mercoledì 7 giugno 2023

La Vita è un Arcobaleno

The Rainbow

di Ken Russell.

con: Sammi Davis, Paul McGann, Amanda Donohoe, Christopher Gable, David Hemmings, Glenda Jackson, Dudley Sutton, Jim Carter, Judith Paris.

Regno Unito 1989


















Scontentati critica e pubblico con "La Tana del Serpente Bianco" (che pur vivrà in seguito una forma di apprezzamento come cult movie), Ken Russell decide di tornare alle origini, a quel suo cinema intimista e contenuto che ne aveva permesso di conoscere il nome negli anni '60. E lo fa nel modo più radicale possibile, ossia ritornando a "Donne in Amore", più precisamente al romanzo che lo aveva ispirato, vergato da D.H. Lawrence. Decide così di trasporre in pellicola un suo altro romanzo, ossia "The Rainbow" del 1915, che narra il passaggio da ragazza a donna del personaggio di Ursula, nel film del 1969 interpretato dall'attrice-feticcio Glenda Jackson, che ora ricopre il ruolo della madre della ragazza.
Con dalla sua una ritrovata ispirazione, un ottima protagonista in Sammi Davis e un cast di supporto al solito affiatato, Russell finisce così per ritrovare gusto e eleganza, senza ovviamente rinunciare alla provocazione.



Inghilterra, primi del '900. Ursula è una ragazza alle soglie del diploma e dall'indole romatica e anticonformista. Stretta tra l'attrazione per l'insegnante di educazione fisica Winifred (Amanda Donohoe) e il giovane geniere dell'esercito Anton (Paul McGann), si scontra con la famiglia per essere la fautrice del proprio destino.




Ursula è una donna moderna, forte e indomita sino all'ottusità. Alla ricerca dell'arcobaleno, la realizzazione di sé stessa, traguardo impossibile date le coordinate temporali, lotta caparbiamente per trovare una sua dimensione nel mondo. E Ken Russell è totalmente dalla sua, da buon liberal progressista quale è ne fa un eroina femminista vera e propria e ne narra la maturazione, umana e sentimentale, con vivo trasporto.
Lo scontro è quello con la cultura borghese, con la logica dello sfruttamento e della sottomissione del "debole", sia esso rappresentato dalla donna che dal proletario. Ursula non accetta le convenzioni, non accetta la condanna a morte che lo zio, grosso magnate delle miniere, infligge ai suoi subordinati per il proprio tornaconto economico, così come non accetta l'imposizione sociale del matrimonio, preferendo concedersi rapporti aperti non per mero appagamento sensuale, quanto per trovare una relazione con persone che possano presentare pregi e difetti complementari.




La maturazione sessuale viene ritratta in modo al contempo estremamente erotico e sorprendemente virginale. Per la prima metà del film, la protagonista è una vestale che sperimenta anche e soprattutto l'amore saffico, quello della bella insegnante che la inizia ai piaceri della carne. Le corse di queste ninfee nude, dai corpi caldi e dai lineamenti tipicamente gaelici, come fate della tradizione inglese, vengono portate in scena da Russell dando ampio spazio alla fisicità di Sammi Davis e Amanda Donohoe, ma senza mai cercare di stuzzicare i sensi dello spettatore, quanto per ritrarre la gioia di una carnalità primordiale, un ritorno alla natura come accettazione degli istinti basilari. Le immagini diventano così come dei quadri dai colori caldi, volti a conturbare più che eccitare, persino quando, nella seconda metà del film, l'amore è quello tra un uomo e una donna. E in tale frangete, Russell ribalta anche il suo originario simbolismo dell'acqua, non più elemento di morte, quanto di vita, simbolo di passioni irrefrenabili e genuine.
Viceversa, è la deflorazione al chiaro di luna ad essere incorniciata in modo ambiguo, come pura passione priva di vero amore, quasi un preludio ad una caduta in disgrazia che fortunatamente non si verifica davvero.



L'altra forma di maturazione, quella più prettamente umana, riguarda la presa di coscienza sociale; non tanto in riguardo alle ingiustizie tra classi, quanto riguardo all'ipocrisia imperante tra le persone. Se il simbolo patriarcale dello zio Henry (David Hemmings) è fin dall'inizio visto per lo sfruttatore impenitente che è, la vera realizzazione arriva in rapporto al personaggio di Winifred. Vista dapprima come modello da raggiungere, di donna emancipata sia umanamente che sessualmente, femminista e anarchica rampante, si scoprirà essere una semplice opportunista capace di gettare al vento i proclami anti-borghesi nel momento in cui il facoltoso zio le dimostra la più blanda delle attenzioni, finendo per sposarlo, rientrando in quell'alveo sociale solo apparentemente detestato.
Allo stesso modo, anche il personaggio del pittore Macllister (Dudley Sutton) si scoprirà semplice libertino in cerca di scappatelle, non l'artista dall'animo e sensibile e profondo che si presenta inizialmente.



Se la scoperta dell'ipocrisia degli pseudo bohemien porta ad un rafforzamento dell'odio di Ursula verso le convenzioni sociali, la maturazione umana, che passa per il tramite del lavoro di insegnante, ne rafforza il carattere e la voglia di emancipazione.
L'esperienza lavorativa la trasforma in primis in una donna. Il rapporto con i bambini sporchi e indisciplinati (Russell riesce a far trasparire tutto il sudiciume dell'epoca con pochi e forti dettagli) trasforma Ursula in una donna in grado di usare la violenza per farsi rispettare, sancendone il passaggio definitivo verso l'età adulta. Il biasimo verso il metodo educativo violento e irrispettoso della scuola post-vittoriana continua sempre a sussistere, ma si ha anche la forma di realizzazione di come una mano ferma sia spesso necessaria al fine di imporsi nei confronti di coloro (bambini o adulti che siano) i quali non rispettano il prossimo, sia umanamente che sul piano lavorativo.
Al contempo, l'attenzione morbosa del preside e insegnate mr. Harby (Jim Carter) ne acuisce la volontà di scappare dal sistema borghese, il suo rigetto per una figura maschile possessiva la cui passione si esplica solo tramite le minacce e il voyeurismo spicciolo.
Il romanzo di formazione di Ursula diventa così la storia di una ragazza che parte con idee salde e al limite del preconcetto le quali non vengono distrutte dall'esperienza, quanto arricchite; e il cui carattere libero non viene domato, quanto reso più acuto.



Russell dirige il tutto con il solito piglio sicuro, riuscendo a creare bellissime immagini usando il setting della campagna inglese, creando un mondo tanto reale quanto onirico, un sogno fatato nel quale i personaggi femminili si muovono liberi, perfettamente contrapposto allo squallore della città.
E "The Rainbow" finisce così con l'essere un'ennesima prova riuscita, un ottimo prequel di quello che resta uno dei suoi migliori film, nonché una delle sue opere certamente meno rappresentative, ma altrettanto sicuramente più coinvolgenti.

lunedì 5 giugno 2023

Padre Pio

di Abel Ferrara.

con: Shia LaBeuf, Cristina Chiaric, Asia Argento, Marco Leonardi, Salvatore Ruocco, Vincenzo Crea, Luca Lionello, Stella Mastantonio, Federico Majorana, Brando Pacitto.

Italia, Usa, Germania, Regno Unito 2022
















Sebbene si sia convertito da anni al buddhismo, Abel Ferrara non riesce a distaccarsi dalla matrice cattolica. Nonostante il sodalizio con l'ex seminarista Nichoals St.John sia terminato oltre 25 anni fa, nel suo cinema la morale e la filosofia cristiano-romana continuano a trovare spazio e ad essere alla base di storia e riflessioni.
Complice anche la sua personale devozione, dopo aver diretto il piccolo "Zeroes and Ones", il grande autore newyorkese, oramai naturalizzato italiano, volge il suo sguardo verso san Pio da Pietralcina, rievocandone la giovinezza e la turbata esistenza. Sfortunatamente, "Padre Pio" non può però dirsi un'opera riuscita.



L'intento del film è chiaro, ossia tracciare un parallelo tra il dolore del santo, i suoi dubbi religioso-esistenziali, il male assoluto con cui si scontra e il contesto storico in cui ha vissuto. Storia e individualità divengono due facce della stessa medaglia, ma lo script (vergato con l'aiuto di Maurizio Braucci) non tiene bene le redini del racconto, il quale risulta sfilacciato e frammentario. Le due tracce narrative finiscono così per cozzare quando avrebbero dovuto armonizzarsi, trovare un punto di incontro nella metafora del male che si insinua nel cuore degli uomini al pari di come tenta di insidiarsi in quello del santo, ma così non è.
Si assiste così alla nascita del Fascismo mentre san Pio vive la sua esistenza insicura e tormentata. L'avvento del Comunismo, portato nelle campagne pugliesi dallo studente Luigi (Vincenzo Crea), viene inizialmente ritratto come una religione, dove i devoti baciano la bandiera rossa come si farebbe con un crocefisso, si riuniscono per discutere di politica assieme ad un maestro come ad una funzione religiosa e venerano non solo l'effige di Marx come un santino, ma persino un'immagine del Cristo su cui appaiono falce e martello. Il tutto per affermare sia come il socialismo marxista e il Cristianesimo abbiano contenuti simili, sia per ritrarlo come un culto che ha cercato di emancipare e salvare i poveri.
Il comunismo come fede che viene distrutta dal Male? Ferrara sembra voler dire questo e in ciò non può neanche essere tacciato di revisionismo storico, visto che il Fascismo è effettivamente nato in anche e forse soprattutto in reazione alla penetrazione della dottrina marxista in Italia.




La vita di san Pio viene invece relegata alle celebrazioni eucaristiche e alla tentazione, con un diavolo che gli appare in diverse forme ogni notte. Il suo ruolo finisce così con l'essere secondario in un film che dovrebbe trattare principalmente di lui, tanto che il titolo finisce con l'essere persino sbagliato. Quel che è peggio, il finale non conclude nulla, lascia in sospeso tutto e tutti, con le stigmate come accettazione del dolore altrui che però, data la lettura metaforica che si vuole dare agli eventi, finiscono con l'essere un puro preludio ad un nulla di fatto, visto il futuro trionfo del Fascismo in Italia.
La metafora finisce così per diventare forzata e la visione si fa fiacca, schiacciata dall'impossibilità di appassionarsi più di tanto ad una lettura giusta e corretta, ma malamente raccontata.




Come purtroppo abitudine nell'ultimo cinema di Ferrara, anche qui il budget è striminzito (messo a disposizione principalmente dai soliti fondi pubblici nostrani) e la regia deve fare di necessità virtù, con tutte le scene girate con camera a mano e giusto uno sparuto inserto con drone. Nonostante la cura nella fotografia e nei costumi, la messa in scena è così spesso blanda e non riesce ad avere la forza necessaria per la drammaticità narrata, aumentando il tasso di freddezza nel racconto.
A salvare la visione, oltre le buone intenzioni, è così la sola interpretazione di Shia LaBeuf, che usando il metodo si immerge totalmente nei panni del santo, creando un personaggio vivo la cui sofferenza è pulsante; tanto che non stupisce che alla fine abbia deciso di convertirsi al Cattolicesimo e che abbia persino deciso di continuare il sodalizio con Ferrara.




Per il resto, "Padre Pio" è un'opera tanto ambiziosa quanto malriuscita, che spreca tutto il suo potenziale a causa di una sceneggiatura che avrebbe meritato più focus ed una messa in scena fatalmente claudicante.

sabato 3 giugno 2023

R.I.P. Margit Carstensen


1940 - 2023
 


Tra le attrici-feticcio di Rainer Werner Fassbinder, Margit Carstensen tendeva ad incarnare il lato più umano della donna, quello più sensibile, debole in un certo senso, ma di certo non meno interessante. Con il suo volto dai lineamenti nobili e il suo corpo esile eppure bello, ha incarnato una femminilità tragica, con piglio sempre fresco e impegnato.

giovedì 1 giugno 2023

Antiviral

di Brandon Cronenberg.

con: Caleb Landry Jones, Sarah Gadon, Malcolm McDowell, Joe Pingue, James Cade, Douglas Smith, Nenna Abuwa, Wendy Crewson, Salvatore Antonio.

Canada, Francia 2012
















---CONTIENE SPOILER---


Viene da ridere se si pensa che solo nel 2023 la GenZ si sia accorta di come anche ad Hollywood esista il nepotismo. Solo quest'anno gli adolescenti hanno deciso di rivolgere la loro attenzione (e i loro tweet carichi di odio e insulti) verso quegli attori e attrici "figli di", come, tra i tanti, Jack Quaid e Zoe Kravitz, colpevoli di avere un papà importante.
Tale "mezz'ora d'odio", se vista dal punto di vista di un italiano, risulta ancora più stramba, poiché se è vero che molti dei "nepo babies" (mai sia chiamarli "raccomandati", sarebbe offensivo) trovano lavoro solo perché imparentati con il potente di turno, è altrettanto vero che tra loro il talento non manca, a differenza di ciò che avviene nello show businness italiano, dove la stragrande maggioranza dei figli di papà ha il nome e null'altro. Ad Hollywood, invece, per un Max Landis c'è un Jason Reitman, per un Jake Kasdan c'è un Panos Cosmatos, a dimostrazione di come il livello di serietà e talento sia più alto.
In un'ideale categoria di mezzo potrebbe invece rientrare Brandon Cronenberg, figlio di David, il quale, benché si sia fatto un nome negli ultimi anni con pellicole tutto sommato celebri e certamente non brutte, non solo deve davvero tanto al cinema del padre (dalla cui ombra non sembra neanche volersi distaccare), ma, sfortunatamente, non ha mai diretto nulla di davvero memorabile. A partire dal suo esordio, "Aniviral" del 2012.




"Antiviral" è in tutto e per tutto un film epigono dell'opera di David Cronenberg, tanto che se non fosse stato diretto del figlio, forse, potrebbe essere preso più seriamente e persino meglio digerito. Cosa che purtroppo non può avvenire e, per essere onesti, non solo per questioni anagrafiche.
L'influenza paterna è avvertibile già leggendo la trama: Syd March (Caleb Landry Jones) lavora per la Lucas Farmacetical, società specializzata nel trapianto di malattie di celebrità; ma, a sua volta, fa con la stessa il doppio gioco, lavorando come "pirata di patologie", rivendendo al mercato nero quelle più richieste. Ossessionato dalla figura della diva Hannah Geist (Sarah Gadon), finisce suo malgrado invischiato in un vero e proprio complotto quando decide di rivendere l'ultima malattia da questi contratta, la quale è più vorace e mortale di quanto si aspettasse.



La tematica principale, almeno nei primi minuti, è la dissezione per l'ossessione verso le celebrità e in questo non si può certo dire che il film sia invecchiato bene. Se nel 2012 i divi erano ancora dei provocatori che vivevano grazie e soprattutto agli scandali, in una società occidentale che venerava la decadenza morale e materiale di individui come Paris Hilton, Kim Kardashian, Lindsay Lohan e Miley Cyrus, il rigurgito puritano della seconda metà degli anni '10 ha letteralmente seppellito la figura dei "divi maledetti", sostituendoli principalmente con asessuati perbenisti (almeno di facciata).
In "Antiviral" la figura della diva decadente è incarnata da Aria Noble (Nenna Abuwa), la cui vita sregolata diventa status quo in un mondo dove i divi sono famosi perché sono famosi, ossia un'iperbole neanche più di tanto esagerata di ciò che avveniva appena dieci anni fa.
I fan diventano così degli emuli che voglio (letteralmente) un pezzo di tale fama. Non solo assomigliare ai loro idoli, neanche sul piano dell'esteriorità, quanto essere in simbiosi con loro, oltrepassare il muro dello schermo per divenire parte integrante del loro corpo. Se la trasfusione della patologia è l'atto estremo, non meno lo è la consumane di carne sintetica coltivata dalle loro cellule, ossia una forma di cannibalismo che porta ad assimilare quei corpi tanto adorati.



Se l'ossessione per le celebrità e la mutilazione del corpo per emulazione sono le tematiche apparentemente principali del film, Brandon Cronenberg decide di abbandonarle quasi subito in favore della costruzione di un vero e proprio mystery riguardante lo strano virus contratto dalla Geist; il difetto principale della sua opera prima è insito proprio in tale scelta e nella sua correlata incapacità di saper fondere efficacemente un racconto di genere con quello strettamente metaforico, cosa che invece al padre è sempre riuscita ottimamente.
La narrazione diventa così irrimediabilmente noiosa, persa nella contemplazione del corpo di Caleb Landry Jones, pure ottimo simulacro della malattia, e di quello della musa paterna Sarah Gadon, feticcio di una bellezza tanto perfetta quanto fragile. Brandon Cronenberg non sa gestirne i tempi, dilata troppo le singole scene che finiscono così per sembrare spesso superflue anche quando essenziali e il mistero, alla fin fine, non coinvolge, né intriga.



Quel che è peggio, sul piano tematico perde completamente di vista quanto presentato nel primo atto per trasformare il tutto, nel finale, in un semplice apologo sull'ossessione privata tra singoli individui, tirando fuori letteralmente dal nulla un attrazione fisica ossessiva tra Syd e Hannah e trasformando un saggio sull'ossessione mediatica in una sorta di pamphlet cospirazionistico sul cinismo delle corporazioni farmaceutiche. 
L'ombra lunga di David ritorna poi in parte anche nella messa in scena; come il padre, anche Brandon predilige l'uso della camera fissa, limitando i movimenti all'essenziale, curando in maniera certosina le singole inquadrature (merito anche del direttore della fotografia Karim Hussain) e facendo ampio uso della scenografia per creare un'atmosfera asettica fredda e opprimente. Ma così facendo, finisce per creare una serie di immagini anonime, con fotogrammi che potrebbero appartenere a qualsiasi altro film degli ultimi quindici anni, con la macchina da presa perennemente piantata ad altezza uomo e le immancabili inquadrature sulla nuca del protagonista. Quando poi decide di citare una delle immagini più famose di "Videodrome", inserendo al contempo una lieve traccia cyberpunk nella storia, la visione si fa irrimediabilmente indigesta.



Alla fin fine, "Antiviral" non è certamente un film brutto, soprattutto se lo si considera per quello che è, ossia l'opera prima nel lungometraggio di un autore che per la prima volta ha la possibilità di scrivere e dirigere qualcosa totalmente di suo pugno. Ma i difetti di scrittura e messa in scena sono talvolta fatali e il confronto con quanto fatto dal padre non aiuta di certo Brandon Cronenberg, il quale dalla sua finisce così per avere il mestiere, la grinta e nulla più.

mercoledì 31 maggio 2023

Renfield

 

di Chris McKay.

con: Nicholas Hoult, Awkwafina, Nicolas Cage, Ben Scwartz, Shoreh Aghdashloo, Brandon Scott Jones, Camille Chen, Bess Rous.

Commedia/Fantastico/Splatter

Usa 2023
















Bisogna essere onesti: l'unico vero motivo di interesse verso un film come "Renfield" è la presenza di Nicolas Cage nei panni di un Dracula istrionico e per questo irresistibile; proprio lui che a inizio carriera era affetto da "Stress da Vampiro" e che pare abbia più volte esternato la sua voglia di interpretare il vampiro più famoso del mondo.
Certo, l'aver capovolto la storia originale di Bram Stoker come riletta nel classico della Universal del 1931 per crearne un sequel dal punto di vista dello "schiavetto" del Conte è un'idea intrigante, così come lo è il fatto che il tono sia stato virato verso la commedia. Ma su tutto è la presenza di Cage ad incuriosire e a rappresentare il vero traino per la visione. E il buon Nic, come sempre, non delude le aspettative.



Questo perché lo script, pur basato su di un vecchio soggetto di Robert Kirkman, ripropone tutti i cliché del caso: una voce narrante del protagonista che spiega fatti e situazioni, con tanto di flashback che iniziano troppo presto, la prefigurazione della risoluzione del terzo atto già nel primo, un poliziotto (questa volta donna) forte e incorruttibile a sua volta figlio del miglior agente che ci sia mai stato e l'immancabile momento di crisi per l'eroe, tutte le possibili forzature necessarie a far svolgere la storia e senza contare come l'umorismo talvolta appare castigato, rinunciando alla cattiveria in situazioni dove un pizzico in più avrebbe reso le battute memorabili. Persino l'idea di rileggere la relazione tra il Principe della Notte e il suo famiglio come manipolazione tossica non è più di tanto originale, visti i tempi che corrono.




A rendere  "Renfield" simpatico e godibile ci pensa così soprattutto il cast. E se Nicholas Hoult e Awkwafina ci mettono il massimo, non sono nulla in confronto ad un Cage scatenato, che riprende direttamente il modello di Bela Lugosi e lo trasforma in una perfetta parodia e prima ancora in una maschera demoniaca che se purgata dai risvolti ironici, ben avrebbe potuto funzionare in una rilettura seria. Dracula è qui magnetico ed elegante, ma anche violento e rivoltante, un mostro fatto e finito travestito da gentiluomo, piuttosto che un gentiluomo con una natura infernale. A renderlo del tutto irresistibile sono poi le sue impagabili faccette, le mossette teatrali, la cadenza gigionesca con cui snocciola le battute e il gusto per l'overacting qui quanto mai sublime.



In cabina di regia, McKay prende la sfavillante energia del suo villain e la immerge in un perfetto contesto cinefilo, rifacendo con il suo cast alcune delle scene più celebri del classico di Tod Browning e immergendo gli interni nei cromatismi gotici classici, virati anche ad un più moderno neon, ma dimostra di non avere più di tanto gusto per l'azione, facendo spesso ricorso all'otturatore semichiuso per incrementare artificialmente il ritmo delle singole inquadrature, con ovvi risultati confusionari.




"Renfield" riesce così ad intrattenere a dovere, ma mai a stupire o coinvolgere, neanche grazie all'umorismo, composto da battute e gag alla fin fine dimenticabili. Quel che resterà impresso nella memoria sarà sicuramente Cage, come ovvio.

venerdì 26 maggio 2023

Bones and All

di Luca Guadagnino.

con: Taylor Russell, Timothée Chalamet, Mark Rylance, Anna Cobb, Michael Stuhlbarg, André Holland, Kendle Coffey, Ellie Parker, Madeline Hall, Christine Dye, Sean Bridges, Anna Hall, Jessica Harper, Chloe Sevigny.

Italia, Usa 2022


















Luca Guadagnino è certamente uno dei cineasti italiani più apprezzati al mondo, oltre ad essere praticamente l'unico ad aver trovato terreno fertile a Hollywood (dove persino il pur ben accolto Stefano Sollima sembra aver trovato meno spazio). Eppure, quanti suoi film sono davvero memorabili?
Al di là del successo commerciale e di critica, "Suspiria" e "Chiamami col tuo nome" non sono certo pellicole riuscite. Se poi si trona ancora più indietro, a "Melissa P." e "A Bigger Splash", le cose peggiorano sensibilmente.
Non c'era quindi un vero motivo per aspettarsi di meglio da "Bones and All"; eppure, dinanzi alle sue immagini, si resta piacevolmente colpiti e a visione finita ci si accorge di come Guadagnino abbia finalmente trovato un suo equilibrio e creato un'opera riuscita.




Stati Uniti, anni '80. Maren (Taylor Russell) è una diciottenne che (ri)scopre di appartenere ad una genia di cannibali. Abbandonata dal padre, parte alla ricerca della madre, che l'aveva abbandonata subito dopo la nascita. Attraversando l'America incontra due suoi simili, l'anziano Sullivan (Mark Rylance) e il giovane e solo apparentemente scapestrato Lee (Timothée Chalamet).




Non un horror, neanche nella sua eccezione "elevated", "Bones and All" usa lo spunto orrorifico come metafora pura e semplice; anzi, quando decide di sconfinare nel "genere" (in particolare nel climax), Guadagnino si dimostra al solito incapace di costruire la giusta tensione, anche solo drammatica, per rendere le scene davvero tese.
Il suo sguardo è invece rivolto a questo pugno di bizzarri personaggi dalla natura mostruosa, ma al contempo dall'indole sin troppo umana.
Come i vampiri di Anne Rice, vivono ai margini del mondo, relegati per di più non in attici di lusso o agghindati in abiti firmati, ma nel limbo del sottoproletariato spiantato; come gli immortali di "Highlander" percepiscono la presenza dei loro simili a breve distanza, riuscendo così a riconoscersi facilmente. E come i primi e a differenza dei secondi, lottano disperatamente per conquistare dei legami affettivi, primo passo per trovare il loro posto in un mondo freddo.




Per i tre personaggi tutto ruota attorno al concetto di appartenenza e, in senso lato, di famiglia. Maren viene abbandonata dal padre e comincia il suo peregrinare per trovare una nuova famiglia, solo per poi scoprire come la madre non possa acoglierla (trovandola con le braccia mozzate, dimostrazione fisica di tale incapacità). Sullivan vuole avere un rapporto affettivo, una forma di condivisione delle esperienze, in modo talmente disperato che parla di se in terza persona per combattere la solitudine. Lee, da ultimo, va e viene dalla famiglia di origine e trova in Maren il primo passo verso la creazione di un proprio nucleo.
Famiglia come condizione necessaria per l'uomo e appartanenza come bisogno primario. Non per nulla, quando Maren scopre che nel "gruppo" di cannibali è entrato un estraneo, si sente minacciata e quando scopre, ancora, che una delle sue vittime aveva moglie e figlio, ha una forte crisi interiore, realizzando come abbia spezzato quel legame che lei tanto ricerca.
Il cannibalismo diventa così sublimazione di quel necessario rapporto affettivo, tanto che nel finale la consumazione diventa rito propiziatorio, suggellazione di un legame umano e amoroso. E Guadagnino, suo malgrado, ha dovuto spiegare più volte come tale metafora non sia in realtà ispirata ad Arnie Hammer e al bizzarro caso che ne ha disintegrato la carriera.




Guadagnino dirige bene il racconto, usando uno stile asciutto, con alcune trovate interessanti solo in fase di montaggio, con gli attacchi sull'asse reminiscenti di qualche visione kubrickiana; per il resto opera di sottrazione, affidandosi a singoli fotogrammi, ai volti e corpi di Taylor Russell e Chalamet, ma riesce lo stesso a creare immagini talvolta stuzzicanti.
"Bones and All" è quindi la dimostrazione che quando si impegna e rinuncia a voler strafare, quando decide di affidarsi principalmente alla storia piuttosto che alle atmosfere o ad una fascinazione per la violenza spicciola, anche lui possa confezionare ottimi exploit. Nella speranza che questo sia l'inizio per un cambio di rotta di una filmografia tanto celebrata quanto poco interessante.

mercoledì 24 maggio 2023

R.I.P. Kenneth Anger



 1927 - 2023


Anticonformista, provocatore, ribelle nel corpo e nell'anima. Benché abbia diretto solo cortometraggi, l'influenza di Kenneth Anger nel cinema moderno (americano e non) è incalcolabile. 
Oltre ad aver generato scandalo con le immagini, lo ha fatto anche con le parole, nel suo imprescindibile libro "Hollywood Babilonia", cronaca di scandali e malcostumi malcelati ancora oggi spiazzante. Tanto che ogni cinefilo degno di questo nome deve riscoprirne l'eredità




"Fireworks" (1947)




"Rabbit's Moon" (1950)




"Scorpio Rising" (1963)




"Invocation of my Demon Brother" (1969)





"Lucifer's Rising" (1972)