martedì 25 aprile 2023

R.I.P. Harry Belafonte



1927 - 2023

Harry Belafonte resterà per sempre famoso come cantante, ma è stato il suo contributo al mondo della recitazione a renderlo dapprima famoso.
Dopo aver partecipato a piccoli classici come "La Fine del Mondo" e "Strategia di una Rapina", si ritirò dal mondo cinema, reo di non concedergli gli spazi che meritava. Trovò così nuova e imperitura fama rielaborando i canti popolari degli schiavi haitiani, riletti in chiave pop, con la mitica "Banana Boat Song" ancora oggi famosissima. Solo per poi tornare alla recitazione nei primi anni '70, con l'avvento della Blaxploitation, durante la quale prende parte ad almeno un altro piccolo classico, il purtroppo dimenticato "Non predicare... spara!", al fianco di Sidney Poitier.
Ad oggi, merita di essere ricordato per entrambe le sue straordinarie carriere, oltre per il suo imperituro impegno nella lotta per i diritti civili degli afroamericani.

lunedì 24 aprile 2023

La Casa- Il Risveglio del Male

Evil Dead Rise

di Lee Cronin.

con: Lily Sullivan, Alyssa Sutherland, Mirabai Pease, Nell Fisher, Anna Maree-Thomas, Richard Crouchley, Noah Paul, Gabrielle Echols, Morgan Davies.

Horror

Usa, Nuova Zelanda, Irlanda 2023














Chissà per quale astruso motivo, la saga di "The Evil Dead" non ha mai avuto un quarto capitolo cinematografico vero e proprio. Sam Raimi, Rob Tapert  e Scott Spiegel hanno invece preferito optare dapprima per una sorta di remake, poi per una serie sequel durata purtroppo solo tre stagioni. Una nuova avventura di Ash e i demoni del Necronomicon continua a disertare le sale da almeno trent'anni, scelta resa ancora più incomprensibile dal fatto che dopo il flop iniziale, "L'Armata delle Tenebre" è diventato un cult amatissimo.
Invece quest'anno, circa quarant'anni dopo il primo film, trenta dopo il terzo e dieci dopo l'ultimo, un nuovo film arriva nelle forme di "Evil Dead Rise", sorta di spin-off che con la saga ha poco o nulla a che vedere. A cosa sia dovuta una tale scelta, solo il trio di autori lo sa; fasto sta che "Rise", pur essendo in parte migliore rispetto all'inutile reboot del 2013, resta un horror di un blando quasi indecente.



Il collegamento con il resto della saga, in primis, è volutamente ambiguo. Il Necronomicon che qui appare non è né quello della serie classica, tantomeno quello del remake. Viene sottolineato come esistano tre copie del Libro dei Morti, quindi è anche possibile che tutte e tre le linee temporali coincidano, ma nonostante tutto, se si esclude qualche battuta storica riproposta in modo diretto ("I'll swallow your soul!" e "Dead by Dawn!" su tutte) e qualche citazione nelle scene splatter (la possessione iniziale di Ellie, l'occhio sputato in bocca ad uno dei personaggi), qualsiasi aggancio effettivo al classico di Raimi è praticamente assente.
L'originalità ricercata e ostentata vorrebbe essere uno dei punti di forza, ma non sempre riesce. Si parte dalla novità più ovvia, ossia l'abbandono dell'ambientazione gotica-campestre in favore di quella metropolitana, trovata che dona un tocco di carattere solo in teoria. Questo perché alla fine tutto il film si svolge tra le quattro mura domestiche e finisce per non esserci davvero differenza tra quelle di questo appartamento dell'interland losangelita e quelle del classico chalet di montagna.



Alla regia, Lee Cronin, al suo secondo lungometraggio, cade nella trappola più ovvia, ossia l'abuso di jump-scare per far esplodere la tensione, ma riesce lo stesso ad intessere un'atmosfera cupa e abbastanza claustrofobica; pur tuttavia, non riesce mai a creare immagini davvero memorabili, né scene splatter degne di nota, oltre ad inciampare nella caratterizzazione dei personaggi, tutti dozzinali; e se il pugno di protagonisti riesce lo stesso a vivere grazie all'impegno del cast, i comprimari sono vera e propria carta velina usata al solo fine di aumentare il body count. 
Per lo meno, gli va riconosciuto il merito di essere riuscito a declinare la tematica del dramma famigliare in modo più efficace e meno fastidioso rispetto a quanto fatto da Fede Alvarez con quello della tossicodipendenza nel capitolo precedente.



"Evil Dead Rise" si configura così come uno spin-off simpatico e che riesce a intrattenere e a non tediare, ma del tutto esangue, privo di mordente e mai davvero degno di nota. Praticamente un horror generico al quale è stato attaccato il marchio della serie e che non aggiunge nulla di davvero nuovo a quanto visto in precedenza, pur essendo decisamente più digeribile rispetto al precedente, fastidioso, reboot.
Il mistero sul perché di un'operazione del genere permane; se Raimi e Tapert in passato sembravano voler cavalcare le mode del momento ad ogni costo, creando un remake inutile in un periodo in cui i remake inutili andavano per la maggiore e una serie tv nel periodo in cui la golden age della televisione americana era ancora bene o male forte, non si capisce davvero perché a questo giro non abbiano optato per un "legacy sequel". Mancanza totale di idee?

martedì 18 aprile 2023

Pearl

di Ti West.

con: Mia Goth, Tandi Wright, David Corenswet, Matthew Sunderland, Emma Jenkins-Purro, Alistair Sewell, Amelia Reid-Meredith.

Usa, Canada, Nuova Zelanda 2022














Uscito appena un anno fa, "X" è già diventato un cult, portando ulteriore e definitiva fama a Ti West. L'idea di trasformare quell'omaggio appassionato al cinema "vietato" in una trilogia pare fosse sin dall'inizio nelle sue intenzioni, ma il fatto che "Pearl" sia uscito praticamente una manciata di mesi dopo il primo capitolo è comunque stupefacente. Ancora più stupefacente è il fatto, poi, che nonostante la breve pre-produzione e una sessione di riprese praticamente lampo, questo prequel sia perfettamente riuscito, anche se non memorabile.



America, 1918. Mentre la Grande Guerra giunge a conclusione e l'influenza spagnola miete le sue vittime su entrambe le sponde dell'Atlantico, la giovane Pearl (Mia Goth) vive segregata in una fattoria, oppressa da una madre bieca e un padre catatonico, sognando di diventare una stella del cinema.




Non un horror, né un thriller vero e proprio, "Pearl" è la descrizione di un personaggio deviato, un resoconto psicologico a là "Henry- Portrait of a Serial Killer" su di una mente deviata che viene definitivamente risucchiata nel baratro della violenza.
La futura vecchietta sanguinaria è qui praticamente una sorta di Maxine nata cinquant'anni prima, una ragazza in cerca di affermazione personale prima ancora che di soddisfazione sessuale, pronta a tutto pur di ottenerla. Non è tanto la sua voracità sessuale, pur presente, ad essere enfatizzata, quanto la sua voglia di riscatto, prima ancora della sua devianza psicologica.
Pearl incarna così l'archetipo della ragazza di campagna frustrata da una vita grama, prigioniera di una fattoria che ne castra ogni ambizione, di un matrimonio infelice e privo d'amore (il coniuge è al fronte), oltre che di due genitori oppressivi, dove la figura dominante è come sempre quella della madre, immigrata tedesca dispotica e gretta, che vuole tenerla ancorata alla casa poiché crede che sia il futuro migliore, scatenandone la sete di sangue.



Il percorso degenerativo è risaputo e tutto segue un copione collaudato, tanto che alla fine nulla stupisce davvero; non un compitino vero e proprio, in "Pearl" la passione di West e di Mia Goth (qui anche co-sceneggiatrice) è avvertibile in ogni scena, con la Goth che si cimenta anche in un monologo che ne sfoggia le ottime doti recitative, in una performance del tutto antitetica rispetto a quella vista nel precedente film; ma alla fine nulla finisce per coinvolgere o stupire davvero.




A concedere un minimo di personalità al film ci pensa solo la messa in scena, con West che, impossibilitato a girare il film in bianco e nero, vira tutti i colori all'eccesso, proprio come fatto da Rob Zombie in "The Munsters"
Nella costruzione delle inquadrature, il suo occhio si rifà al cinema americano degli anni '30 e '40 con chiara passione cinefila, ma commette un errore da principianti quando manda la sua protagonista ad un cinema con un anacronistico impianto sonoro; errore scusabile, tutto sommato, visto il modo con il quale conduce il resto.




"Pearl" finisce così per essere una pellicola riuscita e accorata, ma priva di originalità e di vero mordente; un piccolo passo indietro in quella che si appresta ad essere una trilogia con l'imminente "Maxxxine", la quale, forse, finirà per rappresentare la magnum opus di West.

martedì 11 aprile 2023

Super Mario Bros.- Il Film

The Super Mario Bros. Movie

di Aaron Horvath,Michael Jelenic e Pierre Leduc.

Animazione/Fantastico/Commedia

Stati Uniti, Giappone 2023




















Ci sono voluti oltre vent'anni per convincere la Nintendo a concedere i diritti di sfruttamento cinematografici di una delle sue proprietà intellettuali e giusto giusto 30 per rivedere Super Mario al cinema. Nel frattempo, il filone dei "videogame movies" ha raggiunto il nadir ed è anche risalito, grazie in primis al "Silent Hill" di Christophe Gans e agli ottimi esiti al botteghino dei film su Sonic. I tempi per un ritorno sono maturi e, in un certo senso, Mario lo fa in grande stile, con un film d'animazione targato Illumination Studio che finalmente ne porta su grande schermo il mondo ameno e colorato in tutto il suo splendore. Ma questa nuova incarnazione filmica della mascotte Nintendo alla fin fine non è nulla se non giusto quello che ci si può aspettare da un film su Super Mario fatto dai creatori dei Minions.




L'operazione è chiara sin dal titolo, quel "The Super Mario Bros. Movie" che urla ufficialità a squarciagola, volendo far dimenticare totalmente l'exploit del 1993. E più Super Mario di così, un film davvero non potrebbe essere: tutti gli elementi estetici dei giochi vengono riproposti in modo diretto, dal design dei personaggi e dei mondi ai movimenti, arrivando persino ad includere i kart e i trucchi usati nei giochi per avvicinarsi alla vittoria. Oltre, ovviamente, ad una miriade di riferimenti, citazioni e easter egg dal mondo della Nintendo, il più gustoso dei quali è il ruolo di Jump Man, la prima incarnazione di Mario.
Passione che fa il paio con una regia che, pur essendo di puro mestiere, non ha sbavature e riesce a convogliare in modo efficace lo stile frenetico dei videogame.
Peccato però che ad una tale presentazione non corrisponda una cura nella storia e nei personaggi altrettanto certosina.



Per tutta la durata si ha l'impressione di assistere ad un film dove la sceneggiatura è una semplice bozza mai sviluppata. Gli elementi per creare un'avventura memorabile ci sono tutti, ma vengono sempre lasciati in fase embrionale, a partire dalla caratterizzazione dei personaggi.
Mario viene introdotto come un fratello maggiore ambizioso e amorevole nei confronti del più piccolo Luigi e che deve sopportare le angherie di un rivale più grosso di lui; base che sembra doversi sviluppare verso una catarsi quando sarà chiamato ad affrontare il gigantesco Bowser, ma che nel corso della durata del racconto viene letteralmente dimenticata.
Donkey Kong viene introdotto come un rivale che ha a che spartire con il protagonista la subordinazione verso la figura paterna e la loro amicizia sembra cementificarsi grazie al comune scorno, oltre che alle avversità che vengono chiamati ad affrontare, ma la sottotrama dove vengono isolati dal resto del gruppo (con tanto di citazione del "Pinocchio" di Collodi) dura troppo poco e non sviluppa nulla per davvero, con i due che alla fine diventano amici solo perché è quello che serve alla storia per proseguire.



Luigi e Peach si invertono i ruoli, con il primo che diventa il personaggio da salvare e la seconda che ne prende il posto come compagno d'avventura di Mario. Trovata che funziona, ma che è stata dettata dallo zeitgeist più che da una scelta ponderata.
L'unico personaggio a risultare davvero sfaccettato finisce per essere, per forza di cose, Bowser, il "cattivone innamorato" che si esibisce in serie di numeri musicali alla Elton John che lo rendono davvero simpatico.
Il viaggio di Mario e Peach, in compenso, è lineare e privo di mordente, anche perché tutto il background della storia è praticamente assente, con il "tubo warp zone" situato nel sottosuolo di Brooklyn e le origini della principessa che non trovano spiegazione alcuna nei 93 minuti di durata.
In generale, tutta la storia è un pretesto per far muovere personaggi dalla caratterizzazione basilare e dai conflitti puramente simbolici; e il fatto che l'audience di riferimento sia data dagli infanti, sembra anche inutile dirlo, non è una scusa per l'aver adoperato uno script palesemente monco.




A rendere la visione piacevole è così il solo mestiere del collaudato trio di registi, due dei quali vengono da Cartoon Network mentre il terzo è uno dei pilastri della Illumination; come da tradizione dello studio, il tutto viene impregnato da una serie di rimandi pop gustosi, a questo giro calati negli anni '80 come omaggio alle origini del personaggio. Anche l'umorismo funziona, benché si decida inspiegabilmente di riciclare qualche gag, come quello dello scontro tra i pinguini e Bowser riutilizzata nello scontro tra Mario e Donkey Kong.
Il tutto finisce così per funzionare, ma mai per stupire o ammaliare davvero. Paradossalmente, il film del '93 risulta così per essere più simpatico e memorabile, grazie ad una storia completa e ad un umorismo decisamente più particolare, sia quando pensato per gli adulti che per i bambini.

mercoledì 5 aprile 2023

Dungeons & Dragons- L'Onore dei Ladri

Dungeons & Dragons: Honor among thieves

di John Francis Daley & Jonathan Goldstein.

con: Chris Pine, Michelle Rodriguez, Justice Smith, Sophia Lillis, Hugh Grant, Regé-Jean Page, Chloe Coleman, Daisy Head, Spencer Wilding, Will Irvine.

Fantasy/Commedia

Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Islanda, Australia 2023









Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando "Dungeons & Dragons" era considerato come una vera e propria appendice alla bibbia di satana e per dissuadere i ragazzini  dal giocarci venivano fatti film per tv dove un giovane Tom Hanks si perdeva nelle caverne dimostrando come un gioco da tavolo causasse confusione nella percezione del reale, in quel "Mazes & Monsters" oggi ricordato solo per quanto fosse indicibilmente stupido. E ne è passata tanta anche da quando il marchio di Wizards of the Coast è arrivato al cinema, nel 2000, anticipando di un anno il ritorno in auge del fantasy dovuto al successo de "Il Signore degli Anelli- La Compagnia dell'Anello", configurandosi come un vero e proprio capolavoro del ridicolo involontario, nel quale è ancora oggi affascinante guardare un Jeremy Irons che, cosciente della cavolata a cui ha deciso di prendere parte, crea una performance talmente sopra le righe e cartoonesca da diventare strabiliante e ipnotica.
Oggi come oggi, con la rivalutazione della "cultura" geek e il culto degli anni '80, D&D è diventato un passatempo pop largamente accettato anche da quella fetta di pubblico che magari fino ad una quindicina d'anni fa mai avrebbe ammesso in pubblico di amarlo.
Ma quel penoso exploit filmico restava una macchia sulla reputazione del celebre gioco di ruolo, che lo ha praticamente bandito dai media audiovisivi per vent'anni, come una sorta di condanna allo scadere della quale un nuovo film è stato messo in cantiere, forse anche per risollevare le casse dell'azienda, rimasta a galla solo grazie all'acquisizione da parte di Hasbro. E se il primo film era una "cosa" che dimostrava un livello di incompetenza talmente elevato da risultare a tratti incredibile, tanto che finiva per configurarsi come una pellicola a suo modo interessante e divertente, "L'Onore dei Ladri" è invece un film dove tutto raggiunge livelli di dignità, ma nel quale nulla alla fin fine è davvero memorabile.




La prima cosa a saltare all'occhio (e già dai trailer) è il tono scanzonato con il quale viene ammantata tutta la storia; forse per evitare per scadere nel trash come nel primo film, a questo giro si è deciso di non prendere storia e personaggi troppo sul serio e, in pieno stile "scrittura millennial", battutine e sarcasmo la fanno da padrone all'interno di una trama comunque seria. Il fatto che poi dietro l'operazione ci siano John Francis Daley e Jonathan Goldstein, ossia i padrini dell'Uomo Ragno del MCU non era affatto garanzia di riuscita; fortunatamente, non si arriva mai a detestare il party di personaggi sarcastici protagonisti, anche grazie all'ottimo cast, formato da un gruppo di attori al solito affiatati e simpatici, capitanati da un Chris Pine che come sempre è una garanzia nel ruolo dello smargiasso con il cuore d'oro.



La storia in sé stessa è poi una piccola variazione del canone fantasy classico dove non c'è un vero e proprio "cammino dell'eroe": benché il protagonista effettivo sia l'Edgin di Pine chiamato a recuperare anche un immancabile mcguffin, la narrazione è più corale ed è strutturata come un caper, dove il ladro dall'anima buona deve anche e soprattutto recuperare l'amore della figlioletta (con inevitabili echi di "Ant-Man"). Non un'epica guerra tra bene e male assoluti (elemento che viene inserito solo nel finale), dove non ci sono neanche battaglie spettacolari; non un fantasy nel senso convenzionale del termine, quindi, quanto un cappa e spada vecchia scuola ambientato nei Forgotten Realms.
Il tutto, però, retto da uno script non proprio perfetto, che presenta diversi difetti i quali sarebbero stati facilmente evitabili. Si parte in primis dalla presentazione di un mondo i cui elementi spesso restano solo abbozzati o citati alla svelta; se le linee generali sono chiare e le varie razze sono bene o male le stesse viste in qualsiasi altra opera fantasy, chi non ha dimestichezza con D&D si chiederà davvero perché tanto astio nei confronti dei tiefling (e persino cosa effettivamente siano) o cosa sia quello strano oggetto rotondo che lo stregone Simon usa per eseguire le magie.
Anche la storia di per sé stessa a tratti non funziona, con la minaccia dei Maghi Rossi che di fatto non trova una vera risoluzione, forse per permettere la creazione di un seguito diretto. Così come lasciata sullo sfondo è tutta la sottotrama riguardante Doric (Sophia Lillis) e il suo regno d'adozione, inserita solo per dare un background a quello che purtroppo resta il personaggio più blando del cast.



Gli altri personaggi, per fortuna, funzionano meglio. Edgin è il classico furfante buono, ma riesce a non essere piatto anche grazie allo sforzo di Pine. Il maghetto Simon (Justice Smith) è anch'egli un archetipo stravisto, quello del giovane dotato che deve prendere fiducia in se stesso, ma finisce anch'esso per funzionare. Il paladino Xenk (Regé-Jean Page)funge poi da aiutante e mentore, ma viene simpaticamente lasciato fuori dai giochi per la maggior parte della durata del film. Mentre Holga (Michelle Rodriguez) è la dura dal cuore d'oro e la linea umoristica riguardante la sua attrazione per gli Halfling è anche l'aspetto comico più simpatico (con tanto di cameo di Bradley Cooper nei panni dell'ex marito premuroso).
Simpatica è anche la trovata di cucire il ruolo dei personaggi d'azione alle due donne, la quale funziona perché, miracolosamente, non si insiste sul fatto che siano, appunto, due donne che picchiano come bruti.



In generale, questo ritorno ai Forgotten Realms funziona, ma non incanta. La storia è basilare e i personaggi non sono nulla di trascendentale sul piano della caratterizzazione; il sense of wonder è praticamente assente, anche a causa di una regia funzionale, piatta e palesemente derivativa (con tanto di abuso di panoramiche "jacksoniane" per i paesaggi), oltre che di un comparto tecnico che va dal sufficiente al mediocre, con effetti in CGI talvolta vistosamente fasulli.
Tutti difetti che non distruggono la visione e che permettono comunque a "L'Onore dei Ladri" di risultare piacevole. Ma non memorabile, a differenza del film del 2000, il quale era innegabilmente davvero memorabile, anche se per i motivi sbagliati.

venerdì 31 marzo 2023

Super Mario Bros.

di Rocky Morton & Annabel Jenkel.

con: Bob Hoskins, John Leguizamo, Dennis Hopper, Samantha Mathis, Fiona Shaw, Richard Edson, Fisher Stevens, Mojo Nixon, Gianni Russo, Dana Kaminski, Lance Henriksen.

Fantastico/Avventura/Commedia

Usa , Giappone, Inghilterra, Francia 1993












La storia degli adattamenti videoludici al cinema è costellata di alcune delle pellicole più smaccatamente brutte che si siano mai viste; si pensi a roba come "Mortal Kombat-Distruzione Totale", la serie di trasposizioni da "Resident Evil", "DOA: Dead or Alive", il "Max Payne" con Mark Whalberg, "Wing Commander", "Street Fighter- Sfida Finale" ed il suo inguardabile seguito/spin-off "La Leggenda di Chun-Li"; e ciò senza neanche dover scomodare sua maestà Uwe Boll, il quale ha  ridefinito il concetto di brutto e ridicolo grazie a classici del cinema-spazzatura quali "House of the Dead" e le trilogie su "Bloodrayne" e "In the name of the king" (quest'ultima solo formalmente tratta da "Dungeon Siege").
Storia che comincia proprio con un film da sempre definito come trash, ossia quel "Super Mario Bros." dei coniugi Morton-Jenkel che nell'estate del 1993 ha inaugurato il filone portando al cinema quella che è tutt'oggi l'icona videoludica per antonomasia. E con l'imminente uscita di un nuovo film sull'idraulico italoamericano panciuto più atletico del mondo dei videogames, occorre chiedersi se davvero quell'exploit è davvero così malriuscito o se merita la riscoperta di cui da una quindicina d'anni a questa parte è stato oggetto.



La storia produttiva dietro al film è la classica serie di strane intuizioni e disavventure che ben potrebbero dar vita ad un documentario a dir poco coinvolgente. 
Tutto parte ovviamente dal successo del Nintendo Entertainment System in America; uscito a metà degli anni '80, poco dopo l'esplosione della bolla speculativa che nel 1983 aveva quasi distrutto l'industria videoludica, questo sistema casalingo riporta in auge i videogiochi grazie ad un mix di grafica e gameplay per l'epoca sbalorditivi, con pietre miliari cone "Metroid" e "The Legend of Zelda" che rivoluzionano il concetto di game design; oltre, ovviamente, al titolo di testa della casa di Osaka, quel "Super Mario Bros." platform dalla costruzione e grafica perfetti che veniva venduto direttamente assieme alla console e figlio del geniale game designer Shigeru Miyamoto.




Mario e il suo pazzo mondo si inseriscono in brevissimo tempo nella memoria collettiva e dai confini dei videogame arrivano anche in televisione grazie ad un adattamento a cartoni animati nel 1989, mentre al cinema, nello stesso anno, arriva "The Wizard", vero e proprio spot cinematografico a "Super Mario Bros. 3" che riscuote anche un decoroso successo.
Ma l'idea di portare al cinema il blockbuster targato Nintendo in un adattamento ufficiale viene concepita da quel Roland Joffé che, tra l'esordio folgorante con "Urla del Silenzio" ed il successivo trionfo a Cannes con il bellissimo "Mission", sembrava essere lontano anni luce dalle coordinate pop che un'operazione del genere richiede; invece è proprio lui che verso la fine degli anni '80 acquisisce i diritti di sfruttamento cinematografico del brand tramite la sua casa produttrice Lightmovie e si mette alla ricerca di un regista al quale affidare il compito di creare il film, visto il suo impegno con "La Città della Gioia", progetto decisamente più vicino alla sua poetica.
Il primo regista a essere contattato è Harold Ramis, che da fan della Nintendo pare fosse entusiasta dell'iniziativa e propose una versione in animazione delle avventure di Mario, Luigi e company; idea che però non piace a Joffé e al collega Jake Eberts e porta all'immediata defezione del padre degli Acchiappafantasmi.



Scartata l'idea di creare un lungometraggio d'animazione, si punta al live-action pur con la coscienza dell'estrema difficoltà insita nel tradurre in immagini dal vivo un mondo fatto di funghi deambulanti, tartarughe umanoidi sputafuoco, principesse in pericolo e con protagonisti due idraulici che diventano giganti mangiando cardoncelli e sparano palle di fuoco grazie a lisergici fiori occhiuti. E a causa della difficoltà nel portare a bordo un cast di attori, il duo di produttori decide di far redigere uno script prima della scelta del regista, al quale lavora anche Ed Solomon, tra gli autori di "Bill & Ted"
Prima stesura molto vicina al gioco, dal quale vengono ripresi personaggi e ambientazioni amene e colorate e che favorisce l'ingresso nella produzione di John Leguizamo, Samantha Mathis, Fisher Stevens, Fiona Shaw e Dennis Hopper, chiamato ad interpretare il villain dopo il rifiuto dei superdivi Arnold Schwarznegger e Michael Keaton; oltre a Bob Hoskins, che indossa il cappello di Mario dopo che la prima scelta Danny De Vito declina l'offerta per dedicarsi alla produzione di "Hoffa- Santo o Mafioso?".
Con script e cast al loro posto, non resta che trovare un regista in grado dare vita alle immagini e la scelta cade così sul duo Morton-Jenkel, che all'epoca aveva raggiunto una certa notorietà creando, in Inghilterra, la serie televisiva su "Max Headroom", il cui testone protagonista era diventato subito un'icona pop nonostante la breve durata delle sue avventure catodiche. Ed è qui che le cose prendono una piega del tutto inaspettata.




A quello stile colorato e un po' folle proprio delle avventure a 8-bit di Mario, il duo ne predilige uno uscito direttamente da "Blade Runner", ambientando tutto il film in una metropoli distopica, sporca e ai limiti del cyberpunk che prende il posto del fiabesco Mushroom Kingdom dei giochi, mentre i suoi abitanti diventano degli ibridi uomo-rettile che si sono evoluti direttamente dai dinosauri dopo una scissione dimensionale. 
L'idea dei registi è tanto folle quanto chiara, ossia fare un film che piaccia anche e forse soprattutto agli adulti, benché il pubblico principale per un'operazione del genere, all'epoca come oggi, fossero gli infanti. E la loro volontà è talmente ferrea che chiamano a bordo David Snyder, ossia proprio il direttore artistico del capolavoro di Scott, il quale crea una Dinohattan che potrebbe davvero sorgere a poche miglia dalla Los Angeles di Rick Deckard. Il che fa il paio con un tono adulto dato da spogliarelliste mezze nude che si aggirano per i set, battute a doppio senso e situazioni sinistre, come quando il cattivo Koopa cerca letteralmente di stuprare la principessa Daisy.




Al di là dello scarto di tono presente su schermo, a fare vera sensazione, oggi come oggi, è la conoscenza del vero e proprio caos che regnava durante le riprese. La maggior parte avviene in una fabbrica in disuso in North Carolina, struttura ovviamente priva di aria condizionata durante una delle estati più calde di sempre, con la conseguenza che cast e troupe si ritrovano costantemente zuppi di sudore; il budget continua a gonfiarsi a causa dei complessi effetti speciali, su tutti quelli in CGI usati per determinate inquadrature e per l'epoca pionieristici; oltre che per l'animatronico di Yoshi, piccolo capolavoro di animazione remota che però richiede grossi sacrifici economici ad una casa di produzione di piccole dimensioni. Ma su tutto, a rendere la produzione difficoltosa sono stati i due registi in persona.




Definiti come "inetti la cui arroganza era scambiata per genio" dal compianto Hoskins, Jenkel e Morton pare non avessero il minimo rispetto per cast e troupe: arrivavano a cambiare i dialoghi a cadenza quotidiana, tanto che Dennis Hopper smise di imparare le proprie battute, sapendo che tempo qualche ora e sarebbero divenute inutili; gli orari di lavorazione non venivano rispettati praticamente mai, con shooting list e piani di lavorazione costantemente riscritti senza informare nessuno. Ad un certo punto, i due arrivano persino ad abbandonare il set a seguito del manifesto disappunto dei produttori e della stessa Nintendo verso un film che con il materiale di partenza non aveva praticamente più nulla a che vedere; le riprese sono così state ultimate dal direttore della fotografia Dean Samler, il quale però non è mai stato accreditato come co-regista effettivo.
In una tale situazione, Hoskins e Leguizamo riuscirono comunque a legare sul piano umano e per rendere il lavoro meno pesante erano spesso ubriachi sul set, con la conseguenza che durante le riprese di una scena nel furgone Leguizamo ha rischiato di far cappottare il veicolo e Hoskins si è fratturato una mano, con relativa ingessatura "coperta" dal reparto make-up ma la cui esistenza è ravvisabile nel film finito ogni volta che i fratelli Mario si danno il cinque.




Riprese che finiscono con quasi un mese di ritardo. Cominciata la post-produzione, il duo di registi fa marcia indietro e, appoggiandosi alla Director's Guild of America, riesce ad ottenere il final cut sul film praticamente in extremis.
Il resto, come si sual dire, è storia: "Super Mario Bros." esce in Usa il 28 Maggio 1993 e incassa poco più di 20 milioni di dollari a fronte di un budget di quasi 50, con i dati del mercato internazionale rimasti tutt'oggi ignoti. Nonostante una campagna promozionale martellante, il successo gli viene letteralmente soffiato da "Jurassic Park", uscito appena due settimane prima e forte di una componente spettacolare più elevata oltre che di una narrazione decisamente più digeribile.
Trova in seguito una sua audience grazie all'home video e ai passaggi televisivi (qui in Italia, i primi, su Rai2, registrano ottime medie d'ascolto) e con gli anni la sua natura di film "strambo" e "tipicamente '90's" gli consentono di diventare un cult, tanto che viene aperto il sito Super Mario Bros. The Movie Archive per celebrarlo e fare luce sulla sua turbolenta lavorazione. E a partire dalla seconda metà degli anni zero, viene persino rivalutato artisticamente, con recensioni che per la prima volta tendono ad esaltarne i pregi piuttosto che a sottolinearne i difetti. 
Ma tale riscoperta è fondata o frutto di un abbaglio?
Fortunatamente, rivisto oggi questo strano "non-adattamento" funziona molto meglio di quanto si possa pensare.



Non funziona, ovviamente, come trasposizione, con un'estetica opposta alla fonte e i personaggi che diventano praticamente dei semplici omaggi alle loro controparti originarie; così i goomba e i koopa trooper sono su schermo dei simpatici giganti decerebrati, Iggy e Spike hanno un aspetto totalmente umano, i funghi sono un unico ammasso fungino senziente che infesta la città e che una volta era il vecchio re, ribattezzato Bowser come il cattivo originale dei giochi, mentre è il solo Bob-Omb a trovare una vera trasposizione su schermo, diventando un'arma che finisce anche per risolvere in parte la situazione.
Al di là delle differenze estetiche, il film di Super Mario è però una commedia d'azione ben congegnata e tutto sommato ben diretta, che riesce ad intrattenere a dovere.




Il ritmo è letteralmente indiavolato anche quando la narrazione rallenta, come nella digressione nel deserto, e non si ha mai una vera fase di stanca. L'azione è ben congegnata ed eseguita a dovere e ci si riesce davvero ad appassionare a questa rilettura del supercult di Miyamoto in chiave carrolliana e distopica; e questo anche grazie all'alchimia e all'impegno del cast: la chimica tra Hoskins e Leguizamo è tangibile in ogni scena e sembrano davvero due fratelli, mentre Dennis Hopper è semplicemente fantastico nei panni di un villain tanto spietato quanto ironico; impegno a dir poco commendevole visto il letterale casino sul set, che ben avrebbe spezzato la volontà di attori meno professionali. Il che fa funzionare ancora meglio le gag, alcune delle quali divenute giustamente celebri, come lo strambo e irresistibile balletto dei goomba in ascensore sulle note del tema de "Il Dottor Zivago".




Il personaggio di Mario riesce persino ad avere uno story-arc completo, passando da cinico disilluso a uomo in grado di credere all'esistenza dell'impossibile, oltre a quello, più immediato, di persona comune che si ritrova suo malgrado ad essere un eroe. E ben si complementa con il più scanzonato Luigi, la cui indole bambinesca lo rende più incline all'avventura e immediatamente simpatico. Persino la principessa finisce per avere un ruolo attivo negli eventi, salvandosi praticamente da sola, così come attivo è il ruolo della cattiva Lena, che alla fine diventa persino più letale dello stesso Koopa, non ricadendo nello stereotipo della semplice "pupa del boss".
Ma un plauso va anche fatto alla direzione artistica, che pur tradendo l'originale e lavorando in via derivativa riesce lo stesso a creare un impianto visivo suggestivo, perfettamente accompagnato dal trascinante score di Alan Silvestri e da una colonna sonora smaccatamente anni '90 e perfettamente orecchiabile.





"Super Mario Bros." non è, in definitiva, un brutto film e la rivalutazione è del tutto meritata; è solo una pellicola che tradisce le aspettative e si discosta troppo dal calco del videogame originale. Una trasposizione malriuscita, ma un pop-corn movie del tutto riuscito e godibile.



EXTRA

Forse a causa del tonfo al botteghino, nell'edizione italiana è stato clamorosamente tagliato tutto l'epilogo del film, comprensivo di un finale aperto, oltre che di una divertente scena post-credit.
La cosa strana è che così facendo è stata eliminata anche la comparsata di Lance Henriksen nei panni di Re Bowser, ritrasformato da fungo in umano dopo la sconfitta di Koopa; ma Henriksen è comunque accreditato nei titoli italiani, creando una vera e propria "comparsata fantasma".


martedì 28 marzo 2023

The Son

di Florian Zeller.

con: Hugh Jackman, Zen McGrath, Vanessa Kirby, Laura Dern, Anthony Hopkins, Shin-Fei Chen, William Hope, Akie Kotabe, Joseph Mydell.

Drammatico

Regno Unito, Francia 2022














---CONTIENE SPOILER---

Dopo aver portato su schermo il dramma di un padre ormai anziano con "The Father", Florian Zeller continua la sua narrazione sulla paternità portando su schermo un'altra sua piéce, "The Son", con la quale entra nel dettaglio del delicato equilibrio affettivo tra padri e figli.




Peter (Jackman) è un rampante avvocato che sta per intraprendere una carriera politica al fianco di un promettente senatore. La sua vita viene sconvolta quando l'ex moglie Kate (Laura Dern), che aveva lasciato anni prima per rifarsi una vita con la giovane Beth (Vanessa Kirby), gli chiede di occuparsi di loro figlio Nicholas (Zen McGrath), il quale sta attraversando una forte fase depressiva.




Un dramma nudo e puro, questa volta, non più un thriller che usa i salti temporali e la confusione percettiva per ricreare il caos dell'azheimer. Zeller si concentra sia sul figlio del titolo quanto e soprattutto sul padre e sul compito impossibile che è chiamato a svolgere, ossia quello di salvare un ragazzo già distrutto dalla vita.
L'innesco del dramma è la separazione, l'abbandono del genitore che si è rifatto una nuova famiglia con una compagna più giovane. Il che causa nel figlio una forma depressiva che si trasforma in un "mal di vivere" vero e proprio, un vuoto interiore non solo affettivo ma totalmente esistenziale che lo porta a distaccarsi da tutto.
Lo sguardo di Zeller è attento alla sensibilità della gioventù, di quella fase "turbolenta" nella quale nulla ha davvero senso e che per Nicholas risulta ancora più insostenibile a causa del trauma da abbandono, creando un ritratto tanto forte quanto veritiero.



Vice versa, Peter si ritrova a vestire gli stessi panni di quel padre che lo aveva a sua volta abbandonato e del quale cerca di non ripetere gli errori. Ma il suo è un girare a vuoto, una lotta persa in partenza contro un male ormai impossibile da estirpare. Un padre, lui, che si sforza di ricreare il figlio secondo un'immagine ideale, riportandolo ad una "normalità" che lui non cerca e che per questo non capisce, né vuole.
Zeller punta così il dito contro questo padre che ha compiuto il peccato imperdonabile di abbandonare un figlio, ma al contempo lo guarda con empatia, ne comprende il dolore e arriva a perdonarlo, pur senza concedergli un lieto fine. 
Ed è proprio tale decisione che finisce però con il rappresentare il punto debole della storia: il suicidio di un figlio "perso" è una trovata drammaturgica sin trovo prevedibile e scontata, che non aggiunge davvero nulla ad un ritratto che funzionava già a dovere e nel quale la decisione di rincarare la dose del dramma finisce solo con l'essere pacchiana, quasi fuori luogo.




Trovata finale che stona nell'ottica di un dramma altrimenti ben congegnato, che riesce a colpire e a dar corpo ai sentimenti e al dolore anche grazie ad un ottimo Hugh Jackman, che finalmente può sfoggiare le sue doti di attore drammatico senza freni, oltre che ad un bravissimo Zen McGrath, che si impone come uno degli interpreti più promettenti della sua pur talentuosa generazione.