lunedì 28 agosto 2023

Barbie

di Greta Gerwig.

con: Margot Robbie, Ryan Gosling, Ariana Greenblatt, Simo Liu, Kinglsey Ben- Adir, Will Ferrell, Kate McKinnon, Dua Lipa, Michael Cera, Alexandra Shipp, America Ferrera, Emerald Fennell, Nicola Coughlan, Emma Mackey, Hari Nef, Ncuti Gatwa, Helen Mirren.

Commedia/Fantastico

Usa, Regno Unito 2023











Ma alla fine, quello di Barbie è davvero un modello diseducativo? Su tale quesito, per anni esperti e amatori si sono dibattuti, senza mai davvero arrivare a dare una risposta completa e definitiva.
Una cosa si può dire: benché il canone di bellezza da modella magra fino ai limiti dell'anoressia è deprecabile, il modello di donna che Barbie ha venduto sin dal suo esordio nei negozi, datato 1959, è quello di una donna emancipata prima ancora che bella, una donna indipendente, il cui boyfriend è poco più di un accessorio, che ha una casa e una macchina di sua proprietà e può fare letteralmente qualsiasi lavoro, dalla casalinga all'astronauta. Un modello che ha insegnato alle bambine che se si vuole essere qualcosa di più di un bel faccino agghindato di rosa, lo si può essere e che la donna non deve essere limitata al ruolo di compagna, segretaria o ancella di sorta. E questo è forse quanto di più progressista si possa insegnare agli infanti.



Il film su Barbie ha però rischiato davvero di essere nulla più che uno spottone pubblicitario e, peggio, una commedia involontariamente ridicola. Si parti da un presupposto: il perché la Mattel abbia deciso di concedere i diritti di sfruttamento cinematografico del marchio è quasi un mistero, visto che le vendite sono sempre alte; forse si è deciso di farlo per cercare di svecchiare l'immagine della bionda smilza più amata dalle bambine e per cercare di arginare le polemiche riguardanti il suo famoso modello di donna.
Fatto sta che, tolto un primo tentativo di produzione negli anni '80 per la mitica Cannon e subito naufragato, il film di Barbie entra in cantiere all'incirca dieci anni fa, per la Sony della tristemente famosa Amy Pascal, la quale, in modo del tutto coerente con la sua disastrosa visione commerciale, decide di affidare il ruolo di protagonista niente meno che a Amy Schumer.
Nelle sue intenzioni, "Barbie" avrebbe dovuto essere un film per millennial, con un modello di donna "nuova" e "lontana" dagli stereotipi. E si, la Schumer è certamente lontana anni luce dallo stereotipo della Barbie, ma se vendere alle ragazzine una donna ai limiti dell'obesità e famosa per lo humor pecoreccio oltre che per le fasulle posizioni progressiste come modello da seguire è davvero una cosa giusta e moderna, allora forse questo tipo di modernità è davvero folle e fuori da ogni logica.




Fortuna ha voluto che, dopo aver gettato letteralmente alle ortiche decine di milioni di dollari in una pre-produzione che non ha portato a nulla, la Sony ha deciso di rivendere i diritti alla Warner. La quale ha preso il progetto con più filosofia, ingaggiando in primis la più calzante Anne Hathaway nel ruolo della protagonista, per poi dare il progetto in mano a Greta Gerwig e al marito Noah Baumbach, i quali hanno per prima cosa portato a bordo Margot Robbie, l'unica attrice vivente in grado di incarnare la bellezza fulgida e un po' svampita della bambola più famosa del mondo.
Ed è proprio il trio di artisti coinvolti che ha permesso a "Barbie" di non essere un semplice spot pubblicitario, ma un film che, sebbene facilone e imperfetto come la tradizione commerciale americana vuole, può dirsi lo stesso riuscito e divertente.




"Barbie" racconta quella che forse è davvero l'unica storia possibile per un progetto del genere: nel "BarbieWorld", Barbie (la Robbie) vive felice e spensierata assieme all'eterno fidanzato Ken (Ryan Gosling), oltre ad un infinito numero di amici, tutti chiamati Barbie e Ken; quando però una serie di pensieri cupi e maturi riguardanti la morte ne distruggono la spensieratezza, la bella bionda decide di abbandonare il suo mondo per recarsi in quello reale, dove scopre come la realtà, quella vera, sia infinite volte più dura e complessa di quanto il rosa schocking e i balletti del suo mondo ideale potessero farle pensare.




"Barbie" è, in un certo senso e fino ad un certo punto, una satira di ciò che effettivamente è, ossia un film che cerca di rivendere un modello di donna ideale in un mondo dove quel modello è, per forza di cosa, troppo perfetto. Non un film sulla guerra dei sessi, quanto la versione satirica di un film sulla guerra dei sessi, che sa quando essere più serio e quando e quanto parodizzare i luoghi comuni di operazioni del genere, arrivando a statuire l'assurdità delle situazioni e della morale in modo esplicito, come a distruggere le aspettative di quel pubblico che si aspetta un film serio tout court. 
Tanto che se tutto il progetto non fosse stato supervisionato e approvato dalla Mattel, si potrebbe pensare ad uno scherzo d'auotre vero e proprio; invece per una volta gli alti papaveri hanno lasciato correre e permesso ad un duo di artisti di sbizzarrirsi, rincuorati dal fatto che a prescindere dall'esito, il film avrebbe venduto.
"Barbie" si muove così su due territori complementari, ossia l'ovvia descrizione della discrasia tra un mondo ideale ed uno vero e la presa di coscienza della responsabilità individuale sulle brutture sociali, con un manto di autoironia talvolta persino acida.




Barbie è la donna perfetta, talmente perfetta che nessuna bambina, ragazza o donna può essere ai suoi livelli. Il suo modello, pur creato da un donna nella speranza di emancipare le bambine, ha finito per creare un paradigma che le ha schiacciate. La Barbie della Robbie compie quindi un percorso da Pinocchio di plastica, arrivando a capire come l'imperfezione sia la vera perfezione, come l'essere umani, pur con tutti i difetti del caso, sia sempre e comunque bello, anche al netto della cellulite, delle rughe e delle visite dal ginecologo.




Ma "Barbie" è anche un film femminista, che però rema contro gli stereotipi del veterofemminismo odierno. Si parla di patriarcato, si inscena una rivolta dei maschi (i Ken) che creano una dittatura fallocentrica, ma la sconfitta del modello maschile e il suo ritorno al rango di subordinato che gli spetta è solo una lettura superficiale. I Ken, nelle parole degli stessi personaggi, sono le donne di BarbieWorld, esseri che vivono in funzione di qualcun altro. La loro rivolta, pur chiamata come rivoluzione patriarcale, altro non è che la metafora di quelle donne che, al contrario, nel mondo reale sono gli accessori dei maschi. 
Come viene risolto questo conflitto? Nell'unico modo sensato, ossia con un'ammissione di colpa della parte dominante nel rapporto e con la realizzazione da parte di quella dominata di essere di più che un orpello al servizio di qualcuno altro. Statuizione che farà venire l'oritacaria ai più irreprensibili odiatori del sesso opposto, ma farà il piacere di chiunque abbia un cervello funzionante. Vien però da ridere quando ci si accorge che, alla fine della storia, il personaggio più complesso del film è Ken, che ha un arco caratteriale completo, mentre Barbie impara unicamente ad essere sé stessa, piuttosto che la parte migliore di sé stessa.
Decisamente meno riuscita è invece la traccia riguardante il rapporto madre/figlia (comune tra l'altro a quel "The Lego Movie" in tutto e per tutto simile a questa operazione) che finisce per scomparire poco alla volta nel corso della durata in favore di tematiche più universali, lasciando la narrazione e la "morale" irrimediabilmente monche.
Tutto è poi ovviamente didascalico, gridato a squarciagola e sottolineato nella maniera più esplicita possibile e va bene così, perché dopotutto si sta pur sempre parlando di un film commerciale americano rivolto principalmente ad un pubblico di bambine.




La Gerwig si diverte immensamente a dar vita alla sua Barbie e al suo colorato mondo, usando scenografie barocche e colori sgargianti, arrivando persino a far camminare gli attori come veri pupazzi. E se Margot Robbie e Ryan Gosling sono come al solito sublimi, la vera sorpresa è Michael Cera, per una volta simpatico nei panni di Allan, l'amico sfigato di Ken.
"Barbie" alla fine diverte e forse riesce a far pensare il suo pubblico di riferimento. Non certo un film memorabile, ma altrettanto sicuramente un film a suo modo intelligente, oltre che immensamente simpatico.

lunedì 7 agosto 2023

R.I.P. William Friedkin


 1935 - 2023


Eclettico e per certi versi geniale, Friedkin ha rappresentato il lato quasi un'eccezione nel panorama della New Wave americana, fermo com'è stato ad un sistema produttivo del tutto classico, seppur bilanciato da uno stile di regia innovativo, oltre che sull'uso di budget più grossi, per opere decisamente più ambiziose sul piano produttivo rispetto alla media dell'epoca. E il suo cinema è tutt'oggi incredibilmente moderno, incalcolabilemente influente, immensamente bello, con capolavori venerati e piccole gemme che meriterebbero di essere riscoperte.



"Festa di compleanno per il caro amico Harold" (1970)

Un giovane eterosessuale si confronta (e scontra) con la comunità gay di fine anni '60. Friedkin, in parte conservatore e in seguito persino accusato di omofobia per "Cruising", dà voce a quella comunità solitamente ignorata dal cinema mainstream, rivelandone le debolezze, ma anche la forza.



"Il Braccio violento della legge" (1971)

Prendendo spunto dalla cronaca della guerra tra la polizia di New York e la mafia marsigliese, Friedkin ricrea da zero il poliziesco avvicinandolo alla realtà, girando tutto il film per le strade e le location reali, caratterizzando il suo protagonista come un duro fatto e finito, eppure tanto integerrimo quanto fallibile, dirigendo uno degli inseguimenti più arditi di sempre e lanciando la carriera del grande Gene Hackman.




Friedkin porta su schermo il romanzo omonimo (e già piccola opera di culto) di William Peter Blatty, in quello che non è un semplice horror, quanto una riflessione sul concetto di fede e di male assoluto nella modernità.



"Il Salario della Paura" (1977)

Terzo capolavoro di fila, nonché il suo film più vicino alla sensibilità europea. Friedkin ricrea il capolavoro di Henry-Geroge Clouzot e gira tutto nelle reali location della storia, con un grosso sforzo logistico e produttivo. Cocente flop di cassetta, è invece uno dei film più belli del decennio.



"Cruising" (1980)

Secondo (cocente) flop e vero e proprio "film maledetto" che farà prendere alla sua carriera una direzione diversa. Friedkin porta di nuovo al cinema uno scottante caso di cronaca, questa volta quello di un serial killer che terrorizzava la comunità gay newyorkese negli anni '70 (tutt'oggi irrisolto). Con una struttura da poliziesco canonica, si immerge nei meandri della vita notturna, dei gay bar frequentati da omaccioni in completi di pelle attillata e crea uno spaccato sulla perversione e la devianza psicologica subito scambiato (a torto) per un atto d'accusa contro l'omosessualità.



"Vivere e Morire a Los Angeles" (1985)

Tornato alla piena forma, Friedkin incapsula lo zeitgeist degli anni '80 in un'ora e cinquantasei minuti al cardiopalma, che culminano in un'ennesima lezione su come portare in scena gli inseguimenti in auto.




"Assassino senza colpa?" (1987)

Ribaltando prospettive e aspettative, Friedkin porta in scena la strana storia di un feroce serial killer forse colpevole, forse no.



"La Parola ai Giurati" (1997)

Remake per HBO del capolavoro di Sidney Lumet, che Friedkin riporta in scena cambiando giusto il cast, composto da due giganti del calibro di Jack Lemmon e George C.Scott, oltre che da James Gandolfini, Ossie Davis e Armin Mueller-Stahl.




"Bug- La Paranoia è Contagiosa" (2006)

Portando in scena una pièce di Tracy Letts, Friedkin crea un ritratto della paranoia tanto ovvio quanto riuscito, anche grazie alle ottime prove di Ashley Judd e Michael Shannon.




"Killer Joe" (2011)

Ultima regia di fiction e terz'ultima opera in generale (alla quale seguiranno giusto un paio di documentari). Friedkin traspone un'altra opera teatrale di Tracy Letts su grande schermo, in un tripudio di cinismo e cattiveria a dir poco sublime.

lunedì 31 luglio 2023

Shin Masked Rider

Shin Kamen Raidâ

di Hideaki Anno.

con: Sosuke Ikematsu, Minami Hamabe, Shinya Tsukamoto, Mirai Moriyama, Tatsuko Emoto, Toru Tezuka, Suzuki Matsuo, Toru Nakamura, Ken Yasuda.

Fantastico/Azione

Giappone 2023













Tra un film di "Evangelion" e l'altro, Hideaki Anno si è anche affermato come il filmmaker dei "rilanci" dei classici della cultura popolare nipponica. Già con il bel "Shin Godzilla" è riuscito a riportare in auge il Re dei Kaiju e con il successivo "Shin Ultraman" (da lui però solo scritto) ha modernizzato una delle icone pop più amate di sempre nel Sol Levante, creando le basi di quel "Shin Japan Heroes Universe" che sembra voler rivaleggiare con le produzioni cinematografiche in serie americane.
"Shin Kamen Raidâ" è così il classico "passo dovuto" che lo porta a confrontarsi con un'icona dalla portata incredibile: il figlio più famoso di quel Shotaro Ishinomori la cui importanza storica come mangaka è seconda solo al "dio" Osamu Tezuka, nonché l'iniziatore del fenomeno dei tokusatsu.



Un tokusatsu, quel "Kamen Rider" iniziato nel 1971 e che tra interruzioni, riprese, remake e rifacimenti vari è in corso tutt'oggi (è del 2022 l'ultima serie, "Kamen Rider: Black Sun"). E sebbene in Giappone goda di fama imperitura, non è mai riuscito ad affermarsi in Occidente; cosa strana, visto che Haim Saban, sulla scia del successo dei "Power Rangers", ne ha creato una versione ad hoc verso la metà degli anni '90, la quale non ha però riscosso il successo sperato e ha fermato ogni possibile affermazione del personaggio al di fuori del Sol Levante.
Kamen Rider è praticamente l'apripista dei "Super Sentai" vari, nonché l'archetipo del supereroe giapponese, che con il suo stile camp ed esagerato ha dato vita a praticamente tutti gli eroi in casco e tutina venuti dopo.
Anno, da regista di anime e filmmaker facente parte di quella prima generazione di otaku passati dietro la macchina da presa in entrambi i campi, opta per un lavoro del tutto antitetico rispetto a quanto fatto con "Shin Godzilla": laddove lì riprendeva il modello classico e lo modernizzava, con "Shin Kamen Raidâ" riporta alla pari il modello di riferimento, modernizzandolo il meno possibile.
Sia in fase di scrittura che di messa in scena, il tono sciocco e camp del serial originale ritorna prepotente.



In meno di 120 minuti di durata effettiva, Anno condensa quella che potrebbe essere la storia di un'intera stagione televisiva. Si parte con la genesi del "Cavaliere Mascherato" o "Cavalletta Aug", mutante ibrido uomo-insetto creato dall'associazione SHOCKER, società segreta che ha come fine la realizzazione della felicità umana, la quale non è ovviamente quella che potrebbe pensare.
Il Rider è qui una nuova incarnazione dell'originale Takeshi Hongo (Sosuke Ikematsu), il quale viene liberato dal giogo dell'organizzazione dal suo stesso creatore, lo scienziato Hiroshi Midorikawa (un simpatico cameo di Shinya Tsukaoto, qui nelle vesti di un fautore di reali forme di body-horror). Coadiuvato dalla di lei figlia Ruriko (Minami Hamabe), Hongo si unisce ad un organizzazione governativa per combattere SHOCKER, duellando di volta in volta con gli altri super-soldati del gruppo.




L'incipit dell'eroe e la mitologia alla base del tutto vengono gettati in faccia allo spettatore nei primissimi minuti, il tutto nel modo più didascalico possibile. La scrittura è volutamente scialba e diretta, con una costruzione della vicenda che riprende la formula del "mostro settimanale" e costruisce tutta la storia come una serie di incontri tra Kamen Rider e il cattivo di turno, eliminato in pochi minuti. Tutti i personaggi secondari hanno di conseguenza una caratterizzazione ai limiti dell'inesistente, salvo tre eccezioni, ossia Vespa-Aug (Nanase Nishino), ex amica di Ruriko, il villain principale Ichiro (Mirai Moriyama) e Hayato Ichimonji (Tasuko Emoto), il Kamen Rider numero 2, che da metà film affianca Hongo. E per pura coerenza stilistica, Anno inserisce anche uno spettacolare buco di trama quando fa sparire per praticamente tutto il film il villain iniziale, l'intelligenza artificiale I e il suo "corpo" androide K, che si riaffacciano solo nel finale.




Contro una costruzione naif della storia, il tono e le tematiche trattate sono del tutto seriose; si parte dal body-horror, con la trasformazione "henshin" che tramuta Hongo e gli altri Aug in mostruosità vere e proprie sotto i costumi sgargianti; si passa per il dramma della solitudine e la ricerca di un senso di giustizia in un mondo freddo e violento e si arriva alla lotta per la ricerca della felicità e il significato della medesima.
Lo scarto tra contenente e contenuto è poi acuito da una messa in scena che abbraccia pianamente il camp della tradizione, con montaggio velocissimo, eroi e cattivi in pose teatrali che combattono per le campagnie o sullo sfondo della periferia industriale, personaggi che entrano e escono dalle inquadrature senza soluzione di continuità e una CGI orgogliosamente vetusta, che sembra uscita da una produzione giapponese dei primi anni 2000 piuttosto che da una contemporanea. L'unico tocco di originalità viene dato dal ricorso agli inserti splatter, con il sangue che scorre copioso durante i combattimenti. Per il resto, sembra di assistere ad una sorta di "Kyashan- La Rinascita" meno esteticamente feroce, ma ugualmente dinamico e indaffarato nel restituire un'estetica e uno stile estranei ad una messa in scena filmica vera e propria.
Anno riesce lo stesso ad inserire una nota di regia del tutto personale e anti-nostalgica con l'uso della camera a mano; esempio supremo è il combattimento finale, dove la macchina da presa segue lo scontro con il villain Ichiro in maniera para-documentaristica, scartando definitivamente dall'omaggio alla tradizione.



Il risultato è volutamente scostante, una sorta di omaggio sentito al passato che va oltre la semplice nostalgia  per ridargli corpo in maniera diretta. Con la conseguenza più ovvia che lo spettatore meno avezzo a tale tipo di operazioni ben può trovare il tutto inutilmente ridicolo.
Oltre che al sottovalutato adattamento di Kyashan ad opera di Kazuaki Kiriya, la mente non può che correre ad un altro omaggio al tokusatsu, il bel "Zebraman" di Takashi Miike, verso il quale il lavoro di Anno si distingue per la volontà di non voler cambiare, di non voler dare un effettivo significato ulteriore al materiale di base, di non volerlo semplicemente omaggiare, bensì riportarlo in auge nel modo più diretto possibile.
"Shin Kamen Raidâ" è così pura pop-art cinematografica, un'operazione che parte dalla cultura popolare per farsi atto d'amore intellettuale da parte di un fan orgoglioso (al pari del quasi coevo "The Munsters" di Rob Zombie). Riuscito, ma decisamente elitario.

mercoledì 26 luglio 2023

I 3 dell'Operazione Drago

Enter the Dragon

di Robert Clouse.

con: Bruce Lee, John Saxon, Jim Kelly, Shih Kien, Robert Wall, Ahna Capri, Bolo Yeung, Angela Mao, Betty Chung, Geoffrey Weeks, Sammo Hung, Jackie Chan.

Azione

Usa, Hong Kong 1973














20 Luglio 1973: Bruce Lee viene trovato morto mentre si trova presso la casa dell'amica Betty Ting Pei, a Hong Kong. Sulle cause della morte vige tutt'oggi un mistero: l'ipotesi più accreditata la attribuisce ad una reazione allergica ad un farmaco, ma recenti teorie parlano di un collasso renale. Tutte le versioni tirano in ballo il suo passato da lottatore di strada, le ferite che si è procurato negli scontri e in particolare il famoso combattimento (disputato a porte chiuse) con Wong Jack Man, tenuto per "punire" Lee per aver introdotto gli Occidentali alle arti marziali cinesi.
Quel giorno morì l'uomo, ma nacque la leggenda. Con appena tre film completati e uno alla vigilia della premiere, il suo nome era già famoso a Hong Kong e si stava pian piano affermando in America e Europa. Persino in Italia, i suoi primi due film, arrivati "al contrario" nel '73, riscuotevano ottimi riscontri.
Il lascito di Lee è poi immane, basti pensare allo sdoganamento definitivo delle arti marziali al cinema, che con lui escono dai confini dell'oriente per affermarsi anche altrove, divenendo un vero e proprio patrimonio dell'umanità; lo sviluppo deljJeet kune do, stile personale e malleabile; oltre ad un pugno di pellicole che più cult non si può. 
E se "L'Ultimo Combattimento di Chen" vedrà il buio della sala solo anni dopo la sua morte, venendo completato alla bene e meglio e lasciando intatti solo quei venti minuti finali da lui girati in prima persona, il suo vero film-testamento resta "I 3 dell'Operazione Drago", suo ultimo film completo e prima grossa produzione, che, pur diretta dal mestierante Robert Clouse, ha permesso a Lee di dar pieno sfogo e pieno corpo a molte delle sue idee marziali e filosofiche.




Ma è bene essere subito chiari "I 3 dell'Operazione Drago" potrebbe essere considerato come il peggior film di Lee, se non fosse per "L'Ultimo Combattimento di Chen". La regia di Robert Clouse (che all'epoca aveva all'attivo giusto un paio di film ed era persino sordo) a tratti è decisamente dozzinale e non rende neanche troppa giustizia alla fisicità di Lee o degli altri interpreti. Le coreografie sono di buona foggia (come al solito curate da Lee in prima persona), ma la messa in scena è a tratti decisamente scarna; su tutte, è la sequenza del combattimento sotterraneo con le guardie che, oggi come cinquant'anni fa, fa sorridere, con Lee al centro dell'inquadratura e i cattivi che gli saltano addosso, in una semplicità di costruzione davvero disarmante, colpa della poca esperienza di Clouse dietro la macchina da presa.
Il film resta così interessante per altro e fortunatamente non solo perché rappresenta l'ultimo vero exploit della leggenda.




In primis, è stato il primo tentativo di creare un blockbuster con protagonista un asiatico, oltre che la prima cooperazione tra una major hollywoodiana e la mitica casa di produzione hongkonghese Golden Harvest, all'epoca "casa" di Bruce Lee. Certo, il budget non era esorbitante e il protagonista è affiancato da due altri interpreti decisamente più vendibili al grande pubblico; e se John Saxon, che pur se la cavicchia come marzialista, esce sconfitto dal carisma del protagonista, Jim Kelly, artista marziale e tennista, non solo divora ogni scena in cui appare, ma crea letteralmente l'archetipo del karateka di colore, prova di come talvolta le esigenze commerciali portino anche cose buone.
Il resto, come da copione, lo fanno Lee, il suo fisico, la sua presenza scenica e la sua filosofia.




Il protagonista, omonimo dell'attore, ne è un vero e proprio doppio, un maestro shaolin che comprende come la vera essenza dello scontro sta nell'annullamento dell'io, nell'adattabilità dello stile all'esigenza, perno filosofico del jeet kune do.
La trama è oramai archetipica e nel concepirla si è coscienti del limite più ovvio di un film di arti marziali ambientato in epoca modera, ossia l'uso delle armi da fuoco, aggirato con la trovata dell'isola privata su cui di disputa un torneo di arti marziali internazionale. E nel concepirla, si trasforma Lee in un "James Bond shaolin" che combatte contro una sorta di Dr.No che supera subito il modello, imponendosi come icona popolare immediatamente riconoscibile grazie alla trovata della mano-artiglio.
Da antologia, poi, lo scontro finale nella sala degli specchi, in apparenza ispirato al capolavoro di Orson Welles "La Signora di Shangai", ma a quanto pare frutto di ispirazione estemporanea da parte di uno dei produttori.



Come si suol dire, il resto è Storia: "I 3 dell'Operazione Drago" viene presentato a Hong Kong il 26 Luglio 1973, appena sei giorni dopo la morte di Lee. Il successo internazionale è immediato e il film entra subito nella memoria collettiva. Il personaggio di Lee trova una nuova forma iconica, con il look a torso nudo e i nunchaku. E da interprete di culto, diventa leggenda della settima arte tutta.



EXTRA

Numerosi i piccoli ruoli affidati a futuri divi del cinema di Hong Kong, che ne "I 3 dell'Operazione Drago" muovono i primi passi.
Il più famoso è Jackie Chan che, come in "Dalla Cina con Furore", compare come stuntman in una scena del combattimento sotterraneo. Leggenda vuole che Lee gli abbia fatto davvero male durante le riprese e gli avesse promesso di promuoverlo ad attore vero e proprio nel suo film successivo. Promessa che purtroppo non riuscì a mantenere.



Un giovane ma già tondo Summo Hung interpreta l'avversario di Bruce Lee nel combattimento al tempio che apre il film.



Il futuro attore e stuntman Wei Tung interpreta lo studente a cui Lee insegna a "non concentrarsi sul dito, ma sulla luna".



Caso a parte è poi quello di Yang Sze, che interpreta il gigantesco sgherro Bolo Yeung. Il successo del personaggio è stato tale che Sze decise di ribattezzarsi con il suo nome. 
Nel 1977 ha persino interpretato Bolo in "Ba ma hei qi" una specie di spin-off de "I 3 dell'Operazione Drago" che ne narra la storia e nel 1987 è definitivamente entrato nel pantheon del cinema d'azione interpretando il "boss finale" del cult "Bloodsport", al fianco di un semi-esordiente Jean-Claude Van Damme.


lunedì 24 luglio 2023

Piggy

Cerdita

di Carlota Pereda.

con: Laura Galàn, Richard Holmes, Irene Ferreiro, Camille Aguilar, Claudia Salas, José Pastor, Fernando Delgado-Hierro, Carmen Machi, Juliàn Valcàrcel, Plar Castro.

Spagna, Francia 2022














---CONTIENE SPOILER---

L'ultra-sensiblità della Gen Z ha generato veri e propri mostri e, soprattutto, un clima dove ogni singola esternazione valutativa viene percepita come un attacco. Il che va sommato a quella "cultura dell'auto-accettazione" che anzicché aiutare le persone con menomazioni o difetti fisici a superare la paura del disprezzo altrui, ha di fatto stabilito la venerazione di ogni possibile difetto, la trasformazione di vere e proprie malattie (l'obesità così come le psicosi) in qualità. Da cui è conseguita la creazione del termine "body shaming" per indicare non solo l'atto di bullizzare chi è afflitto da un difetto fisico, ma qualsiasi forma di affermazione di disappunto verso l'obesità.
Se fino ad un decennio fa le istituzioni (americane e non) combattevano una vera e propria battaglia per la salute pubblica, con la promozione di uno stile di vita sano e la celebrazione dell'attività fisica, ora questa forma di accettazione bieca ha portato alla ridefinizione coatta degli standard di salute e bellezza. E, in merito, fa davvero specie vedere stampa specializzata come Sport Illustrated celebrare come belli e sani corpi di oltre 200kg, modelle il cui fisico non è sinonimo di salute quanto di autodistruzione, al pari di quell'anoressia tanto disprezzata in passato.
L'unica vera conseguenza che questa tendenza ha generato, è il disprezzo effettivo verso i diversi, in particolare verso quegli obesi che sono convinti che il loro corpo non sia il frutto di uno stile di vita malsano; in sostanza, un'inversione totale di quanto la Gen Z stessa si prepone con la sua mentalità di apertura verso qualsiasi forma di diversità, un trionfo di narcisismo ed egocentrismo.
Forse proprio per questo, la visione di un film come "Piggy" diventa obbligatoria al fine di ricordarci il dramma di quelle persone che pur oggi vengono davvero perseguitate ingiustamente per la loro apparenza; visione che risveglia la sensibilità nei confronti di un dramma che tutti, in un modo o nell'altro, tendono ad ignorare.



Sara (Laura Galàn) è un'adolescente oggetto di derisione per il suo peso. Dopo l'ennesimo attaco subito dalle bieche compagne, incontra per caso un estraneo gentile (Richard Holmes); questi si scopre subito essere un assassino seriale che ha catturato proprio quelle amiche che lei tanto odia. 
Sara si trova così stretta tra la fascinazione per il male e "bene" tanto giusto in apparenza quanto opprimente.




"Cerdita", ovvero "maialina", un soprannome che urta persino chi lo ascolta. Carlotta Pereida aveva scritto e diretto l'omonimo cortometraggio nel 2018 e ora lo espande a circa 100 minuti, lasciando come protagonista la sorprendente Laura Galàn, trentasettenne eppure perfetta nei panni di un'adolescente.
Sara è il centro di tutto, punto di vista e emozionale della vicenda. Una vittima perenne, tanto delle bulle quanto di una madre castrante, persino più antipatica di quei compagni che la sbeffeggiano costantemente. E tutti altro non sono che l'incarnaizone individuale di quel male sociale che si sostanzia nell'oppressione gratuita del prossimo, nella distruzione beffarda di tutto ciò che non si conforma ad un'idea prestabilita di "bello" o anche solo di "normale".




L'assassino non è quindi un semplice doppio oscuro di Sara (benché il suo fisico rubicondo possa far pensare così), quanto quella forma di liberazione, di autoaffermazione che ridà alla società quanto ottenuto, trasformando la violenza verbale ed emotiva in fisica.
La Pereda vuole farci parteggiare per la sua protagonista e per il suo senso di vendetta giustamente insaziabile; e lo fa anche caratterizzandola non come una vittima totale, sottolineando come quel suo corpo pachidermico sia una conseguenza della sua cattiva alimentazione, senza quindi idealizzarla.
Proprio per questo, quella svolta finale lascia davvero esterrefatti.




Se per quasi tutto il film il discorso è sulla giustizia di un'azione deplorevole come l'omicidio, su come la violenza generi violenza e come i mostri altri non sono che vittime stanche di essere sottomesse, la decisione di far tradire l'estraneo e di salvare le amiche fa crollare tutto il discorso. Sara diventa così una vera e propria santa, una ragazza che resta immune al male e salva la sua anima prima ancora che il corpo delle ragazze che tanto disprezza, affossando ogni credibilità e persino tutto il discorso sul male sociale fatto fino a quel momento.



Una mancanza di coraggio finale che purtroppo rende "Piggy" del tutto malriuscito, prima ancora che incoerente; tanto che se i modelli di base all'inizio sembravano essere l'horror americano anni '70 e l'indimenticabile e ancora oggi provocatorio "Natural Born Killers", il finale richiama alla mente il compiacimento assolutorio di tanto cinema dei millennial che troppo male sta facendo alla cultura popolare. 
Uno screzio finale purtroppo ingiustificabile, che però non impedisce al lavoro della Pereda di essere apprezzato per il modo onesto e sincero con il quale ritrae il dramma dell'obesità.

martedì 18 luglio 2023

Piscina Infinita

Infinity Pool

di Brandon Cronenberg.

con: Alexander Skarsgaard, Mia Goth, Cleopatra Coleman, Thomas Kretschmann, Dunja Specic, Adam Boncz, Jalil Lespert.

Canada, Croazia, Ungheria 2023

















Che Brandon Cronenberg si sia volutamente chiuso in un angolo creativo decidendo di essere una copia sbiadita del padre era cosa chiara sin dal suo esordio. Ora, al terzo film, viene da chiedersi se davvero riuscirà mai a scrollarsi di dosso i paragoni con il genitore, visto che prova anche ad avere un suo stile, ma alla fine torna sempre a creare opere degne di un semplice epigono di David. E "Infinity Pool" è la classica "prova del nove", quella terza fatica che dovrebbe confermare quanto fatto in passato o rappresentare un viatico per il futuro. Un futuro che Brandon sembra non voler contemplare, pescando a piene mani dal passato (proprio e soprattutto altrui) in un riciclaggio costante di spunti e idee.




James W. Foster (Alexander Skarsgaard) è uno scrittore americano oramai oltre l'orlo della bancarotta creativa. In vacanza con la moglie Em (Cleopatra Coleman) in un'immaginaria località turistica europea, incontra la bella Gabi (Mia Goth), attricetta che si dice sua fan. Dopo una giornata di svago, James, con Em, Gabi e il di lei marito, sulla strada di ritorno per il resort finisce inavvertitamente per investire un locale. Condotto in prigione, scopre una stana usanza del luogo: pagando può farsi costruire un clone dotato dei suoi stessi ricordi, il quale sarà giustiziato al suo posto per il suo crimine.




Di carne al fuoco, questa volta, Brandon ne mette davvero tanta.
Si parte dallo spaccato di un mondo più reale del reale dove i ricchi turisti vivono in lussuosi villaggi vacanze difesi come fortezze impenetrabili. Fuori dalle architetture morbide circondate dal filo spinato, la povertà imperante di quel sud del mondo che altro non è se non il giardino di quel 1% talmente ricco da potersi permettere tutto. E finché il suo sguardo si posa sulla discrasia sociale, praticamente solo nel primo atto, "Infinity Pool" funziona. Laddove però Brandon introduce la tematica portante del film, ossia il concetto di colpa e di morale, tutta l'opera finisce per crollare sotto il suo stesso peso.




Il presupposto dell'intera narrazione è il concetto di doppio e alterità, dell'esternalizzazione della colpa come autoassoluzione che distrugge ogni inibizione dell'uomo; concetto più che interessante, ma, come sempre con il cinema di Brandon, il problema è nell'esecuzione.
Si parte da un dato che in teoria dovrebbe essere scontato, ossia la mancanza di sospensione dell'incredulità rispetto al mondo creato. Il fatto che un clone possa essere giustiziato al posto dell'originale non ha il minimo presupposto giuridico, stante il carattere personale della norma penale in praticamente tutto il mondo civilizzato. E anche evitando pedanterie giuridiche, non è chiaro in che modo il famigliare della vittima possa ritenersi umanamente soddisfatto dall'omicidio di un essere che di fatto non ha commesso crimini. Men che meno, poi, si riesce a credere ad un paese del terzo mondo che non solo possiede la tecnologia necessaria per creare dei duplicati perfetti, ma che si limita a usarla per salvare dai guai i turisti facoltosi, senza neanche solo pensare di reimpiegarla sul piano economico.




Volendo come al solito soprassedere riguardo alla poca plausibilità dell'assunto di base, il vero dramma di "Infinity Pool" è nella sua estrema incapacità di dire qualcosa di originale o di dirlo anche semplicemente in modo interessante.
Nel secondo atto, Brandon inscena così una sorta di "Arancia Meccanica dei poveri", dove i teppisti assetati di emozioni forti non sono i membri della classe disagiata, ma quelli dell'alta borghesia, i quali si abbandonano ai sensi a causa dell'impunità a loro accordata. E proprio quando il discorso sembra farsi tutto sommato stimolante benché derivativo, si decide di introdurre a forza un conflitto tra il protagonista e il resto del gruppo, di trasformare James in una sorta di coscienza collettiva e far transitare Gabi da femme fatale mefistofelica a pazza lunatica senza soluzione di continuità alcuna, praticamente di punto in bianco con la scusa di una sorta di "battesimo" del protagonista verso un nuovo stato dell'essere che, ridicolmente, aveva già raggiunto. Con la conseguenza, più che ovvia, che tutta la storia diventa debolissima, aggravata poi da un racconto al solito fiacco e quantomai privo di mordente.




Brandon decide come sempre di sfogare la sua vena visionaria unicamente negli inserti onirici, sorta di video-art innescata in un racconto altresì classico, generando come risultato uno stridore risibile tra le immagini psichedeliche e una fotografia talmente convenzionale da rasentare a tratti il brutto. E quando dovrebbero risultare graffianti, le sue immagini sono invece blande, come la visione di quel cane-umano, ripresa anch'essa dal lavoro del padre, la quale non ha la minima carica disturbante o provocatoria.




Alla fine, anche "Infinity Pool", al pari dei due film precedenti, risulta più pretenzioso che graffiante, più compiaciuto che intelligente, più insipido che simpatetico. Viene quindi da chiedersi quale possa essere davvero il futuro del cinema di Brandon Cronenberg: i suoi tre film gli hanno consentito di farsi un nome, ma sono delle copie scolorite dell'opera del padre, del quale rappresenta un imitatore (un clone, è il caso di dire) decisamente poco interessante. Sarà così a vita?

lunedì 17 luglio 2023

Space Adventure Cobra


di Osamu Dezaki.

Animazione/Fantastico/Avventura/Azione

Giappone 1982























Il fatto che "Space Adventure Cobra" sia praticamente sconosciuto in Italia è davvero una stramba anomalia, sia a causa del fatto che l'animazione nipponica è divenuta parte del substrato nazionalpopolare da quasi cinquant'anni, sia a causa dell'enorme successo che ha riscosso in patria così come negli Stati Uniti e in Francia, dove Cobra è un personaggio amato al pari del similare Lupin III, vero e proprio calco dal quale in un qualche modo ha preso vita.
Oscurità dovuta in primis al fatto che, sempre per motivi mai chiariti, tutte le opere che lo vedono protagonista non sono praticamente mai giunte ufficialmente nel Bel Paese: il manga originale viene dato alle stampe nei primi anni '90 ad opera della Play Press, solo per chiudere la pubblicazione dopo appena cinque numeri, l'anime televisivo originale è tutt'oggi inedito, così come il revival del 2010 e la precedente serie OAV del 2008. Solo il lungometraggio del 1982, nato come apripista per la serie televisiva, si è timidamente affacciato nei negozi sotto forma di VHS in primis e di DVD in tempi più recenti, senza suscitare alcun clamore (nonostante l'ottima edizione italiana) e senza che un versione in alta definizione sia mai neanche stata annunciata.
Cobra e le sue rutilanti e sexy avventure restano così appannaggio dei soli cultori di anime retro, i quali sono così gli unici a conoscere l'iconico anti-eroe di Buichi Terasawa; il che è davvero un peccato laddove si tiene conto della simpatia di questa sua stramba e simpaticissima opera.



"Space Adventure Cobra" esordisce su Weekly Shonen Jump nel 1978 e riscuote subito un buon successo tra i lettori; il motivo è anche semplice, ossia la più totale mancanza di vera originalità: le avventure di Cobra, benché calate in un'ambientazione futuribile di stampo fantascientifico, sono in tutto e per tutto simili a quelle di Lupin III, vuoi per toni, vuoi per ritmo. Le differenze con quest'ultimo, tolto il contorno sci-fi di stampo comunque fantasy, sono poche e riguardano più che altro un tasso di erotismo più elevato, con il pirata spaziale perennemente circondato da donne mozzafiato agghindate in abitini striminziti che ne esaltano le forme, e una violenza grafica leggermente maggiore, con Cobra che non si fa problemi a freddare i nemici anche a tradimento.
A livello caratteriale, Cobra e Lupin potrebbero quasi essere lo stesso personaggio: anche Cobra è un ladro gentiluomo che spesso si ritrova a collaborare con la giustizia, personificata dalla Space Patrol, più che altro per il comune interesse a distruggere l'odiata Gilda dei Pirati Spaziali. Anche Cobra è un cascamorto, anche se meno allupato della creatura di Monkey Punch, e anche lui è un gigione dal sorriso sbruffonesco ma dall'animo tutto sommato nobile.



A rendere il tutto simpatico è così la penna di Teresawa, che sa come far muovere il suo pirata spaziale, la sua inseparabile compagna di avventure sintetica Amaroid Lady e i personaggi che di volta in volta li accompagnano nelle loro avventure. Oltre al suo gusto per l'esagerazione e per la citazione "colta": Cobra è davvero un personaggio "bigger than life", una sorta di James Bond che riesce sempre a fuggire dalle situazioni più impervie con i suoi gadget, fantascientifici anche per il futuro in cui vive, come l'iconica psychogun impitanta nel suo braccio sinistro, che spara raggi laser creati dalla sua forza di volontà i quali possono colpire qualunque bersaglio deviando la traiettoria a piacimento; o anche i sigari che a seconda dei casi possono essere esplosivi o contenere un respiratore.
Il suo sorriso smargisasso è poi ripreso da quello del mitico Jean-Paul Belmondo, i cui lineamenti sono facilmente rintracciabili nel design.
E in questo mix di avventura e azione nel quale la fantascienza è solo una trovata estetica, Terasawa riesce a stupire inserendo una citazione inaspettata: l'incipit del manga vede il protagonista vivere la vita di un'altra persona, la quale scopre di essere il pirata spaziale Cobra solo dopo aver effettuato una simulazione virtuale nella quale ha sognato di esserlo; si scopre così come in realtà, cinque anni prima, avesse deciso di farsi cancellare la memoria, cambiare i connotati e assumere un'identità diversa per sfuggire ai propri nemici, in quello che è un vero e proprio adattamento del dickiano "We will remember for you the wholesale" fatto dodici anni prima del cult "Atto di Forza".



Nei primi anni '80, si decide di trasporre su schermo le avventure del pirata spaziale più guascone di sempre; per farlo si opta per un piano distributivo in parte inedito, ossia far precedere la trasmissione della serie televisiva dalla distribuzione un lungometraggio cinematografico, cosa successa, con ottimi esiti, per la seconda serie di  (sembra quasi inutile dirlo) "Lupin III". Il film di Cobra viene affidato al grande Osamu Dezaki, che poi farà da regista principale alla serie, e arriva in sala a pochi mesi di distanza dalla trasmissione del primo episodio, rivelandosi però un successo solo tiepido. E rivederlo oggi non si direbbe, visto che "Space Adventure Cobra" è un perfetto film anime di puro e spensierato intrattenimento escapista, diretto con brio e tanto mestiere.



Il lungometraggio salta l'introdizione "dickiana" del personaggio e presenta un Cobra già tornato in azione, il quale prende subito contatto con la bella cacciatrice di taglie Jane. Dezaki rielabora l'arco narrativo più famoso del manga, quello delle trigemini Royal, che Cobra aiuta a sfuggire dalle grinfie della Gilda dei Pirati prima e poi nella quest per la scoperta del tesoro lasciato loro in eredità dal defunto padre anch'egli famoso pirata spaziale.




Nel film la storia non viene semplicemente adattata, quanto del tutto rielaborata. Le tre sorelle Jane, Dominique e Catherine (chiamate in onore, rispettivamente, della Fonda, della Sanda e della Denevue) sono ribattezzate Flower al posto di Royal e non sono più le eredi di un celebre pirata, bensì le principesse di un lontano pianeta mitologico dove l'amore è una forma di energia e il cui dominio può consentire alla Gilda di assurgere a tirannide intergalattica. Anche la nemesi storica di Cobra, lo spaventoso androide Crystal Boy, qui passa dall'essere un semplice contract killer incaricato di ucciderlo a capo della Gilda. Viene poi introdotto il personaggio del professor Topol, sorta di Buddha cosmico onnisciente che aumenta il tasso di amenità.
Come rielaborazione, la storia funziona, lasciando intatte le dinamiche tra i personaggi principali e la drammaticità del tutto, pur omettendo interi passaggi in teoria essenziali. Lo spirito frizzante e gaio di Terasawa resta anch'esso intatto, ma grazie al tocco di Dezaki, che qui può esprimersi in piena libertà, il tutto assume una veste psichedelica che lo rende definitivamente irresistibile.



La regia è sempre stilizzata e trasforma ogni singola scena in un volo onirico immerso in colori sgargianti. Dezaki sperimenta costantemente con la costruzione del fotogramma inerconnettendo e giustapponendo forme e colori per creare la soluzione più amena possibile, senza però rinunciare ai marchi di fabbrica del suo stile, come i flare o la tripla ripetizione delle inquadrature per enfatizzare le situazioni clou, soluzioni che aveva letteramente inventando per risparmiare sulle animazioni in televisione e che sono diventate sinonimo della regia degli anime almeno fino agli anni '90. Il risultato è una festa visiva dove ogni fotogramma risulta ricercato e vivido, un vero e proprio capolavoro di estetica che sarà surclassato per intensità solo un anno dopo dall'adattamento di "Golgo 13".
Il tocco estetico finale lo da lo splendido character design di Akio Sugino, che non solo riesce a trasporre con fedeltà lo stile sgargiante di Terasawa, ma ha anche l'ottima idea di ricreare da zero il design delle sorelle Royal, che acquistano anch'esse un'aura di psichedelia con le loro acconciature colorate, aumentando il tasso di lisergicità della visione.




Tanto che se non fosse per un combattimento spaziale fiacco a metà film e un finale sin troppo anticlimatico, il lungometraggio di "Space Adventure Cobra" potrebbe quasi essere considerato un piccolo capolavoro anime; così com'è resta pur sempre una perla di stile, oltre che un ottimo biglietto da visita per chiunque voglia iniziare a perdersi tra le avventure dell'anti-Harlock per eccellenza.