martedì 24 ottobre 2023

Ritorno al Futuro

Back to the future

di Robert Zemeckis.

con Michael J.Fox, Christopher Lloyd, Crispon Glover, Lea Thompson, Thomas F.Wilson, Claudia Wells, James Tolkan, George "Buck" Flower, Billy Zane.

Fantastico/Commedia

Usa 1985












"Ritorno al Futuro" è un classico, su questo non c'è dubbio, ma è davvero l'assoluto capolavoro della storia del cinema che le orde di fan e di nostalgici degli anni '80 vogliono farci credere?
No e questo non è assolutamente un problema.
Perché se di capolavoro all'interno della filmografia di Robert Zemeckis si deve parlare, questo è solo uno, ossia quel "Chi a incastrato Roger Rabbit?" che tra perfetta integrazione tra animazione e live-action, nostalgia agrodolce e per questo più penetrante di quella che solitamente prodotti simili propinano e ottime performance, è memorabile quanto il primo exploit su Doc e Marty, ma anche più interessante.
Questo, come detto, non toglie che questo primo exploit sia lo stesso un bellissimo capo d'opera in grado di affascinare e coinvolgere ancora oggi.




La genesi del film è assai strana. L'idea arriva allo sceneggiatore Bob Gale quando scopre che il padre, ai tempi del liceo, era assai popolare, cosa che non avrebbe mai sospettato. Da qui l'idea di un teen-ager che con una macchina del tempo ritorna agli anni '50 per conoscere i genitori ancora ragazzi.
Idea che viene girata all'amico Zemeckis, all'epoca reduce dal buon esito di "Used Cars" con Kurt Russell e in cerca di un progetto che ne affermi definitivamente le doti di filmmaker. Progetto che così fa il canonico giro degli studi, dove viene categoricamente rifiutato: come commedia per adolescenti è ritenuta troppo docile, priva di quello humor pecoreccio dei campioni di incassi come "Porky's" e simili, mentre la Disney resta disgustata dalla storia dell'incesto tra Marty e la madre.
L'unico a coglierne le potenzialità anche solo spettacolari è Steven Spielberg, che decide di produrlo e riesce a siglare un accordo di distribuzione con la Universal.
Per il ruolo di Marty, si pensa direttamente a Michael J.Fox, all'epoca sulla cresta del successo grazie al suo ruolo nella sit-com "Casa Keaton", il quale deve però declinare sia a causa degli impegni in quest'ultima produzione, sia perché ancora impegnato nelle riprese di quel "Teen Wolf" che potrebbe gareggiare con "Ferris Bueller's day off" per il premio di pellicola cult anni '80 più sopravvalutata di sempre e che lui stesso ammise già all'epoca di non amare particolarmente.
Come protagonista viene così scelto Eric Stoltz, ma dopo due settimane abbondanti di riprese viene licenziato a causa della caratterizzazione che da la personaggio, ritenuta troppo seriosa e che finisce per stonare con il resto del film.
Fox coglie quindi l'occasione e sale a bordo del film, ma è costretto a fare un vero e proprio tour de force per mediare gli impegni, lavorando sette giorni a settimana e delle volte per interi giorni di fila senza riposo, il che aiuta la sua performance di ragazzo spaesato. 
Uscito in sala il 3 Luglio 1985 (e a ottobre in Italia), "Ritorno al Futuro" sbanca i botteghini di tutto il mondo e sin da allora si impone come un cult amatissimo da più generazioni, divenendo un vero e proprio paradigma per i film sui viaggi nel tempo.



Merito di un'idea (all'epoca) freschissima e di un'esecuzione ispirata, dove la parte del leone la fa la bella sceneggiatura. Ogni singolo elemento di trama, dal più insignificante al più evidente, ha di fatto la sua importanza nella costruzione della storia: si pensi al biglietto che Jennifer lascia a Marty nel primo atto, essenziale per la capire quando il fulmine colpirà l'orologio, o l'esecuzione anacronistica di "Johnny B.Goode" che aiuta Marty a coronare il suo sogno di esibirsi in pubblico, così come la frustrazione per tale sogno che ispira il padre, da giovane, a perseguire la sua passione come scrittore di fantascienza. Ogni elemento trova una sua corrispondenza utile allo sviluppo della trama e dell'arco caratteriale dei personaggi e alla fine ogni singola istanza narrativa trova una perfetta risoluzione, in una compattezza di scrittura davvero notevole.
Per di più, il tema della relazione incestuosa riesce a non essere mai declinato verso il cattivo gusto, restando in un perfetto equilibrio brillante. Tanto che persino le numerose gag in proposito non diventano mai stantie, riuscendo sempre a far sorridere.




A rendere poi iconico il tutto, ci pensano le performance degli attori e gli elementi estetici; è persino superfluo citare la bellissima livrea della DeLorean, che da flop industriale qui diventa icona di un decennio, più utile è invece lodare il sontuoso score di Alan Silvestri, totalmente orchestrale, cosa strana per una semplice commedia fantastica degli anni'80; e che si sposa magnificamente con le belle canzoni di Huey Lewis, ancora oggi orecchiabilissime anche se tipicamente 80's.
Il cast è semplicemente perfetto. Certo, la stanchezza di Michael J.Fox è visibile anche nelle prime scene, ma ciò aiuta lo stesso a rendere credibile Marty nel suo ruolo di essere fuori dal tempo; e l'alchimia che ha con uno scatenato Christopher Lloyd è semplicemente fantastica (un plauso come sempre va fatto anche all'adattamento italiano, in cui Ferruccio Amendola si diverte come un matto a sottolineare la stramberia di Doc). Ma il membro del cast il cui apporto di solito non viene lodato abbastanza è Crispin Glover, che riesce ad infondere i giusti manierismi al personaggio di George McFly in tutte e tre le sue versioni, rendendolo al contempo coerente e sfaccettato.




Laddove l'apporto di Zemeckis come filmmaker mostra i limiti è nel rapporto con l'ambientazione storica, quegli anni '50 il cui ruolo per certi versi non è sfruttato a pieno. Non sono il tempo della nostalgia, all'epoca imperante per quel decennio, né il luogo dell'imprint cinefilo, tanto che di riferimenti cinematografici se ne vedono davvero pochissimi (persino l'immagine di Harold Lloyd nella celebre scena di "Preferisco l'Ascensore!" che appare a inizio film è usata come mera prefigurazione del finale). Un'ambientazione che è un puro sfondo degli eventi e che rende così certamente tutto il film in senso lato sempreverde, tanto che potrebbe essere scambiata con quella di qualsiasi altro decennio, ma che gli fa perdere di certo di importanza. Zemeckis dimostra così di non avere quella profondità intellettiva che molti suoi colleghi del periodo avevano (vedi quello che Spielber faceva con un altra commedia di qualche anno prima, quel "1941: Allarme a Hollywood!" che sfruttava molto meglio il setting storico), non rielabora in chiave moderna le istanze del cinema passato, tantomeno prova a creare qualcosa di davvero innovativo, limitandosi a portare in scena lo script nel modo migliore possibile. Cosa che non succederà in "Chi ha incastrato Roger Rabbitt?" , in quel "Forrest Gump" che molto spesso si tende a snobbare e persino in "Ritorno al Futuro- Parte III", dove invece sembra riscoprire la passione per il cinema di Sergio Leone; rendendo così "Ritorno al Futuro" un'opera riuscitissima ed incredibilmente divertente, ma anche meno profonda di quanto avrebbe potuto essere.




Un peccato imperdonabile? Assolutamente no: lo status di classico e di cult plurigenerazionale è assolutamente meritato. "Ritorno al Futuro" è a suo modo e in senso relativo un film perfetto, graziato da uno script magistrale e un cast sublime.

lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon

di Martin Scorsese.

con: Leonardo DiCaprio, Robert DeNiro, Lily Gladston, Jesse Plemons, Tantoo Cardinal, John Lithgow, Cara Jade Myers, Brendan Fraser, Jason Isabel, Jillian Dion, William Belleau, Louis Cancelmi, Janae Collins, Scott Shepherd.

Drammatico

Usa 2023










Se si pensa all'esplosione del cinema woke, è difficile trovare all'interno della miriade di pellicole più o meno seriamente impegnate qualcuna che tratti la questione dei Nativi Americani. A fronte di valanghe di film, serie televisive e persino cartoni animati che ogni anno portano sui vari schermi storie di schiavismo, emancipazione femminile e di orgoglio della comunità LGBTQ+, gli unici film che hanno rivolto la loro attenzione verso i nativi sono stati "Prey" (e solo per usare i Comanche come "gimmick") e il purtroppo già dimenticato "Wind River".
L'eredità di un passato più scomodo di quello schiavista sembra essere, per gli Americani, impossibile da sorreggere, tanto il suo rigetto si sostanza, in pratica, solo nelle vacue proteste durante il Columbus Day, mentre nulla di fatto si attua per cercare di migliorare la situazione nelle riserve o anche solo per dare voce alle piccole e grandi storie di sopraffazione della relativa comunità.
E' per questo che quando un artista del calibro di Martin Scorsese ha annunciato di essere al lavoro su di un film tratto dal libro di inchiesta "Gli Assassini della Terra Rossa" di David Grann, la speranza che qualcosa cambiasse iniziò davvero ad accendersi. E, fortunatamente, Scorsese non delude, creando un ritratto sanguigno e dolente di un mondo che si preferisce ignorare.




Già la storia degli Osage in sé stessa (e così come portata in scena) rappresenta uno sguardo su di un'America lontana dagli stereotipi. Stanziati nell'attuale Oklahoma, un centinaio di anni fa divennero la popolazione più ricca di tutto gli Stati Uniti grazie alla scoperta del petrolio nelle loro terre, con le grandi aziende di estrazione che pagavano i diritti di sfruttamento dei terreni a peso d'oro. Si venne così a creare una situazione paradossale nella quale i Nativi erano la classe ricca, mentre i bianchi la manovalanza, quel sottoproletariato che viveva alle spalle di una classe dirigente che benché anch'essa formata in parte da bianchi, era pur sempre al servizio di una nazione di nativi talmente ricchi da annegare nel lusso più sfrenato.




La storia di "Killers of the Flower Moon", basata su avvenimenti reali, è ovviamente connessa a tale paradosso: all'indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, lo scapestrato reduce Ernest Burkhart (DiCaprio) torna in patria e si trasferisce presso il facoltoso zio William Hale (De Niro), residente presso la contea di Fairfax, nella riserva Osage. Qui inizia una relazione con Mollie (Lilly Gladstone) al solo fine di carpirne i diritti per le royalties del petrolio e incrementare il patrimonio di famiglia.




Scorsese crea una perfetta metafora del capitalismo americano, nonché un nuovo ritratto delle origini della nazione. Come in "Gangs of New York", gli Stati Uniti vengono edificati sul sangue, lì quello degli immigrati, qui quello degli indigeni. 
I bianchi, ex colonizzatori e ora padroni, qui sono dei veri e proprio parassiti, arrampicatori sociali che non si fanno scrupoli a rapinare e persino ad uccidere gli indiani pur di ottenere un profitto. Il razzismo, in tale contesto, non è una questione di presunta superiorità genetica o intellettuale, quanto un'istanza dettata dalla pura avidità, da cui la disumanizzazione di un "diverso" visto unicamente come frutto da spremere e poi gettare via. Razzismo che diventa parte integrante del processo di affermazione capitalistica e persino lo spettro del rimosso massacro di Tulsa torna ad affacciarsi, in una rappresentazione certamente più contenuta, eppure decisamente più precisa di quella vista nella brutta serie HBO tratta da "Watchmen".
La dinamica sociale, benché a parti invertite sotto l'aspetto razziale, è quindi quella di una normale società capitalistica, dove si aggiunge la figura opportunistica dei parveneu. E centro di tutto c'è il personaggio di William Hale, vera e propria maschera del capitalismo americano.




Hale, monarca senza corona, si presenta come simpatizzante degli Osage, ne conosce gli usi, ne parla la lingua, si è perfettamente integrato nel loro tessuto sociale e si professa loro amico, ma a muoverlo è ovviamente il solo interesse economico, il profitto totale, il guadagno talvolta spicciolo, da cui l'uso del nipote come strumento per insinuarsi all'interno del mercato dell'oro nero. Per di più, è un massone di alto rango e amico degli alti papaveri del KKK.
Il rapporto che ha con gli Osage non è neanche di stampo razzista, poiché non vede loro come esseri inferiori; è peggio: li considera come delle non-entità, esseri al limite del non-esistente, da cui la facilità con cui ne ordina l'uccisione per avanzare il suo schema di arricchimento (tanto che uccide con facilità anche bianco Bill Smith, riprova dell'avidità che supera il pregiudizio razziale). L'escalation di violenza, trasforma tutto il film in una sorta di gangster movie dove però la lotta per il potere è univoca.




Ernest Burkhart è invece la maschera di quegli aspiranti parveneu che vivono ai margini della società, di coloro che non hanno né ricchezza, né potere, ma sono lo stesso pronti a tutti pur di ottenerli; la sua storia con Mollie è quella di un arrampicatore sociale che persino quando scopre di avere dei sentimenti riesce a contenerli per continuare a farle del male.
La prospettiva degli Osage viene così data principalmente da quest'ultimo personaggio (il cui punto di vista pare sia stato inserito appositamente da Scorsese nel corso delle riscritture della sceneggiatura) ed è da esso che trasuda il dramma di tale popolo; un popolo americano a tutti gli effetti e a tutti gli effetti tanto ricco quanto invisibile agli occhi del potere, con le morti all'ordine del giorno e quei potenti che si voltano dall'altro lato, disinteressati alle loro sorti; da cui la rappresentazione del senatore inquadrato solo di spalle e l'arrivo del FBI solo dopo la morte di un bianco.




Scorsese non usa mezzi termini e calca la mano riuscendo a creare un ritratto a tinte fortissime di una "Nascita di una Nazione" persino più truculenta di quella vista in "Gangs of New York" (ovviamente non sul piano strettamente visivo). Il suo intento è quello di creare un'opera strettamente politica, la quale si configura come la sua più smaccatamente tale (assieme a "Kundun"). arrivando persino ad apparire in prima persona in quel bel epilogo, quella beffarda rappresentazione di una beffarda rappresentazione di un dramma vero e pulsante che qui e ora trova finalmente un'adeguata messa in scena.
La sua messa in scena è così classica, come propria di tutto il suo cinema degli ultimi vent'anni, ma anche impreziosita da un mestiere al solito magistrale, con solo due limiti dovuti più che altro al caso: l'ultima parte, dove la fase "procedural" ha il sopravvento, diventa più pesante e forse anche meno interessante e il montaggio di Thelma Schoonmaker questa volta è visibilmente sfasato tra inquadratura e inquadratura, anche se la cosa non diventa mai davvero fastidiosa.




"Killers of the Flower Moon" è così un pamphlet tanto fluviale quanto graffiante, un atto d'accusa tanto potente quanto sincero contro una forma di colonialismo moderno tutt'ora in corso (l'ultima inquadratura, che lo mette in parallelo proprio con il "Wind River" di Sheridan), nonché l'ennesimo esempio di grande cinema dalla grande caratura morale di un autore mai troppo lodato.

giovedì 19 ottobre 2023

Phantasm III- Lord of the Dead

di Don Coscarelli.

con: Reggie Bannister, Angus Scrimm, Kevin Conners, Gloria Lynn Henry, A.Michael Baldwin, Bill Thornbury, Cindy Ambuhel, John Davis Chandler, Brooks Gardner, Sarah Davis.

Fantastico/Horror/Grottesco

Usa 1994
















Gli incassi di "Phantasm II" furono più che buoni e l'accoglienza da parte della critica e dei fan superò le aspettative, ma non si trattò del blockbuster che i capi della Universal speravano, nonostante lo avessero letteralmente "mandato a morire" al box office. Il via libera per "Phantasm III" arrivò così solo nei primi anni '90 e il film finito venne distribuito solo in home-video, pratica che purtroppo diverrà comune anche per i film successivi.
Don Coscarelli si ritrovò con un budget più piccolo, non di molto, ma quanto bastò per forzarlo a ridimensionare l'idea originale di un film ambientato totalmente nel deserto e con un finale in Alaska. Pur tuttavia, il capitale vincolato venne controbilanciato con la più totale libertà creativa: pur restando nei limiti del producibile, poteva fare nel film tutto ciò che avrebbe voluto. E per prima cosa, richiamò a bordo A.Michael Baldwin per interpretare Mike e persino Bill Thornbury per ritornare nel ruolo di Jody, oltre a promuovere Reggie Bannister a vero protagonista del film.
Purtroppo, alla piena libertà libertà creativa non corrisponde la piena ispirazione e "Lord of the Dead" finisce per rappresentare un piccolo passo indietro nella saga, anche se graziato da qualche bel tocco di classe.




Proprio come il capitolo precedente, anche questo inizia nel momento esatto in cui il predecessore finiva: Reggie per fortuna non è morto e anche Mike si salva dal colpo di coda del Tall Man. In compenso, Liz viene uccisa nei primissimi istanti, una trovata coraggiosa vista l'importanza del personaggio. E anche Mike finisce nelle grinfie del becchino transdimensionale, lasciando Reggie da solo e alla ricerca di un modo per salvarlo.




Come in "Phantasm II" anche questo terzo capitolo ha una struttura da road-movie, con il cacciatore di mostri che vaga di paese in paese a bordo della mitica plymouth 'cuda e armato fino ai denti, sulle tracce del Tall Man. E anche in questo caso incontra sul suo cammino una serie di personaggi importanti, tanto che Coscarelli arriva persino a ripetere la bella inquadratura della soggettiva del passeggero che ha la visione di un'autostoppista. La differenza la fa il tono, ora spesso e volentieri virato verso l'umoristico.
Per tutta la prima parte, la dinamica tra Reggie e il giovane Mike viene cucita sulla new entry Tim (Kevin Conners), bambino precoce che sopravvive in un mondo sull'orlo del disastro a causa delle azioni degli esseri extradimensiali. Ma questa sua lotta prende le forme di una sorta di parodia di "Mamma, ho perso l'aereo", con il giovane asserragliato in una casa piena di trabbocchetti pronti a percuotere l'invasore di turno. Il quale prende le sembianze non del Tall Man o dei suoi nani, bensì di quelle di tre strambi ladri; e con la differenza che le trappole sono letali, in una deviazione tanto ironica quanto feroce.




Se tale trovata dona un tocco di originalità a questo terzo capitolo, l'umorismo finisce per annientare la bella atmosfera onirica e funerea, la quale diventa invece quella di un cartoon folle. E se l'intento era di quello di riprendere il modello di Sam Raimi ed il suo "Evil Dead II", purtroppo Coscarelli non riesce ad averne la stessa grazia nel coniugare risate e splatter.
Tutta la prima metà del film è così una sorta di rifacimento in chiave faceta di quanto visto in passato; citazionismo torna anche nel finale, che mima in tutto e per tutto quello del primo film. "Lord of the Dead" risulta così a tratti indigesto e viene salvato da giusto un paio di trovate ben congegnate.




La prima è l'espansione della mitologia. Ora anche le sfere-vampiro hanno una loro funzione e origine: sono dei "soldati" che il popolo del Tall Man usa per invadere le dimensioni attigue e nascono quando il cervello dei cadaveri (il cui corpo vuoto viene usato per creare i nani) viene innestato in questa sorta di corpo cibernetico. Jody diventa così una sfera nera che guida Reggie e Mike e comunica con loro attraverso i sogni. In modo simile, il doppio colpo di scena finale fa intuire un collegamento profondo tra Mike e i mostri, unendo i personaggi in un connubio mortale.




La seconda è il ricorso a stunt e scene d'azione più marcate per compensare lo splatter più esiguo. Gli scontri con gli zombi dei tre ladri, nuovi sgherri del Tall Man, brillano per inventiva nelle coreografie e soprattutto sono impreziosite dalla bella scena dello schianto del carro funebre, piccolo pezzo di buon cinema action perfettamente calato nel contesto orrorifico-grottesco del resto del film.
Rimarchevole anche l'introduzione del personaggio di Rocky, interpretato dalla bella e atletica Gloria Lynn Henry, vera e propria amazzone-soldato che tiene a bada le avance di Reggie e non sfigurerebbe come protagonista di un film d'azione vero e proprio.




Per il resto, purtroppo, "Phantasm III" è al meglio una copia più blanda del passato, al peggio un connubio malriuscito. Chi ha amato i due capitoli precedenti si ritroverà spiazzato a causa del cambio di tono indigesto e della riproposizione delle medesime situazioni, che questa volta tornano in maniera meccanica. Solo gli spettatori meno affezionati potrebbero invece apprezzarlo proprio per la sua originalità all'interno della serie.

mercoledì 18 ottobre 2023

Dogman

di Luc Besson.

con: Caleb Landry Jones, Jojo T.Gibbs, Christopher Denham, Maria Berenson, Clemens Schick, Michael Garza, Avant Strangel, Grace Palma.

Francia, Usa 2023


















L'immeritato flop di "Valerian e la città dei mille pianeti" ha messo un ennesimo freno all'ambizione di Luc Besson, il quale ha dovuto ripiegare nuovamente sul suo tipo di cinema abituale. Bando, dunque, a trame rocambolesche, mondi fantascientifici ameni e umorismo gioviale, in favore di un ritorno di personaggi complessi e complessati in un nuovo mix di melò e noir, come già avvenuto nel 2019 con "Anna". E anche "Dogman" è null'altro se non un concentrato di (quasi) tutto il cinema del turbinoso autore francese, nel quale confluiscono fior fiori di cliché e luoghi comuni annaffiati da qualche rimando cinefilo, in un mix che per puro miracolo risulta simpatico.




Il protagonista Douglas, affidato ad un Caleb Landry Jones che finalmente può sfogare tutto il suo range attoriale, è un'anima persa al pari di Léon, Nikita e Danny the Dog (da cui anche il simbolismo del canide): cresciuto in una famiglia disfunzionale la quale lo ha segnato tanto nella mente quanto nel corpo, sottomesso ad una potestà divina che riconosce con forte riluttanza, si ritrova a vivere una vita ai margini della società, con i cani come soli veri famigliari. E tutto "Dogman" altro non se non uno spaccato di questo personaggio rotto ed incredibilmente empatico.




Il punto di riferimento principale è il Joker di Todd Phillips, citato esplicitamente a margine della promozione del film, ma lo sguardo che Besson rivolge al suo Joker non è di biasimo, quanto di compassione; laddove il Clown Principe del Crimine era un uomo malato e sofferente che il cinismo della società trasforma prima in un mostro, poi in una maschera deformata del lerciume che lo ha prodotto, il Dogman è una vittima che anche quando adopera la violenza lo fa al fine di proteggere il prossimo o al massimo se stesso; tanto che se di villain si vuole parlare, questo strano supercriminale sembrerebbe uscito davvero dalla rogue gallery di Batman, più precisamente, però, da quella versione vista nella serie animata di Bruce Timm e Paul Dini, dove la maggior parte dei "cattivi" altro non erano che vittime incattivite.




Douglas è la quintessenza di tale tipo di personaggio e Besson non ci va certo leggero con la sua caratterizzazione. Si parte da quella famiglia di redneck del New Jersey che potrebbero essere la parodia dello stereotipo, se non fossero usati in modo mortalmente serio nella narrazione, con un padre violento per natura, un fratello infame anche lui per natura e una madre che scappa via subito con la scusa di una nuova gravidanza. Il tutto immerso in una religiosità ottusa e bieca, che porta il protagonista ad odiare Dio e anzi ad indentificarlo con la figura canina (l'ovvio anagramma tra "god" e "dog").
Doug (anche qui il nome richiama il termine "dog") sviluppa così una personalità dolente e soprattutto frammentata, da cui il ricorso alle maschere per potersi esprimere; dapprima tramite il teatro, con una sottotrama anch'essa ovvia, in secondo luogo con i travestimenti drag e l'acquisizione di uno status di travestito vero e proprio, anche se non di omosessuale, calato all'interno di un immaginario queer antiquato.




Il ritratto di quest'anima in pena fa poi il paio con il contesto noir, dato dapprima dal suo ruolo di "giustiziere" di quartiere, mentre nella seconda parte di ladro che vede nel furto una forma di ribellione alla società, anch'essa blanda; in entrambi i casi le influenze fumettistiche sono anche la parte più gustosa, con i cani usati come prolungamento del corpo del personaggio, in una sorta di superpotere sottile, la cui origine è data per scontata, creando sicuramente una lacuna, ma lasciando che tutta la vicenda diventi così anche più affascinante.




Alla fine, tutto in "Dogman" è già visto, tutto è esagerato fino al kitsch, ogni singolo aspetto della sceneggiatura non si smuove di un millimetro dal puro luogo comune, portato poi in scena nel modo più convenzionale possibile. 
Eppure, in una alchimia tanto stramba quanto impossibile da razionalizzare, il risultato è lo stesso interessante; merito dell'impegno di Caleb Landry Jones e dello stesso Besson, che credono fino in fondo a quanto stanno facendo, rendeno questo exploit tanto ovvio quanto incantevole.

domenica 15 ottobre 2023

R.I.P. Piper Laurie




1932 - 2023

Da piccola diva della Hollywood degli anni '50 ad amatissima interprete di cult d'autore, la carriera di Piper Laurie è stata quantomai completa e sfaccettata, riuscendo ad interpretare il ruolo della "fidanzatina" in gioventù così come quello della matriarca sanguinaria in età più avanzata con eguale efficacia. 
Da leggenda il suo ritiro dalle scene nel 1962, dopo aver ottenuto una nomination agli Oscar per il suo ruolo ne "Lo Spaccone" al fianco di Paul Newman, interrotto nel 1974 su insistente richiesta di Brian De Palma, il quale le ha regalato il ruolo del rilancio e della vita: la mostruosa madre di "Carrie- Lo Sguardo di Satana". 

venerdì 13 ottobre 2023

Cimitero Vivente: Le Origini

Pet Sematary: Bloodlines

di Lindsey Anderson Beer.

con: Jackson White, Natalie Alyn Lind, David Duchovny, Pam Grier, Samantha Mathis, Henry Thomas, Forrest Goodluck, Isabella LaBLanc, Christian Jadah.

Horror

Usa 2023












Quella di "Pet Sematary" è la classica storia che non ha bisogno di continuazioni; non per nulla, quando già Mary Lambert fece un sequel al suo adattamento originale, il risultato è stato alquanto squallido. 
Il secondo adattamento, datato 2019, aveva tutto sommato il suo motivo di esistere, ma anche in quel caso il risultato non è stato certo memorabile. 
Un prequel ha quindi senso? In teoria si, visto che la storia di questo "Bloodlines" era già stata accennata in origine. Pur tuttavia, nonostante le buone intenzioni, anche in questo caso il risultato lascia il tempo che trova.




Il protagonista è ora il personaggio di Jud Crandall, che nel remake aveva il volto di John Lithgow. E' il 1969 e uno dei migliori amici di Jud, Timmy (Jack Mulhern) non è sopravvissuto alla guerra in Vietnam; suo padre Bill (David Duchovny) decide quindi di riportarlo in vita usando il terreno maledetto...




L'aspetto più interessante di "Cimitero Vivente" e del suo rifacimento è la sua struttura da dramma famigliare, con l'indissolubilità degli affetti a divenire viatico per l'inferno. "Bloodlines" cambia le carte in tavola e pone al centro l'intera comunità di Ludlow. La mitologia viene così riscritta e ampliata per servire meglio a questa nuova scala: il cimitero ha ora la funzione di barriera per impedire che un arcano "male" che si muove nei boschi possa diffondersi oltre. E la cittadina altro non è se non un avamposto dove gli abitanti cercando di arginarne la portata.
Il tema centrale è quindi quello della civiltà costituita (sia in senso moderno che arcaico, visti i rimandi all'azione della tribù di nativi insediatasi nei dintorni prima dell'arrivo dei coloni) come muro contro un caos arcaico, il ruolo della comunità come sentinella sul bene collettivo anche ultraneo ad essa.
Il dramma si fa così collettivo e la situazione famigliare è nuovamente la scintilla per il caos. Pur tuttavia, tutta la vicenda viene costruita nel modo più convenzionale possibile.




Il redivivo Timmy diventa il mostro di turno e le sue vittime sono al solito gli altri personaggi, con tanto di escalation da slasher movie. Tutto scorre nel modo più ovvio, con l'aggravante che la regia non riesce mai davvero a creare la giusta suspense e la noia inizia a fare sovente capolino. Fino a quel finale dove persino la sospensione dell'incredulità vacilla davanti ad un resuscitato che in un pugno di giorni riesce a costruire un sistema di tunnel da fare invidia ai viet cong.




A salvarsi è così solo il cast, nel compaiono una sempre brava Pam Grier, un Henry Thomas passato dall'essere figlio senza padre a padre che fa carte false per proteggere il proprio figlio e soprattutto un David Duchovny forse mai così ispirato, vera sorpresa di tutta l'operazione.
Per il resto, "Bloodlines" è un horroretto convenzionale che gioca male le sue carte, pur imbastendo una mitologia interessante.

giovedì 12 ottobre 2023

Dimensione Terrore

Night of the creeps

di Fred Dekker.

con: Tom Atkins, Jason Lively, Jill Withlow, Steve Marshall, Bruce Solomon, Wally Taylor, Vic Polizos, Allan Kayser, Alice Cadogan.

Horror/Commedia/Fantastico

Usa 1986


















Quando si pensa ai giovani talenti "trombati" da Hollywood, la mente corre subito a Richard Stanley, che dopo due film indipendenti si è recato ad L.A. solo per essere asfaltato dagli studios.
Eppure c'è un altro ex giovane regista di talento la cui storia è del tutto uguale e che si è per di più svolta nel medesimo periodo: Fred Dekker.



Classe  1959, Dekker firma un paio di commedie horror diventate cult e si unisce poi all'ensamble dietro a "Tales from the Crypt", del quale firma alcuni degli episodi migliori, viatico per entrare nello studio system.
Affidatagli la regia di "RoboCop 3", ha praticamente carta bianca su tutto, ma la fregatura è presto scoperta: il budget è miserevole, poco più di venti milioni di dollari, è bloccato e in parte usato per la pre-produzione già fallita una volta. Deve quindi arrangiarsi con quel che può e, anche a causa di uno script poco ispirato, finisce per firmare quello che sarà l'ultimo exploit del cyberpoliziotto di Detroit fino al remake; il flop è inevitabile e dolente: in un'epoca nella quale i blockbuster estivi si sfidano in termini di spettacolarità, "RoboCop 3" è un film modesto che sfoggia effetti speciali antiquati e non osa nulla su nessun piano. Oltre tutto, la pessima esperienza sul set lo forza al ritiro dalle scene a poco più di trent'anni e dopo aver diretto appena tre film.
Quel che è peggio è che se Stanley ha almeno goduto di un ritorno trionfale grazie a "Il Colore venuto dallo Spazio", Dekker non è ancora riuscito a ritornare in pista: il suo "The Predator", creato assieme al collega e amico (geniale) Shane Black, è stato anch'esso un gigantesco flop.
Cosa resta dunque di Dekker al cinema? Semplice: due simpatici exploit di genere, due bellissimi omaggi alla fantascienza e al horror d'antan, ossia il cult di nicchia "The Monster Squad" e il suo promettente esordio "Night of the Creeps", che in Italia è arrivato con il titolo "Dimensione Terrore", ben traslando l'indole da b-movie classico.



Scritto già ai tempi del college (in solitaria, a differenza di quanto avviene con il suo altro film), "Night of the Creeps" trova subito i finanziatori e catapulta Dekker nel mondo del lungometraggio dopo appena un paio di cortometraggi.
Un'opera prima perfettamente '80s, che si inserisce nel filone della nostalgia per il cinema di fantascienza e soprattutto dell'orrore del passato. Come John Carpenter, Joe Dante e persino David Cronenberg, anche Dekker guarda a quei b-movie seminali che ne hanno forgiato la formazione filmica, ma a differenza loro non arriva al punto di rielaborarli in chiave moderna, quanto a dare una nuova passata di colore: la storia è ultraclassica, quella di un vero e proprio remake del mitico "Plan 9 from Outer Space" di Ed Wood (le cui immagini compaiono in una scena clou, trasmesse da un televisore) e riguarda l'invasione di una specie di vermi carnivori alieni che rianimano i cadaveri trasformandoli in zombi, seminando il terrore all'interno di una cittadina di provincia, in particolare di un campus universitario, micro-cosmo nel micro-cosmo; il tutto viene condito con una buona dose di effetti splatter.



Lo spirito cinefilo si palesa sin da subito: dopo un simpatico prologo fantscientifico, con degli strambi alieni che rubano i vermi del titolo e li catapultano (per sbaglio) sulla Terra, arriviamo ad una sorta di incipit secondario, ambientato negli anni 50 e girato in bianco e nero, il quale servirà come introduzione al coprotagonista, il detective Ray Cameron interpretato dall'amato caratterista Tom Atkins.
Con un salto di circa ventisette anni, arriviamo poi al 1986, nel campus dove tutta la vicenda prenderà piede. Qui i nuovi arrivati Chris (Jason Lively) e C.J. (Steve Marshall) cercano di inserirsi a livello sociale e il primo si innamora della bella Cynthia (Jill Whitlow); e quando entrambi liberano per sbaglio un cadavere nel quale risiedevano i vermi alieni, il caos ha inizio.
Spirito cinefilo, si diceva, che prende diverse forme, non solo quello dell'omaggio ad Ed Wood e a tutti i b-movie degli anni '50 e '60, ma anche come strizzatina d'occhia al cinema di genere contemporaneo, con i personaggi che portano i nomi di registi famosi: Ray Cameron, Chris Romero, Cynthia Cronenberg, il sergente Sam Raimi, l'sopedale psichiatrico Corman, fino ad arrivare al più bizzarro, con C.J. che di cognome fa Carpenter-Hooper. Ciliegina sulla torta: in omaggio a Joe Dante c'è un cameo di Dick Miller in un ruolo che avrebbe potuto avere in uno dei suoi film. E per chi è in grado di coglierlo, c'è anche un inserto con un autista che spara gli occhi dalle orbite prima di schiantarsi, omaggio a George Miller.




Tutta la vicenda viene costruita in modo lineare, con l'invasione silenziosa che sfocia in una battaglia finale a suon di lanciafiamme. Tutto come da copione, se non fosse per il personaggio di Ray Cameron, piccola ventata di freschezza in un copione altrimenti ordinario. Se la storia di Chris, Cynthia e C.J. riprende tutti i canoni del teen-drama dell'epoca, quella di Cameron è una storia di dolore, con un detective hard-boiled innamorato del suo stesso personaggio e talmente sopra le righe da poter sembrare quasi una parodia, eppure tenuto sempre nei ranghi della serietà senza mai sfociare nel ridicolo involontario. Merito dell'amore di Dekker per il materiale di partenza e del talento di Atkins, il quale crea quello che sarà il suo personaggio più iconico, con quel "Thrill me!" ("Stupiscimi!" nella versione italiana) perfetto tormentone.



La storia di Cameron permette poi di introdurre anche degli elementi estranei e sviluppare una sottotrama talmente diversa dal resto della storia che ben avrebbe potuto risultare estranea se condotta in modo diverso. Il ritorno in vita dell'assassino dell'amore di gioventù del detective, che chiude così il secondo prologo, è un racconto nel racconto che fa la quadra non solo con la storia degli zombi, ma anche con la tematica dell'alienazione giovanile, con i due protagonisti reietti come da copione e il duro laconico che altri non è se non una loro versione invecchiata e indurita dagli anni.




Laddove l'horror viene omaggiato nella costruzione della storia e nelle sequenze di suspense, la fantascienza trova una rappresentazione non solo nel prologo tanto bislacco quanto grazioso, ma anche nella scena della scoperta del laboratorio criogenico, vero e proprio campionario di immagini e prop che sembrano uscite da un piccolo sci-fi anni '50.
Il tutto viene poi inserito all'interno delle coordinate della commedia, sia essa adolescenziale che ti stampo nero, non solo e non tanto per alleggerire i toni, quanto forse soprattutto per rendere credibile una storia altrimenti sin troppo assurda.




La mano di Dekker si nota così anche nei dialoghi simpatici, in particolare quelli del personaggio di C.J.,il personaggio più brillante che spara una serie di battute a tratti trascinanti, la cui allegria è giustapposta al suo status di portatore di handicap in modo genuino, senza nessuna velleità seriosa.
Una mano che però vacilla nel montaggio: incasellando talvolta male le singole scene, finisce per creare un ritmo troppo blando per una commedia horror, la quale avrebbe richiesto un andamento decisamente più sostenuto.
Il risultato finale è quindi tanto sincero quanto acerbo, simpatico ma non memorabile, ottimo per riscoprire un regista che avrebbe potuto dire tanto se gli fosse stato permesso.