lunedì 24 luglio 2023

Piggy

Cerdita

di Carlota Pereda.

con: Laura Galàn, Richard Holmes, Irene Ferreiro, Camille Aguilar, Claudia Salas, José Pastor, Fernando Delgado-Hierro, Carmen Machi, Juliàn Valcàrcel, Plar Castro.

Spagna, Francia 2022














---CONTIENE SPOILER---

L'ultra-sensiblità della Gen Z ha generato veri e propri mostri e, soprattutto, un clima dove ogni singola esternazione valutativa viene percepita come un attacco. Il che va sommato a quella "cultura dell'auto-accettazione" che anzicché aiutare le persone con menomazioni o difetti fisici a superare la paura del disprezzo altrui, ha di fatto stabilito la venerazione di ogni possibile difetto, la trasformazione di vere e proprie malattie (l'obesità così come le psicosi) in qualità. Da cui è conseguita la creazione del termine "body shaming" per indicare non solo l'atto di bullizzare chi è afflitto da un difetto fisico, ma qualsiasi forma di affermazione di disappunto verso l'obesità.
Se fino ad un decennio fa le istituzioni (americane e non) combattevano una vera e propria battaglia per la salute pubblica, con la promozione di uno stile di vita sano e la celebrazione dell'attività fisica, ora questa forma di accettazione bieca ha portato alla ridefinizione coatta degli standard di salute e bellezza. E, in merito, fa davvero specie vedere stampa specializzata come Sport Illustrated celebrare come belli e sani corpi di oltre 200kg, modelle il cui fisico non è sinonimo di salute quanto di autodistruzione, al pari di quell'anoressia tanto disprezzata in passato.
L'unica vera conseguenza che questa tendenza ha generato, è il disprezzo effettivo verso i diversi, in particolare verso quegli obesi che sono convinti che il loro corpo non sia il frutto di uno stile di vita malsano; in sostanza, un'inversione totale di quanto la Gen Z stessa si prepone con la sua mentalità di apertura verso qualsiasi forma di diversità, un trionfo di narcisismo ed egocentrismo.
Forse proprio per questo, la visione di un film come "Piggy" diventa obbligatoria al fine di ricordarci il dramma di quelle persone che pur oggi vengono davvero perseguitate ingiustamente per la loro apparenza; visione che risveglia la sensibilità nei confronti di un dramma che tutti, in un modo o nell'altro, tendono ad ignorare.



Sara (Laura Galàn) è un'adolescente oggetto di derisione per il suo peso. Dopo l'ennesimo attaco subito dalle bieche compagne, incontra per caso un estraneo gentile (Richard Holmes); questi si scopre subito essere un assassino seriale che ha catturato proprio quelle amiche che lei tanto odia. 
Sara si trova così stretta tra la fascinazione per il male e "bene" tanto giusto in apparenza quanto opprimente.




"Cerdita", ovvero "maialina", un soprannome che urta persino chi lo ascolta. Carlotta Pereida aveva scritto e diretto l'omonimo cortometraggio nel 2018 e ora lo espande a circa 100 minuti, lasciando come protagonista la sorprendente Laura Galàn, trentasettenne eppure perfetta nei panni di un'adolescente.
Sara è il centro di tutto, punto di vista e emozionale della vicenda. Una vittima perenne, tanto delle bulle quanto di una madre castrante, persino più antipatica di quei compagni che la sbeffeggiano costantemente. E tutti altro non sono che l'incarnaizone individuale di quel male sociale che si sostanzia nell'oppressione gratuita del prossimo, nella distruzione beffarda di tutto ciò che non si conforma ad un'idea prestabilita di "bello" o anche solo di "normale".




L'assassino non è quindi un semplice doppio oscuro di Sara (benché il suo fisico rubicondo possa far pensare così), quanto quella forma di liberazione, di autoaffermazione che ridà alla società quanto ottenuto, trasformando la violenza verbale ed emotiva in fisica.
La Pereda vuole farci parteggiare per la sua protagonista e per il suo senso di vendetta giustamente insaziabile; e lo fa anche caratterizzandola non come una vittima totale, sottolineando come quel suo corpo pachidermico sia una conseguenza della sua cattiva alimentazione, senza quindi idealizzarla.
Proprio per questo, quella svolta finale lascia davvero esterrefatti.




Se per quasi tutto il film il discorso è sulla giustizia di un'azione deplorevole come l'omicidio, su come la violenza generi violenza e come i mostri altri non sono che vittime stanche di essere sottomesse, la decisione di far tradire l'estraneo e di salvare le amiche fa crollare tutto il discorso. Sara diventa così una vera e propria santa, una ragazza che resta immune al male e salva la sua anima prima ancora che il corpo delle ragazze che tanto disprezza, affossando ogni credibilità e persino tutto il discorso sul male sociale fatto fino a quel momento.



Una mancanza di coraggio finale che purtroppo rende "Piggy" del tutto malriuscito, prima ancora che incoerente; tanto che se i modelli di base all'inizio sembravano essere l'horror americano anni '70 e l'indimenticabile e ancora oggi provocatorio "Natural Born Killers", il finale richiama alla mente il compiacimento assolutorio di tanto cinema dei millennial che troppo male sta facendo alla cultura popolare. 
Uno screzio finale purtroppo ingiustificabile, che però non impedisce al lavoro della Pereda di essere apprezzato per il modo onesto e sincero con il quale ritrae il dramma dell'obesità.

martedì 18 luglio 2023

Piscina Infinita

Infinity Pool

di Brandon Cronenberg.

con: Alexander Skarsgaard, Mia Goth, Cleopatra Coleman, Thomas Kretschmann, Dunja Specic, Adam Boncz, Jalil Lespert.

Canada, Croazia, Ungheria 2023

















Che Brandon Cronenberg si sia volutamente chiuso in un angolo creativo decidendo di essere una copia sbiadita del padre era cosa chiara sin dal suo esordio. Ora, al terzo film, viene da chiedersi se davvero riuscirà mai a scrollarsi di dosso i paragoni con il genitore, visto che prova anche ad avere un suo stile, ma alla fine torna sempre a creare opere degne di un semplice epigono di David. E "Infinity Pool" è la classica "prova del nove", quella terza fatica che dovrebbe confermare quanto fatto in passato o rappresentare un viatico per il futuro. Un futuro che Brandon sembra non voler contemplare, pescando a piene mani dal passato (proprio e soprattutto altrui) in un riciclaggio costante di spunti e idee.




James W. Foster (Alexander Skarsgaard) è uno scrittore americano oramai oltre l'orlo della bancarotta creativa. In vacanza con la moglie Em (Cleopatra Coleman) in un'immaginaria località turistica europea, incontra la bella Gabi (Mia Goth), attricetta che si dice sua fan. Dopo una giornata di svago, James, con Em, Gabi e il di lei marito, sulla strada di ritorno per il resort finisce inavvertitamente per investire un locale. Condotto in prigione, scopre una stana usanza del luogo: pagando può farsi costruire un clone dotato dei suoi stessi ricordi, il quale sarà giustiziato al suo posto per il suo crimine.




Di carne al fuoco, questa volta, Brandon ne mette davvero tanta.
Si parte dallo spaccato di un mondo più reale del reale dove i ricchi turisti vivono in lussuosi villaggi vacanze difesi come fortezze impenetrabili. Fuori dalle architetture morbide circondate dal filo spinato, la povertà imperante di quel sud del mondo che altro non è se non il giardino di quel 1% talmente ricco da potersi permettere tutto. E finché il suo sguardo si posa sulla discrasia sociale, praticamente solo nel primo atto, "Infinity Pool" funziona. Laddove però Brandon introduce la tematica portante del film, ossia il concetto di colpa e di morale, tutta l'opera finisce per crollare sotto il suo stesso peso.




Il presupposto dell'intera narrazione è il concetto di doppio e alterità, dell'esternalizzazione della colpa come autoassoluzione che distrugge ogni inibizione dell'uomo; concetto più che interessante, ma, come sempre con il cinema di Brandon, il problema è nell'esecuzione.
Si parte da un dato che in teoria dovrebbe essere scontato, ossia la mancanza di sospensione dell'incredulità rispetto al mondo creato. Il fatto che un clone possa essere giustiziato al posto dell'originale non ha il minimo presupposto giuridico, stante il carattere personale della norma penale in praticamente tutto il mondo civilizzato. E anche evitando pedanterie giuridiche, non è chiaro in che modo il famigliare della vittima possa ritenersi umanamente soddisfatto dall'omicidio di un essere che di fatto non ha commesso crimini. Men che meno, poi, si riesce a credere ad un paese del terzo mondo che non solo possiede la tecnologia necessaria per creare dei duplicati perfetti, ma che si limita a usarla per salvare dai guai i turisti facoltosi, senza neanche solo pensare di reimpiegarla sul piano economico.




Volendo come al solito soprassedere riguardo alla poca plausibilità dell'assunto di base, il vero dramma di "Infinity Pool" è nella sua estrema incapacità di dire qualcosa di originale o di dirlo anche semplicemente in modo interessante.
Nel secondo atto, Brandon inscena così una sorta di "Arancia Meccanica dei poveri", dove i teppisti assetati di emozioni forti non sono i membri della classe disagiata, ma quelli dell'alta borghesia, i quali si abbandonano ai sensi a causa dell'impunità a loro accordata. E proprio quando il discorso sembra farsi tutto sommato stimolante benché derivativo, si decide di introdurre a forza un conflitto tra il protagonista e il resto del gruppo, di trasformare James in una sorta di coscienza collettiva e far transitare Gabi da femme fatale mefistofelica a pazza lunatica senza soluzione di continuità alcuna, praticamente di punto in bianco con la scusa di una sorta di "battesimo" del protagonista verso un nuovo stato dell'essere che, ridicolmente, aveva già raggiunto. Con la conseguenza, più che ovvia, che tutta la storia diventa debolissima, aggravata poi da un racconto al solito fiacco e quantomai privo di mordente.




Brandon decide come sempre di sfogare la sua vena visionaria unicamente negli inserti onirici, sorta di video-art innescata in un racconto altresì classico, generando come risultato uno stridore risibile tra le immagini psichedeliche e una fotografia talmente convenzionale da rasentare a tratti il brutto. E quando dovrebbero risultare graffianti, le sue immagini sono invece blande, come la visione di quel cane-umano, ripresa anch'essa dal lavoro del padre, la quale non ha la minima carica disturbante o provocatoria.




Alla fine, anche "Infinity Pool", al pari dei due film precedenti, risulta più pretenzioso che graffiante, più compiaciuto che intelligente, più insipido che simpatetico. Viene quindi da chiedersi quale possa essere davvero il futuro del cinema di Brandon Cronenberg: i suoi tre film gli hanno consentito di farsi un nome, ma sono delle copie scolorite dell'opera del padre, del quale rappresenta un imitatore (un clone, è il caso di dire) decisamente poco interessante. Sarà così a vita?

lunedì 17 luglio 2023

Space Adventure Cobra


di Osamu Dezaki.

Animazione/Fantastico/Avventura/Azione

Giappone 1982























Il fatto che "Space Adventure Cobra" sia praticamente sconosciuto in Italia è davvero una stramba anomalia, sia a causa del fatto che l'animazione nipponica è divenuta parte del substrato nazionalpopolare da quasi cinquant'anni, sia a causa dell'enorme successo che ha riscosso in patria così come negli Stati Uniti e in Francia, dove Cobra è un personaggio amato al pari del similare Lupin III, vero e proprio calco dal quale in un qualche modo ha preso vita.
Oscurità dovuta in primis al fatto che, sempre per motivi mai chiariti, tutte le opere che lo vedono protagonista non sono praticamente mai giunte ufficialmente nel Bel Paese: il manga originale viene dato alle stampe nei primi anni '90 ad opera della Play Press, solo per chiudere la pubblicazione dopo appena cinque numeri, l'anime televisivo originale è tutt'oggi inedito, così come il revival del 2010 e la precedente serie OAV del 2008. Solo il lungometraggio del 1982, nato come apripista per la serie televisiva, si è timidamente affacciato nei negozi sotto forma di VHS in primis e di DVD in tempi più recenti, senza suscitare alcun clamore (nonostante l'ottima edizione italiana) e senza che un versione in alta definizione sia mai neanche stata annunciata.
Cobra e le sue rutilanti e sexy avventure restano così appannaggio dei soli cultori di anime retro, i quali sono così gli unici a conoscere l'iconico anti-eroe di Buichi Terasawa; il che è davvero un peccato laddove si tiene conto della simpatia di questa sua stramba e simpaticissima opera.



"Space Adventure Cobra" esordisce su Weekly Shonen Jump nel 1978 e riscuote subito un buon successo tra i lettori; il motivo è anche semplice, ossia la più totale mancanza di vera originalità: le avventure di Cobra, benché calate in un'ambientazione futuribile di stampo fantascientifico, sono in tutto e per tutto simili a quelle di Lupin III, vuoi per toni, vuoi per ritmo. Le differenze con quest'ultimo, tolto il contorno sci-fi di stampo comunque fantasy, sono poche e riguardano più che altro un tasso di erotismo più elevato, con il pirata spaziale perennemente circondato da donne mozzafiato agghindate in abitini striminziti che ne esaltano le forme, e una violenza grafica leggermente maggiore, con Cobra che non si fa problemi a freddare i nemici anche a tradimento.
A livello caratteriale, Cobra e Lupin potrebbero quasi essere lo stesso personaggio: anche Cobra è un ladro gentiluomo che spesso si ritrova a collaborare con la giustizia, personificata dalla Space Patrol, più che altro per il comune interesse a distruggere l'odiata Gilda dei Pirati Spaziali. Anche Cobra è un cascamorto, anche se meno allupato della creatura di Monkey Punch, e anche lui è un gigione dal sorriso sbruffonesco ma dall'animo tutto sommato nobile.



A rendere il tutto simpatico è così la penna di Teresawa, che sa come far muovere il suo pirata spaziale, la sua inseparabile compagna di avventure sintetica Amaroid Lady e i personaggi che di volta in volta li accompagnano nelle loro avventure. Oltre al suo gusto per l'esagerazione e per la citazione "colta": Cobra è davvero un personaggio "bigger than life", una sorta di James Bond che riesce sempre a fuggire dalle situazioni più impervie con i suoi gadget, fantascientifici anche per il futuro in cui vive, come l'iconica psychogun impitanta nel suo braccio sinistro, che spara raggi laser creati dalla sua forza di volontà i quali possono colpire qualunque bersaglio deviando la traiettoria a piacimento; o anche i sigari che a seconda dei casi possono essere esplosivi o contenere un respiratore.
Il suo sorriso smargisasso è poi ripreso da quello del mitico Jean-Paul Belmondo, i cui lineamenti sono facilmente rintracciabili nel design.
E in questo mix di avventura e azione nel quale la fantascienza è solo una trovata estetica, Terasawa riesce a stupire inserendo una citazione inaspettata: l'incipit del manga vede il protagonista vivere la vita di un'altra persona, la quale scopre di essere il pirata spaziale Cobra solo dopo aver effettuato una simulazione virtuale nella quale ha sognato di esserlo; si scopre così come in realtà, cinque anni prima, avesse deciso di farsi cancellare la memoria, cambiare i connotati e assumere un'identità diversa per sfuggire ai propri nemici, in quello che è un vero e proprio adattamento del dickiano "We will remember for you the wholesale" fatto dodici anni prima del cult "Atto di Forza".



Nei primi anni '80, si decide di trasporre su schermo le avventure del pirata spaziale più guascone di sempre; per farlo si opta per un piano distributivo in parte inedito, ossia far precedere la trasmissione della serie televisiva dalla distribuzione un lungometraggio cinematografico, cosa successa, con ottimi esiti, per la seconda serie di  (sembra quasi inutile dirlo) "Lupin III". Il film di Cobra viene affidato al grande Osamu Dezaki, che poi farà da regista principale alla serie, e arriva in sala a pochi mesi di distanza dalla trasmissione del primo episodio, rivelandosi però un successo solo tiepido. E rivederlo oggi non si direbbe, visto che "Space Adventure Cobra" è un perfetto film anime di puro e spensierato intrattenimento escapista, diretto con brio e tanto mestiere.



Il lungometraggio salta l'introdizione "dickiana" del personaggio e presenta un Cobra già tornato in azione, il quale prende subito contatto con la bella cacciatrice di taglie Jane. Dezaki rielabora l'arco narrativo più famoso del manga, quello delle trigemini Royal, che Cobra aiuta a sfuggire dalle grinfie della Gilda dei Pirati prima e poi nella quest per la scoperta del tesoro lasciato loro in eredità dal defunto padre anch'egli famoso pirata spaziale.




Nel film la storia non viene semplicemente adattata, quanto del tutto rielaborata. Le tre sorelle Jane, Dominique e Catherine (chiamate in onore, rispettivamente, della Fonda, della Sanda e della Denevue) sono ribattezzate Flower al posto di Royal e non sono più le eredi di un celebre pirata, bensì le principesse di un lontano pianeta mitologico dove l'amore è una forma di energia e il cui dominio può consentire alla Gilda di assurgere a tirannide intergalattica. Anche la nemesi storica di Cobra, lo spaventoso androide Crystal Boy, qui passa dall'essere un semplice contract killer incaricato di ucciderlo a capo della Gilda. Viene poi introdotto il personaggio del professor Topol, sorta di Buddha cosmico onnisciente che aumenta il tasso di amenità.
Come rielaborazione, la storia funziona, lasciando intatte le dinamiche tra i personaggi principali e la drammaticità del tutto, pur omettendo interi passaggi in teoria essenziali. Lo spirito frizzante e gaio di Terasawa resta anch'esso intatto, ma grazie al tocco di Dezaki, che qui può esprimersi in piena libertà, il tutto assume una veste psichedelica che lo rende definitivamente irresistibile.



La regia è sempre stilizzata e trasforma ogni singola scena in un volo onirico immerso in colori sgargianti. Dezaki sperimenta costantemente con la costruzione del fotogramma inerconnettendo e giustapponendo forme e colori per creare la soluzione più amena possibile, senza però rinunciare ai marchi di fabbrica del suo stile, come i flare o la tripla ripetizione delle inquadrature per enfatizzare le situazioni clou, soluzioni che aveva letteramente inventando per risparmiare sulle animazioni in televisione e che sono diventate sinonimo della regia degli anime almeno fino agli anni '90. Il risultato è una festa visiva dove ogni fotogramma risulta ricercato e vivido, un vero e proprio capolavoro di estetica che sarà surclassato per intensità solo un anno dopo dall'adattamento di "Golgo 13".
Il tocco estetico finale lo da lo splendido character design di Akio Sugino, che non solo riesce a trasporre con fedeltà lo stile sgargiante di Terasawa, ma ha anche l'ottima idea di ricreare da zero il design delle sorelle Royal, che acquistano anch'esse un'aura di psichedelia con le loro acconciature colorate, aumentando il tasso di lisergicità della visione.




Tanto che se non fosse per un combattimento spaziale fiacco a metà film e un finale sin troppo anticlimatico, il lungometraggio di "Space Adventure Cobra" potrebbe quasi essere considerato un piccolo capolavoro anime; così com'è resta pur sempre una perla di stile, oltre che un ottimo biglietto da visita per chiunque voglia iniziare a perdersi tra le avventure dell'anti-Harlock per eccellenza.

mercoledì 12 luglio 2023

Dante

di Pupi Avati.

Con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Nico Toffoli, Ludovica Pedetta, Alessandro Haber, Erika Blanc, Mariano Rigillo, Paolo Graziosi, Romano Reggiani, Rino Rodio, Leopoldo Mastelloni.

Biografico

Italia 2022













Sembra strano anche solo pensarlo, ma il rapporto tra l'odierna cultura italiana e Dante Alighieri è decisamente cattivo. Insegnato in pompa magna nelle scuole, dove diventa croce e delizia degli alunni, scompare quasi del tutto nel tessuto culturale effettivo del paese: i saggi a lui dedicati sono tutto sommato pochi laddove si tenga conto della sua importanza, gli spettacoli teatrali a lui dedicati di certo non mancano, ma alla fine si contano sulle dita di una mano, le letture pubbliche della "Divina Commedia" sono scarse (se si esclude la fin troppo celebre versione di Roberto Benigni) e la sua opera viene praticamente ignorata dalla produzione pop nazionale, cosa che praticamente non avviene all'estero, dove le citazioni dantesche in film, serie, fumetti e videogames sono innumerevoli.
Al cinema, poi, neanche a parlarne, visto che il Sommo Poeta è apparso su grande schermo giusto qualche volta; e pur stante l'estrema difficoltà (se non totale impossibilità) di trasporre anche solo "L'Inferno" in immagini, fa davvero specie notare come ad oggi il solo tentativo di trasposizione cinematografica risalga al 1911. E in un periodo storico dove si cerca persino di politicizzarne l'opera imbrattandola con i colori della destra (spalmati su di un poema nel quale più di un papa finisce all'Inferno...), la riscoperta dell'opera dantesca dovrebbe essere un imperativo.
Cosa che non deve essere sfuggita a Pupi Avati, il quale ha finalmente deciso di dare dignità al cinema al padre della lingua italiana. Sfortunatamente, però, il suo "Dante" è un film blando, per quanto appassionato.



Nel 1350, Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto) riceve l'incarico di portare un risarcimento alla figlia di Dante Alighieri da parte della città di Firenze per quanto a lui fatto patire a seguito dell'esilio. Durante il viaggio, il poeta ricostruisce la storia della vita del giovane Alighieri (Alessandro Sperduti), dall'infanzia sino alla morte avvenuta a Ravenna.




Non una biografia convenzionale, quella che Avati vorrebbe imbastire, quanto un omaggio. Usa il punto di vista di Boccaccio, colui al quale si deve il titolo "Divina" nella omonima "Commedia" per dare corpo alla sua fascinazione verso Dante, la sua vita, le sue passioni e la sua opera. Ma se l'intento è quello di creare uno spaccato in grado di restituire la grandezza del Sommo Poeta, "Dante" è alquanto malriuscito.
Si parte dal dato più ovvio, ossia il fatto che alla fin fine, nonostante le intenzioni dell'autore, a conti fatti quella prodotta è nulla più di una biografia che si sofferma a ripercorrere i momenti salienti della vita di Dante. Non manca nulla all'appello, ma la rincorsa verso i fatti trasforma tutto il film in una semplice cronistoria intervallata dagli inserti con Boccaccio, i quali alla fine lasciano anche il tempo che trovano.
La genesi della "Commedia", i sonetti, le poesie d'amore e il rapporto con Beatrice trovano uno spazio angusto su schermo (dovuto anche alla durata esigua della pellicola, appena 94 minuti), prendono la forma di sparutissime visioni e tanta, troppa declamazione, che cozza con il mezzo filmico, neanche a dirlo. Quando poi sono i simbolismi ad apparire su schermo, Avati non si risparmia certo, ma non trova una forma adeguata e scade persino nel cliché più abusato e facile, donando al suo Dante una visione di Beatrice morta mentre è intento a fare l'amore con una bella mugnaia, neanche si fosse in una parodia.
La passione del vero Dante, la sua vis sanguigna e la sua sfrontata carica intellettuale non trovano vero riscontro alcuno. E allo stesso modo, il suo impegno politico si riduce, nuovamente, ad una serie di eventi incasellati con dovizia storica e niente più.



Laddove "Dante" inciampa definitivamente è in una messa in scena smaccatamente televisiva. Largo spazio viene concesso ai costumi ricercatissimi e storicamente accurati, ma di converso la grammatica filmica soffre di una fotografia dai brutti colori slavati, inquadrature convenzionali, CGI dozzinale che spesso poteva anche non essere utilizzata in toto e un montaggio talmente impreciso da non risparmiare neanche errori di continuità tra un'inquadratura e l'altra, oltre che un uso del ralenty in post ai limiti dell'amatoriale.




Alla fine, "Dante" è purtroppo un'opera malriuscita, che troverebbe la sua ragion d'essere solo come documento scolastico. Anche se, data la indole debole, ben farebbero i professori a recitare direttamente i versi agli alunni.

martedì 11 luglio 2023

Whore (Puttana)

Whore

di Ken Russell.

con: Theresa Russell, Benjamin Mouton, Antonio Fargas, Daniel Quinn, Sanjay Chandani, Jason Saucier, Michael Crabtree, Amanda Goddwin, Ginger Lynn, Jack Nance, Danny Trejo.

Drammatico

Usa, Regno Unito 1991












Se si pensa alla rappresentazione della prostituzione al cinema, sono pochi i film che vengono davvero alla mente. Anche perché quello che spesso viene ignorato è che a partire dalla metà degli anni '80 nacque un vero e proprio filone nel cinema americano che ritraeva il "mestiere più vecchio del mondo" in modo diretto e crudo. 
Apripista di questa tendenza è il piccolo cult "Streetwalkin'" (in Italia ribattezzato con il semplice titolo "Prostituzione"), prodotto da Roger Corman e scritto e diretto da Joan Freeman, che con piglio quasi neorealistico porta lo spettatore tra le strade di New York, negli squallidi ambienti del meretricio, seguendo le disavventure di una giovanissima passeggiatrice intrepretata da una Melissa Leo semiersordiente.
Il successo di quel piccolo film fu immediato, anche perché molte vere prostitute accorsero a vedere un'opera che ritraeva il lo mondo in modo veritiero e impietoso. Da cui la nascita del filone, che però virò subito all'exploitation spicciola.
Le cose cambiano nel 1990 con l'uscita del megasuccesso "Pretty Woman", il quale ritraeva quel mondo in modo pulito, sanificandone gli aspetti più sgradevoli per piacere al grande pubblico; cosa che ha suscitato le ire di non poca gente, primi fra tutti coloro i quali frequentavano quegli ambienti con il loro cinema. E tra questi il più iracondo fu Ken Russell, il quale, pur avendo toccato il tema della prostituzione solo di striscio nel corso della sua carriera, uscì devastato dalla visione di una prostituta simpatica e allegra che viene salvata da un bel principe azzurro.
In risposta, Russell decide di girare un vero film sulla prostituzione, che si insinuasse in quel filone inaugurato dalla Freeman e da Corman evitandone però gli eccessi di compiacimento degli ultimi esponenti. Trova una base nel monologo teatrale "Bondage" di David Hines, autore che aveva avuto anche una carriera come attore per poi dedicarsi alla drammaturgia; e trova poi in Theresa Russell una protagonista espressiva e sensuale, creando un'opera tanto convenzionale quanto riuscita.



Liz è una prostituta in fuga dal proprio magnaccia Blake (Benjamin Mouton). Vagabondano per la città, incontra vari personaggi, tra cui lo strambo "Rasta" (Antonio Fargas) e rimugina sulla sua condizione attuale e sul suo passato.
Per comprendere appieno "Whore" bisogna tenere conto non solo del suo status di "reazione", ma anche di come si contrappore all'altro film con il quale Russell ha toccato in modo diretto il tema del sesso e in modo indiretto quello della prostituzione, ossia "China Blue".
Liz e China Blue sono due opposti inconciliabili. Quest'ultima vende la vendita del proprio corpo come forma di affermazione individuale in un impeto edonistico, mentre la prima si ritrova suo malgrado a vendersi pur di campare. Cambia anche il contesto nel quale le due figure si muovono: benché separate da giusto un pugno di anni, le città dove le due donne battono sono agli antipodi, con quella di China Blue a rappresentare un mondo in cui il sesso è ancora pulsione passionale, sublimazione di una necessità emotiva oltre che fisica, mentre quella di Liz è una sorta di fogna nella quale il sesso è anticamera della morte, dove tutti i corpi meno il suo e pochi altri sono vecchi e malati; un mondo dove l'AIDS sembra presente ad ogni angolo (da cui l'agghiacciante scena dell'accoltellamento), pronta ad uccidere chiunque si abbandoni ai sensi.
Se in "China Blue" il sesso è passione (non per nulla il titolo originale è "Crimes of Passion"), in "Whore" esso è uno sfogo, una necessità, una pura azione meccanica.



Laddove l'occhio di Russell scruta in primis la sua protagonista, esso è però altrettanto penetrante verso i suoi clienti, vero e proprio campionario di un'umanità eterogenea e appartenente ad ogni classe sociale. La maggior parte sono rifiuti umani, uomini in cerca di un orgasmo facile che si vergognano di chiedere vera passione alle compagne e che usano le prostitute come ricettacoli delle loro frustrazioni. Tra loro sono in pochi quelli che hanno una vena di umanità, come l'anziano del quale Liz si invaghisce durante i primi anni di attività. E in generale, sono davvero pochi gli uomini che trattano le donne con rispetto, come il professore interpretato da Jack Nance, il giovane ragazzo indiano (che pur prova ad ottenere un rapporto non protetto a più riprese) e il misterioso Rasta, vero e proprio angelo custode della protagonista, sorta di incarnazione di quella bontà che per tutta la sua vita non ha mai trovato.
L'unica forma di amore, Liz la ritrova nel figlioletto sottrattole e nel rapporto con la giovane amica Katie (Elizabeth Morehead), la "lesbica" che la adotta come una sorella e che cerca di sottrarla alla strada, purtroppo invano.




Il centro di tutto resta però sempre Liz, la sua vita, il suo dramma, le sue emozioni e le sue bugie; una donna distrutta dalla vita, quella privata prima ancora che quella di strada, che mente a sé stessa pur di sopportare una situazione sempre pronta a deflagrare; un essere umano che ha perso ogni vera passione, sottrattale dalla professione e le cui emozioni sono nascoste sotto una coltre di cinismo necessario alla propria sopravvivenza psicologica e spirituale. 
Quella di Liz non è una storia di redenzione, riscatto o salvezza, quanto appunto di pura sopravvivenza. Alla fine non abbandona davvero la vita di strada, non ritrova né l'amore del figlio né quello della perduta Katie e persino il salvifico Rasta esce dalla sua vita così come è entrato; Russell sa che il vero nemico in una storia non è un magnaccia misogino, né il sistema che tollera che prostituzione e persino quella misoginia insita nella clientela. Il vero nemico di Liz così come quello di praticamente tutte le moderne schiave bianche è la vita stessa, quel complesso di sventure e relazioni finite male che in un modo o nell'altro portano una ragazza a prostituirsi (ovviamente quando non coartata dall'inizio); l'unica speranza è dunque la speranza stessa, l'aver concluso una pessima giornata ed essere riuscita a chiudere i rapporti con quello sfruttatore che ne avrebbe certamente causato la morte, nulla più. Da qui quel finale risolutivo, ma volutamente monco, dove nulla finisce davvero e gli eventi sono idealmente pronti a ripetersi all'infinito, con la protagonista che esce da un sotterraneo ma potrebbe ben presto ritrovarsi ai margini del tunnel della prima scena.




Lo script elaborato con Deborah Dalton riprende gli elementi essenziali di "Bondage" e ne inserisce alcuni inediti. E', in buona sostanza, un campionario di tutti i luoghi comuni che una storia del genere può presentare, non cercando mai l'originalità, quanto una forma di autenticità narrativa ai limiti del neorealistico, pur rielaborati in una chiave para-teatrale, con l'abbattimento della quarta parere e il coinvolgimento diretto dello spettatore che diventano elementi narrativi chiave. Il risultato è tanto didascalico quanto penetrante e non si riesce davvero a tacciare "Whore" di faciloneria, neanche quando scade (a ben vedere a più riprese) nell'ovvio.
La regia di Russell, d'altro canto, è abilissima nell'inserire elementi di stilizzazione che si contrappongono ad una storia verista: laddove tutto il film è girato in location, riuscendo a restituire l'autenticità di una metropoli nordamericana sudicia e infestata da personaggi decadenti, molti flashback assumono la forma dei famosi inserti musicali del cinema russelliano, colpendo come sempre per l'inventiva, veri e propri colpi d'occhio d'antan in un periodo storico dove la messa in scena non contemplava licenze simili.



Per quanto pedante e meno graffiante di quanto Russell sperasse, alla fine "Whore" riesce a convincere. Un ritratto crudo e mai compiaciuto di una vita perduta, portato in scena con classe e ottimamente interpretato.


EXTRA

Nei panni di Rasta troviamo l'apprezzato caratterista Antonio Fargas, il che è quasi un inside-joke.



Fargas raggiunge infatti la notorietà negli anni '70 interpretando il mitico magnaccia-informatore Huggy Bear nella serie "Starsky & Hucth". Il suo volto è rimasto per sempre legato al ruolo del pappone, tanto che interpreterà anche il magnaccia violento di "Streetwalkin'" e arriverà persino a parodizzare il personaggio nella simpatica parodia della blaxploitation "I'm gonna git you, sucka!" del 1988, diretta dai fratelli Wayans.



lunedì 10 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Indiana Jones and the dial of destiny

di James Mangold.

con: Harrison Ford, Phoebe Waller-Bridge, Mads Mikkelsen, Boyd Holbrook, Ethann Isidore, John Rhys-Davies, Antonio Banderas, Toby Jones, Olivier Richters, Shaunette Reneé Wilson, Thomas Kretschmann.

Avventura/Azione/Fantastico

Usa 2023












Chissà se i fan di Indiana  Jones avranno il coraggio di dire che questo "Il Quadrante del Destino" è più brutto de "Il Regno del Teschio di Cristallo" e che la Disney ora ha rovinato anche questa serie dopo "Star Wars".
Perché l'andazzo oramai è questo: George Lucas crea qualcosa di bello con il quale più di una generazione cresce e al quale si affeziona visceralmente, poi lo distrugge, chi lo ha amato è arrabbiato, salvo poi spostare la sua rabbia verso altro e rivalutare il brutto, che per magia diventa bello solo perché qualcun altro ha creato un prodotto con lo stesso marchio il quale ha deluso le aspettative. Non conta, infatti, che "Gli Ultimi Jedi" e l'intera serie di prodotti targati Disney a tema "Star Wars" siano belli o brutti, quel che conta davvero è che si siano discostati da quanto i fan si aspettavano, dunque vanno distrutti. E per converso, seppur in un'azione del tutto priva di logica, la trilogia prequel, che per una quindicina d'anni abbondante è stata massacrata in tutti i modi possibili e immaginabili, ora è in realtà più bella di qualsiasi altra cosa venuta dopo.
"Il Quadrante del Destino", per sua fortuna, non è più brutto del film che lo ha preceduto, benché abbia i suoi difetti; e se anche lo fosse stato sarebbe stato altresì memorabile, perché ci vuole davvero una maestria fuori dal comune per creare qualcosa di più brutto di uno dei film più brutti mai prodotti ad Hollywood. Ma questo ovviamente non fermerà chi vuole criticarlo per il solo gusto di farlo, tantomeno costituirà un motivo valido per non rivalutare il capitolo precedente.
Tutti gli altri spettatori si consolino pure: Indy ora può uscire di scena con dignità.



E' il 1969 e l'uomo è appena tornato dalla luna. Indiana Jones impartisce un'ultima lezione universitaria ad uno svogliato gruppo di studenti e va finalmente in pensione. Ma dal passato torna Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), sua figlioccia, la quale lo coarta in un'ultima avventura: la ricerca del quadrante di Archimede, che si dice possa individuare varchi nel tessuto temporale.




Indiana Jones è ormai vecchio. Di anni ne ha più di settanta e durante le riprese Harrison Ford ne ha compiuti ben ottanta, i quali, pur portati da Dio, si fanno sentire sia per il personaggio che per l'interprete. 
Indy è un uomo che ha fatto il suo tempo: non più archeologo smargiasso, non più agente CIA contro il Pericolo Rosso e neanche più buon padre di famiglia, con il divorzio da Marion lì sul tavolo a ricordargli come il meglio della vita sia alle spalle.
Come lui, anche la sua nemesi di turno, l'ex nazista Voller di Mad Mikkelsen, è il relitto di un'era passata, il quale però è pur riuscito a trovare una forma di trionfo finale come ingegnere aerospaziale (praticamente una versione fittizia di Wernher von Braun) in un mondo dove sono gli eroi ad essere dimenticati.
"Il Quadrante del Destino" vorrebbe quindi essere anche questo, ossia un film sul tempo, sulla necessità per un pugno di personaggi da esso sconfitti di trovare una forma di rivincita, solo per poi accettare l'inevitabilità del fato e cercare di carpire e capire il meglio della vita che hanno vissuto. Tematica che trova i suoi elementi in una serie di simboli e rimandi costanti, ma che non viene mai davvero enfatizzata, facendo perdere alla narrazione gran parte del suo mordente.
Colpa, forse, delle varie riscritture, operate da ben tre sceneggiatori, tra i quali figura persino quel David Koepp che non era riuscito a tenere le redini de "Il Regno del Teschio di Cristallo".




Più simpatico è invece il lavoro sui personaggi. Laddove Indy è un uomo fuori tempo massimo, ex esploratore un tempo cinico e ora fin troppo scafato, la figlioccia Helena è una giovane donna assetata di soldi, un personaggio che resta volutamente ai limiti dello sgradevole per quasi tutto il film, rivelando un lato umano solo verso la fine, una vera e propria eccezione all'interno di un panorama hollywoodiano dove tutti i personaggi femminili devono necessariemente essere santi guerrieri.
Più blanda è invece la caratterizzazione di Voller, che alla fine diventa praticamente una fotocopia del  Walter Donovan de "L'Ultima Crociata",vivendo solo del carisma di Mads Mikkelsen.




Con la tematica della vecchiaia e del tempo che scorre inesorabile, è strano che non si sia deciso di puntare sulla nostalgia spicciola; e forse in una stesura precedente dello script un elemento del genere era anche presente, ma fortunatamente su schermo tutti i rimandi al passato risultano contenuti, quasi invisibili. Tornano gli insetti da "Il Tempio Maledetto", in una piccola scena messa in mezzo per speziare le cose. E il giovane aspirante pilota Teddy (Ethann Isidore) sembra sempre in procinto di diventare un nuovo Short Round, ma per fortuna finisce per restare ancorato ad un suo ruolo specifico. Gli eventi del film precedente divengono parte integrante della caratterizzazione del protagonista, soprattutto il rapporto con il figlio Mutt, il quale pur resta sempre relegato fuori scena. Persino il fatto che i nemici siano nuovamente i Nazisti non viene venduto come un ritorno alle origini e trova piena giustificazione nel periodo storico in cui il film viene ambientato.
Anche quando i personaggi dei film precedenti tornano in scena, come accade con Sallah, questi finiscono per avere un ruolo preciso negli eventi, non sono mai un semplice mezzo per stuzzicare l'emotività del pubblico.
Tutta la nostalgia, di conseguenza, viene lasciata negli occhi e nella mente dello spettatore, senza cercare di ricattarlo con riferimenti e easter egg inutili.




Per il resto, "Indiana Jones e il Quadrante del Destino" è un pop-corn movie riuscito, ma dove nulla eccelle davvero.
Il problema principale è insito nella scelta del regista, quel James Mangold che ovviamente non ha lo smalto del miglior Spielberg e che è chiamato a dirigere il tutto in modo pulito e senza fronzoli. Non c'è vera originalità in questa quinta avventura di Indy neanche quando si devia dalla formula, con un climax che può essere considerato originale anche tenendo conto dell'UFO transdimensionale visto nel quarto film e un'esplorazione subacquea che prende il posto della canonica tomba dimenticata.
Mangold non prova neanche a creare qualcosa di davvero originale e si adatta su tutti i cliché della serie (tranne quelli horror, oramai circoscritti al solo secondo film); grande spazio agli inseguimenti, con una cold open (che per una volta è un prologo vero e proprio) ben congegnata, dove la CGI usata al posto dei set reali riesce a non infastidire e gli effetti di de-aging su Harrison Ford a tratti sono davvero stupefacenti, una fuga per le strade di New York che ricorda "True Lies", oltre all'inseguimento in tuc tuc per le strade di Tangeri a metà film che fa davvero da leone. 
Tutto è condotto con mestiere e professionalità, ma nulla finisce per colpire davvero.



La quinta avventura del dr. Jones al cinema è così un film mediocre, ma altamente dignitoso. Un exploit che fa dimenticare in parte gli orrori de "Il Regno del Teschio di Cristallo" e ridà una parte di dignità perduta alla serie. Non ai livelli della trilogia originaria, ma meglio di un buon 90% di tutti gli epigoni mai prodotti.

mercoledì 5 luglio 2023

I Cavalieri dello Zodiaco

Knights of the Zodiac

di Tomek Baginski.

con: Mackenyu, Madison Iseman, Diego Tinoco, Famke Jenssen, Sean Bean, Mark Dacascos, Caitlin Hutson, Nick Stahl, T.J. Storm, David Torok.

Fantastico/Azione

Usa, Giappone, Ungheria 2023











Chissà cosa ha davvero spinto la Toei a produrre questo adattamento live-action del 
"Saint Seiya" di Masami Kurumada; di sicuro non la volontà di creare un blockbuster, visto il budget miserevole stanziato; tantomeno quello di rivendere un marchio collaudato, visto che arriva a neanche dieci anni di distanza dal cocente flop di "La Leggenda del Grande Tempio". Forse si tratta della più bieca manovra speculativa, ossia la volontà di avere un grosso ritorno economico sulla base di un minimo investimento, basandosi più che altro sulla larghezza di un fandom che invece non ha (saggiamente) abboccato, disertando le sale e evitando i relativi blu-ray.
Fatto sta che questo "Knights of the Zodiac" rientra appieno nel filone degli adattamenti occidentali di franchise nipponici, rappresentando di certo non il peggiore exploit, ma neanche uno dei migliori, configurandosi come un film più sbagliato che brutto e per questo del tutto dimenticabile.



La trama è presto detta e ricopre la primissima parte del manga: Seiya (Mackenyu, oramai specializzatosi nell'incarnare personaggi anime) deve reclamare l'amatura di Pegasus e difendere la reincarnazione della dea Athena Saori, qui ribattezzata Sienna (Madison Iseman), dai loschi piani di Vander Guraad (Famke Jenssen), la quale è coadiuvata dal Saint reietto Nero (Diego Tinoco), portatore dell'armatura di Phoenix.
Adattamento che riprende parte di quanto fatto dalla brutta serie in CGI prodotta da Netflix (e giustamente cassata dopo un'unica stagione), con l'introduzione del personaggio di Guraad, sorta di villain che chissà per quale motivo sostituisce anche qui il Gran Sacerdote e che con una stramba operazione di gender bender ha ora il volto della sempre bella Famke Jenssen. Ikki di Phoenix, d'altro canto, viene ispanicizzato per ragioni ancora più oscure, forse per evitare di avere anche un cattivo asiatico, e diventa Nero, qui mero braccio violento di una cattiva senz'anima.




Il difetto cardine di tutta l'operazione (e non l'unico) è il budget troppo basso per un film del genere. Per motivi di soldi i combattimenti sono ridotti all'osso e l'unico vero scontro tra Saint è quello finale tra Pegasus e Phoenix. Per dare corpo a quello che è sostanzialmente un action ad ambientazione fantastica ecco dunque arrivare l'immancabile sequenza di addestramento e l'ancora più immancabile scena d'apertura con un combattimento clandestino. Quel che fa strano è vedere come a combattere nell'arena di un club underground ci sia Cassios, il rivale di Seiya per l'armatura, che qui è un semplice combattente che vuole sconfiggere il ragazzo perché... non ha finito un combattimento. E fa ancora più strano vedere nei panni dell'ex gigante quel Nick Stahl che ora può purtroppo essere annoverato tra le più grandi promesse mancate di Hollywood. E fa decisamente più strano vedere Mark Dacascos sprecato nei panni del maggiordomo Mylock. Per non parlare, da ultimo, del gigantesco T.J. Storm nei panni di un personaggio accreditato come Docrates, nel manga il titanico cavaliere di Heracles, qui ridotto ad un semplice tizio a caso che passa tutto il tempo legato ai ceppi.
I pochi soldi impediscono persino di mostrare tutti i personaggi principali: non c'è traccia alcuna degli altri tre cavalieri di bronzo Shiryu, Shun e Hyoga, mai neanche nominati (solo l'armatura di Andromeda appare di squincio in un arazzo). E persino la storia di Phoenix, della sua ricerca personale, del perché voglia l'armatura d'oro del sagittario e perché abbia davvero tradito Athena non trovano risoluzione alcuna, neanche accennata, forse nella speranza di un sequel o forse per risparmiare persino sui dialoghi e sui flashback.
Alla fine tutta l'operazione finisce per ricordare quel "Street Fighter- La Leggenda di Chun-Li", che pure adattava al cinema una serie basata sui combattimenti tra personaggi pittoreschi azzerando la componente spettacolare, appiattendo la componente fantasiosa e riportando tutto nelle coordinate di una sorta di realismo che finiva per rendere la visione insipida.



Quando "Knights of the Zodiac" può permettersi di mostrare qualcosa di originale e di legato al manga, i limiti sono quelli che sono, con una CGI vetusta e un reparto costumi che (tolte le quattro armature che si vedono su schermo) tende al risparmio anche nel design, tanto che in queste poche e sparute scene sembra di assistere invece ad una specie di "Guyver" di Brian Yuzna (il primo film, ovviamente) con i Saint al posto dei zoanoidi. Il design dei Black Saint, qui dei semplici cyborg, è a dir poco anonimo e cozza con il bel lavoro svolto sulle armature dei Saint, che per quanto possa non piacere svecchia un design originale che in live-action difficilmente avrebbe funzionato.
La regia di Tomek Baginski è di stampo televisivo (non per nulla viene dalle serie in streaming, su tutte quella di "The Witcher), si affida a tutti cliché moderni e arriva persino a filmare un inseguimento automobilistico in CGI che fa tornare alla mente alcuni orrori che si speravano essere stati sepolti alla fine degli anni '00 e che invece di tanto in tanto ritorno con vendetta. In generale il suo stile funziona, anche se azzarda un montaggio troppo spezzato che a tratti non rende giustizia al fluire dell'azione e della narrazione.




Cosa resta alla fine di questo "Knights of the Zodiac"? Poco o nulla. Buona parte del cast è azzeccato (Mackenyu e Diego Tinoco su tutti) e i vecchi leoni Sean Bean e Famke Jenssen dimostrano professionalità pur se incastrati in ruoli monodimensionali in una produzione poverissima. Per il resto resta davvero sul dubbio il perché di un film del genere, che ha poco da dire e finisce per dirlo anche male, intrattiene senza coinvolgere, non stupisce e non rende giustizia al lascito di "Saint Seiya", che pur avrebbe del potenziale su grande schermo. E' vero che a livello di adattamenti occidentali di manga si è visto molto di peggio ("Dragonball Evolution" su tutti), ma quella qui dimostrata è una mediocrità assoluta e irredimibile.