mercoledì 5 aprile 2023

Dungeons & Dragons- L'Onore dei Ladri

Dungeons & Dragons: Honor among thieves

di John Francis Daley & Jonathan Goldstein.

con: Chris Pine, Michelle Rodriguez, Justice Smith, Sophia Lillis, Hugh Grant, Regé-Jean Page, Chloe Coleman, Daisy Head, Spencer Wilding, Will Irvine.

Fantasy/Commedia

Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Islanda, Australia 2023









Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando "Dungeons & Dragons" era considerato come una vera e propria appendice alla bibbia di satana e per dissuadere i ragazzini  dal giocarci venivano fatti film per tv dove un giovane Tom Hanks si perdeva nelle caverne dimostrando come un gioco da tavolo causasse confusione nella percezione del reale, in quel "Mazes & Monsters" oggi ricordato solo per quanto fosse indicibilmente stupido. E ne è passata tanta anche da quando il marchio di Wizards of the Coast è arrivato al cinema, nel 2000, anticipando di un anno il ritorno in auge del fantasy dovuto al successo de "Il Signore degli Anelli- La Compagnia dell'Anello", configurandosi come un vero e proprio capolavoro del ridicolo involontario, nel quale è ancora oggi affascinante guardare un Jeremy Irons che, cosciente della cavolata a cui ha deciso di prendere parte, crea una performance talmente sopra le righe e cartoonesca da diventare strabiliante e ipnotica.
Oggi come oggi, con la rivalutazione della "cultura" geek e il culto degli anni '80, D&D è diventato un passatempo pop largamente accettato anche da quella fetta di pubblico che magari fino ad una quindicina d'anni fa mai avrebbe ammesso in pubblico di amarlo.
Ma quel penoso exploit filmico restava una macchia sulla reputazione del celebre gioco di ruolo, che lo ha praticamente bandito dai media audiovisivi per vent'anni, come una sorta di condanna allo scadere della quale un nuovo film è stato messo in cantiere, forse anche per risollevare le casse dell'azienda, rimasta a galla solo grazie all'acquisizione da parte di Hasbro. E se il primo film era una "cosa" che dimostrava un livello di incompetenza talmente elevato da risultare a tratti incredibile, tanto che finiva per configurarsi come una pellicola a suo modo interessante e divertente, "L'Onore dei Ladri" è invece un film dove tutto raggiunge livelli di dignità, ma nel quale nulla alla fin fine è davvero memorabile.




La prima cosa a saltare all'occhio (e già dai trailer) è il tono scanzonato con il quale viene ammantata tutta la storia; forse per evitare per scadere nel trash come nel primo film, a questo giro si è deciso di non prendere storia e personaggi troppo sul serio e, in pieno stile "scrittura millennial", battutine e sarcasmo la fanno da padrone all'interno di una trama comunque seria. Il fatto che poi dietro l'operazione ci siano John Francis Daley e Jonathan Goldstein, ossia i padrini dell'Uomo Ragno del MCU non era affatto garanzia di riuscita; fortunatamente, non si arriva mai a detestare il party di personaggi sarcastici protagonisti, anche grazie all'ottimo cast, formato da un gruppo di attori al solito affiatati e simpatici, capitanati da un Chris Pine che come sempre è una garanzia nel ruolo dello smargiasso con il cuore d'oro.



La storia in sé stessa è poi una piccola variazione del canone fantasy classico dove non c'è un vero e proprio "cammino dell'eroe": benché il protagonista effettivo sia l'Edgin di Pine chiamato a recuperare anche un immancabile mcguffin, la narrazione è più corale ed è strutturata come un caper, dove il ladro dall'anima buona deve anche e soprattutto recuperare l'amore della figlioletta (con inevitabili echi di "Ant-Man"). Non un'epica guerra tra bene e male assoluti (elemento che viene inserito solo nel finale), dove non ci sono neanche battaglie spettacolari; non un fantasy nel senso convenzionale del termine, quindi, quanto un cappa e spada vecchia scuola ambientato nei Forgotten Realms.
Il tutto, però, retto da uno script non proprio perfetto, che presenta diversi difetti i quali sarebbero stati facilmente evitabili. Si parte in primis dalla presentazione di un mondo i cui elementi spesso restano solo abbozzati o citati alla svelta; se le linee generali sono chiare e le varie razze sono bene o male le stesse viste in qualsiasi altra opera fantasy, chi non ha dimestichezza con D&D si chiederà davvero perché tanto astio nei confronti dei tiefling (e persino cosa effettivamente siano) o cosa sia quello strano oggetto rotondo che lo stregone Simon usa per eseguire le magie.
Anche la storia di per sé stessa a tratti non funziona, con la minaccia dei Maghi Rossi che di fatto non trova una vera risoluzione, forse per permettere la creazione di un seguito diretto. Così come lasciata sullo sfondo è tutta la sottotrama riguardante Doric (Sophia Lillis) e il suo regno d'adozione, inserita solo per dare un background a quello che purtroppo resta il personaggio più blando del cast.



Gli altri personaggi, per fortuna, funzionano meglio. Edgin è il classico furfante buono, ma riesce a non essere piatto anche grazie allo sforzo di Pine. Il maghetto Simon (Justice Smith) è anch'egli un archetipo stravisto, quello del giovane dotato che deve prendere fiducia in se stesso, ma finisce anch'esso per funzionare. Il paladino Xenk (Regé-Jean Page)funge poi da aiutante e mentore, ma viene simpaticamente lasciato fuori dai giochi per la maggior parte della durata del film. Mentre Holga (Michelle Rodriguez) è la dura dal cuore d'oro e la linea umoristica riguardante la sua attrazione per gli Halfling è anche l'aspetto comico più simpatico (con tanto di cameo di Bradley Cooper nei panni dell'ex marito premuroso).
Simpatica è anche la trovata di cucire il ruolo dei personaggi d'azione alle due donne, la quale funziona perché, miracolosamente, non si insiste sul fatto che siano, appunto, due donne che picchiano come bruti.



In generale, questo ritorno ai Forgotten Realms funziona, ma non incanta. La storia è basilare e i personaggi non sono nulla di trascendentale sul piano della caratterizzazione; il sense of wonder è praticamente assente, anche a causa di una regia funzionale, piatta e palesemente derivativa (con tanto di abuso di panoramiche "jacksoniane" per i paesaggi), oltre che di un comparto tecnico che va dal sufficiente al mediocre, con effetti in CGI talvolta vistosamente fasulli.
Tutti difetti che non distruggono la visione e che permettono comunque a "L'Onore dei Ladri" di risultare piacevole. Ma non memorabile, a differenza del film del 2000, il quale era innegabilmente davvero memorabile, anche se per i motivi sbagliati.

venerdì 31 marzo 2023

Super Mario Bros.

di Rocky Morton & Annabel Jenkel.

con: Bob Hoskins, John Leguizamo, Dennis Hopper, Samantha Mathis, Fiona Shaw, Richard Edson, Fisher Stevens, Mojo Nixon, Gianni Russo, Dana Kaminski, Lance Henriksen.

Fantastico/Avventura/Commedia

Usa , Giappone, Inghilterra, Francia 1993












La storia degli adattamenti videoludici al cinema è costellata di alcune delle pellicole più smaccatamente brutte che si siano mai viste; si pensi a roba come "Mortal Kombat-Distruzione Totale", la serie di trasposizioni da "Resident Evil", "DOA: Dead or Alive", il "Max Payne" con Mark Whalberg, "Wing Commander", "Street Fighter- Sfida Finale" ed il suo inguardabile seguito/spin-off "La Leggenda di Chun-Li"; e ciò senza neanche dover scomodare sua maestà Uwe Boll, il quale ha  ridefinito il concetto di brutto e ridicolo grazie a classici del cinema-spazzatura quali "House of the Dead" e le trilogie su "Bloodrayne" e "In the name of the king" (quest'ultima solo formalmente tratta da "Dungeon Siege").
Storia che comincia proprio con un film da sempre definito come trash, ossia quel "Super Mario Bros." dei coniugi Morton-Jenkel che nell'estate del 1993 ha inaugurato il filone portando al cinema quella che è tutt'oggi l'icona videoludica per antonomasia. E con l'imminente uscita di un nuovo film sull'idraulico italoamericano panciuto più atletico del mondo dei videogames, occorre chiedersi se davvero quell'exploit è davvero così malriuscito o se merita la riscoperta di cui da una quindicina d'anni a questa parte è stato oggetto.



La storia produttiva dietro al film è la classica serie di strane intuizioni e disavventure che ben potrebbero dar vita ad un documentario a dir poco coinvolgente. 
Tutto parte ovviamente dal successo del Nintendo Entertainment System in America; uscito a metà degli anni '80, poco dopo l'esplosione della bolla speculativa che nel 1983 aveva quasi distrutto l'industria videoludica, questo sistema casalingo riporta in auge i videogiochi grazie ad un mix di grafica e gameplay per l'epoca sbalorditivi, con pietre miliari cone "Metroid" e "The Legend of Zelda" che rivoluzionano il concetto di game design; oltre, ovviamente, al titolo di testa della casa di Osaka, quel "Super Mario Bros." platform dalla costruzione e grafica perfetti che veniva venduto direttamente assieme alla console e figlio del geniale game designer Shigeru Miyamoto.




Mario e il suo pazzo mondo si inseriscono in brevissimo tempo nella memoria collettiva e dai confini dei videogame arrivano anche in televisione grazie ad un adattamento a cartoni animati nel 1989, mentre al cinema, nello stesso anno, arriva "The Wizard", vero e proprio spot cinematografico a "Super Mario Bros. 3" che riscuote anche un decoroso successo.
Ma l'idea di portare al cinema il blockbuster targato Nintendo in un adattamento ufficiale viene concepita da quel Roland Joffé che, tra l'esordio folgorante con "Urla del Silenzio" ed il successivo trionfo a Cannes con il bellissimo "Mission", sembrava essere lontano anni luce dalle coordinate pop che un'operazione del genere richiede; invece è proprio lui che verso la fine degli anni '80 acquisisce i diritti di sfruttamento cinematografico del brand tramite la sua casa produttrice Lightmovie e si mette alla ricerca di un regista al quale affidare il compito di creare il film, visto il suo impegno con "La Città della Gioia", progetto decisamente più vicino alla sua poetica.
Il primo regista a essere contattato è Harold Ramis, che da fan della Nintendo pare fosse entusiasta dell'iniziativa e propose una versione in animazione delle avventure di Mario, Luigi e company; idea che però non piace a Joffé e al collega Jake Eberts e porta all'immediata defezione del padre degli Acchiappafantasmi.



Scartata l'idea di creare un lungometraggio d'animazione, si punta al live-action pur con la coscienza dell'estrema difficoltà insita nel tradurre in immagini dal vivo un mondo fatto di funghi deambulanti, tartarughe umanoidi sputafuoco, principesse in pericolo e con protagonisti due idraulici che diventano giganti mangiando cardoncelli e sparano palle di fuoco grazie a lisergici fiori occhiuti. E a causa della difficoltà nel portare a bordo un cast di attori, il duo di produttori decide di far redigere uno script prima della scelta del regista, al quale lavora anche Ed Solomon, tra gli autori di "Bill & Ted"
Prima stesura molto vicina al gioco, dal quale vengono ripresi personaggi e ambientazioni amene e colorate e che favorisce l'ingresso nella produzione di John Leguizamo, Samantha Mathis, Fisher Stevens, Fiona Shaw e Dennis Hopper, chiamato ad interpretare il villain dopo il rifiuto dei superdivi Arnold Schwarznegger e Michael Keaton; oltre a Bob Hoskins, che indossa il cappello di Mario dopo che la prima scelta Danny De Vito declina l'offerta per dedicarsi alla produzione di "Hoffa- Santo o Mafioso?".
Con script e cast al loro posto, non resta che trovare un regista in grado dare vita alle immagini e la scelta cade così sul duo Morton-Jenkel, che all'epoca aveva raggiunto una certa notorietà creando, in Inghilterra, la serie televisiva su "Max Headroom", il cui testone protagonista era diventato subito un'icona pop nonostante la breve durata delle sue avventure catodiche. Ed è qui che le cose prendono una piega del tutto inaspettata.




A quello stile colorato e un po' folle proprio delle avventure a 8-bit di Mario, il duo ne predilige uno uscito direttamente da "Blade Runner", ambientando tutto il film in una metropoli distopica, sporca e ai limiti del cyberpunk che prende il posto del fiabesco Mushroom Kingdom dei giochi, mentre i suoi abitanti diventano degli ibridi uomo-rettile che si sono evoluti direttamente dai dinosauri dopo una scissione dimensionale. 
L'idea dei registi è tanto folle quanto chiara, ossia fare un film che piaccia anche e forse soprattutto agli adulti, benché il pubblico principale per un'operazione del genere, all'epoca come oggi, fossero gli infanti. E la loro volontà è talmente ferrea che chiamano a bordo David Snyder, ossia proprio il direttore artistico del capolavoro di Scott, il quale crea una Dinohattan che potrebbe davvero sorgere a poche miglia dalla Los Angeles di Rick Deckard. Il che fa il paio con un tono adulto dato da spogliarelliste mezze nude che si aggirano per i set, battute a doppio senso e situazioni sinistre, come quando il cattivo Koopa cerca letteralmente di stuprare la principessa Daisy.




Al di là dello scarto di tono presente su schermo, a fare vera sensazione, oggi come oggi, è la conoscenza del vero e proprio caos che regnava durante le riprese. La maggior parte avviene in una fabbrica in disuso in North Carolina, struttura ovviamente priva di aria condizionata durante una delle estati più calde di sempre, con la conseguenza che cast e troupe si ritrovano costantemente zuppi di sudore; il budget continua a gonfiarsi a causa dei complessi effetti speciali, su tutti quelli in CGI usati per determinate inquadrature e per l'epoca pionieristici; oltre che per l'animatronico di Yoshi, piccolo capolavoro di animazione remota che però richiede grossi sacrifici economici ad una casa di produzione di piccole dimensioni. Ma su tutto, a rendere la produzione difficoltosa sono stati i due registi in persona.




Definiti come "inetti la cui arroganza era scambiata per genio" dal compianto Hoskins, Jenkel e Morton pare non avessero il minimo rispetto per cast e troupe: arrivavano a cambiare i dialoghi a cadenza quotidiana, tanto che Dennis Hopper smise di imparare le proprie battute, sapendo che tempo qualche ora e sarebbero divenute inutili; gli orari di lavorazione non venivano rispettati praticamente mai, con shooting list e piani di lavorazione costantemente riscritti senza informare nessuno. Ad un certo punto, i due arrivano persino ad abbandonare il set a seguito del manifesto disappunto dei produttori e della stessa Nintendo verso un film che con il materiale di partenza non aveva praticamente più nulla a che vedere; le riprese sono così state ultimate dal direttore della fotografia Dean Samler, il quale però non è mai stato accreditato come co-regista effettivo.
In una tale situazione, Hoskins e Leguizamo riuscirono comunque a legare sul piano umano e per rendere il lavoro meno pesante erano spesso ubriachi sul set, con la conseguenza che durante le riprese di una scena nel furgone Leguizamo ha rischiato di far cappottare il veicolo e Hoskins si è fratturato una mano, con relativa ingessatura "coperta" dal reparto make-up ma la cui esistenza è ravvisabile nel film finito ogni volta che i fratelli Mario si danno il cinque.




Riprese che finiscono con quasi un mese di ritardo. Cominciata la post-produzione, il duo di registi fa marcia indietro e, appoggiandosi alla Director's Guild of America, riesce ad ottenere il final cut sul film praticamente in extremis.
Il resto, come si sual dire, è storia: "Super Mario Bros." esce in Usa il 28 Maggio 1993 e incassa poco più di 20 milioni di dollari a fronte di un budget di quasi 50, con i dati del mercato internazionale rimasti tutt'oggi ignoti. Nonostante una campagna promozionale martellante, il successo gli viene letteralmente soffiato da "Jurassic Park", uscito appena due settimane prima e forte di una componente spettacolare più elevata oltre che di una narrazione decisamente più digeribile.
Trova in seguito una sua audience grazie all'home video e ai passaggi televisivi (qui in Italia, i primi, su Rai2, registrano ottime medie d'ascolto) e con gli anni la sua natura di film "strambo" e "tipicamente '90's" gli consentono di diventare un cult, tanto che viene aperto il sito Super Mario Bros. The Movie Archive per celebrarlo e fare luce sulla sua turbolenta lavorazione. E a partire dalla seconda metà degli anni zero, viene persino rivalutato artisticamente, con recensioni che per la prima volta tendono ad esaltarne i pregi piuttosto che a sottolinearne i difetti. 
Ma tale riscoperta è fondata o frutto di un abbaglio?
Fortunatamente, rivisto oggi questo strano "non-adattamento" funziona molto meglio di quanto si possa pensare.



Non funziona, ovviamente, come trasposizione, con un'estetica opposta alla fonte e i personaggi che diventano praticamente dei semplici omaggi alle loro controparti originarie; così i goomba e i koopa trooper sono su schermo dei simpatici giganti decerebrati, Iggy e Spike hanno un aspetto totalmente umano, i funghi sono un unico ammasso fungino senziente che infesta la città e che una volta era il vecchio re, ribattezzato Bowser come il cattivo originale dei giochi, mentre è il solo Bob-Omb a trovare una vera trasposizione su schermo, diventando un'arma che finisce anche per risolvere in parte la situazione.
Al di là delle differenze estetiche, il film di Super Mario è però una commedia d'azione ben congegnata e tutto sommato ben diretta, che riesce ad intrattenere a dovere.




Il ritmo è letteralmente indiavolato anche quando la narrazione rallenta, come nella digressione nel deserto, e non si ha mai una vera fase di stanca. L'azione è ben congegnata ed eseguita a dovere e ci si riesce davvero ad appassionare a questa rilettura del supercult di Miyamoto in chiave carrolliana e distopica; e questo anche grazie all'alchimia e all'impegno del cast: la chimica tra Hoskins e Leguizamo è tangibile in ogni scena e sembrano davvero due fratelli, mentre Dennis Hopper è semplicemente fantastico nei panni di un villain tanto spietato quanto ironico; impegno a dir poco commendevole visto il letterale casino sul set, che ben avrebbe spezzato la volontà di attori meno professionali. Il che fa funzionare ancora meglio le gag, alcune delle quali divenute giustamente celebri, come lo strambo e irresistibile balletto dei goomba in ascensore sulle note del tema de "Il Dottor Zivago".




Il personaggio di Mario riesce persino ad avere uno story-arc completo, passando da cinico disilluso a uomo in grado di credere all'esistenza dell'impossibile, oltre a quello, più immediato, di persona comune che si ritrova suo malgrado ad essere un eroe. E ben si complementa con il più scanzonato Luigi, la cui indole bambinesca lo rende più incline all'avventura e immediatamente simpatico. Persino la principessa finisce per avere un ruolo attivo negli eventi, salvandosi praticamente da sola, così come attivo è il ruolo della cattiva Lena, che alla fine diventa persino più letale dello stesso Koopa, non ricadendo nello stereotipo della semplice "pupa del boss".
Ma un plauso va anche fatto alla direzione artistica, che pur tradendo l'originale e lavorando in via derivativa riesce lo stesso a creare un impianto visivo suggestivo, perfettamente accompagnato dal trascinante score di Alan Silvestri e da una colonna sonora smaccatamente anni '90 e perfettamente orecchiabile.





"Super Mario Bros." non è, in definitiva, un brutto film e la rivalutazione è del tutto meritata; è solo una pellicola che tradisce le aspettative e si discosta troppo dal calco del videogame originale. Una trasposizione malriuscita, ma un pop-corn movie del tutto riuscito e godibile.



EXTRA

Forse a causa del tonfo al botteghino, nell'edizione italiana è stato clamorosamente tagliato tutto l'epilogo del film, comprensivo di un finale aperto, oltre che di una divertente scena post-credit.
La cosa strana è che così facendo è stata eliminata anche la comparsata di Lance Henriksen nei panni di Re Bowser, ritrasformato da fungo in umano dopo la sconfitta di Koopa; ma Henriksen è comunque accreditato nei titoli italiani, creando una vera e propria "comparsata fantasma".


martedì 28 marzo 2023

The Son

di Florian Zeller.

con: Hugh Jackman, Zen McGrath, Vanessa Kirby, Laura Dern, Anthony Hopkins, Shin-Fei Chen, William Hope, Akie Kotabe, Joseph Mydell.

Drammatico

Regno Unito, Francia 2022














---CONTIENE SPOILER---

Dopo aver portato su schermo il dramma di un padre ormai anziano con "The Father", Florian Zeller continua la sua narrazione sulla paternità portando su schermo un'altra sua piéce, "The Son", con la quale entra nel dettaglio del delicato equilibrio affettivo tra padri e figli.




Peter (Jackman) è un rampante avvocato che sta per intraprendere una carriera politica al fianco di un promettente senatore. La sua vita viene sconvolta quando l'ex moglie Kate (Laura Dern), che aveva lasciato anni prima per rifarsi una vita con la giovane Beth (Vanessa Kirby), gli chiede di occuparsi di loro figlio Nicholas (Zen McGrath), il quale sta attraversando una forte fase depressiva.




Un dramma nudo e puro, questa volta, non più un thriller che usa i salti temporali e la confusione percettiva per ricreare il caos dell'azheimer. Zeller si concentra sia sul figlio del titolo quanto e soprattutto sul padre e sul compito impossibile che è chiamato a svolgere, ossia quello di salvare un ragazzo già distrutto dalla vita.
L'innesco del dramma è la separazione, l'abbandono del genitore che si è rifatto una nuova famiglia con una compagna più giovane. Il che causa nel figlio una forma depressiva che si trasforma in un "mal di vivere" vero e proprio, un vuoto interiore non solo affettivo ma totalmente esistenziale che lo porta a distaccarsi da tutto.
Lo sguardo di Zeller è attento alla sensibilità della gioventù, di quella fase "turbolenta" nella quale nulla ha davvero senso e che per Nicholas risulta ancora più insostenibile a causa del trauma da abbandono, creando un ritratto tanto forte quanto veritiero.



Vice versa, Peter si ritrova a vestire gli stessi panni di quel padre che lo aveva a sua volta abbandonato e del quale cerca di non ripetere gli errori. Ma il suo è un girare a vuoto, una lotta persa in partenza contro un male ormai impossibile da estirpare. Un padre, lui, che si sforza di ricreare il figlio secondo un'immagine ideale, riportandolo ad una "normalità" che lui non cerca e che per questo non capisce, né vuole.
Zeller punta così il dito contro questo padre che ha compiuto il peccato imperdonabile di abbandonare un figlio, ma al contempo lo guarda con empatia, ne comprende il dolore e arriva a perdonarlo, pur senza concedergli un lieto fine. 
Ed è proprio tale decisione che finisce però con il rappresentare il punto debole della storia: il suicidio di un figlio "perso" è una trovata drammaturgica sin trovo prevedibile e scontata, che non aggiunge davvero nulla ad un ritratto che funzionava già a dovere e nel quale la decisione di rincarare la dose del dramma finisce solo con l'essere pacchiana, quasi fuori luogo.




Trovata finale che stona nell'ottica di un dramma altrimenti ben congegnato, che riesce a colpire e a dar corpo ai sentimenti e al dolore anche grazie ad un ottimo Hugh Jackman, che finalmente può sfoggiare le sue doti di attore drammatico senza freni, oltre che ad un bravissimo Zen McGrath, che si impone come uno degli interpreti più promettenti della sua pur talentuosa generazione.

lunedì 27 marzo 2023

Shazam! Furia degli Dei

Shazam! Fury of the Gods

di David F.Sandberg.

con: Zachary Levi, Asher Angel, Helen Mirren, Lucy Liu, Jack Dylan Grazer, Rachel Zegler, Grace Caroline-Currey, Adam Brody, Ross Butler, D.J. Cotrona, Faithe Hermnn, Megan Good,  Djimon Hounsou, Ian Chen.

Supereroistico/Avventura/Fantastico/Commedia

Usa 2023










Con la ristrutturazione aziendale in corso in casa DC/Warner, la distruzione dello "Snyderverse" con l'imminente "The Flash" e la nuova via in fase di concepimento da parte di James Gunn e Peter Safran, il sequel dell'amato "Shazam!" si è ritrovato suo malgrado nella scomoda posizione di essere praticamente l'ultimo fuoco di una serie di film che tra alti e bassi non ha mai davvero attecchito; colpa di una direzione priva di vere linee guida, che si è dimostrata strategia vincente finché si è affidata ad autori dotati di una propria visione, ma che non ha comunque mai davvero pagato in termini di pubblico, anche a causa delle interferenze da parte del management che hanno finito per castrare quanto di buono fatto. Senza contare come il flop del pur simpatico "Black Adam" abbia finito per influire negativamente sulla ricezione al box office del secondo film dedicato all'epigono di Superman più amato.
"Furia degli Dei" (l'atricolo nella titolazione italiana oramai è un lusso che evidentemente non ci si può permettere) ha finito anch'esso per floppare clamorosamente al box office e ha suscitato reazioni apatiche da parte della critica. E se il primo risultato è alquanto difficile da spiegare, trovando una possibile giustificazione solo nella probabile fase di stanca che il genere supereroistico si sta trovando ad attraversare, il secondo è decisamente più condivisibile.




Questo perché la seconda incarnazione del Capitan Marvel della Fawcett al cinema è quanto di più convenzionale mente umana possa concepire, sia in termini di trama che di messa in scena.
La storia è presto detta: le figlie di Atlante, guidate da Helen Mirren e Lucy Liu, si sono liberate dalla loro prigionia e rivogliono i poteri che la congrega di maghi aveva sottratto loro. Il mago Shazam (Djimon Hounsou) è loro prigioniero ed è ancora vivo... per qualche motivo. A salvare la situazione deve pensarci ovviamente la famiglia Marvel.
Fa strano innanzitutto notare come la scena post-credit del primo film sia stata letteralmente ignorata: quell'introduzione del villain Mister Mind, il "bruco parlante più cattivo del mondo", aveva fatto presagire l'ingresso degli aspetti più stravaganti del fumetto, il che avrebbe garantito una ventata di originalità sia nella serie di film che in generale nel DCEU. Stranamente, si è deciso di optare per un gruppo di cattivi decisamente più convenzionale, con motivazioni del tutto scontate ed una caratterizzazione a dir poco basilare.



Maggior spazio viene dedicato a Freddie e al suo rapporto con il fratello, mentre Billy Batson finisce per apparire poco e niente, lasciando che sia sempre il suo alter-ego a restare in scena. Shazam deve così affrontare il trauma della separazione da una famiglia che è il suo unico appiglio nel mondo e trovare da solo la forza di superare gli eventi, in una sorta di rovesciamento della "morale" del primo film che ne rappresenta però la naturale evoluzione, la trasformazione del protagonista da ragazzo in uomo.
Tolto questo aspetto di caratterizzazione, "Furia degli Dei" è una sarabanda di luoghi comuni, con sequenze action funzionali, ma mai davvero adrenaliniche, effetti speciali di buona fattura, ma mai davvero rivoluzionari, un'estetica apprezzabile, ma non originale ed un umorismo che funziona, ma non riesce mai davvero ad essere trascinante.




Tanto che alla fin fine persino cercare di dire qualcosa di originale su di un lavoro del genere risulta arduo. Si possono così solo far notare alcune strambe scelte di narrazione, come un'intera sottotrama che viene risolta grazie al product placement delle caramelle Skittles, tanto che a tratti sembra di assistere ad una pausa pubblicitaria, la sovrabbondanza di inquadrature dedicate a Grace Caroline-Currey, dovuta alla sua innegabile e quasi insostenibile bellezza, l'apparizione onirica di Wonder Woman con la faccia di Djimon Hounsou attaccata sul corpo di Gal Gadot che riporta inevitabilmente alla mente lo sgorbio visto di recente in "Bardo", ma che qui funziona perché inserita in una gag, il cameo di Michael Gray, il Billy Batson del telefilm degli anni '70, nonché la presenza di un personaggio chiamato "Dario Bava" in ossequio alla formazione horror di David Sandberg.




130 minuti dove tutto è già fatto e già visto, che scorrono tutto sommato bene ma nei quali solo i più piccoli e i patiti di cinefumetti riusciranno a trovare davvero qualcosa da apprezzare. Tutti gli altri possono adoperarli per riposare il cervello e rifarsi gli occhi sull'avvenenza del cast.

mercoledì 22 marzo 2023

R.I.P. Francesco "Citto" Maselli


 
1930 - 2023

Di quel gruppo di cineasti che tra la fine degli anni '50 e la prima metà degli anni '90 ha contribuito alla nascita e all'affermazione del "cinema civile" in Italia, Citto Maselli non faceva certo parte dei migliori. Non aveva né la capacità stilistica di un Francesco Rosi, tantomeno la "pancia" di un Damiano Damiani.
Eppure liquidare il suo cinema come "malriuscito" o inutile sarebbe lo stesso ingiusto, pregno com'è di riflessioni lo stesso interessanti e ancora oggi urgenti, come la corruzione dilagante e l'ignavia di quella sinistra che nei suoi anni era davvero troppo idolatrata negli ambienti intellettuali.

martedì 21 marzo 2023

Siccità

di Paolo Virzì.

con: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Monica Bellucci, Vinicio Marchioni, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Diego Ribon, Malich Cissè, Sara Serraiocco, Emma fasano, Max Tortora, Grabiel Montesi, Emanuela Fanelli, Emanuele Maria Di Stefano .

Italia 2022















Non capita praticamente mai che un film nato per essere profetico finisca per divenire un vero e proprio "istant movie" in grado di catturare un determinato stato delle cose, ma "Siccità" è riuscito (malauguratamente, vien da dire) a fare questo inusitato passo in avanti. Paolo Virzì aveva inteso questa sua visione di una capitale in preda alla crisi idrica come uno scenario possibile, il quale, tempo un pugno di mesi, ha finito non solo per verificarsi, ma anche per coinvolgere l'intera Penisola.
Peccato però che questo sia praticamente l'unico aspetto interessante di tutto il film.




Le immagini di una Roma riarsa dal sole e desertificata sono emblematiche e bellissime, racchiuse in belle inquadrature del sempre ottimo Luca Bigazzi.
A non funzionare per niente è invece lo script che nella più pura tradizione del cinema "impegnato" nostrano tenta di unire varie storyline di personaggi eterogenei per dare un quadro di un'umanità alla deriva, in preda non solo del terrore climatico quanto e soprattutto dei propri fatali difetti. Tutte storie che vanno dal trito allo sbagliato.
Loris (Valerio Mastandrea) è l'ex autista di un presidente del consiglio morto suicida dopo l'ennesimo scandalo, il quale si ritrova a fare da guidatore stile uber e che finisce per riappacificarsi con l'ex moglie Sara (Claudia Pandolfi) e la loro figlia adolescente Martina (Emma Fasano); story-arc visto e stravisto del quale si salvano giusto gli attori, con un Mastandrea che riesce davvero ad incarnare ottimamente il classico "esaurito cronico" italiota; e dove, vergognosamente, si tenta di rendere empatico l'ex braccio destro di un politico lestofante e falso, il quale dovrebbe risultare patetico perché vittima degli orrori della spending review.



Sara, a sua volta, è un medico la quale si ritrova a dover affrontare l'emergenza di un epidemia subsahariana che ha appestato la capitale; ma il suo ruolo è un puramente riempitivo che serve più che altro unire la storia la storia di Loris e figlia con quella del suo nuovo marito Luca (Vinicio Marchioni) che, come da copione, la tradisce con Mila (Elena Lietti), sua ex compagna di liceo; e spiace essere cattivi, ma viene davvero da chiedersi quale uomo dotato di un cervello funzionante cornificherebbe la Pandolfi per stare con la Lietti...
Mila è sposata con l'attoruncolo Alfredo (Tommaso Ragno), il quale cerca di ravvivare il proprio status tramite i social network e seguendo alla lettera lo stereotipo dell'intellettualoide è un pessimo padre per Sebastiano (Emanuele Maria Di Stefano), a sua volta il perfetto stereotipo del sedicenne finto-ribelle in una trama che davvero si commenta da sola e nella quale non ci viene risparmiata neanche la scena d'obbligo nella quale la madre/moglie quarantenne ha una crisi di nervi. A far specie, semmai, è il doppio ed incredibile errore di una scrittura che da una parte porta Sebastiano ad essere investito da Sara nelle primissime scene, fatto che poi viene stranamente dimenticato e mai più portato all'attenzione di nessuno, mentre dall'altra introduce una critica alla ribellione falso-impegnata dei sedicenni la quale anzicché risultare intelligente finisce per essere clamorosamente qualunquista, poiché orgogliosamente ferma alla superficie di fatti e personaggi.  




Antonio (Silvio Orlando) è un detenuto che ama stare dietro le sbarre (!) e che a causa di un errore si ritrova di nuovo libero; decide così di attraversare la città per incontrare la figlia Giulia (Sara Serraiocco), che aveva abbandonato praticamente in fasce dopo aver ucciso la madre. Classica storia di redenzione che poi redenzione non è nella quale, ancora, è solo Silvio Orlando a funzionare.
Giulia è poi sposata con il bruto Valerio (Gabriel Montesi), da poco assunto con bodyguard della figlia di un ricco imprenditore, Raffaella (Emanuela Fanelli). Una storiella strampalata, che si conclude similmente all'alleniano "Crimini e Misfatti" ma senza ovviamente averne né la grazia tantomeno la carica drammatica, dove si cerca di fare le pulci all'alta borghesia mettendo in fila tutti i luoghi comuni possibili senza mai riuscire a comunicare davvero nulla e nella quale l'unico personaggio interessante è quello di Raffaella, donna impacciata ma sotto sotto aggressiva e intelligente, il cui story-arc era anche interessante, ma che viene subito troncato in favore di un risvolto che lascia davvero il tempo che trova.



Tra questi drammi fin troppo umani ci sono poi la storia dell'idrologo Del Vecchio (Diego Ribon) e del senzatetto Jacopucci (Max Tortora).
Il primo è un racconto di "de-formazione", con uno scienziato serio e preoccupato il quale viene trasformato dalla celebrità in un involucro vuoto che finisce a letto con Monica Bellucci, in un arco anche riuscito, ma del tutto sbagliato in un momento storico nel quale l'anti-intelletuallismo e l'anti-scienza hanno davvero fatto troppi danni al tessuto sociale.
Il secondo è l'ennesimo apologo su di un uomo alla deriva che non va davvero da nessuna parte.
Proprio l'estrema incompiutezza è poi il difetto fatale di tutta la scrittura, l'ultimo chiodo su di una bara nella quale tutti i personaggi finiscono per essere macchiette, ogni trama non ha nerbo e non cattura finendo per risultare insipida e dove persino la siccità del titolo finisce per essere giusto un contorno inutile. Il tutto coronato da un lieto fine indigesto, che stona anche con le pretese apocalittiche del film.




Una sceneggiatura troppo sfilacciata che tiene malamente insieme delle storielle a dir poco mediocri, quindi. Per di più fatalmente mal servita da un brutto montaggio, che non sa come incastrare bene le singole sequenze e talvolta persino le singole inquadrature, arrivando anche ad infliggere qualche orrendo jump-cut che fa davvero storcere il naso. E se la brutta scrittura è imputabile anche allo zampino di Francesca Archibugi, non si capisce perché lo Jacopo Quadri collaboratore abituale di Bernardo Bertolucci, di Gianfranco Rosi e di Mario Martone abbia deciso di montare il tutto con la mano sinistra; la colpa forse è di Virzì, il quale il più delle volte decide di costruire le scene in modo anonimo e svogliato.




Un film che non funziona, questo "Siccità", che si trascina stancamente per oltre due ore senza riuscire a dire mai qualcosa di concreto o condivisibile anche quando affronta una tematica tristemente urgente e ignorata come quella del cambiamento climatico. E spiace davvero che l'autore livornese, tra prove poco ispirate e l'agghiacciante collaborazione con Checco Zalone, sembra davvero aver perso lo smalto che lo contraddistingueva in passato, persino durante quegli anni '90 dei quali è stato uno dei pochi cineasti italiani davvero meritevoli di interesse e lode.

venerdì 17 marzo 2023

Scream VI

di Matt Bettinelli-Olpin & Tyler Gillet.

con: Melissa Barrera, Jenna Ortega, Courtney Cox, Jasmin Savoy Brown, Hayden Panettiere, Mason Gooding, Devyn Nekoda, Liana Liberato, Tony Revolori, Samara Weaving, Jack Champion, Henry Czerny, Dermot Mulroney, Skeet Ulrich.

Thriller/Horror

Usa 2023














---CONTIENE SPOILER---

Giusto un anno fa, con il requel di "Scream", Bettinelli-Olpin, Gillet e il resto del collettivo Radio Silence erano riusciti a riportare in auge una serie che sembrava morta e sepolta, nonostante il quarto capitolo fosse tutt'altro che brutto.
E' quindi normale che un anno dopo lo stesso team espanda quanto fatto in precedenza con un sesto capitolo che fin dalle premesse vuole andare oltre la formula classica dello slasher "parodistico" per creare qualcosa di se non proprio nuovo, almeno diverso rispetto alla tradizione. Peccato però che tale intenzione non regga per tutto il film.



Un anno dopo il nuovo massacro di Woodsboro, le sorelle Carpenter (Melissa Barrera e Jenna Ortega) si sono trasferite a New York, dove Tara frequenta l'università mentre Sam lavora con la sola intenzione di proteggere la sorella. Inutile dire che la "maledizione" di Ghostface si riaffaccia ben presto nelle loro vite.
La sequenza di apertura sembra essere una dichiarazioni d'intenti che esprime la volontà di innovare pur restando fedeli allo spirito della saga. Una bella professoressa di storia del cinema, specializzata nel genere horror e interpretata da Samara Weaving, viene massacrata da un nuovo killer, che questa volta si aggira per i vicoli di Manhattan; ma, in puro stile "Reazione a Catena", la sua identità viene rivelata subito e questi diventa la prossima vittima di un nuovo assassino; e per far capire al pubblico che si sta pur sempre assistendo alla saga di "Scream", il primo colpevole è interpretato da un altro cameo, quello di un Tony Revolori che indossa una t-shit di "4 Mosche di Velluto Grigio" e guarda in televisione "Venerdì 13 parte VIII- Incubo a Manhattan", in omaggio ad un'altra trasferta in città di un'altra nota icona del cinema dell'orrore.



I Radio Silence, così, rivoltano come un calzino tutti i cliché del cinema slasher e della serie, pur restando saldamente ancorati al nocciolo duro della tradizione di entrambi, fatto di morti sequenziali, un assassino in maschera, la pioggia di citazioni più o meno esplicite e la ripresa del modello del "Giallo Movie", questa volta quello originale di Mario Bava.
Al contempo, viene portata avanti la storia di Sam e Tara e il loro difficile rapporto, che qui trova una catarsi nella comprensione da parte della maggiore della necessità di fidarsi della più piccola e della sua maturazione.
Laddove le due protagoniste trovano una loro dimensione, lo stesso non si può dire per il resto dei personaggi. I gemelli Mindy e Chad sono praticamente gli stessi del film precedente, Gale Weathers regredisce a stronza famelica di successo e torna persino il personaggio di Kirby Reed (Hayden Panettiere) da "Scream IV", ma viene praticamente lasciata a fare da red herring; i nuovi arrivati, invece, sono tutti rigorosamente blandi ed esistono solo per dare un nuovo volto ai killer di turno.




Proprio la rivelazione dell'idnetità dei colpevoli svela l'effettiva mancanza di vero coraggio del gruppo di autori in questa seconda prova con il franchise, che affossa persino quanto visto nel primo atto. Le regole che loro stessi snocciolano sono chiare, ossia ogni sequel deve essere più grande e prendersi la briga di correre qualche rischio, ma la grandezza viene solo data da un'ambientazione che non viene neanche sfruttata più di tanto, mentre i rischi sono praticamente inesistenti, visto che da una parte viene ripreso il movente di "Scream 2", mentre dall'altra non si ha il fegato di disfarsi del cliché più ingombrate, ossia proprio quello relativo all'identità dei killer, che come da copione sono membri del ristretto gruppo di personaggi e sono praticamente tutti le new entry.
Con la conseguenza che l'ultimo atto diventa una stanca riproposizione di tutti i luoghi comuni di tutti gli slasher mai concepiti, affossando ogni possibile motivo di interesse per la visione; tanto che alla fine ci si chiede il perché di un sequel del genere, che non aggiunge davvero nulla di nuovo a quanto fatto in precedenza né da Craven, tantomeno dallo stesso duo di registi.




Come al solito, se "Scream VI" risulta godibile è solo grazie al mestiere di cast e autori, il quale comunque a tratti vacilla con vistose cadute di tono, come un ritmo inutilmente altalenante e quelle apparizioni di Skeet Ulrich non ripassate con il software per il ringiovanimento che ammantano di un alone di ridicolo involontario le scene in cui avvengono, così che questo sesto capitolo si configuri come un passo indietro rispetto a quello precedente.