martedì 10 ottobre 2023

Fantasmi II

Phantasm II

di Don Coscarelli.

con: James Le Gros, Reggie Bannister, Angus Scrimm, Paula Irvine, Samantha Phillips, Kenneth Tigar, Stacy Travis, Ruth C.Engel.

Fantastico/Horror

Usa 1988















Subito dopo il successo del primo "Phantasm", la carriera di Don Coscarelli avrebbe dovuto decollare, ma purtroppo così non è stato. Il suo film successivo fu "Beastmaster" (arrivato in Italia con il fuorviante titolo "Kaan principe guerriero"), sword & sorcery nato sulla base della fascinazione dell'autore per il filone e sull'onda del successo del "Conan il Barbaro" di Milius e l'esito non fu certo dei migliori: complici dei valori produttivi inadeguati e nonostante qualche bella scena, il film fu un mezzo flop e bloccò ogni sviluppo possibile per Coscarelli.
E' stato forse per questo che nella seconda metà degli anni '80 decise di tornare a quel cult che era stato il suo unico successo commerciale, per crearne un seguito. Ma non un seguito qualunque, quanto una continuazione che ne espandesse la portata, pur restando ancorato alle idee originali.
"Phantasm II" nasce così da necessità contingenti e trova l'appoggio di una major, la Unviersal, la quale dà all'autore il budget necessario per creare un film più grande; ma, al contempo, ne blocca l'uscita durante l'estate, facendolo competere con i blockbuster della stagione e garantendone un successo solo moderato, aumentato grazie all'uscita in home-video. Tuttavia, oltre a tale poco lungimirante imposizione, l'unico vero limite messo alla creatività di Coscarelli fu l'obbligo di cambiare l'attore per il ruolo del protagonista Mike, che ora ha il volto di James Le Gros, decisamente in parte e più espressivo di quanto sarà A.Michael Baldwin quando tornerà a vestirne i panni a partire dal capitolo successivo.
E "Phantasm II" alla fine mantiene tutte le sue promesse, entrando di diritto nel pantheon dei migliori seguiti mai fatti.



La formula è esattamente quella del primo film: c'è l'elaborazione del lutto da parte di un persona e c'è lo scontro con un'entità sovrannaturale, ossia il Tall Man, che in questo secondo capitolo è però una presenza più astratta. Un po' sequel, un po' remake, "Phantasm II" è simile a quell' "Evil Dead II" uscito appena un anno prima e che viene più volte citato, riproponendo quanto visto in precedenza, ma con valori produttivi più alti. E su questo, Coscarelli mette subito le carte in tavola, inserendo ben due case esplodono nei primi dodici minuti.
Il resto del film alterna la rievocazione del passato a nuovi elementi. Mike è ora un giovane uomo e assieme a Reggie inizia una caccia al Tall Man, il quale pare si stia spostando di cittadina in cittadina, lasciando dietro di sé una scia di distruzione. Nel frattempo, la new entry Liz (Paula Irvine) è alle prese con la morte del nonno e con una serie di visioni che la collegano a Mike e al Tall Man.




Concentrandosi sul personaggio di Liz, Coscarelli crea un nuovo racconto funereo dove a farla da padrone sono le suggestioni sovrannaturali e l'atmosfera autunnale; il tutto eseguito a regola d'arte, con una fotografia dai toni virati al marrone che comunica il mood generale al solito in maniera perfetta.
Quando poi l'attenzione è riservata a Mike e Reggie, le cose cambiano e il racconto diventa quello di due "acchiappa-mostri on the road"; i due personaggi, in ossequio ai tempi che cambiano e al pari di Ash di "The Evil Dead", passano così dall'essere le vittime che tentano di sopravvivere del primo film a due veri e propri eroi action, che impugnano letali armi poi divenute iconiche, come la "doppia doppietta" o il lanciafiamme fai-da-te poi rivisto in "John dies at the end", e si muovono sgommando alla guida di una muscle car, la bellissima Plymouth Barracuda già vista nel primo film e che qui diventa ennesimo oggetto-feticcio della serie.
Il personaggio di Reggie, in particolare, inizia da ora a divenire l'icona action-horror che farà breccia nel cuore dei fan, una sorta di Ash di mezza età e un po' sfigato, tanto agguerrito nell'uccidere mostri quanto sfortunato quando si tratta di concupire la bella di turno.




Le due tracce narrative si fondono a metà film e nell'ultimo atto "Phantasm II" può finalmente mostrare tutte le sue carte, inanellando una serie di sequenze action e splatter da antologia. Torna la sfera-vampiro, ovviamente, e grazie al budget ora subisce una sorta di evoluzione, con una seconda sfera dorata in grado di sparare laser e di infilarsi nel corpo delle vittime, maciullandolo dall'interno in un tripudio di effetti splatter ben invecchiati, curati tra gli altri da un giovane Greg Nicotero. Torna anche la stanza bianca e il viaggio interdimensionale riesce ad essere persino più iconico, con tanto di creatura che si risveglia e tenta di rapire i protagonisti. Ed il confronto finale con il Tall Man risplende grazie all'inventiva della messa in scena, che lo trasforma in un essere definitivamente in una creatura aliena.




Coscarelli riesce così a portare negli anni '80 la sua creatura prediletta e a trasformarla in una serie. Un sequel invecchiato meglio del primo, più grande e ameno, dove gli unici veri difetti sono dati dalla sua natura di riproposizione e dalla necessità di creare una narrazione più lineare, con tanto di uso di voce narrante dei protagonisti, la quale finisce per appiattire in parte la fascinazione data dall'incertezza degli eventi. Ma che per il resto finisce davvero per divertire.

lunedì 9 ottobre 2023

Talk to Me

di Danny e Michael Philippou.

con: Sophie Wilde, Alexandra Jensen, Joe Bird, Miranda Ottot, Zoe Terakes, Chris Aloisio, Marcus Johnson, Ari McCarthy, Sunny Johnson.

Horror

Australia, Regno Unito 2023















"Talk to Me" è l'horror dell'anno? Probabilmente si, sia a causa del grosso successo di cassetta che ha ottenuto che della penuria di titoli meritevoli distribuiti.
"Talk to Me" è un capolavoro del cinema horror? No, poiché è l'opera di due cineasti visibilmente acerbi; ma questo non gli impedisce di essere un film comunque riuscito e a suo modo originale.
Perché l'esordio in cabina di regia dei fratelli Philippou (youtuber che tuttavia hanno anche lavorato sul set di "The Babadook") cerca e riesce nella non facile impresa di dire qualcosa di diverso all'interno del filone sovrannaturale e di quello delle possessioni, riuscendo al contempo di dare un ritratto credibile di un'anima in pena, coniugando il dramma intimista ad una forma di exploitation.



Il tutto ruota ad un artefatto "maledetto", ossia la mano di una medium che, tramite un semplice rituale, permette di prendere contatto con i defunti e lasciare che questi posseggano per qualche secondo il corpo del medium surrogato. Quando però questa capita letteralmente tra le mani della adolescente Mia (Sophie Wilde), ancora traumatizzata dalla prematura scomparsa della madre, qualcosa non può che andare storto.




Il rituale diventa una forma di sballo. L'ultima frontiera della dipendenza è la possessione spiritica, con i protagonisti Gen Z che passano le serate facendosi invasare dalle anime perse nel limbo terreno. I Philippou vorrebbero quasi creare un ritratto del vuoto pneumatico degli adolescenti, con la loro ossessione per la videoripresa a scimmiottare proprio la loro carriera di videomaker, ma questa loro descrizione costellata di personaggi secondari sgradevoli alla fine non risulta sufficientemente cattiva per poter graffiare davvero.
In compenso, la storia d'orrore come metafora della assimilazione del lutto funziona tutto sommato bene. Mia resta ossessionata dalla possibilità di contattare un piano ultraterreno e il danno accade quando impone all'amico Riley (Joe Bird) di restare in contatto con lo spirito della sua defunta madre oltre il limite di tempo consentito, palesando la sua incapacità di distaccamento dalla persona che ama, ovverosia un'impossibilità di superare la perdita che si mischia con la paranoia ingenerata dalla falsa credenza che la genitrice non si sia semplicemente tolta la vita. Il che la porta ad un punto di rottura ovvio in una costruzione della storia già vista, ma che gli autori riescono a rendere fresca grazie ad una buona esecuzione.




I Philippou riescono in primis a creare un'ottima atmosfera lugubre che schiaccia i personaggi nei momenti clou, ma avvertibile anche in molti di quelli più leggeri. La tensione è ben gestita ed è affidata quasi sempre alle sole performance del buon cast. E quando la violenza fa capolino, riesce ad essere sempre disturbante. Per di più, la svolta finale, benché in parte intuibile, è lo stesso ben gestita.
E va inoltre riconosciuto loro il merito di non aver voluto ricorrere al cliché della possessione demoniaca, sin troppo abusato negli horror sovrannaturali recenti e piccola nota di originalità a coronare il tutto.




Tanto che forse l'unico vero difetto dell'operazione è insito nel fatto di come non siano riusciti a portare su schermo neanche una singola scena davvero iconica, una che fosse in grado di saldarsi nella memoria collettiva ed essere immediatamente associata al film, limitandosi a creare un semplice oggetto-feticcio. Limite forse dovuto unicamente alla loro poca esperienza nel lungometraggio e quindi del tutto scusabile. 

sabato 7 ottobre 2023

L'Esorcista- Il Credente

The Exorcist: Believer

di David Gordon Green.

con: Leslie Odom Jr., Ellen Burstyn, Lidya Jewett, Olivia O'Neill, E.J.Bonilla, Danny McCarthy, Antoni Carone, Linda Blair.

Horror

Usa 2023














---CONTIENE SPOILER---

La notizia che David Gordon Green avrebbe riservato il "trattamento Halloween" anche a "L'Esorcista" ha lasciato basiti praticamente tutti; questo perché la "nuova trilogia" dedicata a Michael Myers parte da un reverenza sin troppo marcata all'originale, riproponendone i cliché senza cercare di svecchiarli e senza fare nulla di nuovo; e quando qualcosa di nuovo si è fatto, paradossalmente il risultato è stato di gran lunga peggiore.
Rifare la stessa cosa con un film altrettanto iconico e imitato non aveva senso e la paura dell'ennesimo sequel-patacca era forte. Tra l'altro, va anche contato il fatto che come serie di film, quella basata sul capolavoro di William Friedkin non aveva motivo di esistere, visto che il capostipite non lasciava spazio a continuazioni o seguiti; e di fatto, il primo sequel, "L'Esorcista II- L'Eretico" è un bislacco tentativo di ibridare scienza e tensioni sovrannaturali, mentre il prequel "L'Esorcista- La Genesi" è un film brutto e inutile, almeno nella sua versione uscita al cinema; senza contare, poi, l'inutile serie televisiva insipida d'ordinanza; a salvarsi è dunque "L'Esorcista III", solo perché diretto da William Peter Blatty e perché basato su di un suo romanzo.
Nonostante questo, "L'Esorcista- Il Credente" arriva ben cinquant'anni esatti dopo l'originale, un record anche per un legacy sequel. Ed è null'altro che una brutta copia dell'originale.




David Gordon Green e il fido Danny McBride provano davvero a ricreare la formula elaborata da William Friedkin e William Peter Blatty, ma falliscono miseramente. Anche "Il Credente" vorrebbe essere un film sulla fede, sul percorso di un uomo, Victor (interpretato dal sempre bravo Leslie Odom jr.), artista (è un fotografo professionista) apertamente ateo, ma chiamato ad interrogarsi sulla presenza di un piano trascendentale. Costruiscono tutta la vicenda come un crescendo che culmina con l'esorcismo, richiamano, da buoni cinefili, Ellen Burtsyn nei panni di Chris McNeill e nel finale persino Linda Blair (purtroppo non sono potuti apparire gli altri due protagonisti dell'originale, ossia Max Von Sydow e Jason Miller, quest'ultimo scomparso già nel 2001) e costellano tutto il film di riflessioni sul concetto di fede e di religione.
Ma a differenza dei filmmaker di mezzo secolo fa, è chiaro come entrambi non siano davvero interessati alle questioni teologiche e le riportano per puro dovere. Ogni riflessione cade così a vuoto e risultata vacua, talvolta persino ridondante. 




Il che è davvero un peccato, perché ci sono almeno un paio di intuizioni a dir poco interessanti; la prima concerne il ruolo dei tele-evangelisti all'interno della comunità religiosa e di come il loro connubio tra spettacolo e fede, vera o fasulla che sia, finisca per informare e toccare i veri credenti; il personaggio del pastore viene però lasciato sempre ai margini di tutto, persino quando chiamato a partecipare al rito di espulsione del demone, tanto che non si capisce neanche cosa ci stia a fare. 
La seconda tocca la tematica dell'universalità degli elementi religiosi, di quel tessuto connettivo che collega ogni singolo credo sulla Terra, tra intuizioni junghiane e vera fascinazione per l'occulto; si parte dall'esempio di sicuro più affascinante e concreto possibile, ossia i rituali haitiani di stampo voodoo, la cui nascita è dovuta all'incontro tra le religioni sciamaniche africane, quelle delle civiltà pre-colombiane ed il cattolicesimo, vero esempio di universalità dei riti religiosi. Tant'è che l'esorcismo viene officiato anche da una sciamana con un rito voodoo vero e proprio; ma anche tale tematica finisce per diventare poco più che una trovata di trama, con la benedizione ricevuta durante il prologo ad Haiti a divenire lo strumento per il quale una delle due possedute riesce a salvarsi.




Perché a questo giro si raddoppiano le possessioni: due bambine, esorcizzate da due ministri del culto diversi. Due donne, perché siamo nel 2023 e le stoccate al patriarcato devono essere d'obbligo, pena lo stigma di "opera retrograda" che toccò al capolavoro di Friedkin. E se si riesce a credere al personaggio della sciamana, visto il ruolo che le donne effettivamente hanno all'interno dell'organizzazione rituale di Haiti, il fatto che il rito cattolico venga officiato da una ex novizia che ha rinunciato ai voti e che non ha mai praticato un esorcismo in vita sua, fa semplicemente ridere. Così come fa ridere il fatto che il prete di turno sia caratterizzato come un povero sfigato, come la diocesi venga ritratta come un pugno di deficienti che prima danno il loro appoggio al rituale senza neanche effettuare gli opportuni controlli, solo per poi tirarsi indietro all'ultimo. Il tutto senza neanche inviare un vero prete esorcista sul luogo, a riprova di come a regista e sceneggiatore la verosimiglianza non interessi neanche per sbaglio.




A questo giro, persino la passione cinefila non funziona più di tanto. Il ruolo giocato dal personaggio di Chris McNeill negli eventi è puramente marginale, ossia quello del mentore che viene introdotto a metà film e subito messo da parte, per il chiaro motivo di non sapere cosa farsene. I richiami al passato sono evidenti, con citazioni più o meno esplicite, ma lasciano davvero il tempo che trovano, come l'opening shot sui cani che si azzannano furiosamente e il rituale di contatto mediatico usato dalla piccola Angela e dall'amica Katherine per contattare la defunta madre della prima, che riporta alla mente le sessioni di ipnosi de "L'Eretico", ma senza mai affascinare. Proprio questa trovata di trama lascia intendere come Green e McBride abbiano compreso male il film originale: un richiamo al gioco della tavola ouija fatto da Reagan che secondo loro è stato il tramite della possessione, quando in realtà, nel primo film, la bambina entrava semplicemente in contatto con un demone che già la stava concupendo.
Sempre sulla scorta di Friedkin, i due cercano di creare un'atmosfera sinistra sin dalle prime immagini, ma non riescono mai a trasmettere quel senso di inquietudine più o meno sottile che del quale l'originale era pregno.




Tutto il resto è nulla più di quanto ci si possa aspettare da un horror demoniaco classico, ossia una serie di jump-scare, situazioni strane, fenomeni paranormali assortiti fino al rituale. E quando questo arriva, non ha la forza espressiva di quello portato in scena di Friedkin, non ha la stessa carica sconvolgente o distruttiva, né può vantare anche solo un'immagine iconica che sia una. E tutto il film, alla fin fine, risulta blando e praticamente mai teso o terrorizzante.
Va però riconosciuto in questo caso il limite ovvio di un'operazione del genere: è impossibile fare un film sulle possessioni che possa essere originale o anche davvero pauroso dopo che il capostipite effettivo del filone aveva già detto tutto il possibile e è per di più nel migliore dei modi. Tant'è che tutti i film simili che hanno avuto una certa risonanza in seguito altro non sono che delle variazioni sul tema, come il piccolo cult "The Sentinel".




Alla fine, "Il Credente", più che un film brutto, è il classico esempio di sequel inutile e malriuscito, che cerca un confronto diretto con l'originale senza avvicinarvisi neanche per sbaglio. All'interno del filone delle possessioni demoniache si è visto certamente di peggio, come il recente e ridicolo "L'Esorcista del Papa" e lo stesso "L'Esorcista- La Genesi", ma questo non lo rende effettivamente migliore di quello che è.

giovedì 5 ottobre 2023

Assassinio a Venezia

A haunting in Venice

di Kenneth Branagh.

con: Kenneth Branagh, Tina Fey, Riccardo Scamarcio, Camille Cottin, Kelly Reilly, Michelle Yeoh, Jamie Dornan, Jude Hill, Emma Laird, Ali Khan, Rowan Robinson.

Thriller/Horror

Usa, Regno Unito, Italia 2023














Il flop di "Assassinio sul Nilo" ha creato una brutta macchia sul curriculum di Kenneth Branagh, non tanto per la cattiva riuscita in sé stesso, quanto e soprattutto perché si va ad inserire nell'alveo di tutta una serie di progetti malriusciti che l'autore di origine nordirlandese ha creato negli ultimi anni, tra i quali rientrano l'inguardabile "Artemis Fowl" e persino il sopravvalutato "Belfast".
Un ritorno alla forma era necessario e Branagh ci prova con "Assassinio a Venezia", terza indagine del suo Poirot e film più ambizioso della trilogia.
Non una trasposizione diretta, quanto un adattamento a suo modo libero di "Halloween Party" della Christie, che Branagh ambienta a Venezia in modo da ricreare il leitmotiv esotico di questa sua trilogia; e nel quale gioca con i luoghi comuni e le idiosincrasie del personaggio, finendo per creare un giallo sicuramente non originale, eppure simpatico.



Venezia, 1947. Hercule Poirot (Branagh) ha deciso di ritirarsi dalla vita di investigatore, rinchiudendosi in una casa sulla laguna e in sé stesso. Ma su invito dell'amica scrittrice Ariadne Oliver (Tina Fey), decide di assistere ad una seduta spiritica tenuta durante la notte di Halloween presso la casa della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly) e tenuta dalla famosa medium Joyce Reynolds (Michelle Yeoh), la quale ha il compito di contattare l'anima della defunta figlia della Drake, Alicia (Rowan Robinson). Le cose ovviamente precipitano quando qualcuno uccide la Reynolds e tenta persino di uccidere Poirot.




Un Poirot diverso, quello di "Assassinio a Venezia"; un uomo triste e solo, in primis distrutto dal numero di morti ammazzati che ha visto prima durante le due grandi guerre, poi e soprattutto nei suoi numerosi casi, sorta di stilettata al luogo comune dei gialli della Christie nei quali la morte segue il detective di turno. Un investigatore stanco che Branagh riesce perfettamente a caratterizzare mettendo giustamente da parte il suo istrionismo, regalandoci un personaggio magnificamente mesto e per questo mai così empatico.



La costruzione della trama è ovviamente quella del giallo classico, dove questa volta i personaggi sono anche più blandi del solito, tanto che finiscono per vivere quasi essenzialmente grazie all'impegno del cast. Con l'unica eccezione del medico Ferrier (Jamie Dornan), uomo anch'egli distrutto dalla morte, nel suo caso dalla scoperta degli orrori di Bergen-Belsen, e del figlio Leopold (Jude Hill), bambino precoce che si occupa del bene del padre perseguitato dai fantasmi del passato.
E i fantasmi sono i veri protagonisti del film. Il fantasma di Alice, ovviamente, ma anche quelli dei bambini uccisi nel palazzo ove la vicenda si svolge. Fantasmi che ritornano e portano l'ateo e convinto razionalista Poirot ad interrogarsi sulle sue certezze, le quali si sgretolano per la prima volta. Ovviamente il colpo di scena finale metterà tutto in chiaro, ma anche alla fine Branagh decide di lasciare qualche dubbio addosso al suo personaggio altrimenti granitico nelle sue posizioni.



Se l'impianto è quello del whodunnit canonico, Branagh immerge tutto in una bellissima atmosfera da horror gotico. La sua Venezia è funerea, immersa in un mood oltremondano, tanto che potrebbe davvero essere la stessa del "Morte a Venezia" di Visconti.
Gli interni del Palazzo degli Innocenti sono puro horror gotico, illuminati da luci fioche, immersi in un'oscurità opprimente sempre pronta a divorare l'insicuro detective, un vero luogo stregato pieno di misteri.
Il lavoro svolto sull'estetica e sullo stile, con grandangoli magistrali che alienano la visione nei confronti dei singoli personaggi restituendo un senso di smarrimento tangibile, è ottima, tanto che non si capisce perché Branagh abbia deciso di condire il tutto con i soliti jump-scare indigesti, molti dei quali talmente gratuiti da risultare ridicoli.




Il lavoro di messa in scena permette così a tutto il film di decollare e coinvolgere e l'idea di spostare l'ambientazione in una Venezia spettrale dona al tutto un tocco di originalità; anche se con un piccolo prezzo da pagare: è evidente che Branagh non sa che la festa di Halloween non è mai stata davvero celebrata in Italia fino al XXI secolo.
Per il resto, "Assassinio a Venezia" fa il suo lavoro di giallo e riesce a convincere, lavando via l'onta di un capitolo precedente il quale si dimostrerà forse come il peggiore della serie. E regalando a Branagh una pellicola finalmente riuscita.

lunedì 2 ottobre 2023

Asteroid City

di Wes Anderson.

con: Jason Schwartzman, Scarlett Johansson, Tom Hanks, Jeffrey Wright, Bryan Cranston, Edward Norton, Matt Dillon, Steve Carell, Adrien Brody, Willem Dafoe, Rita Wilson, Tony Revolori, Bob Balaban, Tilda Swinton, Fisher Stevens, Jake Ryan, Grace Edwards, Maya Hawke, Rupert Friend, Hope Davis, Steve Park, Margot Robbie, Jeff Goldblum, .

Commedia

Usa, Germania 2023










Era solo una questione di tempo prima che Wes Anderson dirigesse un film totalmente vuoto. Vi si era avvicinato tanto già con "Il Treno per il Darjeeling", il quale però riusciva comunque a dare un ritratto credibile della "non-elaborazione" del lutto. Con "Asteroid City", purtroppo, ci riesce in pieno.
Vuotezza forse dovuta all'assenza di Owen Wilson come sceneggiatore, forse dovuta alla volontà di esasperare quel suo stile di scrittura che evita sempre catarsi risolutorie o meno, o forse ad una mancanza di ispirazione effettiva dietra la disanima di questo gruppo di personaggi disfunzionali in una situazione assurda.
Fatto sta che questa sua ultima fatica, per quanto pur sempre bella sul piano stilistico-estetico, si arena miseramente nel campo dell'insipienza.




"Asteroid City" è il racconto di un racconto, la recita di una recita, al pari del cartellone pubblicitario che riporta a sua volta una cartolina al suo interno e che appare in un paio di scene. E' in primis la pièce di un autore un po' strambo, Conrad Earp (Edward Norton), il quale ha l'idea di portarla in scena anche grazie all'incontro con l'attore che poi ne interpreterà il protagonista Augie Steenback (Jason Schwartzman). Tale protagonista si ritrova nella città del titolo, fatta unicamente da un motel ed un diner in mezzo al deserto in un imprecisato stato dell'ovest Usa, assieme ai quattro figli e fresco del lutto della moglie (Margot Robbie). Intorno a lui, causa un festival per giovani scienziati, una baraonda di personaggi pittoreschi. Ed entrambi i piani narrativi sono poi incorniciati all'interno di una terza traccia, la ricostruzione della creazione della pièce in uno special televisivo narrato da un conduttore invadente (Bryan Cranston).




Un film che è tutto nelle premesse: il caos artistico e produttivo dietro la messa in scena teatrale, il caos emotivo di un pugno di personaggi allo sbando.
Se il cinema di Anderson ha sempre giocato con uno stile di messa in scena teatrale, dove geometricità del quadro e movimenti di macchina certosini altro non sono che l'equivalente filmico di un proscenio ben allestito, "Asteroid City" va oltre e porta direttamente in scena il teatro, alternando quello vero ad una rappresentazione immaginifica della stesso, dove la finzione cinematografica amplifica quella del palco.
Pur tuttavia, questo gioco di specchi tra personaggi e attori, deus ex machina frustrati e sfigati, narratore e interpreti che non capiscono l'andazzo del copione e per questo interrompono la narrazione filmica, non trova mai uno sbocco significativo e si perde nella contemplazione onanistica della dualità narrativa; una dualità che esiste, in buona sostanza, solo per esistere, senza voler dire nulla di davvero concreto.




Se la cornice metanarrativa è così del tutto pretestuosa e, prima ancora, pretenziosa, del tutto arido è il testo nel testo, la storia di Augie, i suoi quattro figli, il suo rapporto con la strana e affascinante diva Midge Campbell (Scarlett Johansson), l'elaborazione della perdita della moglie, il rapporto con lo strambo padre (Tom Hanks) e tutto il contorno di personaggi altrettanto "spezzati" che ha intorno.
Tutti i rapporti interpersonali esistono, ma non si ha davvero la volontà di sviscerarli, di dar loro una forma che vada al di là dei semplici dialoghi briosi e delle situazioni comiche. L'unica eccezione è quella data dal rapporto tra J.J. Kellog (Liev Schreiber) e il figlio. La catarsi, come sempre, è assente, ma questa anche tutto quello che dovrebbe portare verso la stessa lo è.
Si gira così in tondo alle emozioni dei personaggi, alle loro idiosincrasie e difetti, li si sbeffeggia in gag al solito divertenti, con dialoghi freschi e ilari, dove tra l'altro ogni tanto emerge qualche influenza della cattiveria dello stile di scrittura dei fratelli Coen, non si capisce se casuale o meno. Ma non si riesce mai davvero ad empatizzare con loro, né a vederli sotto un'ottica davvero convincente. Con il risultato che tutto diventa una sarabanda di facce buffe, situazioni simpatiche e battute briose che non vanno a parare da nessuna parte.




Allo stesso modo è impossibile assimilare qualcosa dalla descrizione del contesto storico-geografico, che pur vorrebbe essere parte integrante della narrazione. Asteroid City, gruppo di bungalow nel nulla dell'America, non-luogo di passaggio attraversato da banditi nel quale tutti i personaggi si ritrovano in teoria temporaneamente e che vorrebbe diventare un luogo preciso grazie alla vendita di minuscoli lotti a prezzi stracciati; nel mentre, arrivano a galla la paura del diverso, la rincorsa verso il futuro, l'indeterminatezza e l'intettidune di militari e scienziati; tutto concorre a creare un ritratto di un'America che fu e che è, ma che non riesce mai davvero davvero ad essere graffiante.




Non resta quindi che consolarsi con la messa in scena. L'occhio di Anderson trova una nuova profondità nelle prime scene, che si fregiano di una lunghezza di campo in parte inedita. I suoi movimenti di macchina si fanno ancora più ricercati, con panoramiche quasi ossessive. Mentre l'uso dei colori è al solito magistrale, con cromatismi in parte desaturati che fanno somigliare le immagini a quadri di Edward Hopper in movimento.




Che sia l'inizio di una fase calante per la carriera di Wes Anderson? Si spera ovviamente di no: gli elementi per creare un'opera al suo solito memorabile qui ci sono tutti, è solo che il sguardo si ferma sempre, prepotentemente, sulla loro superficie.

domenica 1 ottobre 2023

Fantasmi

Phantasm

di Don Coscarelli.

con: A.Michael Baldwin, Angus Scrimm, Bill Thornbury, Reggie Bannister, Lynn Eastman-Rossi, Terrie Kalbus, Mary Ellen Shaw, Kathy Lester.

Fantastico/Horror

Usa 1979














---CONTIENE SPOILER---

Se lo si dovesse chiedere ad uno spettatore non patito di cinema dell'orrore, difficilmente questi conoscerebbe la serie di "Phantasm". Il che è anche alquanto strano visto che molti dei suoi elementi caratterizzanti sono comunque entrati nella coscienza collettiva poiché ripresi da altre serie o opere anche non cinematografiche. Si pensi all'iconica sfera-vampiro, apparsa in diversi videogame, al bel tema musicale poi riutilizzato dagli Entombed o al villain Tall Man, praticamente copiato dai creatori di Slenderman. Eppure, "Phantasm", a differenza delle saghe di "Halloween", "Venerdì 13" e "A Nightmare on Elm Street", non ha mai davvero raggiunto lo status di pellicola popolare.
Cosa molto strana, visto come il primo film della serie sia tutto sommato ancora oggi godibile, anche se non invecchiato benissimo, così come il fatto che anche i sequel abbiano sempre bene o male mantenuto un livello dignitoso (salvo l'ultimo exploit) e di come Don Coscarelli, vero e proprio deus ex machina di tutti i film, sia dotato di uno stile di messa in scena interessante.




L'idea per "Phantasm" arriva a Coscarelli nel 1976 durante le riprese di "Kenny & Company", il suo secondo film; in questa piccola commedia per ragazzi c'è una scena dove il protagonista finisce nella casa degli orrori di un luna park, venendo spaventato a morte dalla corsa; scena che viene costruita come quella di un horror vero e proprio e che nelle parole del regista ha divertito lui e il cast più di molte altre sequenze, da cui l'input di girare un film del terrore vero e proprio; senza contare come l'influenza di horror e sci-fi fosse essenziale già nella sua formazione filmica. 
Riguardo la storia, Coscarelli si dirà da sempre affascinato dal concetto della morte e da come i riti funebri vengono ufficiati in America, dove il corpo del defunto viene affidato dai famigliari a degli sconosciuti i quali lo "rubano" fino alle esequie, da cui, a sua volta, viene l'idea di un becchino che trafuga i cadaveri per farne chissà cosa.
Le riprese iniziano già nel '76 e si protraggono per oltre tre anni; la produzione è minuscola, con l'amico Paul Pepperman nei panni di produttore e addetto agli effetti speciali e la madre del regista nel ruolo di addetta alle scenografie e ai costumi (la quale pare abbia cucito da sé le tuniche dei mostriciattoli aiutanti di Tall Man). 




Con un montaggio iniziale di oltre tre ore, "Phantasm" è un film troppo lungo e frammentario; la storia si focalizza inizialmente sul piccolo protagonista Mike (A. Michael Baldwin) e suo fratello Jody (Bill Thornbury), da poco rimasti orfani di entrambi i genitori, oltre che il loro rapporto con due ragazze della cittadina in cui abitano. Ottenuta la distribuzione, Coscarelli si ritrova a dover scartare molto del girato, il quale finirà per costituire gran parte del minutaggio del successivo "Phantasm IV- Oblivion" oltre vent'anni dopo; creata una versione più "digeribile" di circa 90 minuti, il film si concentra così sul solo personaggio di Mike, sulla elaborazione del lutto e sul mistero che circonda Tall Man (Angus Scrimm).




Benché solitamente incluso all'interno del genere horror, "Phantasm" rappresenta un'anomalia, non essendo un film dell'orrore vero e proprio, quanto una sorta di favola nera, un racconto metaforico ed espressionista nel quale l'autore racconta il rapporto tra un ragazzo e il concetto della morte.
"Phantasm" è un film sullo scontro tra dimensioni. Il più ovvio è quello tra dimensioni materiali, quella nostrana e quella del Tall Man, essere extradimensionale che usa i cadaveri dei terrestri per creare dei nani da usare come schiavi nel suo mondo, connesso per il tramite di quella visionaria stanza bianca e del congegno dato da due piccoli cilindri metallici, che nella loro semplicità donano al tutto un bel tono sci-fi.
Il più importante è invece lo scontro tra la dimensione del reale e quella dell'immaginario. Per tutto il film si assiste ad una serie di eventi inspiegabili anche all'interno della mitologia che esso stesso imbastisce. La spiegazione è in realtà semplice: come il finale suggerisce, pur nel sua natura anarchica e sovversiva, la chiave di lettura è quella della perdita di raziocinio del personaggio di Mike, il quale è stato colpito dapprima dalla morte dei genitori, poi da quella del fratello maggiore Jody; cosa che lo ha portato ad elaborare lo shock iniziale e la solitudine successiva mediante la creazione di un "fantasma", un'immagine residua del fratello e i mostri che li perseguitano. Coscarelli ha di fatto spiegato come il fantasma del titolo non si riferisca ad un'entità ectoplasmatica, quanto ad un fantasma interiore, ad una allucinazione causata da un trauma, nell'accezione spesso usata da Edgar Allan Poe nei suoi scritti.
La narrazione è così quella di una favola dark, come si diceva, il racconto di una mente spezzata che si perde nei meandri del dolore e della paura, i due elementi portanti di tutto il film.




La paura corrompe la mente e dà forza all'allucinazione; per dar corpo a tale assunto, il regista ricrea la scena dell'ordalia del Gom Jabbar di "Dune" anni prima dell'adattamento di Lynch, con Mike che infila la mano in una scatola che contiene letteralmente un dolore fisico creato dalla sua paura; il superamento di tale fobia lo porta nel finale a togliere potere al Tall Man (o alla sua seconda incarnazione, la donna con l'abito color lavanda che concupisce gli uomini del luogo) e a sfuggire alla sua presa.
Tall Man (che nella versione italiana diventa "l'uomo alto alto", sottolineando squisitamente l'aspetto favolistico della storia) diventa così l'incarnazione della paura della morte e, ancora di più, di tutta la cifra ignota che essa porta con sé, con l'altra dimensione ideale materializzazione di un aldilà al quale si accede attraverso una porta all'interno di un mausoleo ed un mietitore tristo mostruoso.




Pur con un budget di soli trecentomila dollari, Coscarelli riesce a creare sequenze memorabili, alcune delle quali parto di una visione precisa del mezzo filmico. La più famosa è quella dell'incubo, con Mike che si ritrova nel cimitero ed il Tall Man che torreggia sul suo letto, dalla perfetta costruzione pittorica, un'immagine tanto bella quanto inquietante. La seconda (e altrettanto celebre) è l'attacco della sfera-vampiro, costata neanche due mila dollari in totale, vero e proprio guizzo di creatività filmica ed inventiva estetica.
La bellissima atmosfera è data da una fotografia contrastata, che trasmette magnificamente un mood autunnale, funereo, ma anche sottilmente surreale. E la maschera del Tall Man, affidata all'ottimo Angus Scrimm, inqueta e affascina in modo genuino, un'entità sinistra, difficile da decifrare, che trasmette una sensazione di pericolo ogni volta che entra in scena.



Non tutto, però, funziona alla stesso modo, proprio a causa dello scarso budget. Se il look del film è ancora oggi bello e l'atmosfera funziona benissimo, alcuni effetti speciali sono invecchiati smaccatamente male; decisamente poco digeribile è la lunga sequenza del dito mozzato che si trasforma in insetto carnivoro, che con i mezzi dell'epoca sarebbe stata di difficile realizzazione già in un film ad alto budget e che in una piccola produzione indipendente diventa purtroppo la parte meno riuscita. Allo stesso modo, il ritmo non è sempre ideale: la lentezza, soprattutto nel primo atto, dovuta al forte lavoro in sala di montaggio, rende la visione a tratti pesante, non essendo quasi mai giustificata.




Eppure, anche se in parte invecchiato, "Phantasm" ha perso davvero poco del suo charme: ancora oggi riserva una visione interessante ed emozionante, con belle immagini e personaggi memorabili, tanto che il suo status di cult e prima ancora il successo commerciale che godette all'uscita sono a dir poco meritati.

mercoledì 20 settembre 2023

El Conde

di Pablo Larraìn.

con: Jamie Vadell, Paula Luchsinger, Marcelo Alonso, Stella Gonet, Gloria Münchmeyer, Guido Castro, Catalina Guerra, Jamie McManus, Amparo Noguera.

Satirico/Grottesco/Fantastico

Cile 2023

















---CONTIENE SPOILER---

Pablo Larrain è giunto alla fama dirigendo biopic atipici di personaggi femminili giunti siliti alla ribalta restando all'ombra del potere, sviluppando uno stile visionario che cozza con il luogo comune di tante biografie filmiche più interessate ai meri fatti che alle persone. Si pensi ad esempio a "Spencer", vero e proprio thriller psicologico che usando il registro del surreale riesce davvero a restituire il dramma e le ansie del personaggio.
Tornato nel natio Cile, con "El Conde" decide altresì di affrontare un personaggio che ha incarnato direttamente il potere, quel Augusto Pinochet che definire sanguinario sarebbe a dir poco riduttivo. Ma questa volta decide di creare un ritratto usando un registro diverso, ossia quello della satira, costruendo una narrazione grottesca che fonde al surrealismo leggero delle dosi di estetica horror. Il risultato è una satira in teoria potente che però non morde mai davvero e che per certi versi risulta persino sbagliata.



Questo perché la figura di Pinochet forse mal si presta ad operazioni del genere. Lui, generalissimo traditore del proprio presidente e sanguinario sino ad un sadismo da far impallidire quello del regime di Pol Pot, venne deposto per il semplice reato di appropriane indebita, ferita che per lui, soldato orgoglioso, resterà sanguinante sino alla morte. Morte per di più avvenuta in santa pace, lontana da tribunali nazionali e internazionali, che lo ha colto per cause naturale non per mano propria o di quella di una folla inferocita.
Ad ogni modo, il Pinochet di Larraìn (Jamie Vadell) è un vampiro di origine francese che ha tradito Luigi XVI ed ha assistito imbelle alla decapitazione di Maria Antonietta solo per poi giurare vendetta contro ogni forma di rivoluzione. Dopo aver tentato di arginare la rivolta di Haiti, si ritrova nel Cile degli anni '50, dove con un colpo di stato diventa dittatore dai poteri assoluti. E oggi, dopo circa 250 anni di angherie più o meno grandi, è un vecchio stanco della vita, attorniato da un manipolo di figli che ne vuole carpire le ultime fortune e da una suora (Paula Luchsinger) che dovrebbe esorcizzarlo, ma che sembra avere ben altri piani.




L'idea di dipingere Pinochet come un vampiro è vincente: un male atavico e immortale che si nutre della vita altrui, un parassita che attanaglia la società sino a prosciugarla di ogni forma di vita, un mostro votato al sangue che vive solo grazie alla morte altrui; quale migliore metafora delle dittature del XX secolo? E di quelle ideologie fasciste, ovviamente, che ad oggi sopravvivono, rigenerate e pronte a far rivivere eventi che si credevano assimilati e superati, come il bel finale illustra, con un occhio, forse, a quel ritorno delle destre xenofobe e ultraviolente in Europa e nelle Americhe.
Ma l'occhio di Larraìn è vincente anche nella descrizione dei rapporti che questo potere mostruoso ha con tutti gli strati della società e persino con inernazionale.
Il nugolo di figli rappresenta quel Cile moderno immemore del passato, pronto a perdonare quanto è stato pur di affermare sé stesso. E, al contempo, anche quegli strati di società del passato che persistono tutt'oggi, che hanno avuto fortuna grazie alla corruttibilità della pubblica amministrazione e che sono pronti a prendere quelle briciole che sono avanzate in barba a tutto e a tutti. I dialoghi che questi orrendi personaggi snocciolano durante le "interviste" sono a dir poco gustosi, svelandone la loro indole irredenta e gaudente.



La suora, giovane, bella e ambiziosa, è la metafora del rapporto che la Chiesa ha avuto con Pinochet e le dittature in generale. Basti ricordarsi di quel vergognoso incontro che il generale ha avuto con papa Woytjla e quella famosa foto che, presa con l'inganno o meno, ben rappresenta un rapporto sin troppo ambiguo. Un personaggio che dovrebbe castigare il mostro e la sua prole, distruggere fisicamente il primo, svelare il male malcelato della seconda, ma che finisce affascinato dal male che dovrebbe combattere, sino a divenirne parte integrante, assumendone natura e sembianze. E che prima ancora è più interessato al benessere materiale che a quello spirituale.
E poi c'è quel personaggio onnipresente che solo nel terzo atto si disvela, quella Margaret Thatcher che si scopre essere madre di Pinochet. Altro esempio di creatura mostruosa che ha raggiunto il potere pressoché assoluto (e in teoria più inquietante del figlio, poiché ha raggiunto un tale potere in modo naturale, non con la violenza), simbolo non solo di quell' "asse" che negli anni '80 venne a crearsi a causa della vergognosa guerra nelle Falkland, quanto anche di quel neoliberismo che ad oggi ha riplasmato il volto della destra autoritaria, divenendone compagna inseparabile perché necessaria.
Il Pinochet di Larraìn, a differenza delle sue Jackie Kennedy e Diana Spencer, non è così un uomo che si è fabbricato un'identità ultranea per celare la propria, bensì, al pari del Tony Manero del suo esordio, un uomo la cui maschera di dittatore riesce a esaltare la vera natura, ad ingigantirla persino
.



Se la metafora è forte e calzante, è il modo in cui Larraìn si approccia al suo personaggio a destare forti perplessità. Il conte è descritto in modo patetico, ma sembra esserci sempre una forma di empatia verso questo vecchio mostro oramai ridotto ad un vegliardo assediato da donne assetate di potere, figli famelici e moglie fedigrafa: non c'è vera cattiveria nel ritrarre le sue azioni scellerate, non c'è vera condanna verso la sua figura, solo una forma di pietas sempre ad un passo dall'assoluzione effettiva.
Descrizione che risalta se paragonata ad altri ritratti satirici fatti da grandi artisti. Basti pensare al dittatore sanguinario per antonomasia, ossia Adolf Hitler, e al modo in cui il cinema ne ha sbeffeggiato la figura ne "Il Grande Dittatore" in primis e in "Moloch" in un secondo tempo. Nel primo caso, Chaplin lo descriveva come un donnaiolo mezzo idiota affetto da manie di grandezza, nel secondo, Sokurov lo tratteggiava come uno sgorbietto farneticante. Una figura patetica e pietosa da deridere o schifare, mai da compatire, a differenza del Pinochet vampiro di Larraìn, il quale risulta, pertanto, come un'incarnazione sbagliata, persino e forse soprattutto all'interno del resto della descrizione fatta nel film. In merito, in un'intervista Larraìn ha ammesso di aver voluto usare un registro ironico come forma di distacco verso il personaggio (ma è facile pensare come ciò sia dovuto anche al fatto che l'immagine di un dittatore-mostro male avrebbe funzionato in una narrazione seria), fatto sta che tale chiave ironica ha finito, paradossalmente, per renderlo più empatico.
Quel che è peggio, quei dialoghi briosi nei quali si esorcizza l'orrore di un gruppo di persone orgogliose di essere dei ladri, speculatori e assassini di massa, benché ben congegnati, non riescono a trasmettere il senso di disgusto che dovrebbero, finendo per essere troppo leggeri, troppo poco graffianti, arrivando persino a lasciare freddi. Paradossalmente, Larrìn finisce per essere simile al personaggio della suora, in teoria anch'ella vittima del suo sguardo accusatore, in realtà incarnazione di quello stesso sguardo.



Se la scrittura claudica, la messa in scena, per fortuna, funziona sempre; a partire dalla bellissima fotografia, con un bianco e nero alla Murnau che si rifà al mito fondativo del vampiro cinematografico per creare belle immagini, che raggiungono il culmine nella bella sequenza del primo volo della vampira neo-nata.
Pur tuttavia, stile ed estetica non sono tutto e quella di "El Conde" finisce per essere una satira debole e contraddittoria.