giovedì 19 ottobre 2023

Phantasm III- Lord of the Dead

di Don Coscarelli.

con: Reggie Bannister, Angus Scrimm, Kevin Conners, Gloria Lynn Henry, A.Michael Baldwin, Bill Thornbury, Cindy Ambuhel, John Davis Chandler, Brooks Gardner, Sarah Davis.

Fantastico/Horror/Grottesco

Usa 1994
















Gli incassi di "Phantasm II" furono più che buoni e l'accoglienza da parte della critica e dei fan superò le aspettative, ma non si trattò del blockbuster che i capi della Universal speravano, nonostante lo avessero letteralmente "mandato a morire" al box office. Il via libera per "Phantasm III" arrivò così solo nei primi anni '90 e il film finito venne distribuito solo in home-video, pratica che purtroppo diverrà comune anche per i film successivi.
Don Coscarelli si ritrovò con un budget più piccolo, non di molto, ma quanto bastò per forzarlo a ridimensionare l'idea originale di un film ambientato totalmente nel deserto e con un finale in Alaska. Pur tuttavia, il capitale vincolato venne controbilanciato con la più totale libertà creativa: pur restando nei limiti del producibile, poteva fare nel film tutto ciò che avrebbe voluto. E per prima cosa, richiamò a bordo A.Michael Baldwin per interpretare Mike e persino Bill Thornbury per ritornare nel ruolo di Jody, oltre a promuovere Reggie Bannister a vero protagonista del film.
Purtroppo, alla piena libertà libertà creativa non corrisponde la piena ispirazione e "Lord of the Dead" finisce per rappresentare un piccolo passo indietro nella saga, anche se graziato da qualche bel tocco di classe.




Proprio come il capitolo precedente, anche questo inizia nel momento esatto in cui il predecessore finiva: Reggie per fortuna non è morto e anche Mike si salva dal colpo di coda del Tall Man. In compenso, Liz viene uccisa nei primissimi istanti, una trovata coraggiosa vista l'importanza del personaggio. E anche Mike finisce nelle grinfie del becchino transdimensionale, lasciando Reggie da solo e alla ricerca di un modo per salvarlo.




Come in "Phantasm II" anche questo terzo capitolo ha una struttura da road-movie, con il cacciatore di mostri che vaga di paese in paese a bordo della mitica plymouth 'cuda e armato fino ai denti, sulle tracce del Tall Man. E anche in questo caso incontra sul suo cammino una serie di personaggi importanti, tanto che Coscarelli arriva persino a ripetere la bella inquadratura della soggettiva del passeggero che ha la visione di un'autostoppista. La differenza la fa il tono, ora spesso e volentieri virato verso l'umoristico.
Per tutta la prima parte, la dinamica tra Reggie e il giovane Mike viene cucita sulla new entry Tim (Kevin Conners), bambino precoce che sopravvive in un mondo sull'orlo del disastro a causa delle azioni degli esseri extradimensiali. Ma questa sua lotta prende le forme di una sorta di parodia di "Mamma, ho perso l'aereo", con il giovane asserragliato in una casa piena di trabbocchetti pronti a percuotere l'invasore di turno. Il quale prende le sembianze non del Tall Man o dei suoi nani, bensì di quelle di tre strambi ladri; e con la differenza che le trappole sono letali, in una deviazione tanto ironica quanto feroce.




Se tale trovata dona un tocco di originalità a questo terzo capitolo, l'umorismo finisce per annientare la bella atmosfera onirica e funerea, la quale diventa invece quella di un cartoon folle. E se l'intento era di quello di riprendere il modello di Sam Raimi ed il suo "Evil Dead II", purtroppo Coscarelli non riesce ad averne la stessa grazia nel coniugare risate e splatter.
Tutta la prima metà del film è così una sorta di rifacimento in chiave faceta di quanto visto in passato; citazionismo torna anche nel finale, che mima in tutto e per tutto quello del primo film. "Lord of the Dead" risulta così a tratti indigesto e viene salvato da giusto un paio di trovate ben congegnate.




La prima è l'espansione della mitologia. Ora anche le sfere-vampiro hanno una loro funzione e origine: sono dei "soldati" che il popolo del Tall Man usa per invadere le dimensioni attigue e nascono quando il cervello dei cadaveri (il cui corpo vuoto viene usato per creare i nani) viene innestato in questa sorta di corpo cibernetico. Jody diventa così una sfera nera che guida Reggie e Mike e comunica con loro attraverso i sogni. In modo simile, il doppio colpo di scena finale fa intuire un collegamento profondo tra Mike e i mostri, unendo i personaggi in un connubio mortale.




La seconda è il ricorso a stunt e scene d'azione più marcate per compensare lo splatter più esiguo. Gli scontri con gli zombi dei tre ladri, nuovi sgherri del Tall Man, brillano per inventiva nelle coreografie e soprattutto sono impreziosite dalla bella scena dello schianto del carro funebre, piccolo pezzo di buon cinema action perfettamente calato nel contesto orrorifico-grottesco del resto del film.
Rimarchevole anche l'introduzione del personaggio di Rocky, interpretato dalla bella e atletica Gloria Lynn Henry, vera e propria amazzone-soldato che tiene a bada le avance di Reggie e non sfigurerebbe come protagonista di un film d'azione vero e proprio.




Per il resto, purtroppo, "Phantasm III" è al meglio una copia più blanda del passato, al peggio un connubio malriuscito. Chi ha amato i due capitoli precedenti si ritroverà spiazzato a causa del cambio di tono indigesto e della riproposizione delle medesime situazioni, che questa volta tornano in maniera meccanica. Solo gli spettatori meno affezionati potrebbero invece apprezzarlo proprio per la sua originalità all'interno della serie.

mercoledì 18 ottobre 2023

Dogman

di Luc Besson.

con: Caleb Landry Jones, Jojo T.Gibbs, Christopher Denham, Maria Berenson, Clemens Schick, Michael Garza, Avant Strangel, Grace Palma.

Francia, Usa 2023


















L'immeritato flop di "Valerian e la città dei mille pianeti" ha messo un ennesimo freno all'ambizione di Luc Besson, il quale ha dovuto ripiegare nuovamente sul suo tipo di cinema abituale. Bando, dunque, a trame rocambolesche, mondi fantascientifici ameni e umorismo gioviale, in favore di un ritorno di personaggi complessi e complessati in un nuovo mix di melò e noir, come già avvenuto nel 2019 con "Anna". E anche "Dogman" è null'altro se non un concentrato di (quasi) tutto il cinema del turbinoso autore francese, nel quale confluiscono fior fiori di cliché e luoghi comuni annaffiati da qualche rimando cinefilo, in un mix che per puro miracolo risulta simpatico.




Il protagonista Douglas, affidato ad un Caleb Landry Jones che finalmente può sfogare tutto il suo range attoriale, è un'anima persa al pari di Léon, Nikita e Danny the Dog (da cui anche il simbolismo del canide): cresciuto in una famiglia disfunzionale la quale lo ha segnato tanto nella mente quanto nel corpo, sottomesso ad una potestà divina che riconosce con forte riluttanza, si ritrova a vivere una vita ai margini della società, con i cani come soli veri famigliari. E tutto "Dogman" altro non se non uno spaccato di questo personaggio rotto ed incredibilmente empatico.




Il punto di riferimento principale è il Joker di Todd Phillips, citato esplicitamente a margine della promozione del film, ma lo sguardo che Besson rivolge al suo Joker non è di biasimo, quanto di compassione; laddove il Clown Principe del Crimine era un uomo malato e sofferente che il cinismo della società trasforma prima in un mostro, poi in una maschera deformata del lerciume che lo ha prodotto, il Dogman è una vittima che anche quando adopera la violenza lo fa al fine di proteggere il prossimo o al massimo se stesso; tanto che se di villain si vuole parlare, questo strano supercriminale sembrerebbe uscito davvero dalla rogue gallery di Batman, più precisamente, però, da quella versione vista nella serie animata di Bruce Timm e Paul Dini, dove la maggior parte dei "cattivi" altro non erano che vittime incattivite.




Douglas è la quintessenza di tale tipo di personaggio e Besson non ci va certo leggero con la sua caratterizzazione. Si parte da quella famiglia di redneck del New Jersey che potrebbero essere la parodia dello stereotipo, se non fossero usati in modo mortalmente serio nella narrazione, con un padre violento per natura, un fratello infame anche lui per natura e una madre che scappa via subito con la scusa di una nuova gravidanza. Il tutto immerso in una religiosità ottusa e bieca, che porta il protagonista ad odiare Dio e anzi ad indentificarlo con la figura canina (l'ovvio anagramma tra "god" e "dog").
Doug (anche qui il nome richiama il termine "dog") sviluppa così una personalità dolente e soprattutto frammentata, da cui il ricorso alle maschere per potersi esprimere; dapprima tramite il teatro, con una sottotrama anch'essa ovvia, in secondo luogo con i travestimenti drag e l'acquisizione di uno status di travestito vero e proprio, anche se non di omosessuale, calato all'interno di un immaginario queer antiquato.




Il ritratto di quest'anima in pena fa poi il paio con il contesto noir, dato dapprima dal suo ruolo di "giustiziere" di quartiere, mentre nella seconda parte di ladro che vede nel furto una forma di ribellione alla società, anch'essa blanda; in entrambi i casi le influenze fumettistiche sono anche la parte più gustosa, con i cani usati come prolungamento del corpo del personaggio, in una sorta di superpotere sottile, la cui origine è data per scontata, creando sicuramente una lacuna, ma lasciando che tutta la vicenda diventi così anche più affascinante.




Alla fine, tutto in "Dogman" è già visto, tutto è esagerato fino al kitsch, ogni singolo aspetto della sceneggiatura non si smuove di un millimetro dal puro luogo comune, portato poi in scena nel modo più convenzionale possibile. 
Eppure, in una alchimia tanto stramba quanto impossibile da razionalizzare, il risultato è lo stesso interessante; merito dell'impegno di Caleb Landry Jones e dello stesso Besson, che credono fino in fondo a quanto stanno facendo, rendeno questo exploit tanto ovvio quanto incantevole.

domenica 15 ottobre 2023

R.I.P. Piper Laurie




1932 - 2023

Da piccola diva della Hollywood degli anni '50 ad amatissima interprete di cult d'autore, la carriera di Piper Laurie è stata quantomai completa e sfaccettata, riuscendo ad interpretare il ruolo della "fidanzatina" in gioventù così come quello della matriarca sanguinaria in età più avanzata con eguale efficacia. 
Da leggenda il suo ritiro dalle scene nel 1962, dopo aver ottenuto una nomination agli Oscar per il suo ruolo ne "Lo Spaccone" al fianco di Paul Newman, interrotto nel 1974 su insistente richiesta di Brian De Palma, il quale le ha regalato il ruolo del rilancio e della vita: la mostruosa madre di "Carrie- Lo Sguardo di Satana". 

venerdì 13 ottobre 2023

Cimitero Vivente: Le Origini

Pet Sematary: Bloodlines

di Lindsey Anderson Beer.

con: Jackson White, Natalie Alyn Lind, David Duchovny, Pam Grier, Samantha Mathis, Henry Thomas, Forrest Goodluck, Isabella LaBLanc, Christian Jadah.

Horror

Usa 2023












Quella di "Pet Sematary" è la classica storia che non ha bisogno di continuazioni; non per nulla, quando già Mary Lambert fece un sequel al suo adattamento originale, il risultato è stato alquanto squallido. 
Il secondo adattamento, datato 2019, aveva tutto sommato il suo motivo di esistere, ma anche in quel caso il risultato non è stato certo memorabile. 
Un prequel ha quindi senso? In teoria si, visto che la storia di questo "Bloodlines" era già stata accennata in origine. Pur tuttavia, nonostante le buone intenzioni, anche in questo caso il risultato lascia il tempo che trova.




Il protagonista è ora il personaggio di Jud Crandall, che nel remake aveva il volto di John Lithgow. E' il 1969 e uno dei migliori amici di Jud, Timmy (Jack Mulhern) non è sopravvissuto alla guerra in Vietnam; suo padre Bill (David Duchovny) decide quindi di riportarlo in vita usando il terreno maledetto...




L'aspetto più interessante di "Cimitero Vivente" e del suo rifacimento è la sua struttura da dramma famigliare, con l'indissolubilità degli affetti a divenire viatico per l'inferno. "Bloodlines" cambia le carte in tavola e pone al centro l'intera comunità di Ludlow. La mitologia viene così riscritta e ampliata per servire meglio a questa nuova scala: il cimitero ha ora la funzione di barriera per impedire che un arcano "male" che si muove nei boschi possa diffondersi oltre. E la cittadina altro non è se non un avamposto dove gli abitanti cercando di arginarne la portata.
Il tema centrale è quindi quello della civiltà costituita (sia in senso moderno che arcaico, visti i rimandi all'azione della tribù di nativi insediatasi nei dintorni prima dell'arrivo dei coloni) come muro contro un caos arcaico, il ruolo della comunità come sentinella sul bene collettivo anche ultraneo ad essa.
Il dramma si fa così collettivo e la situazione famigliare è nuovamente la scintilla per il caos. Pur tuttavia, tutta la vicenda viene costruita nel modo più convenzionale possibile.




Il redivivo Timmy diventa il mostro di turno e le sue vittime sono al solito gli altri personaggi, con tanto di escalation da slasher movie. Tutto scorre nel modo più ovvio, con l'aggravante che la regia non riesce mai davvero a creare la giusta suspense e la noia inizia a fare sovente capolino. Fino a quel finale dove persino la sospensione dell'incredulità vacilla davanti ad un resuscitato che in un pugno di giorni riesce a costruire un sistema di tunnel da fare invidia ai viet cong.




A salvarsi è così solo il cast, nel compaiono una sempre brava Pam Grier, un Henry Thomas passato dall'essere figlio senza padre a padre che fa carte false per proteggere il proprio figlio e soprattutto un David Duchovny forse mai così ispirato, vera sorpresa di tutta l'operazione.
Per il resto, "Bloodlines" è un horroretto convenzionale che gioca male le sue carte, pur imbastendo una mitologia interessante.

giovedì 12 ottobre 2023

Dimensione Terrore

Night of the creeps

di Fred Dekker.

con: Tom Atkins, Jason Lively, Jill Withlow, Steve Marshall, Bruce Solomon, Wally Taylor, Vic Polizos, Allan Kayser, Alice Cadogan.

Horror/Commedia/Fantastico

Usa 1986


















Quando si pensa ai giovani talenti "trombati" da Hollywood, la mente corre subito a Richard Stanley, che dopo due film indipendenti si è recato ad L.A. solo per essere asfaltato dagli studios.
Eppure c'è un altro ex giovane regista di talento la cui storia è del tutto uguale e che si è per di più svolta nel medesimo periodo: Fred Dekker.



Classe  1959, Dekker firma un paio di commedie horror diventate cult e si unisce poi all'ensamble dietro a "Tales from the Crypt", del quale firma alcuni degli episodi migliori, viatico per entrare nello studio system.
Affidatagli la regia di "RoboCop 3", ha praticamente carta bianca su tutto, ma la fregatura è presto scoperta: il budget è miserevole, poco più di venti milioni di dollari, è bloccato e in parte usato per la pre-produzione già fallita una volta. Deve quindi arrangiarsi con quel che può e, anche a causa di uno script poco ispirato, finisce per firmare quello che sarà l'ultimo exploit del cyberpoliziotto di Detroit fino al remake; il flop è inevitabile e dolente: in un'epoca nella quale i blockbuster estivi si sfidano in termini di spettacolarità, "RoboCop 3" è un film modesto che sfoggia effetti speciali antiquati e non osa nulla su nessun piano. Oltre tutto, la pessima esperienza sul set lo forza al ritiro dalle scene a poco più di trent'anni e dopo aver diretto appena tre film.
Quel che è peggio è che se Stanley ha almeno goduto di un ritorno trionfale grazie a "Il Colore venuto dallo Spazio", Dekker non è ancora riuscito a ritornare in pista: il suo "The Predator", creato assieme al collega e amico (geniale) Shane Black, è stato anch'esso un gigantesco flop.
Cosa resta dunque di Dekker al cinema? Semplice: due simpatici exploit di genere, due bellissimi omaggi alla fantascienza e al horror d'antan, ossia il cult di nicchia "The Monster Squad" e il suo promettente esordio "Night of the Creeps", che in Italia è arrivato con il titolo "Dimensione Terrore", ben traslando l'indole da b-movie classico.



Scritto già ai tempi del college (in solitaria, a differenza di quanto avviene con il suo altro film), "Night of the Creeps" trova subito i finanziatori e catapulta Dekker nel mondo del lungometraggio dopo appena un paio di cortometraggi.
Un'opera prima perfettamente '80s, che si inserisce nel filone della nostalgia per il cinema di fantascienza e soprattutto dell'orrore del passato. Come John Carpenter, Joe Dante e persino David Cronenberg, anche Dekker guarda a quei b-movie seminali che ne hanno forgiato la formazione filmica, ma a differenza loro non arriva al punto di rielaborarli in chiave moderna, quanto a dare una nuova passata di colore: la storia è ultraclassica, quella di un vero e proprio remake del mitico "Plan 9 from Outer Space" di Ed Wood (le cui immagini compaiono in una scena clou, trasmesse da un televisore) e riguarda l'invasione di una specie di vermi carnivori alieni che rianimano i cadaveri trasformandoli in zombi, seminando il terrore all'interno di una cittadina di provincia, in particolare di un campus universitario, micro-cosmo nel micro-cosmo; il tutto viene condito con una buona dose di effetti splatter.



Lo spirito cinefilo si palesa sin da subito: dopo un simpatico prologo fantscientifico, con degli strambi alieni che rubano i vermi del titolo e li catapultano (per sbaglio) sulla Terra, arriviamo ad una sorta di incipit secondario, ambientato negli anni 50 e girato in bianco e nero, il quale servirà come introduzione al coprotagonista, il detective Ray Cameron interpretato dall'amato caratterista Tom Atkins.
Con un salto di circa ventisette anni, arriviamo poi al 1986, nel campus dove tutta la vicenda prenderà piede. Qui i nuovi arrivati Chris (Jason Lively) e C.J. (Steve Marshall) cercano di inserirsi a livello sociale e il primo si innamora della bella Cynthia (Jill Whitlow); e quando entrambi liberano per sbaglio un cadavere nel quale risiedevano i vermi alieni, il caos ha inizio.
Spirito cinefilo, si diceva, che prende diverse forme, non solo quello dell'omaggio ad Ed Wood e a tutti i b-movie degli anni '50 e '60, ma anche come strizzatina d'occhia al cinema di genere contemporaneo, con i personaggi che portano i nomi di registi famosi: Ray Cameron, Chris Romero, Cynthia Cronenberg, il sergente Sam Raimi, l'sopedale psichiatrico Corman, fino ad arrivare al più bizzarro, con C.J. che di cognome fa Carpenter-Hooper. Ciliegina sulla torta: in omaggio a Joe Dante c'è un cameo di Dick Miller in un ruolo che avrebbe potuto avere in uno dei suoi film. E per chi è in grado di coglierlo, c'è anche un inserto con un autista che spara gli occhi dalle orbite prima di schiantarsi, omaggio a George Miller.




Tutta la vicenda viene costruita in modo lineare, con l'invasione silenziosa che sfocia in una battaglia finale a suon di lanciafiamme. Tutto come da copione, se non fosse per il personaggio di Ray Cameron, piccola ventata di freschezza in un copione altrimenti ordinario. Se la storia di Chris, Cynthia e C.J. riprende tutti i canoni del teen-drama dell'epoca, quella di Cameron è una storia di dolore, con un detective hard-boiled innamorato del suo stesso personaggio e talmente sopra le righe da poter sembrare quasi una parodia, eppure tenuto sempre nei ranghi della serietà senza mai sfociare nel ridicolo involontario. Merito dell'amore di Dekker per il materiale di partenza e del talento di Atkins, il quale crea quello che sarà il suo personaggio più iconico, con quel "Thrill me!" ("Stupiscimi!" nella versione italiana) perfetto tormentone.



La storia di Cameron permette poi di introdurre anche degli elementi estranei e sviluppare una sottotrama talmente diversa dal resto della storia che ben avrebbe potuto risultare estranea se condotta in modo diverso. Il ritorno in vita dell'assassino dell'amore di gioventù del detective, che chiude così il secondo prologo, è un racconto nel racconto che fa la quadra non solo con la storia degli zombi, ma anche con la tematica dell'alienazione giovanile, con i due protagonisti reietti come da copione e il duro laconico che altri non è se non una loro versione invecchiata e indurita dagli anni.




Laddove l'horror viene omaggiato nella costruzione della storia e nelle sequenze di suspense, la fantascienza trova una rappresentazione non solo nel prologo tanto bislacco quanto grazioso, ma anche nella scena della scoperta del laboratorio criogenico, vero e proprio campionario di immagini e prop che sembrano uscite da un piccolo sci-fi anni '50.
Il tutto viene poi inserito all'interno delle coordinate della commedia, sia essa adolescenziale che ti stampo nero, non solo e non tanto per alleggerire i toni, quanto forse soprattutto per rendere credibile una storia altrimenti sin troppo assurda.




La mano di Dekker si nota così anche nei dialoghi simpatici, in particolare quelli del personaggio di C.J.,il personaggio più brillante che spara una serie di battute a tratti trascinanti, la cui allegria è giustapposta al suo status di portatore di handicap in modo genuino, senza nessuna velleità seriosa.
Una mano che però vacilla nel montaggio: incasellando talvolta male le singole scene, finisce per creare un ritmo troppo blando per una commedia horror, la quale avrebbe richiesto un andamento decisamente più sostenuto.
Il risultato finale è quindi tanto sincero quanto acerbo, simpatico ma non memorabile, ottimo per riscoprire un regista che avrebbe potuto dire tanto se gli fosse stato permesso.

martedì 10 ottobre 2023

Fantasmi II

Phantasm II

di Don Coscarelli.

con: James Le Gros, Reggie Bannister, Angus Scrimm, Paula Irvine, Samantha Phillips, Kenneth Tigar, Stacy Travis, Ruth C.Engel.

Fantastico/Horror

Usa 1988















Subito dopo il successo del primo "Phantasm", la carriera di Don Coscarelli avrebbe dovuto decollare, ma purtroppo così non è stato. Il suo film successivo fu "Beastmaster" (arrivato in Italia con il fuorviante titolo "Kaan principe guerriero"), sword & sorcery nato sulla base della fascinazione dell'autore per il filone e sull'onda del successo del "Conan il Barbaro" di Milius e l'esito non fu certo dei migliori: complici dei valori produttivi inadeguati e nonostante qualche bella scena, il film fu un mezzo flop e bloccò ogni sviluppo possibile per Coscarelli.
E' stato forse per questo che nella seconda metà degli anni '80 decise di tornare a quel cult che era stato il suo unico successo commerciale, per crearne un seguito. Ma non un seguito qualunque, quanto una continuazione che ne espandesse la portata, pur restando ancorato alle idee originali.
"Phantasm II" nasce così da necessità contingenti e trova l'appoggio di una major, la Unviersal, la quale dà all'autore il budget necessario per creare un film più grande; ma, al contempo, ne blocca l'uscita durante l'estate, facendolo competere con i blockbuster della stagione e garantendone un successo solo moderato, aumentato grazie all'uscita in home-video. Tuttavia, oltre a tale poco lungimirante imposizione, l'unico vero limite messo alla creatività di Coscarelli fu l'obbligo di cambiare l'attore per il ruolo del protagonista Mike, che ora ha il volto di James Le Gros, decisamente in parte e più espressivo di quanto sarà A.Michael Baldwin quando tornerà a vestirne i panni a partire dal capitolo successivo.
E "Phantasm II" alla fine mantiene tutte le sue promesse, entrando di diritto nel pantheon dei migliori seguiti mai fatti.



La formula è esattamente quella del primo film: c'è l'elaborazione del lutto da parte di un persona e c'è lo scontro con un'entità sovrannaturale, ossia il Tall Man, che in questo secondo capitolo è però una presenza più astratta. Un po' sequel, un po' remake, "Phantasm II" è simile a quell' "Evil Dead II" uscito appena un anno prima e che viene più volte citato, riproponendo quanto visto in precedenza, ma con valori produttivi più alti. E su questo, Coscarelli mette subito le carte in tavola, inserendo ben due case esplodono nei primi dodici minuti.
Il resto del film alterna la rievocazione del passato a nuovi elementi. Mike è ora un giovane uomo e assieme a Reggie inizia una caccia al Tall Man, il quale pare si stia spostando di cittadina in cittadina, lasciando dietro di sé una scia di distruzione. Nel frattempo, la new entry Liz (Paula Irvine) è alle prese con la morte del nonno e con una serie di visioni che la collegano a Mike e al Tall Man.




Concentrandosi sul personaggio di Liz, Coscarelli crea un nuovo racconto funereo dove a farla da padrone sono le suggestioni sovrannaturali e l'atmosfera autunnale; il tutto eseguito a regola d'arte, con una fotografia dai toni virati al marrone che comunica il mood generale al solito in maniera perfetta.
Quando poi l'attenzione è riservata a Mike e Reggie, le cose cambiano e il racconto diventa quello di due "acchiappa-mostri on the road"; i due personaggi, in ossequio ai tempi che cambiano e al pari di Ash di "The Evil Dead", passano così dall'essere le vittime che tentano di sopravvivere del primo film a due veri e propri eroi action, che impugnano letali armi poi divenute iconiche, come la "doppia doppietta" o il lanciafiamme fai-da-te poi rivisto in "John dies at the end", e si muovono sgommando alla guida di una muscle car, la bellissima Plymouth Barracuda già vista nel primo film e che qui diventa ennesimo oggetto-feticcio della serie.
Il personaggio di Reggie, in particolare, inizia da ora a divenire l'icona action-horror che farà breccia nel cuore dei fan, una sorta di Ash di mezza età e un po' sfigato, tanto agguerrito nell'uccidere mostri quanto sfortunato quando si tratta di concupire la bella di turno.




Le due tracce narrative si fondono a metà film e nell'ultimo atto "Phantasm II" può finalmente mostrare tutte le sue carte, inanellando una serie di sequenze action e splatter da antologia. Torna la sfera-vampiro, ovviamente, e grazie al budget ora subisce una sorta di evoluzione, con una seconda sfera dorata in grado di sparare laser e di infilarsi nel corpo delle vittime, maciullandolo dall'interno in un tripudio di effetti splatter ben invecchiati, curati tra gli altri da un giovane Greg Nicotero. Torna anche la stanza bianca e il viaggio interdimensionale riesce ad essere persino più iconico, con tanto di creatura che si risveglia e tenta di rapire i protagonisti. Ed il confronto finale con il Tall Man risplende grazie all'inventiva della messa in scena, che lo trasforma in un essere definitivamente in una creatura aliena.




Coscarelli riesce così a portare negli anni '80 la sua creatura prediletta e a trasformarla in una serie. Un sequel invecchiato meglio del primo, più grande e ameno, dove gli unici veri difetti sono dati dalla sua natura di riproposizione e dalla necessità di creare una narrazione più lineare, con tanto di uso di voce narrante dei protagonisti, la quale finisce per appiattire in parte la fascinazione data dall'incertezza degli eventi. Ma che per il resto finisce davvero per divertire.

lunedì 9 ottobre 2023

Talk to Me

di Danny e Michael Philippou.

con: Sophie Wilde, Alexandra Jensen, Joe Bird, Miranda Ottot, Zoe Terakes, Chris Aloisio, Marcus Johnson, Ari McCarthy, Sunny Johnson.

Horror

Australia, Regno Unito 2023















"Talk to Me" è l'horror dell'anno? Probabilmente si, sia a causa del grosso successo di cassetta che ha ottenuto che della penuria di titoli meritevoli distribuiti.
"Talk to Me" è un capolavoro del cinema horror? No, poiché è l'opera di due cineasti visibilmente acerbi; ma questo non gli impedisce di essere un film comunque riuscito e a suo modo originale.
Perché l'esordio in cabina di regia dei fratelli Philippou (youtuber che tuttavia hanno anche lavorato sul set di "The Babadook") cerca e riesce nella non facile impresa di dire qualcosa di diverso all'interno del filone sovrannaturale e di quello delle possessioni, riuscendo al contempo di dare un ritratto credibile di un'anima in pena, coniugando il dramma intimista ad una forma di exploitation.



Il tutto ruota ad un artefatto "maledetto", ossia la mano di una medium che, tramite un semplice rituale, permette di prendere contatto con i defunti e lasciare che questi posseggano per qualche secondo il corpo del medium surrogato. Quando però questa capita letteralmente tra le mani della adolescente Mia (Sophie Wilde), ancora traumatizzata dalla prematura scomparsa della madre, qualcosa non può che andare storto.




Il rituale diventa una forma di sballo. L'ultima frontiera della dipendenza è la possessione spiritica, con i protagonisti Gen Z che passano le serate facendosi invasare dalle anime perse nel limbo terreno. I Philippou vorrebbero quasi creare un ritratto del vuoto pneumatico degli adolescenti, con la loro ossessione per la videoripresa a scimmiottare proprio la loro carriera di videomaker, ma questa loro descrizione costellata di personaggi secondari sgradevoli alla fine non risulta sufficientemente cattiva per poter graffiare davvero.
In compenso, la storia d'orrore come metafora della assimilazione del lutto funziona tutto sommato bene. Mia resta ossessionata dalla possibilità di contattare un piano ultraterreno e il danno accade quando impone all'amico Riley (Joe Bird) di restare in contatto con lo spirito della sua defunta madre oltre il limite di tempo consentito, palesando la sua incapacità di distaccamento dalla persona che ama, ovverosia un'impossibilità di superare la perdita che si mischia con la paranoia ingenerata dalla falsa credenza che la genitrice non si sia semplicemente tolta la vita. Il che la porta ad un punto di rottura ovvio in una costruzione della storia già vista, ma che gli autori riescono a rendere fresca grazie ad una buona esecuzione.




I Philippou riescono in primis a creare un'ottima atmosfera lugubre che schiaccia i personaggi nei momenti clou, ma avvertibile anche in molti di quelli più leggeri. La tensione è ben gestita ed è affidata quasi sempre alle sole performance del buon cast. E quando la violenza fa capolino, riesce ad essere sempre disturbante. Per di più, la svolta finale, benché in parte intuibile, è lo stesso ben gestita.
E va inoltre riconosciuto loro il merito di non aver voluto ricorrere al cliché della possessione demoniaca, sin troppo abusato negli horror sovrannaturali recenti e piccola nota di originalità a coronare il tutto.




Tanto che forse l'unico vero difetto dell'operazione è insito nel fatto di come non siano riusciti a portare su schermo neanche una singola scena davvero iconica, una che fosse in grado di saldarsi nella memoria collettiva ed essere immediatamente associata al film, limitandosi a creare un semplice oggetto-feticcio. Limite forse dovuto unicamente alla loro poca esperienza nel lungometraggio e quindi del tutto scusabile.