giovedì 12 ottobre 2023

Dimensione Terrore

Night of the creeps

di Fred Dekker.

con: Tom Atkins, Jason Lively, Jill Withlow, Steve Marshall, Bruce Solomon, Wally Taylor, Vic Polizos, Allan Kayser, Alice Cadogan.

Horror/Commedia/Fantastico

Usa 1986


















Quando si pensa ai giovani talenti "trombati" da Hollywood, la mente corre subito a Richard Stanley, che dopo due film indipendenti si è recato ad L.A. solo per essere asfaltato dagli studios.
Eppure c'è un altro ex giovane regista di talento la cui storia è del tutto uguale e che si è per di più svolta nel medesimo periodo: Fred Dekker.



Classe  1959, Dekker firma un paio di commedie horror diventate cult e si unisce poi all'ensamble dietro a "Tales from the Crypt", del quale firma alcuni degli episodi migliori, viatico per entrare nello studio system.
Affidatagli la regia di "RoboCop 3", ha praticamente carta bianca su tutto, ma la fregatura è presto scoperta: il budget è miserevole, poco più di venti milioni di dollari, è bloccato e in parte usato per la pre-produzione già fallita una volta. Deve quindi arrangiarsi con quel che può e, anche a causa di uno script poco ispirato, finisce per firmare quello che sarà l'ultimo exploit del cyberpoliziotto di Detroit fino al remake; il flop è inevitabile e dolente: in un'epoca nella quale i blockbuster estivi si sfidano in termini di spettacolarità, "RoboCop 3" è un film modesto che sfoggia effetti speciali antiquati e non osa nulla su nessun piano. Oltre tutto, la pessima esperienza sul set lo forza al ritiro dalle scene a poco più di trent'anni e dopo aver diretto appena tre film.
Quel che è peggio è che se Stanley ha almeno goduto di un ritorno trionfale grazie a "Il Colore venuto dallo Spazio", Dekker non è ancora riuscito a ritornare in pista: il suo "The Predator", creato assieme al collega e amico (geniale) Shane Black, è stato anch'esso un gigantesco flop.
Cosa resta dunque di Dekker al cinema? Semplice: due simpatici exploit di genere, due bellissimi omaggi alla fantascienza e al horror d'antan, ossia il cult di nicchia "The Monster Squad" e il suo promettente esordio "Night of the Creeps", che in Italia è arrivato con il titolo "Dimensione Terrore", ben traslando l'indole da b-movie classico.



Scritto già ai tempi del college (in solitaria, a differenza di quanto avviene con il suo altro film), "Night of the Creeps" trova subito i finanziatori e catapulta Dekker nel mondo del lungometraggio dopo appena un paio di cortometraggi.
Un'opera prima perfettamente '80s, che si inserisce nel filone della nostalgia per il cinema di fantascienza e soprattutto dell'orrore del passato. Come John Carpenter, Joe Dante e persino David Cronenberg, anche Dekker guarda a quei b-movie seminali che ne hanno forgiato la formazione filmica, ma a differenza loro non arriva al punto di rielaborarli in chiave moderna, quanto a dare una nuova passata di colore: la storia è ultraclassica, quella di un vero e proprio remake del mitico "Plan 9 from Outer Space" di Ed Wood (le cui immagini compaiono in una scena clou, trasmesse da un televisore) e riguarda l'invasione di una specie di vermi carnivori alieni che rianimano i cadaveri trasformandoli in zombi, seminando il terrore all'interno di una cittadina di provincia, in particolare di un campus universitario, micro-cosmo nel micro-cosmo; il tutto viene condito con una buona dose di effetti splatter.



Lo spirito cinefilo si palesa sin da subito: dopo un simpatico prologo fantscientifico, con degli strambi alieni che rubano i vermi del titolo e li catapultano (per sbaglio) sulla Terra, arriviamo ad una sorta di incipit secondario, ambientato negli anni 50 e girato in bianco e nero, il quale servirà come introduzione al coprotagonista, il detective Ray Cameron interpretato dall'amato caratterista Tom Atkins.
Con un salto di circa ventisette anni, arriviamo poi al 1986, nel campus dove tutta la vicenda prenderà piede. Qui i nuovi arrivati Chris (Jason Lively) e C.J. (Steve Marshall) cercano di inserirsi a livello sociale e il primo si innamora della bella Cynthia (Jill Whitlow); e quando entrambi liberano per sbaglio un cadavere nel quale risiedevano i vermi alieni, il caos ha inizio.
Spirito cinefilo, si diceva, che prende diverse forme, non solo quello dell'omaggio ad Ed Wood e a tutti i b-movie degli anni '50 e '60, ma anche come strizzatina d'occhia al cinema di genere contemporaneo, con i personaggi che portano i nomi di registi famosi: Ray Cameron, Chris Romero, Cynthia Cronenberg, il sergente Sam Raimi, l'sopedale psichiatrico Corman, fino ad arrivare al più bizzarro, con C.J. che di cognome fa Carpenter-Hooper. Ciliegina sulla torta: in omaggio a Joe Dante c'è un cameo di Dick Miller in un ruolo che avrebbe potuto avere in uno dei suoi film. E per chi è in grado di coglierlo, c'è anche un inserto con un autista che spara gli occhi dalle orbite prima di schiantarsi, omaggio a George Miller.




Tutta la vicenda viene costruita in modo lineare, con l'invasione silenziosa che sfocia in una battaglia finale a suon di lanciafiamme. Tutto come da copione, se non fosse per il personaggio di Ray Cameron, piccola ventata di freschezza in un copione altrimenti ordinario. Se la storia di Chris, Cynthia e C.J. riprende tutti i canoni del teen-drama dell'epoca, quella di Cameron è una storia di dolore, con un detective hard-boiled innamorato del suo stesso personaggio e talmente sopra le righe da poter sembrare quasi una parodia, eppure tenuto sempre nei ranghi della serietà senza mai sfociare nel ridicolo involontario. Merito dell'amore di Dekker per il materiale di partenza e del talento di Atkins, il quale crea quello che sarà il suo personaggio più iconico, con quel "Thrill me!" ("Stupiscimi!" nella versione italiana) perfetto tormentone.



La storia di Cameron permette poi di introdurre anche degli elementi estranei e sviluppare una sottotrama talmente diversa dal resto della storia che ben avrebbe potuto risultare estranea se condotta in modo diverso. Il ritorno in vita dell'assassino dell'amore di gioventù del detective, che chiude così il secondo prologo, è un racconto nel racconto che fa la quadra non solo con la storia degli zombi, ma anche con la tematica dell'alienazione giovanile, con i due protagonisti reietti come da copione e il duro laconico che altri non è se non una loro versione invecchiata e indurita dagli anni.




Laddove l'horror viene omaggiato nella costruzione della storia e nelle sequenze di suspense, la fantascienza trova una rappresentazione non solo nel prologo tanto bislacco quanto grazioso, ma anche nella scena della scoperta del laboratorio criogenico, vero e proprio campionario di immagini e prop che sembrano uscite da un piccolo sci-fi anni '50.
Il tutto viene poi inserito all'interno delle coordinate della commedia, sia essa adolescenziale che ti stampo nero, non solo e non tanto per alleggerire i toni, quanto forse soprattutto per rendere credibile una storia altrimenti sin troppo assurda.




La mano di Dekker si nota così anche nei dialoghi simpatici, in particolare quelli del personaggio di C.J.,il personaggio più brillante che spara una serie di battute a tratti trascinanti, la cui allegria è giustapposta al suo status di portatore di handicap in modo genuino, senza nessuna velleità seriosa.
Una mano che però vacilla nel montaggio: incasellando talvolta male le singole scene, finisce per creare un ritmo troppo blando per una commedia horror, la quale avrebbe richiesto un andamento decisamente più sostenuto.
Il risultato finale è quindi tanto sincero quanto acerbo, simpatico ma non memorabile, ottimo per riscoprire un regista che avrebbe potuto dire tanto se gli fosse stato permesso.

martedì 10 ottobre 2023

Fantasmi II

Phantasm II

di Don Coscarelli.

con: James Le Gros, Reggie Bannister, Angus Scrimm, Paula Irvine, Samantha Phillips, Kenneth Tigar, Stacy Travis, Ruth C.Engel.

Fantastico/Horror

Usa 1988















Subito dopo il successo del primo "Phantasm", la carriera di Don Coscarelli avrebbe dovuto decollare, ma purtroppo così non è stato. Il suo film successivo fu "Beastmaster" (arrivato in Italia con il fuorviante titolo "Kaan principe guerriero"), sword & sorcery nato sulla base della fascinazione dell'autore per il filone e sull'onda del successo del "Conan il Barbaro" di Milius e l'esito non fu certo dei migliori: complici dei valori produttivi inadeguati e nonostante qualche bella scena, il film fu un mezzo flop e bloccò ogni sviluppo possibile per Coscarelli.
E' stato forse per questo che nella seconda metà degli anni '80 decise di tornare a quel cult che era stato il suo unico successo commerciale, per crearne un seguito. Ma non un seguito qualunque, quanto una continuazione che ne espandesse la portata, pur restando ancorato alle idee originali.
"Phantasm II" nasce così da necessità contingenti e trova l'appoggio di una major, la Unviersal, la quale dà all'autore il budget necessario per creare un film più grande; ma, al contempo, ne blocca l'uscita durante l'estate, facendolo competere con i blockbuster della stagione e garantendone un successo solo moderato, aumentato grazie all'uscita in home-video. Tuttavia, oltre a tale poco lungimirante imposizione, l'unico vero limite messo alla creatività di Coscarelli fu l'obbligo di cambiare l'attore per il ruolo del protagonista Mike, che ora ha il volto di James Le Gros, decisamente in parte e più espressivo di quanto sarà A.Michael Baldwin quando tornerà a vestirne i panni a partire dal capitolo successivo.
E "Phantasm II" alla fine mantiene tutte le sue promesse, entrando di diritto nel pantheon dei migliori seguiti mai fatti.



La formula è esattamente quella del primo film: c'è l'elaborazione del lutto da parte di un persona e c'è lo scontro con un'entità sovrannaturale, ossia il Tall Man, che in questo secondo capitolo è però una presenza più astratta. Un po' sequel, un po' remake, "Phantasm II" è simile a quell' "Evil Dead II" uscito appena un anno prima e che viene più volte citato, riproponendo quanto visto in precedenza, ma con valori produttivi più alti. E su questo, Coscarelli mette subito le carte in tavola, inserendo ben due case esplodono nei primi dodici minuti.
Il resto del film alterna la rievocazione del passato a nuovi elementi. Mike è ora un giovane uomo e assieme a Reggie inizia una caccia al Tall Man, il quale pare si stia spostando di cittadina in cittadina, lasciando dietro di sé una scia di distruzione. Nel frattempo, la new entry Liz (Paula Irvine) è alle prese con la morte del nonno e con una serie di visioni che la collegano a Mike e al Tall Man.




Concentrandosi sul personaggio di Liz, Coscarelli crea un nuovo racconto funereo dove a farla da padrone sono le suggestioni sovrannaturali e l'atmosfera autunnale; il tutto eseguito a regola d'arte, con una fotografia dai toni virati al marrone che comunica il mood generale al solito in maniera perfetta.
Quando poi l'attenzione è riservata a Mike e Reggie, le cose cambiano e il racconto diventa quello di due "acchiappa-mostri on the road"; i due personaggi, in ossequio ai tempi che cambiano e al pari di Ash di "The Evil Dead", passano così dall'essere le vittime che tentano di sopravvivere del primo film a due veri e propri eroi action, che impugnano letali armi poi divenute iconiche, come la "doppia doppietta" o il lanciafiamme fai-da-te poi rivisto in "John dies at the end", e si muovono sgommando alla guida di una muscle car, la bellissima Plymouth Barracuda già vista nel primo film e che qui diventa ennesimo oggetto-feticcio della serie.
Il personaggio di Reggie, in particolare, inizia da ora a divenire l'icona action-horror che farà breccia nel cuore dei fan, una sorta di Ash di mezza età e un po' sfigato, tanto agguerrito nell'uccidere mostri quanto sfortunato quando si tratta di concupire la bella di turno.




Le due tracce narrative si fondono a metà film e nell'ultimo atto "Phantasm II" può finalmente mostrare tutte le sue carte, inanellando una serie di sequenze action e splatter da antologia. Torna la sfera-vampiro, ovviamente, e grazie al budget ora subisce una sorta di evoluzione, con una seconda sfera dorata in grado di sparare laser e di infilarsi nel corpo delle vittime, maciullandolo dall'interno in un tripudio di effetti splatter ben invecchiati, curati tra gli altri da un giovane Greg Nicotero. Torna anche la stanza bianca e il viaggio interdimensionale riesce ad essere persino più iconico, con tanto di creatura che si risveglia e tenta di rapire i protagonisti. Ed il confronto finale con il Tall Man risplende grazie all'inventiva della messa in scena, che lo trasforma in un essere definitivamente in una creatura aliena.




Coscarelli riesce così a portare negli anni '80 la sua creatura prediletta e a trasformarla in una serie. Un sequel invecchiato meglio del primo, più grande e ameno, dove gli unici veri difetti sono dati dalla sua natura di riproposizione e dalla necessità di creare una narrazione più lineare, con tanto di uso di voce narrante dei protagonisti, la quale finisce per appiattire in parte la fascinazione data dall'incertezza degli eventi. Ma che per il resto finisce davvero per divertire.

lunedì 9 ottobre 2023

Talk to Me

di Danny e Michael Philippou.

con: Sophie Wilde, Alexandra Jensen, Joe Bird, Miranda Ottot, Zoe Terakes, Chris Aloisio, Marcus Johnson, Ari McCarthy, Sunny Johnson.

Horror

Australia, Regno Unito 2023















"Talk to Me" è l'horror dell'anno? Probabilmente si, sia a causa del grosso successo di cassetta che ha ottenuto che della penuria di titoli meritevoli distribuiti.
"Talk to Me" è un capolavoro del cinema horror? No, poiché è l'opera di due cineasti visibilmente acerbi; ma questo non gli impedisce di essere un film comunque riuscito e a suo modo originale.
Perché l'esordio in cabina di regia dei fratelli Philippou (youtuber che tuttavia hanno anche lavorato sul set di "The Babadook") cerca e riesce nella non facile impresa di dire qualcosa di diverso all'interno del filone sovrannaturale e di quello delle possessioni, riuscendo al contempo di dare un ritratto credibile di un'anima in pena, coniugando il dramma intimista ad una forma di exploitation.



Il tutto ruota ad un artefatto "maledetto", ossia la mano di una medium che, tramite un semplice rituale, permette di prendere contatto con i defunti e lasciare che questi posseggano per qualche secondo il corpo del medium surrogato. Quando però questa capita letteralmente tra le mani della adolescente Mia (Sophie Wilde), ancora traumatizzata dalla prematura scomparsa della madre, qualcosa non può che andare storto.




Il rituale diventa una forma di sballo. L'ultima frontiera della dipendenza è la possessione spiritica, con i protagonisti Gen Z che passano le serate facendosi invasare dalle anime perse nel limbo terreno. I Philippou vorrebbero quasi creare un ritratto del vuoto pneumatico degli adolescenti, con la loro ossessione per la videoripresa a scimmiottare proprio la loro carriera di videomaker, ma questa loro descrizione costellata di personaggi secondari sgradevoli alla fine non risulta sufficientemente cattiva per poter graffiare davvero.
In compenso, la storia d'orrore come metafora della assimilazione del lutto funziona tutto sommato bene. Mia resta ossessionata dalla possibilità di contattare un piano ultraterreno e il danno accade quando impone all'amico Riley (Joe Bird) di restare in contatto con lo spirito della sua defunta madre oltre il limite di tempo consentito, palesando la sua incapacità di distaccamento dalla persona che ama, ovverosia un'impossibilità di superare la perdita che si mischia con la paranoia ingenerata dalla falsa credenza che la genitrice non si sia semplicemente tolta la vita. Il che la porta ad un punto di rottura ovvio in una costruzione della storia già vista, ma che gli autori riescono a rendere fresca grazie ad una buona esecuzione.




I Philippou riescono in primis a creare un'ottima atmosfera lugubre che schiaccia i personaggi nei momenti clou, ma avvertibile anche in molti di quelli più leggeri. La tensione è ben gestita ed è affidata quasi sempre alle sole performance del buon cast. E quando la violenza fa capolino, riesce ad essere sempre disturbante. Per di più, la svolta finale, benché in parte intuibile, è lo stesso ben gestita.
E va inoltre riconosciuto loro il merito di non aver voluto ricorrere al cliché della possessione demoniaca, sin troppo abusato negli horror sovrannaturali recenti e piccola nota di originalità a coronare il tutto.




Tanto che forse l'unico vero difetto dell'operazione è insito nel fatto di come non siano riusciti a portare su schermo neanche una singola scena davvero iconica, una che fosse in grado di saldarsi nella memoria collettiva ed essere immediatamente associata al film, limitandosi a creare un semplice oggetto-feticcio. Limite forse dovuto unicamente alla loro poca esperienza nel lungometraggio e quindi del tutto scusabile. 

sabato 7 ottobre 2023

L'Esorcista- Il Credente

The Exorcist: Believer

di David Gordon Green.

con: Leslie Odom Jr., Ellen Burstyn, Lidya Jewett, Olivia O'Neill, E.J.Bonilla, Danny McCarthy, Antoni Carone, Linda Blair.

Horror

Usa 2023














---CONTIENE SPOILER---

La notizia che David Gordon Green avrebbe riservato il "trattamento Halloween" anche a "L'Esorcista" ha lasciato basiti praticamente tutti; questo perché la "nuova trilogia" dedicata a Michael Myers parte da un reverenza sin troppo marcata all'originale, riproponendone i cliché senza cercare di svecchiarli e senza fare nulla di nuovo; e quando qualcosa di nuovo si è fatto, paradossalmente il risultato è stato di gran lunga peggiore.
Rifare la stessa cosa con un film altrettanto iconico e imitato non aveva senso e la paura dell'ennesimo sequel-patacca era forte. Tra l'altro, va anche contato il fatto che come serie di film, quella basata sul capolavoro di William Friedkin non aveva motivo di esistere, visto che il capostipite non lasciava spazio a continuazioni o seguiti; e di fatto, il primo sequel, "L'Esorcista II- L'Eretico" è un bislacco tentativo di ibridare scienza e tensioni sovrannaturali, mentre il prequel "L'Esorcista- La Genesi" è un film brutto e inutile, almeno nella sua versione uscita al cinema; senza contare, poi, l'inutile serie televisiva insipida d'ordinanza; a salvarsi è dunque "L'Esorcista III", solo perché diretto da William Peter Blatty e perché basato su di un suo romanzo.
Nonostante questo, "L'Esorcista- Il Credente" arriva ben cinquant'anni esatti dopo l'originale, un record anche per un legacy sequel. Ed è null'altro che una brutta copia dell'originale.




David Gordon Green e il fido Danny McBride provano davvero a ricreare la formula elaborata da William Friedkin e William Peter Blatty, ma falliscono miseramente. Anche "Il Credente" vorrebbe essere un film sulla fede, sul percorso di un uomo, Victor (interpretato dal sempre bravo Leslie Odom jr.), artista (è un fotografo professionista) apertamente ateo, ma chiamato ad interrogarsi sulla presenza di un piano trascendentale. Costruiscono tutta la vicenda come un crescendo che culmina con l'esorcismo, richiamano, da buoni cinefili, Ellen Burtsyn nei panni di Chris McNeill e nel finale persino Linda Blair (purtroppo non sono potuti apparire gli altri due protagonisti dell'originale, ossia Max Von Sydow e Jason Miller, quest'ultimo scomparso già nel 2001) e costellano tutto il film di riflessioni sul concetto di fede e di religione.
Ma a differenza dei filmmaker di mezzo secolo fa, è chiaro come entrambi non siano davvero interessati alle questioni teologiche e le riportano per puro dovere. Ogni riflessione cade così a vuoto e risultata vacua, talvolta persino ridondante. 




Il che è davvero un peccato, perché ci sono almeno un paio di intuizioni a dir poco interessanti; la prima concerne il ruolo dei tele-evangelisti all'interno della comunità religiosa e di come il loro connubio tra spettacolo e fede, vera o fasulla che sia, finisca per informare e toccare i veri credenti; il personaggio del pastore viene però lasciato sempre ai margini di tutto, persino quando chiamato a partecipare al rito di espulsione del demone, tanto che non si capisce neanche cosa ci stia a fare. 
La seconda tocca la tematica dell'universalità degli elementi religiosi, di quel tessuto connettivo che collega ogni singolo credo sulla Terra, tra intuizioni junghiane e vera fascinazione per l'occulto; si parte dall'esempio di sicuro più affascinante e concreto possibile, ossia i rituali haitiani di stampo voodoo, la cui nascita è dovuta all'incontro tra le religioni sciamaniche africane, quelle delle civiltà pre-colombiane ed il cattolicesimo, vero esempio di universalità dei riti religiosi. Tant'è che l'esorcismo viene officiato anche da una sciamana con un rito voodoo vero e proprio; ma anche tale tematica finisce per diventare poco più che una trovata di trama, con la benedizione ricevuta durante il prologo ad Haiti a divenire lo strumento per il quale una delle due possedute riesce a salvarsi.




Perché a questo giro si raddoppiano le possessioni: due bambine, esorcizzate da due ministri del culto diversi. Due donne, perché siamo nel 2023 e le stoccate al patriarcato devono essere d'obbligo, pena lo stigma di "opera retrograda" che toccò al capolavoro di Friedkin. E se si riesce a credere al personaggio della sciamana, visto il ruolo che le donne effettivamente hanno all'interno dell'organizzazione rituale di Haiti, il fatto che il rito cattolico venga officiato da una ex novizia che ha rinunciato ai voti e che non ha mai praticato un esorcismo in vita sua, fa semplicemente ridere. Così come fa ridere il fatto che il prete di turno sia caratterizzato come un povero sfigato, come la diocesi venga ritratta come un pugno di deficienti che prima danno il loro appoggio al rituale senza neanche effettuare gli opportuni controlli, solo per poi tirarsi indietro all'ultimo. Il tutto senza neanche inviare un vero prete esorcista sul luogo, a riprova di come a regista e sceneggiatore la verosimiglianza non interessi neanche per sbaglio.




A questo giro, persino la passione cinefila non funziona più di tanto. Il ruolo giocato dal personaggio di Chris McNeill negli eventi è puramente marginale, ossia quello del mentore che viene introdotto a metà film e subito messo da parte, per il chiaro motivo di non sapere cosa farsene. I richiami al passato sono evidenti, con citazioni più o meno esplicite, ma lasciano davvero il tempo che trovano, come l'opening shot sui cani che si azzannano furiosamente e il rituale di contatto mediatico usato dalla piccola Angela e dall'amica Katherine per contattare la defunta madre della prima, che riporta alla mente le sessioni di ipnosi de "L'Eretico", ma senza mai affascinare. Proprio questa trovata di trama lascia intendere come Green e McBride abbiano compreso male il film originale: un richiamo al gioco della tavola ouija fatto da Reagan che secondo loro è stato il tramite della possessione, quando in realtà, nel primo film, la bambina entrava semplicemente in contatto con un demone che già la stava concupendo.
Sempre sulla scorta di Friedkin, i due cercano di creare un'atmosfera sinistra sin dalle prime immagini, ma non riescono mai a trasmettere quel senso di inquietudine più o meno sottile che del quale l'originale era pregno.




Tutto il resto è nulla più di quanto ci si possa aspettare da un horror demoniaco classico, ossia una serie di jump-scare, situazioni strane, fenomeni paranormali assortiti fino al rituale. E quando questo arriva, non ha la forza espressiva di quello portato in scena di Friedkin, non ha la stessa carica sconvolgente o distruttiva, né può vantare anche solo un'immagine iconica che sia una. E tutto il film, alla fin fine, risulta blando e praticamente mai teso o terrorizzante.
Va però riconosciuto in questo caso il limite ovvio di un'operazione del genere: è impossibile fare un film sulle possessioni che possa essere originale o anche davvero pauroso dopo che il capostipite effettivo del filone aveva già detto tutto il possibile e è per di più nel migliore dei modi. Tant'è che tutti i film simili che hanno avuto una certa risonanza in seguito altro non sono che delle variazioni sul tema, come il piccolo cult "The Sentinel".




Alla fine, "Il Credente", più che un film brutto, è il classico esempio di sequel inutile e malriuscito, che cerca un confronto diretto con l'originale senza avvicinarvisi neanche per sbaglio. All'interno del filone delle possessioni demoniache si è visto certamente di peggio, come il recente e ridicolo "L'Esorcista del Papa" e lo stesso "L'Esorcista- La Genesi", ma questo non lo rende effettivamente migliore di quello che è.

giovedì 5 ottobre 2023

Assassinio a Venezia

A haunting in Venice

di Kenneth Branagh.

con: Kenneth Branagh, Tina Fey, Riccardo Scamarcio, Camille Cottin, Kelly Reilly, Michelle Yeoh, Jamie Dornan, Jude Hill, Emma Laird, Ali Khan, Rowan Robinson.

Thriller/Horror

Usa, Regno Unito, Italia 2023














Il flop di "Assassinio sul Nilo" ha creato una brutta macchia sul curriculum di Kenneth Branagh, non tanto per la cattiva riuscita in sé stesso, quanto e soprattutto perché si va ad inserire nell'alveo di tutta una serie di progetti malriusciti che l'autore di origine nordirlandese ha creato negli ultimi anni, tra i quali rientrano l'inguardabile "Artemis Fowl" e persino il sopravvalutato "Belfast".
Un ritorno alla forma era necessario e Branagh ci prova con "Assassinio a Venezia", terza indagine del suo Poirot e film più ambizioso della trilogia.
Non una trasposizione diretta, quanto un adattamento a suo modo libero di "Halloween Party" della Christie, che Branagh ambienta a Venezia in modo da ricreare il leitmotiv esotico di questa sua trilogia; e nel quale gioca con i luoghi comuni e le idiosincrasie del personaggio, finendo per creare un giallo sicuramente non originale, eppure simpatico.



Venezia, 1947. Hercule Poirot (Branagh) ha deciso di ritirarsi dalla vita di investigatore, rinchiudendosi in una casa sulla laguna e in sé stesso. Ma su invito dell'amica scrittrice Ariadne Oliver (Tina Fey), decide di assistere ad una seduta spiritica tenuta durante la notte di Halloween presso la casa della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly) e tenuta dalla famosa medium Joyce Reynolds (Michelle Yeoh), la quale ha il compito di contattare l'anima della defunta figlia della Drake, Alicia (Rowan Robinson). Le cose ovviamente precipitano quando qualcuno uccide la Reynolds e tenta persino di uccidere Poirot.




Un Poirot diverso, quello di "Assassinio a Venezia"; un uomo triste e solo, in primis distrutto dal numero di morti ammazzati che ha visto prima durante le due grandi guerre, poi e soprattutto nei suoi numerosi casi, sorta di stilettata al luogo comune dei gialli della Christie nei quali la morte segue il detective di turno. Un investigatore stanco che Branagh riesce perfettamente a caratterizzare mettendo giustamente da parte il suo istrionismo, regalandoci un personaggio magnificamente mesto e per questo mai così empatico.



La costruzione della trama è ovviamente quella del giallo classico, dove questa volta i personaggi sono anche più blandi del solito, tanto che finiscono per vivere quasi essenzialmente grazie all'impegno del cast. Con l'unica eccezione del medico Ferrier (Jamie Dornan), uomo anch'egli distrutto dalla morte, nel suo caso dalla scoperta degli orrori di Bergen-Belsen, e del figlio Leopold (Jude Hill), bambino precoce che si occupa del bene del padre perseguitato dai fantasmi del passato.
E i fantasmi sono i veri protagonisti del film. Il fantasma di Alice, ovviamente, ma anche quelli dei bambini uccisi nel palazzo ove la vicenda si svolge. Fantasmi che ritornano e portano l'ateo e convinto razionalista Poirot ad interrogarsi sulle sue certezze, le quali si sgretolano per la prima volta. Ovviamente il colpo di scena finale metterà tutto in chiaro, ma anche alla fine Branagh decide di lasciare qualche dubbio addosso al suo personaggio altrimenti granitico nelle sue posizioni.



Se l'impianto è quello del whodunnit canonico, Branagh immerge tutto in una bellissima atmosfera da horror gotico. La sua Venezia è funerea, immersa in un mood oltremondano, tanto che potrebbe davvero essere la stessa del "Morte a Venezia" di Visconti.
Gli interni del Palazzo degli Innocenti sono puro horror gotico, illuminati da luci fioche, immersi in un'oscurità opprimente sempre pronta a divorare l'insicuro detective, un vero luogo stregato pieno di misteri.
Il lavoro svolto sull'estetica e sullo stile, con grandangoli magistrali che alienano la visione nei confronti dei singoli personaggi restituendo un senso di smarrimento tangibile, è ottima, tanto che non si capisce perché Branagh abbia deciso di condire il tutto con i soliti jump-scare indigesti, molti dei quali talmente gratuiti da risultare ridicoli.




Il lavoro di messa in scena permette così a tutto il film di decollare e coinvolgere e l'idea di spostare l'ambientazione in una Venezia spettrale dona al tutto un tocco di originalità; anche se con un piccolo prezzo da pagare: è evidente che Branagh non sa che la festa di Halloween non è mai stata davvero celebrata in Italia fino al XXI secolo.
Per il resto, "Assassinio a Venezia" fa il suo lavoro di giallo e riesce a convincere, lavando via l'onta di un capitolo precedente il quale si dimostrerà forse come il peggiore della serie. E regalando a Branagh una pellicola finalmente riuscita.

lunedì 2 ottobre 2023

Asteroid City

di Wes Anderson.

con: Jason Schwartzman, Scarlett Johansson, Tom Hanks, Jeffrey Wright, Bryan Cranston, Edward Norton, Matt Dillon, Steve Carell, Adrien Brody, Willem Dafoe, Rita Wilson, Tony Revolori, Bob Balaban, Tilda Swinton, Fisher Stevens, Jake Ryan, Grace Edwards, Maya Hawke, Rupert Friend, Hope Davis, Steve Park, Margot Robbie, Jeff Goldblum, .

Commedia

Usa, Germania 2023










Era solo una questione di tempo prima che Wes Anderson dirigesse un film totalmente vuoto. Vi si era avvicinato tanto già con "Il Treno per il Darjeeling", il quale però riusciva comunque a dare un ritratto credibile della "non-elaborazione" del lutto. Con "Asteroid City", purtroppo, ci riesce in pieno.
Vuotezza forse dovuta all'assenza di Owen Wilson come sceneggiatore, forse dovuta alla volontà di esasperare quel suo stile di scrittura che evita sempre catarsi risolutorie o meno, o forse ad una mancanza di ispirazione effettiva dietra la disanima di questo gruppo di personaggi disfunzionali in una situazione assurda.
Fatto sta che questa sua ultima fatica, per quanto pur sempre bella sul piano stilistico-estetico, si arena miseramente nel campo dell'insipienza.




"Asteroid City" è il racconto di un racconto, la recita di una recita, al pari del cartellone pubblicitario che riporta a sua volta una cartolina al suo interno e che appare in un paio di scene. E' in primis la pièce di un autore un po' strambo, Conrad Earp (Edward Norton), il quale ha l'idea di portarla in scena anche grazie all'incontro con l'attore che poi ne interpreterà il protagonista Augie Steenback (Jason Schwartzman). Tale protagonista si ritrova nella città del titolo, fatta unicamente da un motel ed un diner in mezzo al deserto in un imprecisato stato dell'ovest Usa, assieme ai quattro figli e fresco del lutto della moglie (Margot Robbie). Intorno a lui, causa un festival per giovani scienziati, una baraonda di personaggi pittoreschi. Ed entrambi i piani narrativi sono poi incorniciati all'interno di una terza traccia, la ricostruzione della creazione della pièce in uno special televisivo narrato da un conduttore invadente (Bryan Cranston).




Un film che è tutto nelle premesse: il caos artistico e produttivo dietro la messa in scena teatrale, il caos emotivo di un pugno di personaggi allo sbando.
Se il cinema di Anderson ha sempre giocato con uno stile di messa in scena teatrale, dove geometricità del quadro e movimenti di macchina certosini altro non sono che l'equivalente filmico di un proscenio ben allestito, "Asteroid City" va oltre e porta direttamente in scena il teatro, alternando quello vero ad una rappresentazione immaginifica della stesso, dove la finzione cinematografica amplifica quella del palco.
Pur tuttavia, questo gioco di specchi tra personaggi e attori, deus ex machina frustrati e sfigati, narratore e interpreti che non capiscono l'andazzo del copione e per questo interrompono la narrazione filmica, non trova mai uno sbocco significativo e si perde nella contemplazione onanistica della dualità narrativa; una dualità che esiste, in buona sostanza, solo per esistere, senza voler dire nulla di davvero concreto.




Se la cornice metanarrativa è così del tutto pretestuosa e, prima ancora, pretenziosa, del tutto arido è il testo nel testo, la storia di Augie, i suoi quattro figli, il suo rapporto con la strana e affascinante diva Midge Campbell (Scarlett Johansson), l'elaborazione della perdita della moglie, il rapporto con lo strambo padre (Tom Hanks) e tutto il contorno di personaggi altrettanto "spezzati" che ha intorno.
Tutti i rapporti interpersonali esistono, ma non si ha davvero la volontà di sviscerarli, di dar loro una forma che vada al di là dei semplici dialoghi briosi e delle situazioni comiche. L'unica eccezione è quella data dal rapporto tra J.J. Kellog (Liev Schreiber) e il figlio. La catarsi, come sempre, è assente, ma questa anche tutto quello che dovrebbe portare verso la stessa lo è.
Si gira così in tondo alle emozioni dei personaggi, alle loro idiosincrasie e difetti, li si sbeffeggia in gag al solito divertenti, con dialoghi freschi e ilari, dove tra l'altro ogni tanto emerge qualche influenza della cattiveria dello stile di scrittura dei fratelli Coen, non si capisce se casuale o meno. Ma non si riesce mai davvero ad empatizzare con loro, né a vederli sotto un'ottica davvero convincente. Con il risultato che tutto diventa una sarabanda di facce buffe, situazioni simpatiche e battute briose che non vanno a parare da nessuna parte.




Allo stesso modo è impossibile assimilare qualcosa dalla descrizione del contesto storico-geografico, che pur vorrebbe essere parte integrante della narrazione. Asteroid City, gruppo di bungalow nel nulla dell'America, non-luogo di passaggio attraversato da banditi nel quale tutti i personaggi si ritrovano in teoria temporaneamente e che vorrebbe diventare un luogo preciso grazie alla vendita di minuscoli lotti a prezzi stracciati; nel mentre, arrivano a galla la paura del diverso, la rincorsa verso il futuro, l'indeterminatezza e l'intettidune di militari e scienziati; tutto concorre a creare un ritratto di un'America che fu e che è, ma che non riesce mai davvero davvero ad essere graffiante.




Non resta quindi che consolarsi con la messa in scena. L'occhio di Anderson trova una nuova profondità nelle prime scene, che si fregiano di una lunghezza di campo in parte inedita. I suoi movimenti di macchina si fanno ancora più ricercati, con panoramiche quasi ossessive. Mentre l'uso dei colori è al solito magistrale, con cromatismi in parte desaturati che fanno somigliare le immagini a quadri di Edward Hopper in movimento.




Che sia l'inizio di una fase calante per la carriera di Wes Anderson? Si spera ovviamente di no: gli elementi per creare un'opera al suo solito memorabile qui ci sono tutti, è solo che il sguardo si ferma sempre, prepotentemente, sulla loro superficie.

domenica 1 ottobre 2023

Fantasmi

Phantasm

di Don Coscarelli.

con: A.Michael Baldwin, Angus Scrimm, Bill Thornbury, Reggie Bannister, Lynn Eastman-Rossi, Terrie Kalbus, Mary Ellen Shaw, Kathy Lester.

Fantastico/Horror

Usa 1979














---CONTIENE SPOILER---

Se lo si dovesse chiedere ad uno spettatore non patito di cinema dell'orrore, difficilmente questi conoscerebbe la serie di "Phantasm". Il che è anche alquanto strano visto che molti dei suoi elementi caratterizzanti sono comunque entrati nella coscienza collettiva poiché ripresi da altre serie o opere anche non cinematografiche. Si pensi all'iconica sfera-vampiro, apparsa in diversi videogame, al bel tema musicale poi riutilizzato dagli Entombed o al villain Tall Man, praticamente copiato dai creatori di Slenderman. Eppure, "Phantasm", a differenza delle saghe di "Halloween", "Venerdì 13" e "A Nightmare on Elm Street", non ha mai davvero raggiunto lo status di pellicola popolare.
Cosa molto strana, visto come il primo film della serie sia tutto sommato ancora oggi godibile, anche se non invecchiato benissimo, così come il fatto che anche i sequel abbiano sempre bene o male mantenuto un livello dignitoso (salvo l'ultimo exploit) e di come Don Coscarelli, vero e proprio deus ex machina di tutti i film, sia dotato di uno stile di messa in scena interessante.




L'idea per "Phantasm" arriva a Coscarelli nel 1976 durante le riprese di "Kenny & Company", il suo secondo film; in questa piccola commedia per ragazzi c'è una scena dove il protagonista finisce nella casa degli orrori di un luna park, venendo spaventato a morte dalla corsa; scena che viene costruita come quella di un horror vero e proprio e che nelle parole del regista ha divertito lui e il cast più di molte altre sequenze, da cui l'input di girare un film del terrore vero e proprio; senza contare come l'influenza di horror e sci-fi fosse essenziale già nella sua formazione filmica. 
Riguardo la storia, Coscarelli si dirà da sempre affascinato dal concetto della morte e da come i riti funebri vengono ufficiati in America, dove il corpo del defunto viene affidato dai famigliari a degli sconosciuti i quali lo "rubano" fino alle esequie, da cui, a sua volta, viene l'idea di un becchino che trafuga i cadaveri per farne chissà cosa.
Le riprese iniziano già nel '76 e si protraggono per oltre tre anni; la produzione è minuscola, con l'amico Paul Pepperman nei panni di produttore e addetto agli effetti speciali e la madre del regista nel ruolo di addetta alle scenografie e ai costumi (la quale pare abbia cucito da sé le tuniche dei mostriciattoli aiutanti di Tall Man). 




Con un montaggio iniziale di oltre tre ore, "Phantasm" è un film troppo lungo e frammentario; la storia si focalizza inizialmente sul piccolo protagonista Mike (A. Michael Baldwin) e suo fratello Jody (Bill Thornbury), da poco rimasti orfani di entrambi i genitori, oltre che il loro rapporto con due ragazze della cittadina in cui abitano. Ottenuta la distribuzione, Coscarelli si ritrova a dover scartare molto del girato, il quale finirà per costituire gran parte del minutaggio del successivo "Phantasm IV- Oblivion" oltre vent'anni dopo; creata una versione più "digeribile" di circa 90 minuti, il film si concentra così sul solo personaggio di Mike, sulla elaborazione del lutto e sul mistero che circonda Tall Man (Angus Scrimm).




Benché solitamente incluso all'interno del genere horror, "Phantasm" rappresenta un'anomalia, non essendo un film dell'orrore vero e proprio, quanto una sorta di favola nera, un racconto metaforico ed espressionista nel quale l'autore racconta il rapporto tra un ragazzo e il concetto della morte.
"Phantasm" è un film sullo scontro tra dimensioni. Il più ovvio è quello tra dimensioni materiali, quella nostrana e quella del Tall Man, essere extradimensionale che usa i cadaveri dei terrestri per creare dei nani da usare come schiavi nel suo mondo, connesso per il tramite di quella visionaria stanza bianca e del congegno dato da due piccoli cilindri metallici, che nella loro semplicità donano al tutto un bel tono sci-fi.
Il più importante è invece lo scontro tra la dimensione del reale e quella dell'immaginario. Per tutto il film si assiste ad una serie di eventi inspiegabili anche all'interno della mitologia che esso stesso imbastisce. La spiegazione è in realtà semplice: come il finale suggerisce, pur nel sua natura anarchica e sovversiva, la chiave di lettura è quella della perdita di raziocinio del personaggio di Mike, il quale è stato colpito dapprima dalla morte dei genitori, poi da quella del fratello maggiore Jody; cosa che lo ha portato ad elaborare lo shock iniziale e la solitudine successiva mediante la creazione di un "fantasma", un'immagine residua del fratello e i mostri che li perseguitano. Coscarelli ha di fatto spiegato come il fantasma del titolo non si riferisca ad un'entità ectoplasmatica, quanto ad un fantasma interiore, ad una allucinazione causata da un trauma, nell'accezione spesso usata da Edgar Allan Poe nei suoi scritti.
La narrazione è così quella di una favola dark, come si diceva, il racconto di una mente spezzata che si perde nei meandri del dolore e della paura, i due elementi portanti di tutto il film.




La paura corrompe la mente e dà forza all'allucinazione; per dar corpo a tale assunto, il regista ricrea la scena dell'ordalia del Gom Jabbar di "Dune" anni prima dell'adattamento di Lynch, con Mike che infila la mano in una scatola che contiene letteralmente un dolore fisico creato dalla sua paura; il superamento di tale fobia lo porta nel finale a togliere potere al Tall Man (o alla sua seconda incarnazione, la donna con l'abito color lavanda che concupisce gli uomini del luogo) e a sfuggire alla sua presa.
Tall Man (che nella versione italiana diventa "l'uomo alto alto", sottolineando squisitamente l'aspetto favolistico della storia) diventa così l'incarnazione della paura della morte e, ancora di più, di tutta la cifra ignota che essa porta con sé, con l'altra dimensione ideale materializzazione di un aldilà al quale si accede attraverso una porta all'interno di un mausoleo ed un mietitore tristo mostruoso.




Pur con un budget di soli trecentomila dollari, Coscarelli riesce a creare sequenze memorabili, alcune delle quali parto di una visione precisa del mezzo filmico. La più famosa è quella dell'incubo, con Mike che si ritrova nel cimitero ed il Tall Man che torreggia sul suo letto, dalla perfetta costruzione pittorica, un'immagine tanto bella quanto inquietante. La seconda (e altrettanto celebre) è l'attacco della sfera-vampiro, costata neanche due mila dollari in totale, vero e proprio guizzo di creatività filmica ed inventiva estetica.
La bellissima atmosfera è data da una fotografia contrastata, che trasmette magnificamente un mood autunnale, funereo, ma anche sottilmente surreale. E la maschera del Tall Man, affidata all'ottimo Angus Scrimm, inqueta e affascina in modo genuino, un'entità sinistra, difficile da decifrare, che trasmette una sensazione di pericolo ogni volta che entra in scena.



Non tutto, però, funziona alla stesso modo, proprio a causa dello scarso budget. Se il look del film è ancora oggi bello e l'atmosfera funziona benissimo, alcuni effetti speciali sono invecchiati smaccatamente male; decisamente poco digeribile è la lunga sequenza del dito mozzato che si trasforma in insetto carnivoro, che con i mezzi dell'epoca sarebbe stata di difficile realizzazione già in un film ad alto budget e che in una piccola produzione indipendente diventa purtroppo la parte meno riuscita. Allo stesso modo, il ritmo non è sempre ideale: la lentezza, soprattutto nel primo atto, dovuta al forte lavoro in sala di montaggio, rende la visione a tratti pesante, non essendo quasi mai giustificata.




Eppure, anche se in parte invecchiato, "Phantasm" ha perso davvero poco del suo charme: ancora oggi riserva una visione interessante ed emozionante, con belle immagini e personaggi memorabili, tanto che il suo status di cult e prima ancora il successo commerciale che godette all'uscita sono a dir poco meritati.