetici e orrorifici, che qui vengono riportati in modo certosino.



Ogni singolo aspetto estetico-stilistico rimanda al passato, come se l'intero film fosse stato girato quarant'anni prima; un esperimento che oggi potremmo definire "vintagexploitation" e che arriva giusto un anno dopo al simile "Paper Moon" di Bogdanovich (anch'esso interpretato da Madeline Kahn) e si inserisce perfettamente all'interno del filone della New Hollywood che svecchiava il cinema delle origini senza però rigettarlo, anzi tenendolo sempre in alta considerazione. E proprio come i fautori del nuovo cinema americano, anche Brooks sa quando inserire inquadrature più moderne, con movimenti di macchina fluidi e dinamici al fine di rendere la scena più interessante.
La sua passione è smodata, al punto di ritrovare gli stessi oggetti di scena usati nei film originali per riproporli qui, usandoli in modo simpatico anche per dare vita a qualche gag e che finiscono per rendere la visione ancora più gustosa.



La versione comica di Brooks e Wilder tende a ridicolizzare fatti e personaggi. Non è ovviamente una parodia nel senso moderno del genere, non c'è la costante riproposizione meccanica delle medesime scene degli originali rilette in chiave comica (cosa che succederà in maniera totale e definitiva solo a partire dal 1980 con un altro superclassico della commedia americana, ossia "L'Aereo più pazzo del mondo" del trio ZAZ); a livello di storia, "Frankenstein Junior" è una sorta di seguito della serie filmica originale, con al centro il nipote dell'originale dr. Frankenstein (si pronuncia "Frankensteen"!) il quale riporta alla luce, grazie all'intrusione di Frau Blüchen (nitrito di cavalli) gli studi del nonno e crea una nuova creatura rediviva.
Sono le singole situazioni a contare, in sequenze che partendo da serie vengono virate verso il faceto, con dialoghi che portano il tutto verso il demenziale più puro; un plauso, come sempre, va fatto all'adattamento italiano, opera di Oreste Lionello, che a differenza di quanto farà con i successivi "Monty Python e il Sacro Graal" e "Ghostbusters II", questa volta decide di restare fedele allo spirito originale riuscendo miracolosamente a creare battute irresistibili e memorabili, come, su tutte, la mitica "Lupuulà, castelloululì!" a fronte dell'originale "Werewolf? There wolf, there castle!".



L'umorismo è vario e consta di tutti i "generi" propri della commedia, con tanto di perfetto numero musicale ripassato in chiave grottesca. Si passa senza soluzione di continuità dal brillante al demenziale puro e si arriva fino alle soglie della parodia uno a uno vera e propria, con la riproposizione della scena del cieco (interpretato da un perfetto Gene Hackman, che pare non volle farsi accreditare nei titoli di testa per non far credere al pubblico di stare per assistere ad un film serio!) che anticipa di qualche anno le intuizioni del trio ZAZ, passando per sketch di natura pruriginosa ma mai volgari, come quelli che riguardano il "gigantesco schwanzstücke".



Brooks riesce a maneggiare alla perfezione ogni registro e a portare magnificamente in scena ogni gag, anche perché assistito da un cast semplicemente mirabolante; lodare Gene Wilder è persino ridondante, così come lo è farlo per Peter Boyle e Madeline Kahn; Teri Garr, mai più così bella, funziona alla perfezione, come Cloris Leachman, che con le sue espressioni esagerate ricorda quasi Una O'Connor, e Kenneth Mars che, alle prese con numeri del tutto fisici, non sbaglia mai un colpo. Su tutti, però, è lo sfortunato Marty Feldman a regnare sovrano: il suo Igor (o "eye-gor"?) è una maschera comica irresistibile, che esclama alcune delle battute più celebri ed è protagonista di alcune delle gag più memorabili e persino più sottili, come quella della gobba semovente.



Il risultato è uno juggernaut comico implacabile che regala 106 minuti di risate genuine, un vero e proprio capolavoro di ideazione e messa in scena sorretto da una passione genuina. 
Un lavoro di genio che ancora oggi riesce a divertire e ad incantare, figlio di un duo di autori-interpreti davvero mai troppo lodati.

giovedì 2 marzo 2023

Capitan Harlock: L'Arcadia della mia giovinezza

Waga Seishun no Arcadia

di Tomoharu Katsumata.

Animazione/Fantascienza/Drammatico

Giappone 1982



















La scomparsa di Akira "Leiji" Matsumoto ha colpito duramente non solo i suoi fan irriducibili o le folle di otaku innamoratisi delle sue opere, quanto e soprattutto tutto il pubblico patito di fantascienza adulta. Questo perché suoi manga e i relativi adattamenti animati costituiscono un tassello essenziale in tutto lo sviluppo e l'affermazione del genere in epoca moderna; basti solo pensare a come prima del successo di "Space Battleship Yamato" nel 1974 sia in Giappone che sul piano internazionale il concetto di space-opera fosse relegato ai soli confini della narrativa romanzesca, mai di fatto traslato nei media audiovisivi, dove l'idea di un'opera ad ambientazione fantascientifica dalla narrazione non strettamente episodica era praticamente inedita.
E laddove "Yamato" resta indubbiamente la sua opera più importante ed influente, è però innegabile come sia un'altra quella che è davvero riuscita ad imporsi come un pilastro della fantascienza pop nella coscienza collettiva di più di una generazione, ossia "Capitan Harlock".



Pubblicata in patria dal 1977 al 1979, la prima saga di Harlock è ancora ad oggi la più amata, nonché la più riuscita, ma il vero successo è in realtà arrivato solo a partire dalla messa in onda dell'omonima serie televisiva, iniziata in Giappone nel 1978 e giunta in Italia già l'anno successivo, dove dopo un'iniziale fredda accoglienza è riuscita lo stesso a divenire un successo. Serie che ha visto la partecipazione dello stesso Matsumoto, il quale ha abbandonato la stesura del manga (di fatto rimasto incompiuto) per dedicarvisi e che costituisce la versione definitiva della sua visione, portata in scena grazie alla regia di un Rintarô giovane ma già affermatosi come regista televisivo.
Il punto focale di tutta la narrazione è ovviamente l'omonimo personaggio, un pirata spaziale che non conosce padroni e si batte solo per i propri ideali di giustizia e libertà. Harlock vive in un futuro dove l'umanità è divenuta imbelle, ha raggiunto l'apice del benessere solo per trasformarsi in un popolo di buoni a nulla, dediti unicamente alla soddisfazione del piacere e all'affermazione personale a scapito di tutto e di tutti. In tale contesto, la Terra viene invasa da un popolo alieno, le Mazoniane, civiltà composta da sole donne che ha colonizzato mezzo universo e che già in epoca preistorica aveva abitato il pianeta prima della comparsa della razza umana. Di fronte all'inerzia del governo terrestre dinanzi alla minaccia incombente, Harlock, assieme al giovane Tadashi Daiba, figlio dello scienziato che ha cercato di avvisare le autorità del pericolo, la bella navigatrice Kei Yuki, il fido ufficiale di rotta Yattaran e l'aliena Meeme, orfana di un pianeta già distrutto da Mazone, avvia una lotta senza quartiere verso gli invasori.




Già nel manga la storia di Harlock si discostava ampiamente dal canone della fantascienza dell'epoca, in particolare dal suo predecessore "Yamato"; il tema dell'invasione aliena viene usato per criticare l'atteggiamento lassista degli uomini, i quali vivono come puri individui piuttosto che come civiltà vera e propria. Harlock, di conseguenza, pur solitario pirata che vive al di fuori e contro il sistema, diventa non un ribelle in cerca di vendetta sociale, quanto una sorta di eroe romantico, un uomo disilluso perché deluso dai suoi simili che decide di perseguire da solo ciò che crede giusto. Il vessillo da pirata diventa così simbolo di libertà piuttosto che di nichilismo e la ribellione diventa sinonimo di giustizia assoluta.
Il romanticismo di fondo si sposava perfettamente con trovate meravigliosamente fantastiche che introducevano in una narrazione fantascientifica elementi del tutto estranei poiché ingiustificabili da un punto di vista logico-scientfico, ma riuscivano a donare al tutto un'aura di originalità oltre che una dose ulteriore di charme; su tutti, è l'idea di trasformare Tochiro, ex compagno di Harlock, in un computer vivente, la cui trasumanizzazione avviene in modo spontaneo e mai del tutto spiegato.
Questa congiunzione di fantascienza classica, epica e romanticismo d'antan riuscì a fare breccia nel cuore del pubblico di tutto il mondo; al punto che già nel 1982, appena tre anni dopo la sua conclusione della serie, se ne mette in cantiere una seconda, "Capitan Harlock SSX", andata in onda fino al 1983 per un totale di 22 episodi.



"SSX" non è un sequel né un prequel, quanto una sorta di reimmaginazione della storia di Harlock e soci che inaugura la tradizione di ambientare ogni serie del Pirata dello Spazio in un universo a sé stante, talvolta interconnesso ad altre altre opere di Matsumoto (Harlock appare anche nella serie e nel lungometraggio di "Galaxy Express 999", così come la Corazzata Yamato finisce per apparire nell'adattamento OAV di "Harlock Saga"). Al fianco di Harlock c'è ora direttamente Tochiro, il quale viene trasformato in calcolatore nel corso delle puntate, facendo così perdere di fascino alla questione, ma anche Emeraldas, ex mercante spaziale divenuta pirata e moglie di Tochiro la quale appariva solo nei flashback della serie originale. A restare salda in questa seconda incarnazione, come in praticamente tutte le successive ad eccezione del lungometraggio del 2013, è la caratterizzazione di Harlock e soci, tanto che potrebbe essere praticamente vista come un prequel che svela le origini del capitano e della sua nave spaziale Arcadia.
Una serie in tutto e per tutto non all'altezza di quella che l'ha preceduta, ma che ha avuto il merito di traslare il Pirata dello Spazio sul grande schermo per la prima volta; la messa in onda di "SSX" è stata infatti preceduta dalla realizzazione del lungometraggio "L'Arcadia della mia giovinezza", vero e proprio episodio pilota pensato per il cinema e scritto da Leiiji Matsumoto in persona, il quale però vive tranquillamente di vita propria e ben può essere usufruito da chi non ha visto la prima serie o non vuole vederne la continuazione. E che rappresenta, a differenza di "SSX", una delle migliori incarnazioni della creatura di Matsumoto, oltre che uno dei lungometraggi anime più belli e strazianti mai concepiti.



Il setting è simile a quello della prima serie televisiva, ossia una guerra senza quartiere tra la Terra e una forza aliena, questa volta incarnata dagli Illumidiani, alieni che, in opposizione alle forze di Mazone, sembrano essere composti da soli uomini. E sempre in opposizione alla prima serie, questa volta la battaglia è già persa: nella prima scena assistiamo al ritorno in patria di Harlock, ora ancora capitano dell'aviazione militare, accolto su di un pianeta in mano alle foze d'occupazione, che per sfregio schianta la sua astronave, la Deathshadow, al fine di renderla inservibile. Assistiamo così alla nascita del pirata spaziale con il suo primo incontro con Tochiro e la riunione con la vecchia amica Emeraldas, alla sua struggente storia d'amore con la bella e sfortunata Maya, oltre che alla sua decisione definitiva di abbandonare la Terra per trovare il proprio posto nell'oceano di stelle.




Su tutto vige un sentimento di malinconia, un'atmosfera funebre che si protrae per quasi tutta la storia. Il dramma si consuma imperterrito, le catastrofi si susseguono in un crescendo inesorabile. La missione per il salvataggio del pianeta Tokarga, che inaugura la carriera di ribelle di Harlock, si rivela un disastro: come come sulla Terra, anche su questo pianeta alieno ogni speranza viene infranta e si assiste alla sua disfatta definitiva con l'estinzione totale dei suoi abitanti.
La tematica centrale del film non è tanto quella dell'atto di ribellione, quanto quella della forza di volontà pronta a sfidare il fato anche quando tutto sembra perduto. La prima scena, in proposito, è esplicativa: Phantom F.Harlock, antenato del protagonista, si ritrova a volare verso un massicio della catena montuosa di Owen Stanley, definita "la strega" poiché ha portato in passato alla morte di innumerevoli persone che ne hanno sfidato l'imponenza. Fiaccato dall'impresa e alle soglie della disfatta, Phantom decide lo stesso di riprovarla alle soglie dell'abbandono e riesce lo stesso a superarla.
Lo stesso episodio si ripresenterà al capitano spaziale oltre mille anni dopo, con il massiccio sostituito da una nebulosa. E per tutto il film, Harlock è chiamato a confrontarsi con una disfatta imminente, con una sconfitta sempre pronta a divenire totale e definitiva, ma che viene ribaltata grazie all'animo indomito, sia il suo che quello dei suoi compagni.




Una volontà che sovverte ogni avversità la quale deve comunque confrontarsi con il lutto e con la malvagità spicciola. I veri cattivi del film, più degli stessi Illumidiani, sono gli stessi terrestri, i quali decidono di collaborare con le forze di invasione al fine di mantenere il proprio status quo; laddove gli alieni ben poso essere visti come una metafora dei nazisti o delle truppe americane che hanno sconfitto il Giappone e lo hanno letteralmente occupato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i terrestri sono quei collaborazionisti che, come nel cinema di Louis Malle, sono anche peggiori dei veri mostri, poiché decidono volontariamente di sottomettervisi per ottenere un vantaggio. Non per nulla, l'unico "cattivo" dotato di un senso dell'onore è Zeda, il capo delle forze d'occupazione, un vero e proprio samurai futuribile, mentre la faccia infame della guerra viene incarnata dal suo sottoposto e soprattutto dal capo del governo d'occupazione, un umano che arriva a sparare alle spalle di Maya.
Il risentimento covato da Harlock è ora quello di un uomo che ha letteralmente perso tutto a causa dell'infamia dei suoi simili e che decide di creare una nuova patria con degli ideali propri in opposizione ad un luogo che oramai non è più suo. Se l'arcadia della giovinezza di Phantom F.Harlock e di suo figlio è un luogo di nostalgia, un passato che si fa rifugio sicuro al quale tornare alla fine di una guerra tragica e insensata, l'Arcadia costruita da Tochiro dopo mille anni di preparazione da parte dei suoi antenati e guidata da Harlock (che qui sfoggia un look più vistoso rispetto al passato, il quale diventerà lo standard in tutte le serie successive) è invece un'utopia, la promessa di un luogo futuro dove l'ideale perseguito può realizzarsi.
In un universo dove l'eterno ritorno nietzschiano è un fatto e i personaggi sono chiamati a ricoprire gli stessi ruoli in avvenimenti simili anche a distanza di secoli, Harlock decide di infrangere la ripetizione degli eventi e di creare un luogo dove ogni uomo può essere libero dalle costrizioni storiche e sociali, un'arcadia di nome e di fatto.



Il racconto visionario e metaforico viene superbamente sorretto dalla regia di Tomoharu Katsumata, che sostituisce un Rintarô ancora alle prese con la produzione del controverso blockbuster "Harmageddon- La Guerra contro Genma"; Katsumata, all'epoca già regista di alcuni episodi di "Mazinger Z" e del "Devilman" televisivo e che poi avrebbe messo le mani anche sulle serie dedicate ai supercult "Hokuto no Ken" e "I Cavalieri dello Zodiaco", si rifà chiaramente allo stile di Osamu Dezaki e dirige il tutto con un piglio onirico e ispirato, che sottolinea superbamente l'atmosfera drammatica, arrivando persino ad usare l'adagio di Albinoni nei momenti clou riuscendo a non scadere nel ridondante o nel ridicolo involontario. 



Ne consegue un racconto maturo perfettamente riuscito, un'opera tanto emotivamente lacerante quanto incredibilmente bella, un'incarnazione semplicemente superba di Harlock e della filosofia di Leiji Matsumoto, ancora oggi sorprendente e affascinante.

lunedì 27 febbraio 2023

Argentina, 1985

di Santiago Mitre.

con: Ricardo Darìn, Gina Mastronicola, Peter Lanzani, Claudio Da Passano, Francisco Bertin, Santiago Armas Estevarena, Alejandra Flechner, Paula Rasenberg, Gabriel Fernàndez.

Drammatico/Storico

Argentina, Regno Unito, Usa 2022














Affrontare il lascito della Storia in modo originale è oggi come non mai una sfida quasi impossibile da vincere; benché il registro classico sia a volte quello migliore per raccontare i drammi del passato, si sente spesso la necessità di usare un tono diverso, meno retorico e stoico, più originale, che meglio possa stimolare la visione di una ricostruzione storica comunque urgente.
"Argentina, 1985" prova a portare in scena in modo inedito i fatti concernenti lo storico processo che, nell'anno del titolo, portò alla condanna dei vertici militari per crimini contro l'umanità, purtroppo fallendo su quasi tutta la linea.



1983. All'indomai della proclamazione della democrazia in Argentina, la giustizia militare decide di deferire a quella civile il procedimento riguardante la messa in stato d'accusa dei generali che negli anni della dittatura militare si sono macchiati dei crimini di tortura e omicidio con la scusa di perseguire gli oppositori comunisti. Incaricato dell'accusa è il procuratore generale Strassera (Ricardo Darìn), il quale si ritrova invischiato in un vortice di minacce e insabbiamenti volti a tutelare una classe dirigente di fatto ancora al potere.



Siamo all'indomani della fine delle stragi. L'orrore del fenomeno dei desaparecidos è ancora pulsante nella coscienza collettiva di un paese pronto a ricominciare, ma ancora ferito nel profondo dalla violenza di un regime fascista irredento.
Strassera si ritrova ad essere suo malgrado un eroe riluttante, un uomo sulle cui spalle grava il peso di portare giustizia ad un popolo distrutto dalla violenza sommaria e compiaciuta. La paranoia verso quella polizia che è braccio armato dell'esercito è tangibile sia per lui, sia per i suoi giovani collaboratori, quella nuova classe dirigente pronta a prendere le redini del paese e a ripagare i torti subiti.
Una vicenda che si sviluppa come un canonico dramma giudiziario, con la ricerca delle testimonianze, l'escussione che porta a galla gli episodi più abominevoli e ovviamente la reazione degli accusati, trincerati dietro l'omertà di un popolo ancora per la maggior parte convinto della loro buona fede. L'unica differenza rispetto al canone è data dal fatto, di natura ovviamente storica, che l'eroe in questo caso non è un avvocato, come di solito avviene, ma un procuratore, ossia un esponente del potere giudiziario, di quello Stato che è chiamato a giudicare alcuni dei suoi membri attivi.



Santiago Mitre, che pur ha fatto dell'impegno civile e politico una sua poetica, narra il tutto con un tono ai limiti dello scanzonato, infarcendo molte scene con un umorismo da commedia brillante, il quale però si incastra male con la storia narrata, oltre che con l'atmosfera cupa che a tratti si evoca. Si passa così dai protagonisti che ricevono telefonate minatorie nelle quali si minacciano violenze ai famigliari a sequenze nelle quali il figlioretto di Strassera fa quello che nel cinema nostrano si definirebbe "il bambino chicchiricchì", una sorta di spalla simpatica che assiste il padre nell'ardua opera di portare giustizia paese disilluso o, ancora, alla sequenza scherzosa in cui il protagonista fa igestacci agli avvocati in tribunale; oltre a ciò, i dialoghi sono spesso inutilmente ironici e brillanti, oltre che maldestramente convenzionali.



La schizofrenia del racconto finisce così per mandare alle ortiche ogni possibile coinvolgimento emotivo; il quale arriva unicamente quando al centro vengono messe le testimonianze dei reduci delle torture, ossia nei momenti più ovvi; quel che è peggio è che Mitra sembra non voler prendere di petto il ruolo del potere giudiziario durante gli anni della dittatura e ogni qual volta in cui tale tematica viene per forza di cose a galla, liquida il tutto in modo frettoloso; oltre che, non si sa per quale strano motivo, sembra non voler mai neanche solo accennare ad un coinvolgimento degli Stati Uniti nei vari golpe che si sono succeduti nel corso degli anni nel paese.



Ne emerge così un dramma debole e sbagliato, il cui unico motivo di interesse è prettamente storico, ossia la testimonianza di un orrore che fu e che ancora scuote le coscienze per la sua inaudita ferocia. Immerso, tuttavia, in una pellicola a dir poco malriusita e per questo del tutto trascurabile.