martedì 21 marzo 2023

Siccità

di Paolo Virzì.

con: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Monica Bellucci, Vinicio Marchioni, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Diego Ribon, Malich Cissè, Sara Serraiocco, Emma fasano, Max Tortora, Grabiel Montesi, Emanuela Fanelli, Emanuele Maria Di Stefano .

Italia 2022















Non capita praticamente mai che un film nato per essere profetico finisca per divenire un vero e proprio "istant movie" in grado di catturare un determinato stato delle cose, ma "Siccità" è riuscito (malauguratamente, vien da dire) a fare questo inusitato passo in avanti. Paolo Virzì aveva inteso questa sua visione di una capitale in preda alla crisi idrica come uno scenario possibile, il quale, tempo un pugno di mesi, ha finito non solo per verificarsi, ma anche per coinvolgere l'intera Penisola.
Peccato però che questo sia praticamente l'unico aspetto interessante di tutto il film.




Le immagini di una Roma riarsa dal sole e desertificata sono emblematiche e bellissime, racchiuse in belle inquadrature del sempre ottimo Luca Bigazzi.
A non funzionare per niente è invece lo script che nella più pura tradizione del cinema "impegnato" nostrano tenta di unire varie storyline di personaggi eterogenei per dare un quadro di un'umanità alla deriva, in preda non solo del terrore climatico quanto e soprattutto dei propri fatali difetti. Tutte storie che vanno dal trito allo sbagliato.
Loris (Valerio Mastandrea) è l'ex autista di un presidente del consiglio morto suicida dopo l'ennesimo scandalo, il quale si ritrova a fare da guidatore stile uber e che finisce per riappacificarsi con l'ex moglie Sara (Claudia Pandolfi) e la loro figlia adolescente Martina (Emma Fasano); story-arc visto e stravisto del quale si salvano giusto gli attori, con un Mastandrea che riesce davvero ad incarnare ottimamente il classico "esaurito cronico" italiota; e dove, vergognosamente, si tenta di rendere empatico l'ex braccio destro di un politico lestofante e falso, il quale dovrebbe risultare patetico perché vittima degli orrori della spending review.



Sara, a sua volta, è un medico la quale si ritrova a dover affrontare l'emergenza di un epidemia subsahariana che ha appestato la capitale; ma il suo ruolo è un puramente riempitivo che serve più che altro unire la storia la storia di Loris e figlia con quella del suo nuovo marito Luca (Vinicio Marchioni) che, come da copione, la tradisce con Mila (Elena Lietti), sua ex compagna di liceo; e spiace essere cattivi, ma viene davvero da chiedersi quale uomo dotato di un cervello funzionante cornificherebbe la Pandolfi per stare con la Lietti...
Mila è sposata con l'attoruncolo Alfredo (Tommaso Ragno), il quale cerca di ravvivare il proprio status tramite i social network e seguendo alla lettera lo stereotipo dell'intellettualoide è un pessimo padre per Sebastiano (Emanuele Maria Di Stefano), a sua volta il perfetto stereotipo del sedicenne finto-ribelle in una trama che davvero si commenta da sola e nella quale non ci viene risparmiata neanche la scena d'obbligo nella quale la madre/moglie quarantenne ha una crisi di nervi. A far specie, semmai, è il doppio ed incredibile errore di una scrittura che da una parte porta Sebastiano ad essere investito da Sara nelle primissime scene, fatto che poi viene stranamente dimenticato e mai più portato all'attenzione di nessuno, mentre dall'altra introduce una critica alla ribellione falso-impegnata dei sedicenni la quale anzicché risultare intelligente finisce per essere clamorosamente qualunquista, poiché orgogliosamente ferma alla superficie di fatti e personaggi.  




Antonio (Silvio Orlando) è un detenuto che ama stare dietro le sbarre (!) e che a causa di un errore si ritrova di nuovo libero; decide così di attraversare la città per incontrare la figlia Giulia (Sara Serraiocco), che aveva abbandonato praticamente in fasce dopo aver ucciso la madre. Classica storia di redenzione che poi redenzione non è nella quale, ancora, è solo Silvio Orlando a funzionare.
Giulia è poi sposata con il bruto Valerio (Gabriel Montesi), da poco assunto con bodyguard della figlia di un ricco imprenditore, Raffaella (Emanuela Fanelli). Una storiella strampalata, che si conclude similmente all'alleniano "Crimini e Misfatti" ma senza ovviamente averne né la grazia tantomeno la carica drammatica, dove si cerca di fare le pulci all'alta borghesia mettendo in fila tutti i luoghi comuni possibili senza mai riuscire a comunicare davvero nulla e nella quale l'unico personaggio interessante è quello di Raffaella, donna impacciata ma sotto sotto aggressiva e intelligente, il cui story-arc era anche interessante, ma che viene subito troncato in favore di un risvolto che lascia davvero il tempo che trova.



Tra questi drammi fin troppo umani ci sono poi la storia dell'idrologo Del Vecchio (Diego Ribon) e del senzatetto Jacopucci (Max Tortora).
Il primo è un racconto di "de-formazione", con uno scienziato serio e preoccupato il quale viene trasformato dalla celebrità in un involucro vuoto che finisce a letto con Monica Bellucci, in un arco anche riuscito, ma del tutto sbagliato in un momento storico nel quale l'anti-intelletuallismo e l'anti-scienza hanno davvero fatto troppi danni al tessuto sociale.
Il secondo è l'ennesimo apologo su di un uomo alla deriva che non va davvero da nessuna parte.
Proprio l'estrema incompiutezza è poi il difetto fatale di tutta la scrittura, l'ultimo chiodo su di una bara nella quale tutti i personaggi finiscono per essere macchiette, ogni trama non ha nerbo e non cattura finendo per risultare insipida e dove persino la siccità del titolo finisce per essere giusto un contorno inutile. Il tutto coronato da un lieto fine indigesto, che stona anche con le pretese apocalittiche del film.




Una sceneggiatura troppo sfilacciata che tiene malamente insieme delle storielle a dir poco mediocri, quindi. Per di più fatalmente mal servita da un brutto montaggio, che non sa come incastrare bene le singole sequenze e talvolta persino le singole inquadrature, arrivando anche ad infliggere qualche orrendo jump-cut che fa davvero storcere il naso. E se la brutta scrittura è imputabile anche allo zampino di Francesca Archibugi, non si capisce perché lo Jacopo Quadri collaboratore abituale di Bernardo Bertolucci, di Gianfranco Rosi e di Mario Martone abbia deciso di montare il tutto con la mano sinistra; la colpa forse è di Virzì, il quale il più delle volte decide di costruire le scene in modo anonimo e svogliato.




Un film che non funziona, questo "Siccità", che si trascina stancamente per oltre due ore senza riuscire a dire mai qualcosa di concreto o condivisibile anche quando affronta una tematica tristemente urgente e ignorata come quella del cambiamento climatico. E spiace davvero che l'autore livornese, tra prove poco ispirate e l'agghiacciante collaborazione con Checco Zalone, sembra davvero aver perso lo smalto che lo contraddistingueva in passato, persino durante quegli anni '90 dei quali è stato uno dei pochi cineasti italiani davvero meritevoli di interesse e lode.

venerdì 17 marzo 2023

Scream VI

di Matt Bettinelli-Olpin & Tyler Gillet.

con: Melissa Barrera, Jenna Ortega, Courtney Cox, Jasmin Savoy Brown, Hayden Panettiere, Mason Gooding, Devyn Nekoda, Liana Liberato, Tony Revolori, Samara Weaving, Jack Champion, Henry Czerny, Dermot Mulroney, Skeet Ulrich.

Thriller/Horror

Usa 2023














---CONTIENE SPOILER---

Giusto un anno fa, con il requel di "Scream", Bettinelli-Olpin, Gillet e il resto del collettivo Radio Silence erano riusciti a riportare in auge una serie che sembrava morta e sepolta, nonostante il quarto capitolo fosse tutt'altro che brutto.
E' quindi normale che un anno dopo lo stesso team espanda quanto fatto in precedenza con un sesto capitolo che fin dalle premesse vuole andare oltre la formula classica dello slasher "parodistico" per creare qualcosa di se non proprio nuovo, almeno diverso rispetto alla tradizione. Peccato però che tale intenzione non regga per tutto il film.



Un anno dopo il nuovo massacro di Woodsboro, le sorelle Carpenter (Melissa Barrera e Jenna Ortega) si sono trasferite a New York, dove Tara frequenta l'università mentre Sam lavora con la sola intenzione di proteggere la sorella. Inutile dire che la "maledizione" di Ghostface si riaffaccia ben presto nelle loro vite.
La sequenza di apertura sembra essere una dichiarazioni d'intenti che esprime la volontà di innovare pur restando fedeli allo spirito della saga. Una bella professoressa di storia del cinema, specializzata nel genere horror e interpretata da Samara Weaving, viene massacrata da un nuovo killer, che questa volta si aggira per i vicoli di Manhattan; ma, in puro stile "Reazione a Catena", la sua identità viene rivelata subito e questi diventa la prossima vittima di un nuovo assassino; e per far capire al pubblico che si sta pur sempre assistendo alla saga di "Scream", il primo colpevole è interpretato da un altro cameo, quello di un Tony Revolori che indossa una t-shit di "4 Mosche di Velluto Grigio" e guarda in televisione "Venerdì 13 parte VIII- Incubo a Manhattan", in omaggio ad un'altra trasferta in città di un'altra nota icona del cinema dell'orrore.



I Radio Silence, così, rivoltano come un calzino tutti i cliché del cinema slasher e della serie, pur restando saldamente ancorati al nocciolo duro della tradizione di entrambi, fatto di morti sequenziali, un assassino in maschera, la pioggia di citazioni più o meno esplicite e la ripresa del modello del "Giallo Movie", questa volta quello originale di Mario Bava.
Al contempo, viene portata avanti la storia di Sam e Tara e il loro difficile rapporto, che qui trova una catarsi nella comprensione da parte della maggiore della necessità di fidarsi della più piccola e della sua maturazione.
Laddove le due protagoniste trovano una loro dimensione, lo stesso non si può dire per il resto dei personaggi. I gemelli Mindy e Chad sono praticamente gli stessi del film precedente, Gale Weathers regredisce a stronza famelica di successo e torna persino il personaggio di Kirby Reed (Hayden Panettiere) da "Scream IV", ma viene praticamente lasciata a fare da red herring; i nuovi arrivati, invece, sono tutti rigorosamente blandi ed esistono solo per dare un nuovo volto ai killer di turno.




Proprio la rivelazione dell'idnetità dei colpevoli svela l'effettiva mancanza di vero coraggio del gruppo di autori in questa seconda prova con il franchise, che affossa persino quanto visto nel primo atto. Le regole che loro stessi snocciolano sono chiare, ossia ogni sequel deve essere più grande e prendersi la briga di correre qualche rischio, ma la grandezza viene solo data da un'ambientazione che non viene neanche sfruttata più di tanto, mentre i rischi sono praticamente inesistenti, visto che da una parte viene ripreso il movente di "Scream 2", mentre dall'altra non si ha il fegato di disfarsi del cliché più ingombrate, ossia proprio quello relativo all'identità dei killer, che come da copione sono membri del ristretto gruppo di personaggi e sono praticamente tutti le new entry.
Con la conseguenza che l'ultimo atto diventa una stanca riproposizione di tutti i luoghi comuni di tutti gli slasher mai concepiti, affossando ogni possibile motivo di interesse per la visione; tanto che alla fine ci si chiede il perché di un sequel del genere, che non aggiunge davvero nulla di nuovo a quanto fatto in precedenza né da Craven, tantomeno dallo stesso duo di registi.




Come al solito, se "Scream VI" risulta godibile è solo grazie al mestiere di cast e autori, il quale comunque a tratti vacilla con vistose cadute di tono, come un ritmo inutilmente altalenante e quelle apparizioni di Skeet Ulrich non ripassate con il software per il ringiovanimento che ammantano di un alone di ridicolo involontario le scene in cui avvengono, così che questo sesto capitolo si configuri come un passo indietro rispetto a quello precedente.

mercoledì 15 marzo 2023

Creed III

di Michael B.Jordan.

con: Michael B.Jordan, Jonathan Majors, Tessa Thompson, Wood Harris, Phylicia Rashad, Mila Davis-Kent, Selenis Leyva, Florian Munteanu, Thaddeus Jay Mixson, Spence Moore II.

Sportivo/Drammatico

Usa 2023












C'era davvero bisogno di far continuare la serie di film su Adonis Creed? Ovviamente no, laddove si tiene conto che già il primo aveva il fiato abbastanza corto e il secondo seguiva uno schema stracollaudato. Ma il successo, si sa, è impossibile da ignorare, soprattutto per Michael B.Jordan, che ha davvero preso a cuore questo "Rocky privilegiato" ed ha quindi deciso di continuare a narrarne le gesta, entrando in prima persona nella cabina di regia. E crepi l'avarazia, tanto vale giocare il tutto per tutto e creare oltre ad un terzo film anche una serie anime (da poco annunciata), che gli permette così di unire la passione da otaku alla carriera cinematografica.
Ma già questo terzo capitolo ha davvero poco o nulla da dire, vivendo solo grazie alla passione di Jordan e del resto del cast.



Adonis Creed (Jordan) è diventato campione del mondo all'indomani della sfida di Viktor Drago. Raggiunta la vetta, ritrova il vecchio amico Damian "Diamond Dame" Anderson (Jonathan Majors), appena uscito di galera, il quale rientra nella sua vita intenzionato recuperare il tempo perduto per un suo vecchio debito d'amicizia...




Adonis si ritrova stretto tra passato e futuro; il rapporto con la figlioletta lo porta a proiettarsi in avanti, anche oltre la carriera da pugile, ma il ritorno di Dame lo costringe a confrontarsi con un passato rimosso ed i conseguenti sensi di colpa.
La dinamica tra i due è inizialmente la stessa di quella che in "Rocky III" intercorreva tra lo Stallone Italiano e Clubber Lang, con il primo ormai imborghesitosi ed il secondo ancora affamato e feroce, ma per fortuna Jordan ha la decenza di rendere il suo avversario credibile ed empatico, non una semplice macchietta.
Questo però non gli impedisce di forzare a dovere la vicenda, con un rivale che potrebbe praticamente essere un compagno e invece decide di essere antagonista perché si.




La trama segue così le coordinate più ovvie, con sole due eccezioni, ossia il match di metà film non viene perso da Adonis ma dal suo allievo Felix (con tanto di attore fuori parte, appartenendo palesemente ad una categoria di peso inferiore a quella di Jonathan Majors, che lo sovrasta come un armadio a tre ante) e il climax effettivo che arriva dopo il match, con la riappacificazione tra i due rivali; per il resto, tutto fila liscio, nel senso che segue il copione alla lettera senza guizzi particolari, né voler innovare una formula risaputa.




Tanto che se alla fine questo terzo capitolo delle avventure di Adonis Creed riesce a non risultare indigesto è solo grazie alla passione di Michael B.Jordan; la sua regia funziona soprattutto nella messa in scena degli incontri, dove si rifà palesemente a molti anime d'azione per creare combattimenti dove il realismo viene messo da parte in favore di una verve visionaria che rende il tutto godibile; la passione da otaku, che si sostanza anche in una dozzina di easter egg sparsi per tutto il film (i più riconoscibili sono il "doppio pugno" ripreso da una famosa vignetta di "Dragon Ball" e il look dei calzoncini che indossa nel match di apertura, che cita quello del mitico giubbotto del Kaneda di "Akira"), gli permette così di rendere interessante una vicenda altrimenti ineluttabilmente noiosa.

lunedì 13 marzo 2023

I Guerrieri della Notte

The Warriors

di Walter Hill.

con: Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright, Brian Tyler, David Harris, Marcelino Sanchez, Tom McKitterick, Terry Michos, David Patrick Kelly, Deborah Van Valkenburgh, Roger Hill, Dennis Gregory, Lynne Thigpen, Mercedes Ruhel, Paul Greco, Thomas G. Waites,

Azione

Usa 1979











Come molte pellicole seminali, anche "I Guerrieri della Notte" rientra in quel nugolo di film che rivisti oggi possono sembrare ordinari, quasi sterili; questo perché, al pari dei coevi "Alien" e "Halloween- La Notte delle Streghe", la lezione di cinema imposta da Walter Hill in quel del 1979 è entrata dritta nel DNA di tutti i filmmaker successivi che si sono confrontati con il registro action, anche se poi ben pochi sono poi effettivamente riusciti a raggiungere tale vetta di perfezione tecnico-stilistica.
Progetto che viene affiato a Hill dai vertici della Paramount, ma che fa totalmente suo. La base è data dal romanzo omonimo di Sol Yurick del 1965, nel quale lo scrittore reimmagina l' "Anabasi" di Senofonte ambientandolo nelle strade di New York, con una street gang al posto dei mercenari ateniesi e il Bronx che sostituisce la Persia di re Ciro; ma a differenza del film, il romanzo introduceva nella narrazione una componente drammatica di stampo quasi verista, data dalla vita agra dei singoli protagonisti, esplicitata in particolare nel finale, dove dopo essere sopravvissuto alla fuga, uno dei personaggi si ritrova in una famiglia disfunzionale, bloccato in una casa dove la violenza coniugale è ben più mostruosa di quella di strada.
Hill, dal canto suo, decide di optare per una visione opposta e stilizza all'estremo fatti e personaggi; persino la sua iniziale pretesa di verosimiglianza per la quale tutti i Guerrieri dovevano essere ispanici e afroamericani cede il passo, su richiesta dei produttori, ad una descrizione più libera del mondo delle gang di strada. E il risultato è un action pirotecnico, 95 minuti al cardiopalma caratterizzati da una serie infinita di inseguimenti e risse.



L' "Anabasi" è al contempo spunto e base narrativa. Su richiesta di Cyrus (Roger Hill), capo dei "Riffs", la più grande banda di strada di Manhattan, nove delegati di ogni gang di New York si riuniscono nel Bronx per un vero e proprio consiglio di guerra nel quale il leader cerca di unire i vari gruppi in una vera e propria rivolta anarchica contro le autorità. Ma Luther (David Patrick Kelly), capo degli infidi "Rogues", assassina il "re" e fa ricadere la colpa sugli innocenti "Warriors", il cui capo Cleon (Dorsey Wright) viene immediatamente ucciso per vendetta; gli otto superstiti, Swan (Michael Beck), Ajax (James Remar), Rembrandt (Marcelino Sanchez), Snow (Brian Tyler), Cochise (David Harris), Vermin (Terry Michos), Cowboy (Tom McKitterick) e Fox (Thomas G. Waites) devono così ritornare alla natia Coney Island, distante oltre 150 kilometri, con tutte le gang della città alle calcagna.




La narrazione viene volontariamente spogliata di ogni orpello inutile. Ogni sovrastruttura ed ogni possibile allegoria cedono il passano ad un racconto puro e immediato. I "Guerrieri" sono semplici ragazzi di strada chiamati a sopravvivere alla notte, le loro azioni contano più delle parole e non si cerca praticamente mai di dare loro una valenza ulteriore a quella strettamente narrativa. I singoli personaggi sono dei "tipi" che restano sempre ancorati alla soglia dell'archetipo riuscendo a non scadere mai nello stereotipo vero e proprio. Swan è così un capo riluttante, Ajax la testa calda, sfrontato eppure dotato di un proprio senso del dovere e Rembrandt il giovane e inesperto. Il resto del cast dei personaggi vive grazie al carisma degli attori e alle trovate estetiche, che riescono a concedere loro una personalità immediatamente avvertibile, comunicata solo per il tramite visivo, come il look da nativo americano di Cochise o il cappello di Cowboy. O anche tramite i dialoghi fulminanti, caratterizzati da una serie di frasi di culto, come la mitica "I'll shove that bat up your ass and turn you into a popsicle!", che nel bell'adattamento italiano diventa la ancora più memorabile "Ti infilo quel bastone nel culo e ti sventolo come una bandiera!".
Il racconto d'ensable diventa così pura narrazione di genere dove il coinvolgimento emotivo viene dato dalla capacità della messa in scena di farci calare in questa sfiancante fuga, ponendo lo spettatore al fianco dei Guerrieri, in maniera simile ma ancora più marcata rispetto a quanto accadeva nel precedente cult di Hill, il piccolo capolavoro "Driver l'imprendibile".




Quella dei Guerrieri è così sostanzialmente una storia di sopravvivenza che Hill racconta tramite le sole azioni. E nell'imbastire le risse che il gruppo è costretto a combattere con i rivali e con la polizia, riprende la lezione di Sam Peckinpah e fa del montaggio lo strumento principale per imprimere un ritmo veloce agli scontri; i tagli sono sapienti e ben valorizzano le coreografie del veterano Craig R.Baxley, così che ogni scontro rivisto oggi risulta ancora godibile, ma all'epoca risultava addirittura innovativo: nasce qui l'action moderno, che fonde un gusto per il ritmo sfrenato alla capacità di creare suspense tramite tagli veloci, ma sempre ponderati.
Caratura stilistica che raggiunge l'apice nel bellissimo scontro finale con i Punk: una scazzottata in un bagno che ha richiesto ben cinque giorni di riprese ed una coreografia misurata al millimetro, quasi un balletto di violenza che nonostante la perfetta preparazione risulta lo stesso brutale e adrenalinica.




Ma Hill non si limita ad eseguire un mero lavoro sul piano strettamente tecnico, arrivando anche a variegare il registro narrativo per creare un racconto sempre efficace. Complice l'amientazione notturna, crea un'atmosfera sinistra sino ai limiti dell'orrorifico, con una metropoli lercia e pericolosa, quella "Fear City" dell'epoca che già Scorsese era riuscito a restituire alla perfezione in "Taxi Driver" e che di lì a poco diverrà il simbolo della violenza urbana grazie a "Maniac" e "Lo Squartatore di New York". Quella de "I Guerrieri della Notte" è però una New York ancora più stilizzata, quasi il sogno di quella vista in primis ne "Il Braccio Violento della Legge", dove le bande armate sono caratterizzate da gimmick pittoresche e abiti variopinti, ma non sono meno pericolose di quelle reali; una metropoli tanto vera quanto fantastica, tanto immaginaria quanto realistica (non per nulla, tutto il film è ufficialmente ambientato in un futuro prossimo) magnificamente portata su schermo dalla fotografia cupa e contrastata al neon del sempre ottimo Andrew Laszlo.
Tra l'action puro e l'horror, Hill riesce persino ad inserire degli inserti da musical vero e proprio, affidandosi alle musiche evocative di Barry De Vorzon (tra le primissime colonne sonore ad avere uno score totalmente in synth) e alle canzoni pop, con la fantastica "Nowhere to Hide" usata per dare il via alla caccia ai Guerrieri e la splendida "Love is a Fire" per sottolineare il pericolo durante la scena dell'imboscata delle Lizzies.



Ma quella de "I Guerrieri della Notte" è anche la storia di un gruppo di ragazzi che diventano, loro malgrado, uomini, benché tale metafora non sia mai insistita. Il gruppo si ritrova ben presto senza un leader, quella guida che avrebbe ben potuto tirarli fuori dai guai molto più facilmente, dovendo quindi trovare in loro stessi la forza di sopravvivere alle avversità (analogamente a quanto Hill farà in "Alien" e "I Guerrieri della Palude Silenziosa"); i protagonisti sono così chiamati a superare le diffidenze reciproche e a cementificare la loro unione, fino ad una realizzazione catartica, che in tal caso coincide con la presa di coscienza della futilità della vita di strada. 
Il rapporto di amore/odio tra Swan e  Mercy (Deborah Van Valkenburgh) è così l'esternazione del disagio giovanile metropolitano di una generazione che si ritrova a vivere in un girone dantesco dove la violenza e il vuoto pneumatico la fanno da padrone; il ritorno a Coney Island, luogo della salvezza ma anche patria velenosa, è la realizzazione di come tutto ciò che hanno è il nulla e che forse è arrivato il momento di espandere i propri orizzonti. Sottotrama che regge bene pur se inserita in un racconto di puro genere persino quando si traccia un parallelo in teoria debole con "la notte della vita" di un gruppo di ragazzi "normali", ossia le due coppie che incrociano i Guerrieri nell'ultimo treno verso Coney.




Rivisto oggi, "I Guerrieri della Notte" non ha certo la forza dirompente di quanto si affacciò per la prima volta nelle sale del 1979; eppure, l'incrediible regia di Hill è ancora fresca e permette di godere appieno di questa lunga fuga notturna, in un film che ha giustamente seguito l'intero cursus honorum da controverso successo di cassetta a cult, sino a divenire un vero e proprio classico del cinema.


EXTRA

A partire dal 2006 è stata distribuita in DVD (poi in Blu-Ray) una director's cut del film che lo ripropone nella visione originariamente voluta da Hill ma mai completata per motivi di tempo.
Non una versione estesa, non presentando alcuna scena inedita, questa nuova edizione aggiunge un prologo nel quale un narratore (che inizialmente avrebbe dovuto essere interpretato nientemeno che da Orson Welles) introduce la storia fornendo un parallelo esplicito con l'opera di Senofonte.
Gli stacchi "a tendina" vengono poi sostituiti con delle transizioni in freeze-frame che trasformano i fotogrammi in vignette in rotoscopio.
Nuova versione che non aggiunge tantissimo alla visione, se non un tocco pop e postmoderno ancora più marcato.



Mai giunta (per ora) in home-video in Italia, è stata però più volte trasmessa via satellite sui canali Sky e più volte replicata anche da Rai4 e RaiMovie.

Il motivo della mancata inclusione di questi elementi nel montaggio iniziale pare sia stato dovuto alla fretta che la Paramount aveva di far uscire il film in sala. "I Guerrieri della Notte" era infatti solo uno di quattro film che nel 1979 portavano in scena il fenomeno delle bande giovanili, assieme a "Walk Proud", "Boulevard Nights" e soprattutto "The Wanderers- I Nuovi Guerrieri", che sin dal titolo si caratterizzava come un potenziale rivale ai botteghini.



Nel 2005, Rockstar Games ha prodotto e distribuito un videogame ispirato al film. Non un semplice adattamento (la storia della pellicola arriva solo nell'ultima missione), quanto un prequel che narra le vicende antecedenti al conclave di Cyrus, oltre a raccontare le storie dei singoli personaggi e come si sono uniti alla banda, in quello che più che un semplice tie-in o adattamento è un vero e proprio atto d'amore verso il film.

giovedì 9 marzo 2023

Tár

di Todd Field.

con: Cate Blanchett, Noémie Merlant, Nina Hoss, Sophie Kauer, Sydney Lemmon, Sylva Flote, Julian Glover, Zetphan Smith-Gneist, Adam Gopnik, Jessica Hansen, Mark Strong.

Drammatico

Usa 2022
















La carriera di Todd Field è alquanto strana. Inizia come attore e arriva persino a collaborare con Kubrick, interpretando il pianista in "Eyes Wide Shut", solo per poi virare verso la regia, dirigendo l'acclamato "In the Bedroom" nel 2001 e l'ancora più acclamato "Little Children" nel 2006. 
Ed è da qui che la sua filmografia praticamente si ferma. Resta lontano dalla macchina da presa per praticamente quindici anni, allo scadere dei quali torna alla regia con "Tàr", dramma umano che trova l'estimatore supremo in Martin Scorsese e fa strage di nomination e riconoscimenti effettivi. Malauguratamente, questo suo ennesimo trionfo è un film alquanto controverso, arroccato in una forma sbruffonescamente elegante e ricercata che però cela un racconto debole che distrugge ogni possibile interesse verso una storia attuale e urgente.



Lydia Tàr (la Blanchett) è la compositrice e conduttrice d'orchestra più acclamata di sempre. Ricopre un ruolo solitamente associato ad una figura maschile, ma questo non le ha impedito di affermarsi e, proprio come farebbe un uomo, usa il suo potere e la sua influenza in modo irresponsabile per ottenere il piacere, coartando giovani donne in cambio di fama e fortuna. O forse no, forse è solo vittima di un'epoca storica nella quale qualsiasi comportamento anche solo marginalmente lascivo viene etichettato come tossico.
E' su tale dicotomia che Field pone il suo sguardo. O, meglio, sull'impossibilità di discernere una linea di discrimine tra una condotta effettivamente egoistica ed una mera percezione della stessa, acuita dal fervore puritano proprio dell'era dei social network. 
Ogni cattiva condotta viene solo suggerita, spesso lasciata fuori scena; quando invece la regia decide di mostrare qualcosa, lo fa solo affinché si possa comprendere come questa realtà possa essere distorta ad hoc, come in una delle prime scene, un piano sequenza nel quale Lydia tenta di insegnare ad un allievo l'importanza di non farsi ingabbiare nei preconcetti di razza, religione, ideologia e orientamento sessuale, solo per poi vedere questo discorso rimontato (similmente a quanto suggeriva Romero in "Diary of the Dead") per trasformare la protagonista in una razzista convinta.
Di fatto, la vediamo mostrare interesse verso le giovani musiciste e tentare di imbastire una relazione extraconiugale con la giovane e talentuosa Olga (Sophie Kauer), ma molti dei suoi comportamenti riprovevoli vengono solo discussi tramite accuse su fatti mai mostrati, accentuando la sensazione di come questa sua condotta sia si riprovevole, ma mai davvero illecita.



Ma Field è indeciso se imbastire questa vicenda come un thriller psicologico o un dramma puro e nel dubbio fonde i due registri per creare una narrazione che, tanto inspiegabilmente quanto fatalmente, si rivela debolissima. Si resta affascinati dalla storia di Lydia e dalla tela di ragno nella quale resta suo malgrado invischiata, ma il racconto è claudicante, chiuso in una serie di scene prive di mordente che raggiungono il limite del ridicolo negli inserti onirici.
L'atmosfera fredda, che ben avrebbe dovuto conciliarsi con la storia, si rivela invece un difetto, impedendo agli eventi di coinvolgere e ogni pretesa di tensione, drammatica ed emotiva, finisce così per cadere a vuoto, in un andirivieni di cattiverie volte a creare la solita spirale distruttiva che cinge una protagonista la quale finisce la sua storia nel modo più ovvio possibile, con una seconda parte che altro non è se non un parata di luoghi comuni assortiti che vanno dalla paranoia alla pazzia vera e propria, sino alla definitiva, inevitabile, caduta in disgrazia. Ed era dai tempi della débacle polanskiana di "Quello che non so di Lei" che non si vedeva un thriller dal fiato così corto.



Sul dramma umano e sui risvolti psicologici, a Filed sembra interessare più perdersi nella contemplazione del lusso degli interni, degli abiti ricercati, della musica sinfonica in ambienti glamour glaciali. Non per nulla apre le danze nel modo peggiore possibile, ossia con un'intervista dove vita, morte e miracoli della protagonista vengono gettati in faccia al pubblico nel modo più didascalico possibile mentre la vediamo provarsi abiti di alta sartoria, in quello che è il trionfo totale e definitivo di un cinema "borghese" interessato solo all'eleganza ostentata, al lusso urlato, alla bellezza materiale spicciola; un'estetica che vuole essere ricercata, ma che finisce solo per essere cafona.



Cosa è quindi alla fine "Tàr"? Da una parte, uno studio psicologico inerte che si masturba sulla sua stessa forma, dall'altra una sorta di thriller piatto e ovvio che non coinvolge mai; in parole povere, un film insipido e compiaciuto, il cui unico motivo di interesse potrebbe essere la sola performance di una al solito ottima Cate Blanchett; ma 158 minuti di nulla sono un prezzo troppo alto da pagare per avere l'ennesima conferma del suo talento.

lunedì 6 marzo 2023

The Whale

di Darren Aronofsky.

con: Brendan Fraser, Sadie Sink, Ty Simpkins, Hong Chau, Samantha Morton.

Drammatico

Usa 2022















---CONTIENE SPOILER---

Il cinema di Darren Aronofsky oscilla costantemente tra la fascinazione filosofico-religiosa e l'attrazione per i piccoli drammi umani, ragionando alternativamente tra i massimi sistemi e l'interiorità pura. La sua ultima fatica, "Madre!" rientrava nel primo filone, quindi è normale che il film successivo rientrasse direttamente nel secondo.
E "The Whale", come il pluriacclamato "The Wrestler", si rivela un dramma sorprendente con al centro un personaggio umano e dolente superbamente interpretato da un ritrovato Brendan Fraser, anche se purtroppo non privo di qualche imperfezione.



Il paragone con "The Wrestler" è poi fin troppo calzante. Anche questa è la storia di un uomo caduto in disgrazia e di come ritrovi un ultimo afflato di vita prima di una "sublimazione", dato anche (qui totalmente) dal ritrovato rapporto paterno con una figlia che aveva abbandonato; e proprio come in "The Wrestler", anche in "The Whale" uno dei punti più riusciti è dato dall'interpretazione di un attore protagonista ex divo ora ritrovato, qui un Brendan Fraser che da quella che, almeno fin ora, è la performance della vita. Le differenze sono ovviamente date dalla scrittura, dalla messa in scena e dalla riuscita effettiva.
Qui Aronofsky porta in scena un dramma teatrale di Samuel D.Hunter, dai forti echi autobiografici; al centro di tutto c'è il personaggio di Charlie (Fraser), professore di letteratura che insegna in DAD senza mai rivelare il suo aspetto agli alunni, quello di un uomo di oltre 300 chili. Assistiamo così ai suoi ultimi giorni di vita, caratterizzati dall'incontro con Thomas (Simpkins), giovane appartenente ad una chiesa protestante in cerca di proseliti, dalla riunione con la figlia Ellie (Sadie Sink), che aveva abbandonato quando lei aveva otto anni, oltre che l'amicizia con l'infermiera Liz (Hong Chau).




Si potrebbe scomporre la narrazione in tre strati, tutti e tre complementari.
Su di un primo livello, Aronofsky porta in scena la dannazione di un uomo che ha deciso di autodistruggersi. Charlie è una persona che ha deciso di sacrificare tutto per amore, non tanto quello della famiglia, quanto quello per quell'amore scoppiato all'improvviso e mai sospettato per Alan; un amore talmente grande che alla morte di questi, l'unico modo per elaborare il lutto è stato quello di distruggere il proprio corpo tramite la voracità alimentare. Prigioniero di un involucro che è divenuto una prigione, incarnazione esteriore di una  prigionia mentale che lo ha portato a restare impantanato nel dolore senza mai superare la perdita, il quale è a sua volta prigioniero di una casa, ambiente unico dell'azione in un kammerspiel che però non tenta mai di giocare la carta della claustrofobia (escludendo ovviamente il ricorso al formato dell'immagine in 4/3 per accentuare gli interni angusti).
Aronofsky, di converso, resta ancorato al personaggio e ai suoi subordinati. E nel mostrare la deriva nauseabonda di quegli strati di grasso, del sudore grondante, delle abbuffate usate per tentare di sopprimere uno spleen incontenibile, dimostra una sensibilità più marcata di quanto si possa pensare: non insiste mai sui dettagli rivoltanti, inquadra il fisico sempre alla giusta distanza e senza insistere sui risvolti repellenti persino quando deve portarne in scena i fluidi corporei. Tanto che le solite, stupide, polemiche di body shaming risultano al solito mal formulate.



Su di un secondo livello c'è la descrizione del rapporto interpersonale, sia quello di Charlie con i suoi ospiti che quello tra di loro. Perno principale è ovviamente quello con la figlia Ellie, che Sadie Sink interpreta con il giusto fervore, ruolo che le permette di dimostrare le sue capacità di attrice benché ricada pur sempre nel cliché dell'adolescente problematica. E perno di questo rapporto è a sua volta il senso di colpa per l'abbandono per il padre e la rabbia per la figlia. Il percorso non è tanto quello di una riappacificazione, quanto quello di una comprensione: da un lato Charlie cerca di capire una figlia che non ha mai davvero visto e che crede migliore di quello che in realtà sia, dall'altro Ellie arriva a comprendere la scelta di un genitore che ha si le sue colpe, ma che le sta scontando in modo fin troppo salato. Tanto che alla fine non conta davvero se Ellie sia davvero buona o cattiva, se le sue azioni siano rivolte ad aiutare il prossimo piuttosto che a distruggerlo, quel che conta è che Charlie riesca davvero a fare breccia nella sua anima e a farle comprendere l'importanza di avere una coscienza propria che non si sostanzi unicamente nello sdegno o nel cinismo spicciolo.



Allo stesso modo, i rapporti interpersonali con gli altri personaggi divengono fonte di conoscenza e maturazione. Thomas, membro della chiesa "New Life" (ma nella piéce originale erano semplici Mormoni, cambio forse dovuto alla religiosità dell'autore) usa il rapporto con Charlie per dimostrare di essere in grado di poter salvare qualcuno, il quale, ai suoi occhi, è vittima di una vita priva di Dio che lo ha portato all'omosessualità, ossia un peccato mortale. Ma alla fine è lui che deve comprendere come tale scelta di via non sia una forma di dannazione e come il perdono, quello vero, sia altro, come quello che alla fine gli viene concesso dai genitori, che aveva abbandonato al seguito di un furto alla chiesa.
Liz, in apparenza personaggio positivo, si disvela, grazie al confronto con Thomas, come una figura più sinistra di quanto possa inizialmente apparire; durante la prima metà del film la vediamo preoccuparsi per il suo migliore amico, ma al contempo la vediamo perorare le sue pulsioni golose, contribuendo alla sua distruzione; solo per poi comprendere come questo sua atto sia una forma di surrogazione per tentare di sopprimere il dolore della perdita, quella di Alan, il quale era sua fratello, che a differenza di Charlie era stato colpito da una forma di anoressia depressiva che lo ha poi condotto al suicidio. 



All'interno di un dramma "classico", Aronofsky riesce lo stesso a far confluire la sua passione filosofica e a fare sue alcune riflessioni di Samuel D.Hunter.
"The Whale" porta a riflettere sulla genuinità del pensiero, su come sia essenziale non lasciarsi manipolare dalle aspettative altrui. La propria identità e le proprie opinioni non devono essere celate, edulcorate o artefatte per venire incontro ai canoni di pensiero predominanti, il pensiero genuino, benché superficiale ed esposto in maniera spicciola, è sempre quello migliore.
La religione, di conseguenza, non deve essere usata come strumento per riportare le persone dentro quei canoni a noi congeniali; la volontà di "salvare" qualcuno rendendolo simile a noi o inculcandogli pensieri non suoi altro non è che atto di puro egoismo, rivolto unicamente ad affermare sé stessi a scapito di chi ci circonda.
I nostri limiti e preconcetti divengono così una sorta di Moby Dick, un mostro che ci ossessiona e che dobbiamo abbattere per poter davvero ritornare liberi, superare l'empasse umana data dall'incapacità di accettare una situazione umanamente disdicevole e ritrovare quel contatto umano dato anche e soprattutto dal confronto non filtrato con il prossimo (da cui la duplice valenza del titolo).



Aronofsky regge benissimo la storia grazie ad una messa in scena dinamica, che tra montaggio andante, primi pian espressivi e movimenti di macchina minimali ma azzeccati riesce a celare la natura teatrale del testo. Ma finisce clamorosamente per cadere negli ultimissimi secondi di pellicola con due immagini a dir poco sconcertanti.
In primis, la letterale assunzione in cielo di Charlie, che corona il suo calvario in modo ridicolo. In secondo luogo quel "paradiso del ricordo" dal quale esclude Alan, quasi a voler rileggere il testo di base in maniera omofobica, cosa che per tutto il resto della durata sembra, anzi, non voler fare.
Screzio finale che purtroppo inficia in parte la riuscita di un'opera altrimenti commovente.

venerdì 3 marzo 2023

Frankenstein Junior

Young Frankenstein

di Mel Brooks.

con: Gene Wilder, Marty Feldman, Teri Garr, Peter Boyle, Cloris Leachman, Madeline Kahn, Kenneth Mars, Richard Haydn, Danny Goldman, Liam Dunn, Gene Hackman.

Commedia/Parodia

Usa 1974













Ci sono film che travalicano lo status di cult per arrivare ad un livello successivo, divenendo quasi delle ossessioni per gli spettatori e amatori; pellicole che si marchiano in modo talmente indelebile nella mente di chi le ama al punto che intere battute vengono recitate a memoria durante la visione, ricalcando alla perfezione persino l'intonazione degli attori (o doppiatori), finendo per arrivare alle soglie del fenomeno di costume vero e proprio. L'esponente più blasonato di tale categoria è sicuramente l'intramontabile "The Rocky Horror Picture Show", la cui visione di gruppo, magari in drag, è ancora oggi un'esperienza fenomenale; ma c'è un altro film che può vantare uno status del genere e che potrebbe insidiarne il podio, ossia il capolavoro di Mel Brooks "Frankenstein Junior".
Chi non ha mai citato nella vita reale alcune delle battute più celebri? Dinanzi ad una situazione disastrosa, chi non ha mai esclamato "Potrebbe andare peggio... potrebbe piovere!"? O non ha mai gridato con enfasi assatanata "Si può fare!"?
Il successo e l'amore ottenuto sono in questo caso totalmente meritati; la parodia dei classici della Universal targata Brooks riesce davvero ad inanellare una serie di gag trascinanti, usando un umorismo che spazia dal brillante al demenziale passando per lo slapstick puro, in un vero e proprio tour de force comico che induce al sorriso in maniera costante, senza però mai appiattirsi.



L'idea per il film appartiene non tanto a Brooks, quanto a Gene Wilder, anche co-autore della sceneggiatura; sua era infatti la passione per il cinema horror in bianco e nero, il quale lo avrebbe portato successivamente anche alla creazione dello sfortunato "Luna di miele stregata" nel 1986. Una passione pura e genuina che si riverbera nella riproposizione in chiave comica dei momenti salienti dei capolavori di James Whale "Frankenstein" e il suo incredibile sequel "La Moglie di Frankenstein".
Due pellicole "seminali" non solo all'interno della produzione horror della Universal e non unicamente a causa della celebrità assunta con gli anni, quanto e forse soprattutto grazie allo stile di regia di Whale, che tra primi piani e montaggio alternato crea due film praticamente avanguardistici per gli standard del cinema americano degli anni '30. Ovviamente a Wilder e Brooks interessano gli aspetti più squisitamente estetici e orrorifici, che qui vengono riportati in modo certosino.



Ogni singolo aspetto estetico-stilistico rimanda al passato, come se l'intero film fosse stato girato quarant'anni prima; un esperimento che oggi potremmo definire "vintagexploitation" e che arriva giusto un anno dopo al simile "Paper Moon" di Bogdanovich (anch'esso interpretato da Madeline Kahn) e si inserisce perfettamente all'interno del filone della New Hollywood che svecchiava il cinema delle origini senza però rigettarlo, anzi tenendolo sempre in alta considerazione. E proprio come i fautori del nuovo cinema americano, anche Brooks sa quando inserire inquadrature più moderne, con movimenti di macchina fluidi e dinamici al fine di rendere la scena più interessante.
La sua passione è smodata, al punto di ritrovare gli stessi oggetti di scena usati nei film originali per riproporli qui, usandoli in modo simpatico anche per dare vita a qualche gag e che finiscono per rendere la visione ancora più gustosa.



La versione comica di Brooks e Wilder tende a ridicolizzare fatti e personaggi. Non è ovviamente una parodia nel senso moderno del genere, non c'è la costante riproposizione meccanica delle medesime scene degli originali rilette in chiave comica (cosa che succederà in maniera totale e definitiva solo a partire dal 1980 con un altro superclassico della commedia americana, ossia "L'Aereo più pazzo del mondo" del trio ZAZ); a livello di storia, "Frankenstein Junior" è una sorta di seguito della serie filmica originale, con al centro il nipote dell'originale dr. Frankenstein (si pronuncia "Frankensteen"!) il quale riporta alla luce, grazie all'intrusione di Frau Blüchen (nitrito di cavalli) gli studi del nonno e crea una nuova creatura rediviva.
Sono le singole situazioni a contare, in sequenze che partendo da serie vengono virate verso il faceto, con dialoghi che portano il tutto verso il demenziale più puro; un plauso, come sempre, va fatto all'adattamento italiano, opera di Oreste Lionello, che a differenza di quanto farà con i successivi "Monty Python e il Sacro Graal" e "Ghostbusters II", questa volta decide di restare fedele allo spirito originale riuscendo miracolosamente a creare battute irresistibili e memorabili, come, su tutte, la mitica "Lupuulà, castelloululì!" a fronte dell'originale "Werewolf? There wolf, there castle!".



L'umorismo è vario e consta di tutti i "generi" propri della commedia, con tanto di perfetto numero musicale ripassato in chiave grottesca. Si passa senza soluzione di continuità dal brillante al demenziale puro e si arriva fino alle soglie della parodia uno a uno vera e propria, con la riproposizione della scena del cieco (interpretato da un perfetto Gene Hackman, che pare non volle farsi accreditare nei titoli di testa per non far credere al pubblico di stare per assistere ad un film serio!) che anticipa di qualche anno le intuizioni del trio ZAZ, passando per sketch di natura pruriginosa ma mai volgari, come quelli che riguardano il "gigantesco schwanzstücke".



Brooks riesce a maneggiare alla perfezione ogni registro e a portare magnificamente in scena ogni gag, anche perché assistito da un cast semplicemente mirabolante; lodare Gene Wilder è persino ridondante, così come lo è farlo per Peter Boyle e Madeline Kahn; Teri Garr, mai più così bella, funziona alla perfezione, come Cloris Leachman, che con le sue espressioni esagerate ricorda quasi Una O'Connor, e Kenneth Mars che, alle prese con numeri del tutto fisici, non sbaglia mai un colpo. Su tutti, però, è lo sfortunato Marty Feldman a regnare sovrano: il suo Igor (o "eye-gor"?) è una maschera comica irresistibile, che esclama alcune delle battute più celebri ed è protagonista di alcune delle gag più memorabili e persino più sottili, come quella della gobba semovente.



Il risultato è uno juggernaut comico implacabile che regala 106 minuti di risate genuine, un vero e proprio capolavoro di ideazione e messa in scena sorretto da una passione genuina. 
Un lavoro di genio che ancora oggi riesce a divertire e ad incantare, figlio di un duo di autori-interpreti davvero mai troppo lodati.