giovedì 1 giugno 2023

Antiviral

di Brandon Cronenberg.

con: Caleb Landry Jones, Sarah Gadon, Malcolm McDowell, Joe Pingue, James Cade, Douglas Smith, Nenna Abuwa, Wendy Crewson, Salvatore Antonio.

Canada, Francia 2012
















---CONTIENE SPOILER---


Viene da ridere se si pensa che solo nel 2023 la GenZ si sia accorta di come anche ad Hollywood esista il nepotismo. Solo quest'anno gli adolescenti hanno deciso di rivolgere la loro attenzione (e i loro tweet carichi di odio e insulti) verso quegli attori e attrici "figli di", come, tra i tanti, Jack Quaid e Zoe Kravitz, colpevoli di avere un papà importante.
Tale "mezz'ora d'odio", se vista dal punto di vista di un italiano, risulta ancora più stramba, poiché se è vero che molti dei "nepo babies" (mai sia chiamarli "raccomandati", sarebbe offensivo) trovano lavoro solo perché imparentati con il potente di turno, è altrettanto vero che tra loro il talento non manca, a differenza di ciò che avviene nello show businness italiano, dove la stragrande maggioranza dei figli di papà ha il nome e null'altro. Ad Hollywood, invece, per un Max Landis c'è un Jason Reitman, per un Jake Kasdan c'è un Panos Cosmatos, a dimostrazione di come il livello di serietà e talento sia più alto.
In un'ideale categoria di mezzo potrebbe invece rientrare Brandon Cronenberg, figlio di David, il quale, benché si sia fatto un nome negli ultimi anni con pellicole tutto sommato celebri e certamente non brutte, non solo deve davvero tanto al cinema del padre (dalla cui ombra non sembra neanche volersi distaccare), ma, sfortunatamente, non ha mai diretto nulla di davvero memorabile. A partire dal suo esordio, "Aniviral" del 2012.




"Antiviral" è in tutto e per tutto un film epigono dell'opera di David Cronenberg, tanto che se non fosse stato diretto del figlio, forse, potrebbe essere preso più seriamente e persino meglio digerito. Cosa che purtroppo non può avvenire e, per essere onesti, non solo per questioni anagrafiche.
L'influenza paterna è avvertibile già leggendo la trama: Syd March (Caleb Landry Jones) lavora per la Lucas Farmacetical, società specializzata nel trapianto di malattie di celebrità; ma, a sua volta, fa con la stessa il doppio gioco, lavorando come "pirata di patologie", rivendendo al mercato nero quelle più richieste. Ossessionato dalla figura della diva Hannah Geist (Sarah Gadon), finisce suo malgrado invischiato in un vero e proprio complotto quando decide di rivendere l'ultima malattia da questi contratta, la quale è più vorace e mortale di quanto si aspettasse.



La tematica principale, almeno nei primi minuti, è la dissezione per l'ossessione verso le celebrità e in questo non si può certo dire che il film sia invecchiato bene. Se nel 2012 i divi erano ancora dei provocatori che vivevano grazie e soprattutto agli scandali, in una società occidentale che venerava la decadenza morale e materiale di individui come Paris Hilton, Kim Kardashian, Lindsay Lohan e Miley Cyrus, il rigurgito puritano della seconda metà degli anni '10 ha letteralmente seppellito la figura dei "divi maledetti", sostituendoli principalmente con asessuati perbenisti (almeno di facciata).
In "Antiviral" la figura della diva decadente è incarnata da Aria Noble (Nenna Abuwa), la cui vita sregolata diventa status quo in un mondo dove i divi sono famosi perché sono famosi, ossia un'iperbole neanche più di tanto esagerata di ciò che avveniva appena dieci anni fa.
I fan diventano così degli emuli che voglio (letteralmente) un pezzo di tale fama. Non solo assomigliare ai loro idoli, neanche sul piano dell'esteriorità, quanto essere in simbiosi con loro, oltrepassare il muro dello schermo per divenire parte integrante del loro corpo. Se la trasfusione della patologia è l'atto estremo, non meno lo è la consumane di carne sintetica coltivata dalle loro cellule, ossia una forma di cannibalismo che porta ad assimilare quei corpi tanto adorati.



Se l'ossessione per le celebrità e la mutilazione del corpo per emulazione sono le tematiche apparentemente principali del film, Brandon Cronenberg decide di abbandonarle quasi subito in favore della costruzione di un vero e proprio mystery riguardante lo strano virus contratto dalla Geist; il difetto principale della sua opera prima è insito proprio in tale scelta e nella sua correlata incapacità di saper fondere efficacemente un racconto di genere con quello strettamente metaforico, cosa che invece al padre è sempre riuscita ottimamente.
La narrazione diventa così irrimediabilmente noiosa, persa nella contemplazione del corpo di Caleb Landry Jones, pure ottimo simulacro della malattia, e di quello della musa paterna Sarah Gadon, feticcio di una bellezza tanto perfetta quanto fragile. Brandon Cronenberg non sa gestirne i tempi, dilata troppo le singole scene che finiscono così per sembrare spesso superflue anche quando essenziali e il mistero, alla fin fine, non coinvolge, né intriga.



Quel che è peggio, sul piano tematico perde completamente di vista quanto presentato nel primo atto per trasformare il tutto, nel finale, in un semplice apologo sull'ossessione privata tra singoli individui, tirando fuori letteralmente dal nulla un attrazione fisica ossessiva tra Syd e Hannah e trasformando un saggio sull'ossessione mediatica in una sorta di pamphlet cospirazionistico sul cinismo delle corporazioni farmaceutiche. 
L'ombra lunga di David ritorna poi in parte anche nella messa in scena; come il padre, anche Brandon predilige l'uso della camera fissa, limitando i movimenti all'essenziale, curando in maniera certosina le singole inquadrature (merito anche del direttore della fotografia Karim Hussain) e facendo ampio uso della scenografia per creare un'atmosfera asettica fredda e opprimente. Ma così facendo, finisce per creare una serie di immagini anonime, con fotogrammi che potrebbero appartenere a qualsiasi altro film degli ultimi quindici anni, con la macchina da presa perennemente piantata ad altezza uomo e le immancabili inquadrature sulla nuca del protagonista. Quando poi decide di citare una delle immagini più famose di "Videodrome", inserendo al contempo una lieve traccia cyberpunk nella storia, la visione si fa irrimediabilmente indigesta.



Alla fin fine, "Antiviral" non è certamente un film brutto, soprattutto se lo si considera per quello che è, ossia l'opera prima nel lungometraggio di un autore che per la prima volta ha la possibilità di scrivere e dirigere qualcosa totalmente di suo pugno. Ma i difetti di scrittura e messa in scena sono talvolta fatali e il confronto con quanto fatto dal padre non aiuta di certo Brandon Cronenberg, il quale dalla sua finisce così per avere il mestiere, la grinta e nulla più.

mercoledì 31 maggio 2023

Renfield

 

di Chris McKay.

con: Nicholas Hoult, Awkwafina, Nicolas Cage, Ben Scwartz, Shoreh Aghdashloo, Brandon Scott Jones, Camille Chen, Bess Rous.

Commedia/Fantastico/Splatter

Usa 2023
















Bisogna essere onesti: l'unico vero motivo di interesse verso un film come "Renfield" è la presenza di Nicolas Cage nei panni di un Dracula istrionico e per questo irresistibile; proprio lui che a inizio carriera era affetto da "Stress da Vampiro" e che pare abbia più volte esternato la sua voglia di interpretare il vampiro più famoso del mondo.
Certo, l'aver capovolto la storia originale di Bram Stoker come riletta nel classico della Universal del 1931 per crearne un sequel dal punto di vista dello "schiavetto" del Conte è un'idea intrigante, così come lo è il fatto che il tono sia stato virato verso la commedia. Ma su tutto è la presenza di Cage ad incuriosire e a rappresentare il vero traino per la visione. E il buon Nic, come sempre, non delude le aspettative.



Questo perché lo script, pur basato su di un vecchio soggetto di Robert Kirkman, ripropone tutti i cliché del caso: una voce narrante del protagonista che spiega fatti e situazioni, con tanto di flashback che iniziano troppo presto, la prefigurazione della risoluzione del terzo atto già nel primo, un poliziotto (questa volta donna) forte e incorruttibile a sua volta figlio del miglior agente che ci sia mai stato e l'immancabile momento di crisi per l'eroe, tutte le possibili forzature necessarie a far svolgere la storia e senza contare come l'umorismo talvolta appare castigato, rinunciando alla cattiveria in situazioni dove un pizzico in più avrebbe reso le battute memorabili. Persino l'idea di rileggere la relazione tra il Principe della Notte e il suo famiglio come manipolazione tossica non è più di tanto originale, visti i tempi che corrono.




A rendere  "Renfield" simpatico e godibile ci pensa così soprattutto il cast. E se Nicholas Hoult e Awkwafina ci mettono il massimo, non sono nulla in confronto ad un Cage scatenato, che riprende direttamente il modello di Bela Lugosi e lo trasforma in una perfetta parodia e prima ancora in una maschera demoniaca che se purgata dai risvolti ironici, ben avrebbe potuto funzionare in una rilettura seria. Dracula è qui magnetico ed elegante, ma anche violento e rivoltante, un mostro fatto e finito travestito da gentiluomo, piuttosto che un gentiluomo con una natura infernale. A renderlo del tutto irresistibile sono poi le sue impagabili faccette, le mossette teatrali, la cadenza gigionesca con cui snocciola le battute e il gusto per l'overacting qui quanto mai sublime.



In cabina di regia, McKay prende la sfavillante energia del suo villain e la immerge in un perfetto contesto cinefilo, rifacendo con il suo cast alcune delle scene più celebri del classico di Tod Browning e immergendo gli interni nei cromatismi gotici classici, virati anche ad un più moderno neon, ma dimostra di non avere più di tanto gusto per l'azione, facendo spesso ricorso all'otturatore semichiuso per incrementare artificialmente il ritmo delle singole inquadrature, con ovvi risultati confusionari.




"Renfield" riesce così ad intrattenere a dovere, ma mai a stupire o coinvolgere, neanche grazie all'umorismo, composto da battute e gag alla fin fine dimenticabili. Quel che resterà impresso nella memoria sarà sicuramente Cage, come ovvio.

venerdì 26 maggio 2023

Bones and All

di Luca Guadagnino.

con: Taylor Russell, Timothée Chalamet, Mark Rylance, Anna Cobb, Michael Stuhlbarg, André Holland, Kendle Coffey, Ellie Parker, Madeline Hall, Christine Dye, Sean Bridges, Anna Hall, Jessica Harper, Chloe Sevigny.

Italia, Usa 2022


















Luca Guadagnino è certamente uno dei cineasti italiani più apprezzati al mondo, oltre ad essere praticamente l'unico ad aver trovato terreno fertile a Hollywood (dove persino il pur ben accolto Stefano Sollima sembra aver trovato meno spazio). Eppure, quanti suoi film sono davvero memorabili?
Al di là del successo commerciale e di critica, "Suspiria" e "Chiamami col tuo nome" non sono certo pellicole riuscite. Se poi si trona ancora più indietro, a "Melissa P." e "A Bigger Splash", le cose peggiorano sensibilmente.
Non c'era quindi un vero motivo per aspettarsi di meglio da "Bones and All"; eppure, dinanzi alle sue immagini, si resta piacevolmente colpiti e a visione finita ci si accorge di come Guadagnino abbia finalmente trovato un suo equilibrio e creato un'opera riuscita.




Stati Uniti, anni '80. Maren (Taylor Russell) è una diciottenne che (ri)scopre di appartenere ad una genia di cannibali. Abbandonata dal padre, parte alla ricerca della madre, che l'aveva abbandonata subito dopo la nascita. Attraversando l'America incontra due suoi simili, l'anziano Sullivan (Mark Rylance) e il giovane e solo apparentemente scapestrato Lee (Timothée Chalamet).




Non un horror, neanche nella sua eccezione "elevated", "Bones and All" usa lo spunto orrorifico come metafora pura e semplice; anzi, quando decide di sconfinare nel "genere" (in particolare nel climax), Guadagnino si dimostra al solito incapace di costruire la giusta tensione, anche solo drammatica, per rendere le scene davvero tese.
Il suo sguardo è invece rivolto a questo pugno di bizzarri personaggi dalla natura mostruosa, ma al contempo dall'indole sin troppo umana.
Come i vampiri di Anne Rice, vivono ai margini del mondo, relegati per di più non in attici di lusso o agghindati in abiti firmati, ma nel limbo del sottoproletariato spiantato; come gli immortali di "Highlander" percepiscono la presenza dei loro simili a breve distanza, riuscendo così a riconoscersi facilmente. E come i primi e a differenza dei secondi, lottano disperatamente per conquistare dei legami affettivi, primo passo per trovare il loro posto in un mondo freddo.




Per i tre personaggi tutto ruota attorno al concetto di appartenenza e, in senso lato, di famiglia. Maren viene abbandonata dal padre e comincia il suo peregrinare per trovare una nuova famiglia, solo per poi scoprire come la madre non possa acoglierla (trovandola con le braccia mozzate, dimostrazione fisica di tale incapacità). Sullivan vuole avere un rapporto affettivo, una forma di condivisione delle esperienze, in modo talmente disperato che parla di se in terza persona per combattere la solitudine. Lee, da ultimo, va e viene dalla famiglia di origine e trova in Maren il primo passo verso la creazione di un proprio nucleo.
Famiglia come condizione necessaria per l'uomo e appartanenza come bisogno primario. Non per nulla, quando Maren scopre che nel "gruppo" di cannibali è entrato un estraneo, si sente minacciata e quando scopre, ancora, che una delle sue vittime aveva moglie e figlio, ha una forte crisi interiore, realizzando come abbia spezzato quel legame che lei tanto ricerca.
Il cannibalismo diventa così sublimazione di quel necessario rapporto affettivo, tanto che nel finale la consumazione diventa rito propiziatorio, suggellazione di un legame umano e amoroso. E Guadagnino, suo malgrado, ha dovuto spiegare più volte come tale metafora non sia in realtà ispirata ad Arnie Hammer e al bizzarro caso che ne ha disintegrato la carriera.




Guadagnino dirige bene il racconto, usando uno stile asciutto, con alcune trovate interessanti solo in fase di montaggio, con gli attacchi sull'asse reminiscenti di qualche visione kubrickiana; per il resto opera di sottrazione, affidandosi a singoli fotogrammi, ai volti e corpi di Taylor Russell e Chalamet, ma riesce lo stesso a creare immagini talvolta stuzzicanti.
"Bones and All" è quindi la dimostrazione che quando si impegna e rinuncia a voler strafare, quando decide di affidarsi principalmente alla storia piuttosto che alle atmosfere o ad una fascinazione per la violenza spicciola, anche lui possa confezionare ottimi exploit. Nella speranza che questo sia l'inizio per un cambio di rotta di una filmografia tanto celebrata quanto poco interessante.

mercoledì 24 maggio 2023

R.I.P. Kenneth Anger



 1927 - 2023


Anticonformista, provocatore, ribelle nel corpo e nell'anima. Benché abbia diretto solo cortometraggi, l'influenza di Kenneth Anger nel cinema moderno (americano e non) è incalcolabile. 
Oltre ad aver generato scandalo con le immagini, lo ha fatto anche con le parole, nel suo imprescindibile libro "Hollywood Babilonia", cronaca di scandali e malcostumi malcelati ancora oggi spiazzante. Tanto che ogni cinefilo degno di questo nome deve riscoprirne l'eredità




"Fireworks" (1947)




"Rabbit's Moon" (1950)




"Scorpio Rising" (1963)




"Invocation of my Demon Brother" (1969)





"Lucifer's Rising" (1972)

lunedì 22 maggio 2023

Peter Von Kant

di Francçois Ozon.

con; Denis Menochét, Khalil Ben Gharbia, Isabelle Adjani, Hanna Schygulla,Stefan Crepon, Aminthe Audiard.

Drammatico/Biografico

Francia, Belgio 2022
















Il fatto che il cinema di Rainer Werner Fassbinder sia ad oggi poco conosciuto (e non solo da parte delle nuove generazioni) è un peccato non unicamente per l'oblio al quale sue opere sono destinate, quanto per il fatto che la carica provocatoria che molte di queste hanno (e che è tutt'ora tangibile) finisce inevitabilmente per perdere di significato. Senza contare, poi, come molte delle tematiche da lui affrontate e sviscerate con passione, profondità e cognizione di causa sono tutt'oggi attuali e che molto cinema "da festival", creato da autori spesso sopravvalutati, cerca di fare lo stesso, ma senza averne la forza drammatica o espressiva.
A riportare nella memoria collettiva il compianto autore tedesco ci pensa così François Ozon, suo fan della prima ora, i cui melodrammi potrebbero essere visti come figli di quel cinema. E con piglio fortemente autoriale, crea una sorta di bio-pic che è soprattutto omaggio all'uomo e all'artista, ai suoi eccessi, ai suoi umori e amori.




Il punto di partenza è "Le lacrime amare di Petra Von Kant", che Ozon reinventa immergendo Fassbinder e il suo più grande amore, Armin Meier, come i personaggi principali, il regista Peter Von Kant e il suo grande amore Amir Ben Salem, creando uno specchio tra realtà e finzione, artista e arte, similmente a quanto fatto da Coppola e Wim Wenders in "Hammet- Indagine a Chinatown". Il che porta ad una prima e urgente considerazione.
La storia d'amore con Meier era già stata portata in scena dallo stesso Fassbinder nell'episodio da lui diretto di "Germania in Autunno", dove i due interpretavano loro stessi e declinavano la loro relazione come un dramma nel quale l'autore non celava il suo carattere irascibile, brusco, dipingendo l'amato come una vittima, similmente a quanto accade nei suoi film di finzione. Questo perché anche nella realtà Fassbinder dominava Meier, cosa che portò al suo suicidio, nel 1978, per elaborare il quale il grande regista cerò quella vera e propria confessione intitolata "Un Anno con 13 Lune". Declinare questa storia ponendo al centro Fassbinder e invertendo i ruoli di dominatore e dominato potrebbe quindi essere visto come un'operazione falsa, prima ancora che di cattivo gusto.



Anche per questo, Ozon mette le cose in chiaro in almeno due parti del film; più esplicitamente verso la fine della penultima sequenza, dove il personaggio di Sidonie accusa Peter di come nei suoi film interpreti sempre il debole, quando nella realtà è il forte. In secondo luogo, nell'incipit, con lo sguardo del vero Fassbinder che spicca su schermo a testimoniare come "Peter Von Kant" non sia tanto una biografia vera e propria, quanto un omaggio o, meglio, un atto d'amore verso di lui e il suo cinema. Senza contare come, nella seconda parte, sulle pareti della casa del protagonista spicchi un'immagine chiarificatrice, quella del personaggio di Amir visto come San Sebastiano nella famosa martirizzazione, per chiarificare ulteriormente come nella realtà, ribaltata come arte dall'altra parte dello schermo, fosse lui ad essere una vittima vera e propria.
Questa è dunque l'unica vera chiave di lettura dell'opera, ossia come una ripresa di un modello per omaggiarne il creatore; non un semplice bio-pic e neanche un semplice remake, quanto un'operazione di pura interpretazione personale di vita e opera.




Ozon riprende struttura e storia di "Petra Von Kant" e le fa sue. Infrange l'unita di tempo, trasformando le scene in sequenze con stacchi precisi e verso al fine rompe definitivamente anche quella di spazio e del punto di vista, riprendendo quello di Amir.
Peter Von Kant è così un doppio di Fassbinder, un alter ego che ha raggiunto un età che lui non ha mai compiuto, così come Amir è un'amante avaro ed egoista. Il personaggio di Sidonie diventa una diva e ex amante del regista (un po' Ingrid Caven, un po' Irm Hermann) che ha il volto dell'eternamente giovane Isabelle Adjani, mentre nei panni della madre ritroviamo Hanna Schygulla, che alle soglie degli 80 anni ha ancora una presenza scenica invidiabile.
Ozon trova poi in Denis Ménochet un perfetto volto e un perfetto corpo per la sua visione di Fassbinder, al quale l'attore infonde una fragilità tangibile, benché la volubilità del suo vero carattere riesca ad essere allo stesso modo ben rappresentata quando necessario.




Il dramma si consuma ripercorrendo la storia e le dinamiche dell'originale, con solo alcune variazioni. In primis, l'amore malato di Karl, che qui sostituisce Marlene, è sempre celato tra le pieghe dei suoi sguardi e nel finale, quando Peter lo accetta questa volta per davvero, lui lo rinnega se ne va, avendo realizzato il suo ruolo di rimpiazzo amoroso. Meno spazio viene concesso al personaggio della figlia Gabriele, forse anche in ossequio alla mancanza di paternità da parte di Fassbinder e Sidonie diventa amica, musa e ex amante, il cui ruolo resta sempre "tossico" ma è più centrale nella dinamica amorosa tra i due personaggi principali.
Tale dinamica è simile e diversa rispetto a quella di Petra Von Kant e di Karin. Mentre Petra vuole dominare e sottomettere per davvero l'amata, Peter, sebbene arrivi alla fine alla sua stessa realizzazione, ama Amir di un amore puro; la loro relazione comincia con l'attrazione e a questo primo stadio Peter vuole letteralmente rubarlo, usando la macchina da presa come strumento per carpirne l'anima e i sentimenti. Ma la sua attrazione è implicitamente più pulsante e viva di quella della sua controparte originaria, proprio perché affonda le sue radici in quella reale tra Fassbinder e Meier.



Benché nella seconda parte omaggi la fotografia di "Lola", la messa in scena è totalmente figlia dello stile di Ozon, tanto che persino i simboli dei manichini e delle bambole vengono messi da parte.
Il suo amore per il cinema di Fassbinder è poi tangibile non solo nell'operazione in generale, quanto soprattutto nell'attenzione ad alcuni dettagli che finiscono per diventare feticistici: il competo bianco indossato dal regista in diverse occasioni, la scenografia usata per spezzare il volto del protagonista, le note di "Each man kills the thing he love" che tornano sovente a sottolineare gli eventi come in "Querelle de Brest" e persino il poster alternativo di quest'ultimo che viene reinterpretato come locandina ufficiale del film, tra gli altri.




La rilettura del classico fassbinderiano fusa con la rilettura della sua biografia finisce così per funzionare. "Peter Von Kant" è così un perfetto omaggio al cineasta oltre che un perfetto dramma nel suo stile. Una dichiarazione d'affetto e stima puramente cinefila e profondamente umana, che può essere amata e compresa a pieno solo da chi conosce e ama il compianto cineasta bavarese, ma che, paradossalmente, anche allo spettatore in cerca di emozioni di certo non dispiacerà.

venerdì 19 maggio 2023

The First Slam Dunk

di Takehiko Inoue & Yasuyuki Ebara.

Animazione/Sportivo

Giappone 2022

























Quando, nel 1990, venne pubblicato il primo capitolo di "Slam Dunk", non c'era davvero un manga simile nel panorama editoriale. Non che gli spokon non spopolassero, tutt'altro; è solo che il basket non era uno sport particolarmente frequentato dall'industria dell'intrattenimento nipponica, complice anche lo scarso impatto che aveva avuto sul pubblico nel corso degli anni. Le cose cambiarono proprio grazie al successo di "Slam Dunk", che portò molti giovani giapponesi della Generazione X ad appassionarsi a questo sport fino ad allora ignorato.
Merito della matita e della penna di Takehiko Inoue, mangaka al primo vero successo e che diverrà uno dei più apprezzati al mondo anche grazie al purtroppo ancora non concluso "Vagabond". All'epoca ventenne, era appassionato della prima ora di pallacanestro e lascia che questa sua passione influenzi in tutto e per tutto questa commedia sportiva che trova una inusuale punta di originalità proprio grazie all'ambientazione.



La bellezza del manga è però data anche dal connubio tra serio e faceto, quantomai riuscito. Se il protagonista, il rosso Hanamichi Sakuragi, è un vero e proprio scapestrato burlone, il tono delle sue vicende diventa adulto quando si tirano in ballo temi quali l'amicizia, l'amore e soprattutto la tensione sportiva, garantendo così un tasso di coinvolgimento sempre alto. Così come riuscita è la caratterizzazione del resto dei personaggi, i quali divengono di volta in volta protagonisti di piccoli story-arc volti a delucidarne passato e carattere.
E su tutto, è il tratto pittorico di Inoue a rendere davvero eccellente una lettura già di suo ottima.




Il successo è praticamente immediato, tanto che già 1993 arrivò sugli schermi televisivi nipponici un riuscito adattamento anime che ne incrementa la popolarità. Arrivato anche in Italia nel 2000, dove si è contraddistinto per un adattamento, curato da Nicola Carrassi, che in opposizione alle censure e edulcorazioni effettuate dalle reti Mediaset all'epoca, eccedeva in doppi sensi e rincarava le dosi di umorismo spicciolo; scelta che di sicuro fa storcere il naso ai puristi, ma che rende la visione ancora più piacevole.




Pur tuttavia, l'anime si concluse nel 1996 lasciando in sospeso la storia: l'ultimo arco narrativo, con la sfida agli "imbattibili" membri del Sannoh non trova una trasposizione animata. Se non nel 2022, quando è lo stesso Inoue a co-dirigere un film d'animazione che porta in immagini dinamiche la conclusione della storia.
"The First Slam Dunk" non è però una semplice trasposizione del manga, quanto un adattamento che ne riadatta la storia e che funge non solo da epilogo, quanto anche come omaggio alla stessa.




La differenza più vistosa è data dal cambio del punto di vista sulla vicenda, che da Hanamichi passa al playmaker Ryota Miyagi. Scelta che permette a Inoue di esplorarne quel suo passato che nel manga non trovava spazio, rendendo così la storia generale più completa; soprattutto, permette anche ai neofiti di affezionarvici, costruendo la trama del film su due piani differenti, con la partita da una parte e flashback dall'altro.
Ryota è un ragazzo schiacciato dal peso del lutto; in primis quello del padre, poi quello del fratello maggiore ed exemplum vitae Sota, scomparso giovanissimo. Si ritrova così sin da subito a dover elaborare un doppio lutto e a dover fare i conti con una madre distrutta dal dolore. Situazione che lo porta a sviluppare una scorza fredda che gli permette di eccellere nello sport, usato sia per omaggiare il fratello, ex promessa, sia come mezzo di affermazione personale in un mondo ostile.



Se la cronaca della partita è così coinvolgente, la storia del protagonista riesce ad essere toccante senza mai scadere nel melenso o nel ricattatorio, riuscendo a tratti a commuovere davvero.
Inoue tiene bene i fili di entrambe le narrazioni e riesce a dare il giusto spazio anche agli altri memebri del cast, caratterizzati con pennellate veloci ma decise. La sbruffonaggine di Hanamichi, l'insicurezza dell'erculeo capitano Takenori "Gorilla" Akagi, la determinazione di Rukawa risultano vividi su schermo; e persino il capitano della Sannoh Sawakita trova una sua dimensione nei 124 minuti della pellicola. L'unico personaggio ad essere un po' sacrificato è forse il solo Mitsui, l'ex bullo la cui "redenzione" può apparire forzata allo spettatore che non ha letto il manga o visionato l'anime.




Coadiuvato dal veterano dell'animazione Yasuyuki Ebara, Inoue traspone alla perfezione il dinamismo delle sue tavole sul grande schermo, con immagini ricercate ed un uso certosino della musica; nel racconto, sa perfettamente quando accelerare e quando rallentare, quando interrompere l'azione per dar spazio all'introspezione, quando adoperare inserti umoristici senza farli stonare in un racconto serio e talvolta teso. Il risultato è un piccolo capolavoro di equilibrio dei toni, graziato da un'animazione che sebbene basata totalmente sui soliti modelli tridimensionali dalla fluidità talvolta troppo accentuata (che arriva a stonare nei flashback, causa il minore dinamismo dell'azione), riesce a restituire alla perfezione i movimenti dei giocatori e, così, ad incantare.




"The First Slam Dunk" è così un gioiello di tecnica e racconto, un vero e proprio atto d'amore verso l'opera originale, che completa in modo definitivo e perfetto, oltre che una pellicola riuscita e coinvolgente anche per lo spettatore occasionale. Caso più unico che raro.

giovedì 18 maggio 2023

R.I.P. Helmut Berger


 

1944 - 2023


Volto tra i più carismatici del cinema europeo, compagno di vita e di arte di Luchino Visconti, Helmut Berger ha attraversato la migliore decade del cinema mondiale, prendendo parte ad alcuni delle sue opere più rappresentative. 
Se ne va così un altro decano della Settima Arte.