lunedì 30 ottobre 2023

Phantasm: Ravager

di David Hartman.

con: Reggie Bannister, A.Michael Baldwin, Angus Scrimm, Dawn Cody, Gloria Lynn Henry, Stephen Jurtas, Kathy Lester, Bill Thornbury, Daniel Roebuck, Jon Johannsen, Cean Okada.

Fantastico

Usa 2016
















Dopo il flop di "Oblivion", la serie di "Phantasm" era praticamente finita. Il fatto che "Ravager" esista è in realtà dovuto ad una serie di circostanze praticamente fortuite.
Questo perché Don Coscarelli si era lasciato alle spalle le gesta del Tall Man, Mike e Reggie alla fine del secolo e, assodata l'impossibilità di creare la conclusione adatta, era andato oltre e diretto il bel cult "Bubba Ho-Tep". Il creatore di questo quinto capitolo è di fatto David Hartman, "phan" della prima ora e collaboratore di Coscarelli come addetto agli effetti ottici negli ultimi anni.
"Ravager" nasce come webseries nella quale Hartman dà vita ad una serie di racconti che ruotano attorno al personaggio di Reggie e solo nel corso del tempo si evolve in un film vero e proprio, anche grazie all'intervento di Coscarelli in persona, che pur collaborando in (minima) parte allo script lascia che il tutto sia opera del suo protetto. Il quale, riprendendo alcuni elementi di "Phantasm 1999" crea una sorta di capitolo conclusivo che in realtà non conclude nulla e si sostanzia più che altro come un grosso fan-film.




Avevamo lasciato Reggie nel deserto, mentre attraversava un portale per inseguire il Tall Man. 18 anni dopo, lo ritroviamo sempre nel deserto, uscito da quel portale e vagando alla cieca. Fin qui, Hartman riprende uno dei leitmotiv della serie instillando una forte consequenzialità tra capitoli, ma in poco tempo opta per una soluzione inedita, ossia la fusione dei piani temporali.
Seguiamo così Reggie prima attraverso il deserto, poi in un mondo post-apocalittico invaso dagli sgherri di Tall Man e soprattutto... in un manicomio nel quale è ricoverato. Una trovata che dovrebbe aumentare il tasso di ambiguità della storia, ma finisce solo per essere inutile e pretenziosa nel suo voler far credere allo spettatore che l'intera serie sia il frutto del delirio di un anziano. E se il primo "Phantasm" riusciva a fondere perfettamente le suggestioni psicologiche con il racconto fantastico per creare una favola dark, "Ravager" opta per una scrittura facilona e interseca i piani narrativi in modo netto. Con l'aggravante di non riuscire mai a creare la giusta atmosfera, tantomeno la giusta tensione, facendo ricorso, anche qui in modo facile, ai più canonici jump-scare da discount. Il tutto reso ancora più indigesto da una regia piatta e priva di inventiva, con una messa in scena dove talvolta persino la continuità tra inquadrature viene a mancare.




Gli scarsi valori produttivi rendono poi la visione del tutto piatta; il budget miserevole, a quanto pare poco più di centomila dollari, ossia meno della metà di quello del primo film, è del tutto inadeguato per dare vita alle visioni di un mondo devastato dalle sfere giganti, ma anche per creare semplici effetti splatter credibili, spesso costruiti con la più economica CGI che si possa immaginare.
In generale, tutto il look del film è economico, con esterni girati quasi tutti con camera a mano e una luce naturale che talvolta brucia le immagini, avvicinando la visione a quella di un film amatoriale vero e proprio. L'unica sequenza nella quale i giusti fondi sono stati profusi è il montaggio dell'attacco in larga scala delle sfere, che riesce davvero ad essere bello e credibile. Peccato che duri giusto una manciata di secondi.




Laddove pecca in polso per la messa in scena, Hartman eccede al contrario in entusiasmo, reintroducendo tutti i luoghi comuni della serie, in una sarabanda infinita. C'è la storia d'amore "sfigata" tra Reggie e una bella donna, una scena ambientata ai tempi della Guerra di Secessione (qui del tutto inutile) e addirittura una dove Reggie suona la chitarra davanti ad un camino in pietra. Sui titoli di coda riappare finanche Rocky e a metà film persino la donna con l'abito color lavanda, assente praticamente dal 1979. Presenze che fanno certo la gioia dei fan e che sono pensate per loro e da uno di loro; il quale, però, dimentica ciò che i fan vogliono davvero, ossia un film decente.




Tutto quello che alla fine resta è una serie di scene che fanno progredire la storia generale di pochissimo e che talvolta si contraddicono tra di loro, come nella sequenza in cui il Tall Man propone a Reggie di alterare gli eventi nel passato per salvare la sua famiglia, solo per scaraventarlo immediatamente nel mausoleo del terzo film, dove viene attaccato dai nani e persino dalla donna dall'abito lavanda, che a quanto pare adesso non è neanche più un suo alter-ego.
In un prodotto così scadente, c'è però qualcosa da lodare a gran voce, ossia l'impegno di Angus Scrimm: all'epoca delle riprese aveva quasi novant'anni e sarebbe scomparso poco dopo l'uscita del film; pur dovendosi far sostituire da una controfigura per molti movimenti, riesce ad infondere nel suo Tall Man l'usuale piglio sinistro, prova del suo infinito amore verso il personaggio e di un talento troppo poco celebrato. 




"Ravager" è, purtroppo, nulla più che una continuazione indegna di una serie che doveva terminare con il quarto capitolo. Vedere una conclusione del genere ingenera tristezza e fa davvero riflettere su come il cinema low-budget si sia involuto rispetto a cinquant'anni fa. Colpa di una regia scarsa e di ambizioni sin troppo grandi sorrette da un talento troppo piccolo.

venerdì 27 ottobre 2023

Scuola di Mostri

The monster squad

di Fred Dekker.

con: Andre Gower, Duncan Regehr, Robby Kiger,Brent Chalem, Tom Noonan, Stephen Macht, Leonardo Cimino, Brent Chalem, Ryan Lambert, Michael Faustino, Ashley Bank, Mary Ellen Trainor, Stan Shaw, Lisa Fuller, Michael McKay, Jason Hervey.

Commedia/Horror

Usa 1987












La definizione di "cult movie" è quantomai fluida e il titolo viene spesso attaccato a film che non potrebbero neanche essere considerati tali. Quella più canonica tende a definire "cult" un film che alla sua uscita non fu capito, ignorato o entrambe le cose, ma che nel corso del tempo è stato rivalutato e, prima ancora, amato alla follia da un piccolo e agguerrito numero di fan.
Se si accede a questa più pura declinazione del significato, allora "The Monster Squad" potrebbe davvero essere il cult movie per antonomasia, per certi versi anche più di "Blade Runner", di "The Rocky Horror Picture Show" e del "Dune" di Lynch. Questo perché non solo fu un flop sanguinante alla sua uscita in sala, ma anche e soprattutto perché i fan sono ancora oggi tutto sommato pochi: in pochi lo hanno davvero visto nonostante la riscoperta avvenuta a metà degli anni 2000, con la conseguenza che la sua fanbase è decisamente più esigua (per quanto non esigua in sé stessa) rispetto a quella di altri film cult. E come sempre, la storia della produzione, della morte e della rinascita del film è già di per sé stessa degna di essere raccontata.




L'idea comune è che sia nato come epigono de "I Goonies", con il cinema horror classico che "supplisce" quello d'avventura. Il che è in realtà sbagliato: sebbene possa rientrare tranquillamente nel filone dei film per ragazzi anni '80 post "E.T.", l'idea di questo monster-mash definitivo arriva a Fred Dekker già nei primi anni '80, ossia quando l'amatissimo film di Richard Donner e Steven Spielberg non è ancora uscito.
Iniziato il college, Dekker conosce quello che diventerà presto suo collega e migliore amico, ossia il mitico Shane Black. Durante una conversazione, gli rivela il suo sogno di creare una sorta di "piccole canaglie contro i mostri della Universal", nata sia sulla scorta della nostalgia per quel cinema con il quale è cresciuto, sia notando una cosa alquanto strana: rivedendo "Abbott and Costello meets Frankenstein" si era reso conto di come il mostro fosse più spaventoso quando appaiato ad un duo di comici, perché nei suoi film in solitaria era più che altro una figura tragica. Black trova l'idea geniale e i due iniziano a tirare su uno script.
Nel frattempo inizia la produzione di "Night of the Creeps" e Dekker sviluppa con l'amico un singolare metodo di collaborazione: i due lavorano in solitaria, a distanza, e ad ogni lettura del copione ciascuno aggiunge o modifica uno o più elementi, finché si arriva alla stesura definitiva.




Ottenuto lo script, questo viene fatto girare per gli studios; il primo è ovviamente la Universal, la quale però lo respinge ammettendo di non voler creare un nuovo film nel suo universo condiviso, che aveva già chiuso i battenti decenni prima (cosa strana a sentirsi, oggi come oggi). La conseguenza più immediata fu che in fase di produzione il design dei mostri dovette essere alterato per evitare di infrangere il copyright da essa detenuta, forzatura che alla lunga giocherà a vantaggio del film. L'unica casa interessata, alla fine, è la Columbia-TriStar, a caccia di un piccolo film da poter vendere bene durante l'estate. Ottenuti i capitali, la produzione ha così inizio, ma questa volta Dekker non ha proprio la completa libertà ottenuta sul set del suo esordio.
Il produttore Jonathan Zimbert gli affianca il veterano Peter Hyams, ufficialmente in veste di produttore esecutivo, in realtà aiuto regista e sorta di deus ex machina durante le riprese, il quale arriva addirittura a minacciare a Dekker il licenziamento. Il suo stile di regia è infatti poco ortodosso a causa della sua poca esperienza e si correva il rischio che il girato risultasse insufficiente una volta giunti in sala di montaggio. Dekker, dal canto suo, capisce come tali forzature siano in realtà essenziali e ne segue le direttive, con la conseguenza che alla fine "The Monster Squad" risulta decisamente meglio diretto rispetto a "Night of the Creeps", la cui costruzione delle scene, in confronto, appare palesemente più spartana.



A film finito, inizia la compagna pubblicitaria e con essa le prime vere grane, nel senso che di campagna pubblicitaria non si può davvero parlare: la distribuzione si limita a creare un brutto teaser poster con i manifesti da ricercato di Dracula e della mummia, il cui design è peraltro diverso da quello mostrato nel film e che per di più non viene neanche distribuito a dovere. Con la conseguenza che al botteghino fu un bagno di sangue: a fronte di un budget di circa dodici milioni, il film ne incassa neanche due in patria e neanche quattro nel resto del mondo. Non ha giovato, inoltre, la pessima idea di distribuirlo a neanche due settimane dall'esordio in sala di "Ragazzi Perduti", il quale ne ha praticamente rubato il pubblico.
La carriera di Dekker subisce così un primo arresto ed è costretto a virare al circuito televisivo, dove per fortuna trova rifugio in "Tales of the Crypt", collaborando proprio con il Richard Donner di "Ragazzi Perduti" e dove dirigerà alcuni degli episodi più riusciti. Il flop colossale di "RoboCop 3", qualche anno, dopo le darà malauguratamente il colpo di grazia.



La riscoperta del film inizia già alla fine degli anni '80, grazie ai ripetuti passaggi su HBO e all'uscita su formato VHS e Laserdisc (in Italia viene trasmesso su Italia 1 nell'autunno del 1991 in prima serata e poi replicato nei pomeriggi del fine settimana per giusto un pugno di volte). Ma è nel 2006 che le cose cambiano totalmente: all'Alamo Drafthouse originale viene organizzata una proiezione commemorativa dopo che una coppia di collezionisti aveva recuperato una copia in 35mm. L'evento è inaspettatamente un successo: invitato lì, Dekker si commuove scoprendo come questo suo atto d'amore verso il cinema horror classico che credeva nessuno conoscesse ha in realtà raggiunto lo status di cult. Nello stesso anno, i fan chiedono l'edizione in DVD del film, la quale arriva poco dopo ad opera della Lionsgate e diventa il titolo di catalogo più venduto dell'anno, oltre a vincere persino un premio per la cura profusa nella sua produzione.
Una vera e propria odissea che ha portato un titolo di nicchia, ignorato da tutti, a divenire una pellicola di culto tra le più amate. E il fatto che Dekker abbia dovuto subire questa vera e propria ordalia è un  peccato capitale bello e buono, visto che, a suo modo e nel suo piccolo, "The Monster Squad" è un film semplicemente brillante. 




Se c'è una pellicola degli anni '80 simile a quella firmata da Dekker, essa non è tanto il cult del duo Donner e Spielberg quanto "Ghostbusters": anche "The Monster Squad" coniuga commedia e horror, dove gli elementi di quest'ultimo genere sono però sempre e comunque declinati in maniera seria; la minaccia sovrannaturale è tangibile e pericolosa e il gruppetto della "squadra anti-mostri" è così più simile agli scienziati scaccia-spettri che ai ragazzi di Goon Docks (tanto che persino il poster originale fa un riferimento al cult di Ivan Reitman e soci).
I mostri sono quelli "classici", ossia Dracula, la mummia. l'uomo-lupo, il mostro della laguna nera e quello di Frankenstein, ma lo script ne da un rilettura in parte moderna. Se tutto il gruppo ripresenta bene o male tutti gli archetipi stabiliti al cinema a partire da una cinquantina d'anni prima, con il mostro di Frankenstein in particolare che diventa apertamente buono come intuito da James Whale già nel primo film, è Dracula a presentare le maggiori differenze rispetto alla tradizione, configurandosi come una lettura del tutto originale.
Il conte-vampiro elegante e dai modi regali è sicuramente presente anche qui, ma già il fatto che ad interpretarlo ci sia Duncan Regehr con la sua fisicità imponente ed i lineamenti nordici dona al personaggio un'aura di unicità, incrementata dalla caratterizzazione effettiva: non più un gentiluomo dal cuore demoniaco, ma un vero e proprio sociopatico che non si fa scrupoli nel cercare di uccidere un gruppo di bambini o a dare della troia ad una infante.




L'opera di redesign sulle maschere della tradizione orrorifica qui eseguita dal compianto Stan Winston ed il suo studio è semplicemente incredibile. 
L'uomo-lupo è simile a quello di Lon Chaney Jr., ma il colore argenteo del pelo richiama anche quello interpretato da Oliver Reed ne "L'Implacabile Condanna" della Hammer, mentre il muso canino ad esso apposto finisce per donargli un look del tutto originale.
Semplicemente perfetto è poi il costume di Gillman, ossia la creatura marina, ricreato con una tuta che ricopre l'intero corpo dell'interprete ed una maschera animatronica per riportarne le espressioni, combinazione che riesce davvero a rendere il mostro vivo e credibile, tanto che la medesima combinazione sarà usata decenni dopo dallo stesso team per la creatura di "La Forma dell'Acqua" di Del Toro.
Ottimo anche il lavoro svolto sul mostro di Frankenstein, simile a quello di Boris Karloff eppure dotato di una sua personalità, anche grazie alla bella performance di Tom Noonan, che sa donargli la giusta carica di empatia (e pensare che giusto un anno prima era stato il freddo Dente di Fata in "Manhunter" rende la sua interpretazione ancora più sorprendente).
Il design più originale di tutti, per quanto possa non sembrare, è però quello della mummia, che abbandona la fisicità impotente che Karloff gli aveva imposto in origine per divenire una sorta di non-morto rinsecchito e dal volto zombificato tanto piccolo quanto inquietante.




Sebbene il film sia uscito all'interno di un periodo nel quale i gruppi di giovani teenager imperversano nei film, i ragazzini creati da Dekker e Black risaltano per la loro genuinità, a partire dal linguaggio colorito che adoperano: le imprecazioni e le parolacce si sprecano e, in generale, la forma dei loro dialoghi rispecchia perfettamente il linguaggio dei dodicenni di allora come di oggi, rendendo la visione quantomai fresca. Inutile enumerare le battute più memorabili, tra le quali di certo svetta la mitica "L'uomo-lupo ha le palle!"; la versione italiana in questo caso è però graziata da un'altra espressione di culto, non presente in quella originale, ossia la fantastica: "Ci vediamo, dieci piani di morbidezza!" esclaamata da Rudy dopo aver "srotolato" la mummia.
La caratterizzazione dei ragazzi tende poi a conformarsi ad una visione "verosimile": riescono a credere alla minaccia sovrannaturale solo quando ne hanno davvero le prove e passano il tempo a parlare di film e a spiare le ragazze, cosa che, inutile dirlo, chiunque alla loro età faceva (o avrebbe fatto).
Proprio come fa con i suoi personaggi, il film tratta anche i suoi giovani spettatori in modo serio: non cerca di conciliarne le aspettative, né si trattiene dal volerli davvero spaventare, facendo ricorso persino alla violenza esplicita quando necessario, configurandosi anche qui come un qualcosa di singolare (e se confrontato al cinema per ragazzi di oggi, persino inedito).




La scrittura del duo di autori riesce poi anche nel non facile compito di inserire riferimenti meta-testuali all'interno di un racconto che si prende sul serio e che non vuole funzionare come una parodia e ciò riesce a causa della sottigliezza con la quale vengono calati nel contesto. L'esempio più avvertibile è il sorpannome del personaggio di Horace (interpretato dal compianto Brent Chalem, scomparso a soli 22 anni per una polmonite), detto semplicemente "fat kid", ossia l'immancabile amico ciccione presente in tutte le combricole di "piccole canaglie" mai apparse su schermo (anche se nella versione italiana diventa il più semplice "rotolo", vanificando ogni riferimento ultraneo rispetto alla storia). Allo stesso modo, il personaggio della sorella di Patrick è accreditato semplicemente come "Patrick's sister" nonostante lo screentime dedicatole, in virtù al suo status di membro esterno della "squadra anti-mostri".
Ma la "meta-inclusione" più dirompente e folle è quella che avviene nel finale, con quella risoluzione degli eventi che definire inaspettata è davvero poco: Abraham Van Helsing, che avevamo lasciato nella Transilvania del XIX secolo nel prologo, entra in scena di punto in bianco e sconfigge Dracula, ammiccando a Sean e al pubblico, senza soluzione di continuità alcuna. Perché? Semplice: perché secondo il canone non scritto di tutti i film sul conte vampiro, è solo la sua nemesi a poterlo davvero sconfiggere.




Ma Dekker non vuole davvero creare un semplice compendio di omaggi e strizzatine d'occhio, quanto uno spettacolo in grado di ammaliare chiunque e di essere sempre plausibile. L'attenzione rivolta ai personaggi si sostanzia così in un contesto umano e famigliare credibile che fa da contorno alla vicenda sovrannaturale; la sottotrama sulla crisi matrimoniale dei genitori di Sean e Phoebe (accorciata, tra l'altro, in sede di montaggio) aiuta a rendere i personaggi più credibili e a suggerire come la passione del ragazzino per gli orrori fantatici sia dovuta alla sua volontà di sfuggire ai dispiaceri quotidiani. Così come la figura dell' "abominevole uomo tedesco" (interpretato con piglio divertito dal sempre simpatico Leonardo Cimino), sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, inserisce in un contesto leggero e fantasioso una nota di quell'orrore fin troppo reale in grado di spaventare chiunque.




In generale, l'occhio e la mano di Dekker riescono perfettamente nell'intento di creare uno spettacolo che intrattiene alla perfezione per tutta la sua durata; le parti comiche riescono a far davvero ridire persino da adulti, mentre quelle orrorifiche riescono a trasmettere la giusta tensione, con un paio di scene davvero da antologia, come la comparsa della mummia nell'armadio di Eugene, vera e propria lezione su come coniugare commedia e thriller in un'unica inquadratura, o ogni singola scena in cui il Dracula di Regehr è presente, nelle quali riesce a trasmettere un senso di angoscia spesso tangibile anche quando la sua interpretazione va sopra le righe.
Senza poi dover menzioanre la componente squisitamente spettacolare, con un ultimo atto dove il confronto tra i mostri e i ragazzi diventa pirotecnico, gli ottimi SFX di Winston e persino quell'orecchiabile montaggio a metà film, eseguito sulle note di "Rock until you drop", il cui testo è tanto dozzinale e ridicolo quanto il ritmo è travolgente.




Con il suo mix di serietà e metareferenzialità e prima ancora di commedia e horror, oltre che di intuizioni moderne e nostalgia per i classici. "The Mosnter Squad" funziona meglio di molti altri exploit del cinema per ragazzi degli anni '80; forse persino più de "I Goonies", grazie al genuino entusiasmo del suo regista, davvero innamorato di ciò che sta creando.
Non solo, quindi, il suo status di cult acquisito di recente è più che meritato, ma meriterebbe di persino essere preso più in considerazione dai quei cultori del filone che fin troppo spesso tendono a dimenticarlo o a liquidarlo come un prodotto derivativo.




EXTRA

Proprio come "Ghostbusters", anche "The Monster Squad" condivide il titolo con un dimenticato telefilm degli anni '70.




Trasmessa dalla NBC tra il 1976 e il 1977, questa stramba serie per bambini racconta di un ragazzo che accidentalmente dà vita alle statue di cera di Dracula, dell'uomo-lupo e del mostro di Frankenstein grazie... alle vibrazioni elettromagnetiche del suo computer.


Nel 2018, André Gower, che nel film interpreta il protagonista Sean, ha diretto il documentario "Wolfman's got nards", che ripercorre il processo di riscoperta del film e mostra il rapporto di Dekker, oramai ritiratosi dalle scene, con l'amore dei fan per quello che considera il suo miglior film.


giovedì 26 ottobre 2023

Phantasm IV: Oblivion

di Don Coscarelli.

con: A.Michael Baldwin, Reggie Bannister, Angus Scrimm, Bill Thornbury, Heidi Marnhout.

Fantatico/Horror

Usa 1998
















Il successo di "Phantasm III- Lord of the Dead" fu magro persino in quei pochi paesi dove fece una fugace apparizione in sala. Eppure, dato anche lo scarso budget, fu considerto lo stesso un successo, tanto che Coscarelli si mise praticamente subito all'opera per un quarto capitolo. 
Quarto capitolo che avrebbe dovuto sia risolvere la situazione lasciata in sospeso nel precedente e dare una conclusione a tutta la storia, sia far tornare la serie alle atmosfere rarefatte che la caratterizzavano. Un'operazione seria e complessa, nella quale entra in gioco anche un soggetto insospettato, ossia Roger Avary, ex collaboratore di Quentin Tarantino e all'epoca fresco dell'Oscar per "Pulp Fiction".
Avary era da sempre fan della serie e scrisse una sceneggiatura intitolata "Phantasm 1999" che definire ambiziosa sarebbe eufemistico, nella quale Mike è preda del Tall Man e Reggie deve salvarlo, come nel film precedente, ma il tutto è ambientato in un mondo devastato dagli esseri extradimensionali, con Reggie che si muove a bordo di una 'cuda corazzata e stringe alleanza con un gruppo di guerriglieri capitanati niente meno che da Bruce Campbell.
Malauguratamente, il budget per portare in scena uno script del genere era fuori portata: la Universal, a causa di alcuni screzi avuti con il regista durante la produzione di "Lord of the Dead", abbandonò Coscarelli, il quale trovò un partner nella MGM che, a sua volta, gli propose un accordo strambo, ossia creare un quarto capitolo a basso budget e con i capitali ottenuti dare vita a "1999".
"Oblivion" entrò così in produzione con un insieme di fondi a dir poco miserevole, tanto che Coscarelli è letteralmente costretto a riutilizzare parte del materiale scartato del primo film per far arrivare la durata a novanta minuti scarsi. Nonostante questo, il risultato è tutt'altro che disprezzabile.



La trama, come già nel copione di Avary, riprende lo spunto del capitolo precedente. Liberato dal Tall Man, Reggie si rimette sulle tracce di Mike, che il diabolico alieno sta cercando di concupire.
Il punto di vista, questa volta, è quasi esclusivamente quello di Mike, con A.Michael Baldwin finalmente di nuovo al centro dell'attenzione e con Reggie che torna ad essere un grlorificato comprimario. Tanto che la storyline di quest'ultimo ne riporta tutti i luoghi comuni, con i rocamboleschi combattimenti e l'incontro con una bella ragazza di turno che come sempre lo manda in bianco. Ma anzicché dare un senso di deja vù, questi riescono lo stesso ad intrattenere per merito della mano del regista: il combattimento con il poliziotto-zombie è quasi da antologia, così come la scena nella quale le sfere-vampiro fuoriescono dai seni della bella Heidi Marnhout.




Nella storyline di Mike, Coscarelli può invece dar vita a quel deserto surreale che avrebbe dovuto ospitare il film precedente; e il modo in cui inquadra gli ampi spazi e le forme dei personaggi è semplicemente bello, con inquadrature pittoriche che a momenti ricordano David Lean.
Talento visivo che torna anche nella bellissima scena della Los Angeles deserta, con l'immagine iconica del Tall Man che si aggira tra strade deserte.
In generale, la sua mano torna ad essere salda e, oltre alla bellezza visiva, riesce a creare di nuovo l'aura onirica che caratterizza la saga.



Sul piano narrativo, "Oblivion" bene o male funziona, tendendo a chiarificare le origini del Tall Man e dei viaggi transdimensionali. Queste vengono ricondotte al personaggio di Jebediah Morningside, necroforo della Guerra di Secessione che, ossessionato dal concetto di morte, crea una macchina in grado di aprire varchi nello spazio-tempo e viene "posseduto" dall'entità poi nota come Tall Man.
Al di là della storia in sé, Coscarelli torna a scanagliare la psiche di Mike e il suo rapporto con Jody, figura qui più ambigua rispetto al terzo film. Il ricorso alle scene del primo film aiuta a dare profondità al tutto e persino ad incrementare l'atmosfera sospesa, come nella scena dell'impiccagione e nel bel epilogo.




In generale, nonostante gli scarsi valori produttivi, "Oblivion" funziona davvero bene e anzi proprio a causa della scarsezza di mezzi riesce ad avere un look arthouse e da video-art che gli dona maggiore personalità. 
L'unico vero difetto risiede in quel finale aperto che non troverà soluzione se non decenni dopo la sua uscita (e comunque solo in parte). Lo scarso riscontro ottenuto nelle videoteche sarà micidiale per la serie (al punto che in Italia è stato distribuito solo in epoca recente, direttamente nel bel cofanetto Blu-Ray della Midnight Factory contenente tutta la saga) che di fatto non si riprenderà mai più davvero.
Assodata l'impossibilità di creare un capitolo definitivo, Coscarelli abbandonerà praticamente per sempre i personaggi che lo hanno reso celebre e firmerà qualche altra opera interessante, lasciando i fan per sempre orfani di un epilogo degno di tale nome.

mercoledì 25 ottobre 2023

Totally Killer

di Nahnathcka Kahn.

con: Kiernan Shipka, Olivia Holt, Troy Leigh-Anne Johnson, Julie Bowen, Lochlyn Munro, Charlie Gillespie, Liana Liberato, Kalcey Mawena, Anna Diaz, Stephi Chin-Salvo, Ellie Choi, Johnatan Potts, Randall Park.

Thriller/Commedia/Fantastico

Usa 2023















Cercare di introdurre elementi originali all'interno del filone slasher è oramai impossibile. Laddove la contaminazione con altri generi o registri ha portato anche una ventata di freschezza in passato, al giorno d'oggi è anch'essa divenuta una trovata stantia. L'ultima moda è quella del viaggio nel tempo, con la protagonista di turno che si ritrova nel passato e intenta a sventare le gesta di un killer ancora alle prime armi.
Jason Blum, dal canto suo, aveva già prodotto un simile exploit con il simpatico dittico di "Auguri per la tua Morte" e quest'anno, non si sa per quale motivo preciso, ha deciso di riprovarci con film simile, che però non si riconnette ad essi. "Totally Killer" arriva così direttamente su Prime Video e per la regia di Nahnatchka Kahn, che ha nella sua giusto qualche commedia e si confronta per la prima volta con il "genere". Ed il risultato mostra così tutti i limiti del caso.




Nell'ottobre del 1987, la cittadina di Vernon fu il teatro di un massacro: un serial killer, poi denominato "killer delle sedicenni", uccise tre adolescenti nel giro di qualche giorno, per poi sparire nel nulla.
Trentacinque anni dopo, la giovane Jamie (Kiernan Shipka) è una ragazza come tante, anche se figlia di Pam (Julie Bowen), amica delle tre vittime. All'improvviso il killer delle sedicenni torna a farsi vivo e completa l'opera uccidendo Pam. Distrutta dal dolore, Jamie finisce per caso catapultata proprio nel 1987 e prova ad evitare la strage prima che si verifichi.




I modelli sono chiarissimi, ossia il già citato "Auguri per la tua Morte", oltre che il più oscuro "The Final Girls" (dove la figlia di un'attrice morta anni addietro si ritrova catapultata nel suo ultimo film, uno slasher che parodizza la serie di "Venerdì 13") e "Totally Killer" non ha la grinta del primo, tantomeno la simpatia del secondo.
Il tono sarcastico viene sottolineato soprattutto quando si cita esplicitamente la serie di "Scream", con la quale ha in comune la presenza di Liana Liberato, qui persino più sprecata che nell'ultimo exploit su Ghostface. La componente cinefila si limita però al titolo, forse un rimando a quel "totally" vero e proprio tormentone del personaggio di P.J. Soles in "Halloween" e a poco altro, come il cognome della protagonista, "Hughes" in onore a John Hughes, il patron delle commedie rosa americane anni '80. 
E dulcis in fundo, il viaggio nel tempo distrugge ogni possibile sospensione dell'incredulità, visto che avviene con una macchina del tempo costruita letteralmente da una ragazzina nel tempo libero, prova di come probabilmente in una fase iniziale tutto il film doveva essere una parodia vera e propria piuttosto che una semplice commedia.




Tutta la costruzione della storia affonda i denti nei luoghi comuni più ovvi, con tanto di identità dell'assassino che come da manuale è uno dei personaggi introdotti nella storia; non si rischia nulla, non si vuole scompaginare niente, il tutto è una semplicissima commistione di thriller e risate dove il primo non funziona, complice anche l'esperienza nulla della regista nel genere (e con tanto di montaggio "tagliato con l'accetta" che finisce per rendere confusi alcuni dei momenti più concitati), mentre le seconde si contano con il contagocce. L'unica nota di vera originalità è data dall'introduzione dell' "effetto Mandela" come elemento di trama vero e proprio, anche se la cosa lascia molto il tempo che trova (è proprio il caso di dirlo...)
Le parti più divertenti, alla fine, riguardano lo scontro tra la rudezza degli anni '80 e la delicatezza di una ragazza della Gen Z, con gag tanto ovvie quanto simpatiche, anche se il tutto cozza con la caratterizzazione di adolescente strafottente che si da inizialmente al personaggio di Jamie, prova ulteriore delle diverse riscritture.
E ovviamente gli anni '80 qui ritratti sono quelli di "Stranger Things", ossia il parto della mente di un adolescente odierno che immagina cosa fossero, con le ragazze popolari che prendono come modello di stile Molly Ringwald anzicchè Madonna, Cindy Lauper o Grace Jones e la giovane Pam che riesce ad avere le videocassette di tutti i classici del periodo, come "Tron" e "Blade Runner" che all'apoca furono ignorati anche dai patiti di fantascienza e persino quei "RoboCop" e "Salto nel Buio" che nell'ottobre '87 erano usciti al cinema da giusto qualche mese.




Se l'intento era quello di creare una commedia divertente e sagace, esso è fallito miseramente, visto che la visione è costantemente piatta. L'unica vera nota di merito in "Totally Killer" è data dalla presenza di Kiernan Shipka, tanto giovane quanto bella e brava, che qui almeno può dimostrare parte del suo talento di attrice.

martedì 24 ottobre 2023

Ritorno al Futuro

Back to the future

di Robert Zemeckis.

con Michael J.Fox, Christopher Lloyd, Crispon Glover, Lea Thompson, Thomas F.Wilson, Claudia Wells, James Tolkan, George "Buck" Flower, Billy Zane.

Fantastico/Commedia

Usa 1985












"Ritorno al Futuro" è un classico, su questo non c'è dubbio, ma è davvero l'assoluto capolavoro della storia del cinema che le orde di fan e di nostalgici degli anni '80 vogliono farci credere?
No e questo non è assolutamente un problema.
Perché se di capolavoro all'interno della filmografia di Robert Zemeckis si deve parlare, questo è solo uno, ossia quel "Chi a incastrato Roger Rabbit?" che tra perfetta integrazione tra animazione e live-action, nostalgia agrodolce e per questo più penetrante di quella che solitamente prodotti simili propinano e ottime performance, è memorabile quanto il primo exploit su Doc e Marty, ma anche più interessante.
Questo, come detto, non toglie che questo primo exploit sia lo stesso un bellissimo capo d'opera in grado di affascinare e coinvolgere ancora oggi.




La genesi del film è assai strana. L'idea arriva allo sceneggiatore Bob Gale quando scopre che il padre, ai tempi del liceo, era assai popolare, cosa che non avrebbe mai sospettato. Da qui l'idea di un teen-ager che con una macchina del tempo ritorna agli anni '50 per conoscere i genitori ancora ragazzi.
Idea che viene girata all'amico Zemeckis, all'epoca reduce dal buon esito di "Used Cars" con Kurt Russell e in cerca di un progetto che ne affermi definitivamente le doti di filmmaker. Progetto che così fa il canonico giro degli studi, dove viene categoricamente rifiutato: come commedia per adolescenti è ritenuta troppo docile, priva di quello humor pecoreccio dei campioni di incassi come "Porky's" e simili, mentre la Disney resta disgustata dalla storia dell'incesto tra Marty e la madre.
L'unico a coglierne le potenzialità anche solo spettacolari è Steven Spielberg, che decide di produrlo e riesce a siglare un accordo di distribuzione con la Universal.
Per il ruolo di Marty, si pensa direttamente a Michael J.Fox, all'epoca sulla cresta del successo grazie al suo ruolo nella sit-com "Casa Keaton", il quale deve però declinare sia a causa degli impegni in quest'ultima produzione, sia perché ancora impegnato nelle riprese di quel "Teen Wolf" che potrebbe gareggiare con "Ferris Bueller's day off" per il premio di pellicola cult anni '80 più sopravvalutata di sempre e che lui stesso ammise già all'epoca di non amare particolarmente.
Come protagonista viene così scelto Eric Stoltz, ma dopo due settimane abbondanti di riprese viene licenziato a causa della caratterizzazione che da la personaggio, ritenuta troppo seriosa e che finisce per stonare con il resto del film.
Fox coglie quindi l'occasione e sale a bordo del film, ma è costretto a fare un vero e proprio tour de force per mediare gli impegni, lavorando sette giorni a settimana e delle volte per interi giorni di fila senza riposo, il che aiuta la sua performance di ragazzo spaesato. 
Uscito in sala il 3 Luglio 1985 (e a ottobre in Italia), "Ritorno al Futuro" sbanca i botteghini di tutto il mondo e sin da allora si impone come un cult amatissimo da più generazioni, divenendo un vero e proprio paradigma per i film sui viaggi nel tempo.



Merito di un'idea (all'epoca) freschissima e di un'esecuzione ispirata, dove la parte del leone la fa la bella sceneggiatura. Ogni singolo elemento di trama, dal più insignificante al più evidente, ha di fatto la sua importanza nella costruzione della storia: si pensi al biglietto che Jennifer lascia a Marty nel primo atto, essenziale per la capire quando il fulmine colpirà l'orologio, o l'esecuzione anacronistica di "Johnny B.Goode" che aiuta Marty a coronare il suo sogno di esibirsi in pubblico, così come la frustrazione per tale sogno che ispira il padre, da giovane, a perseguire la sua passione come scrittore di fantascienza. Ogni elemento trova una sua corrispondenza utile allo sviluppo della trama e dell'arco caratteriale dei personaggi e alla fine ogni singola istanza narrativa trova una perfetta risoluzione, in una compattezza di scrittura davvero notevole.
Per di più, il tema della relazione incestuosa riesce a non essere mai declinato verso il cattivo gusto, restando in un perfetto equilibrio brillante. Tanto che persino le numerose gag in proposito non diventano mai stantie, riuscendo sempre a far sorridere.




A rendere poi iconico il tutto, ci pensano le performance degli attori e gli elementi estetici; è persino superfluo citare la bellissima livrea della DeLorean, che da flop industriale qui diventa icona di un decennio, più utile è invece lodare il sontuoso score di Alan Silvestri, totalmente orchestrale, cosa strana per una semplice commedia fantastica degli anni'80; e che si sposa magnificamente con le belle canzoni di Huey Lewis, ancora oggi orecchiabilissime anche se tipicamente 80's.
Il cast è semplicemente perfetto. Certo, la stanchezza di Michael J.Fox è visibile anche nelle prime scene, ma ciò aiuta lo stesso a rendere credibile Marty nel suo ruolo di essere fuori dal tempo; e l'alchimia che ha con uno scatenato Christopher Lloyd è semplicemente fantastica (un plauso come sempre va fatto anche all'adattamento italiano, in cui Ferruccio Amendola si diverte come un matto a sottolineare la stramberia di Doc). Ma il membro del cast il cui apporto di solito non viene lodato abbastanza è Crispin Glover, che riesce ad infondere i giusti manierismi al personaggio di George McFly in tutte e tre le sue versioni, rendendolo al contempo coerente e sfaccettato.




Laddove l'apporto di Zemeckis come filmmaker mostra i limiti è nel rapporto con l'ambientazione storica, quegli anni '50 il cui ruolo per certi versi non è sfruttato a pieno. Non sono il tempo della nostalgia, all'epoca imperante per quel decennio, né il luogo dell'imprint cinefilo, tanto che di riferimenti cinematografici se ne vedono davvero pochissimi (persino l'immagine di Harold Lloyd nella celebre scena di "Preferisco l'Ascensore!" che appare a inizio film è usata come mera prefigurazione del finale). Un'ambientazione che è un puro sfondo degli eventi e che rende così certamente tutto il film in senso lato sempreverde, tanto che potrebbe essere scambiata con quella di qualsiasi altro decennio, ma che gli fa perdere di certo di importanza. Zemeckis dimostra così di non avere quella profondità intellettiva che molti suoi colleghi del periodo avevano (vedi quello che Spielber faceva con un altra commedia di qualche anno prima, quel "1941: Allarme a Hollywood!" che sfruttava molto meglio il setting storico), non rielabora in chiave moderna le istanze del cinema passato, tantomeno prova a creare qualcosa di davvero innovativo, limitandosi a portare in scena lo script nel modo migliore possibile. Cosa che non succederà in "Chi ha incastrato Roger Rabbitt?" , in quel "Forrest Gump" che molto spesso si tende a snobbare e persino in "Ritorno al Futuro- Parte III", dove invece sembra riscoprire la passione per il cinema di Sergio Leone; rendendo così "Ritorno al Futuro" un'opera riuscitissima ed incredibilmente divertente, ma anche meno profonda di quanto avrebbe potuto essere.




Un peccato imperdonabile? Assolutamente no: lo status di classico e di cult plurigenerazionale è assolutamente meritato. "Ritorno al Futuro" è a suo modo e in senso relativo un film perfetto, graziato da uno script magistrale e un cast sublime.

lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon

di Martin Scorsese.

con: Leonardo DiCaprio, Robert DeNiro, Lily Gladston, Jesse Plemons, Tantoo Cardinal, John Lithgow, Cara Jade Myers, Brendan Fraser, Jason Isabel, Jillian Dion, William Belleau, Louis Cancelmi, Janae Collins, Scott Shepherd.

Drammatico

Usa 2023










Se si pensa all'esplosione del cinema woke, è difficile trovare all'interno della miriade di pellicole più o meno seriamente impegnate qualcuna che tratti la questione dei Nativi Americani. A fronte di valanghe di film, serie televisive e persino cartoni animati che ogni anno portano sui vari schermi storie di schiavismo, emancipazione femminile e di orgoglio della comunità LGBTQ+, gli unici film che hanno rivolto la loro attenzione verso i nativi sono stati "Prey" (e solo per usare i Comanche come "gimmick") e il purtroppo già dimenticato "Wind River".
L'eredità di un passato più scomodo di quello schiavista sembra essere, per gli Americani, impossibile da sorreggere, tanto il suo rigetto si sostanza, in pratica, solo nelle vacue proteste durante il Columbus Day, mentre nulla di fatto si attua per cercare di migliorare la situazione nelle riserve o anche solo per dare voce alle piccole e grandi storie di sopraffazione della relativa comunità.
E' per questo che quando un artista del calibro di Martin Scorsese ha annunciato di essere al lavoro su di un film tratto dal libro di inchiesta "Gli Assassini della Terra Rossa" di David Grann, la speranza che qualcosa cambiasse iniziò davvero ad accendersi. E, fortunatamente, Scorsese non delude, creando un ritratto sanguigno e dolente di un mondo che si preferisce ignorare.




Già la storia degli Osage in sé stessa (e così come portata in scena) rappresenta uno sguardo su di un'America lontana dagli stereotipi. Stanziati nell'attuale Oklahoma, un centinaio di anni fa divennero la popolazione più ricca di tutto gli Stati Uniti grazie alla scoperta del petrolio nelle loro terre, con le grandi aziende di estrazione che pagavano i diritti di sfruttamento dei terreni a peso d'oro. Si venne così a creare una situazione paradossale nella quale i Nativi erano la classe ricca, mentre i bianchi la manovalanza, quel sottoproletariato che viveva alle spalle di una classe dirigente che benché anch'essa formata in parte da bianchi, era pur sempre al servizio di una nazione di nativi talmente ricchi da annegare nel lusso più sfrenato.




La storia di "Killers of the Flower Moon", basata su avvenimenti reali, è ovviamente connessa a tale paradosso: all'indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, lo scapestrato reduce Ernest Burkhart (DiCaprio) torna in patria e si trasferisce presso il facoltoso zio William Hale (De Niro), residente presso la contea di Fairfax, nella riserva Osage. Qui inizia una relazione con Mollie (Lilly Gladstone) al solo fine di carpirne i diritti per le royalties del petrolio e incrementare il patrimonio di famiglia.




Scorsese crea una perfetta metafora del capitalismo americano, nonché un nuovo ritratto delle origini della nazione. Come in "Gangs of New York", gli Stati Uniti vengono edificati sul sangue, lì quello degli immigrati, qui quello degli indigeni. 
I bianchi, ex colonizzatori e ora padroni, qui sono dei veri e proprio parassiti, arrampicatori sociali che non si fanno scrupoli a rapinare e persino ad uccidere gli indiani pur di ottenere un profitto. Il razzismo, in tale contesto, non è una questione di presunta superiorità genetica o intellettuale, quanto un'istanza dettata dalla pura avidità, da cui la disumanizzazione di un "diverso" visto unicamente come frutto da spremere e poi gettare via. Razzismo che diventa parte integrante del processo di affermazione capitalistica e persino lo spettro del rimosso massacro di Tulsa torna ad affacciarsi, in una rappresentazione certamente più contenuta, eppure decisamente più precisa di quella vista nella brutta serie HBO tratta da "Watchmen".
La dinamica sociale, benché a parti invertite sotto l'aspetto razziale, è quindi quella di una normale società capitalistica, dove si aggiunge la figura opportunistica dei parveneu. E centro di tutto c'è il personaggio di William Hale, vera e propria maschera del capitalismo americano.




Hale, monarca senza corona, si presenta come simpatizzante degli Osage, ne conosce gli usi, ne parla la lingua, si è perfettamente integrato nel loro tessuto sociale e si professa loro amico, ma a muoverlo è ovviamente il solo interesse economico, il profitto totale, il guadagno talvolta spicciolo, da cui l'uso del nipote come strumento per insinuarsi all'interno del mercato dell'oro nero. Per di più, è un massone di alto rango e amico degli alti papaveri del KKK.
Il rapporto che ha con gli Osage non è neanche di stampo razzista, poiché non vede loro come esseri inferiori; è peggio: li considera come delle non-entità, esseri al limite del non-esistente, da cui la facilità con cui ne ordina l'uccisione per avanzare il suo schema di arricchimento (tanto che uccide con facilità anche bianco Bill Smith, riprova dell'avidità che supera il pregiudizio razziale). L'escalation di violenza, trasforma tutto il film in una sorta di gangster movie dove però la lotta per il potere è univoca.




Ernest Burkhart è invece la maschera di quegli aspiranti parveneu che vivono ai margini della società, di coloro che non hanno né ricchezza, né potere, ma sono lo stesso pronti a tutti pur di ottenerli; la sua storia con Mollie è quella di un arrampicatore sociale che persino quando scopre di avere dei sentimenti riesce a contenerli per continuare a farle del male.
La prospettiva degli Osage viene così data principalmente da quest'ultimo personaggio (il cui punto di vista pare sia stato inserito appositamente da Scorsese nel corso delle riscritture della sceneggiatura) ed è da esso che trasuda il dramma di tale popolo; un popolo americano a tutti gli effetti e a tutti gli effetti tanto ricco quanto invisibile agli occhi del potere, con le morti all'ordine del giorno e quei potenti che si voltano dall'altro lato, disinteressati alle loro sorti; da cui la rappresentazione del senatore inquadrato solo di spalle e l'arrivo del FBI solo dopo la morte di un bianco.




Scorsese non usa mezzi termini e calca la mano riuscendo a creare un ritratto a tinte fortissime di una "Nascita di una Nazione" persino più truculenta di quella vista in "Gangs of New York" (ovviamente non sul piano strettamente visivo). Il suo intento è quello di creare un'opera strettamente politica, la quale si configura come la sua più smaccatamente tale (assieme a "Kundun"). arrivando persino ad apparire in prima persona in quel bel epilogo, quella beffarda rappresentazione di una beffarda rappresentazione di un dramma vero e pulsante che qui e ora trova finalmente un'adeguata messa in scena.
La sua messa in scena è così classica, come propria di tutto il suo cinema degli ultimi vent'anni, ma anche impreziosita da un mestiere al solito magistrale, con solo due limiti dovuti più che altro al caso: l'ultima parte, dove la fase "procedural" ha il sopravvento, diventa più pesante e forse anche meno interessante e il montaggio di Thelma Schoonmaker questa volta è visibilmente sfasato tra inquadratura e inquadratura, anche se la cosa non diventa mai davvero fastidiosa.




"Killers of the Flower Moon" è così un pamphlet tanto fluviale quanto graffiante, un atto d'accusa tanto potente quanto sincero contro una forma di colonialismo moderno tutt'ora in corso (l'ultima inquadratura, che lo mette in parallelo proprio con il "Wind River" di Sheridan), nonché l'ennesimo esempio di grande cinema dalla grande caratura morale di un autore mai troppo lodato.

giovedì 19 ottobre 2023

Phantasm III- Lord of the Dead

di Don Coscarelli.

con: Reggie Bannister, Angus Scrimm, Kevin Conners, Gloria Lynn Henry, A.Michael Baldwin, Bill Thornbury, Cindy Ambuhel, John Davis Chandler, Brooks Gardner, Sarah Davis.

Fantastico/Horror/Grottesco

Usa 1994
















Gli incassi di "Phantasm II" furono più che buoni e l'accoglienza da parte della critica e dei fan superò le aspettative, ma non si trattò del blockbuster che i capi della Universal speravano, nonostante lo avessero letteralmente "mandato a morire" al box office. Il via libera per "Phantasm III" arrivò così solo nei primi anni '90 e il film finito venne distribuito solo in home-video, pratica che purtroppo diverrà comune anche per i film successivi.
Don Coscarelli si ritrovò con un budget più piccolo, non di molto, ma quanto bastò per forzarlo a ridimensionare l'idea originale di un film ambientato totalmente nel deserto e con un finale in Alaska. Pur tuttavia, il capitale vincolato venne controbilanciato con la più totale libertà creativa: pur restando nei limiti del producibile, poteva fare nel film tutto ciò che avrebbe voluto. E per prima cosa, richiamò a bordo A.Michael Baldwin per interpretare Mike e persino Bill Thornbury per ritornare nel ruolo di Jody, oltre a promuovere Reggie Bannister a vero protagonista del film.
Purtroppo, alla piena libertà libertà creativa non corrisponde la piena ispirazione e "Lord of the Dead" finisce per rappresentare un piccolo passo indietro nella saga, anche se graziato da qualche bel tocco di classe.




Proprio come il capitolo precedente, anche questo inizia nel momento esatto in cui il predecessore finiva: Reggie per fortuna non è morto e anche Mike si salva dal colpo di coda del Tall Man. In compenso, Liz viene uccisa nei primissimi istanti, una trovata coraggiosa vista l'importanza del personaggio. E anche Mike finisce nelle grinfie del becchino transdimensionale, lasciando Reggie da solo e alla ricerca di un modo per salvarlo.




Come in "Phantasm II" anche questo terzo capitolo ha una struttura da road-movie, con il cacciatore di mostri che vaga di paese in paese a bordo della mitica plymouth 'cuda e armato fino ai denti, sulle tracce del Tall Man. E anche in questo caso incontra sul suo cammino una serie di personaggi importanti, tanto che Coscarelli arriva persino a ripetere la bella inquadratura della soggettiva del passeggero che ha la visione di un'autostoppista. La differenza la fa il tono, ora spesso e volentieri virato verso l'umoristico.
Per tutta la prima parte, la dinamica tra Reggie e il giovane Mike viene cucita sulla new entry Tim (Kevin Conners), bambino precoce che sopravvive in un mondo sull'orlo del disastro a causa delle azioni degli esseri extradimensiali. Ma questa sua lotta prende le forme di una sorta di parodia di "Mamma, ho perso l'aereo", con il giovane asserragliato in una casa piena di trabbocchetti pronti a percuotere l'invasore di turno. Il quale prende le sembianze non del Tall Man o dei suoi nani, bensì di quelle di tre strambi ladri; e con la differenza che le trappole sono letali, in una deviazione tanto ironica quanto feroce.




Se tale trovata dona un tocco di originalità a questo terzo capitolo, l'umorismo finisce per annientare la bella atmosfera onirica e funerea, la quale diventa invece quella di un cartoon folle. E se l'intento era di quello di riprendere il modello di Sam Raimi ed il suo "Evil Dead II", purtroppo Coscarelli non riesce ad averne la stessa grazia nel coniugare risate e splatter.
Tutta la prima metà del film è così una sorta di rifacimento in chiave faceta di quanto visto in passato; citazionismo torna anche nel finale, che mima in tutto e per tutto quello del primo film. "Lord of the Dead" risulta così a tratti indigesto e viene salvato da giusto un paio di trovate ben congegnate.




La prima è l'espansione della mitologia. Ora anche le sfere-vampiro hanno una loro funzione e origine: sono dei "soldati" che il popolo del Tall Man usa per invadere le dimensioni attigue e nascono quando il cervello dei cadaveri (il cui corpo vuoto viene usato per creare i nani) viene innestato in questa sorta di corpo cibernetico. Jody diventa così una sfera nera che guida Reggie e Mike e comunica con loro attraverso i sogni. In modo simile, il doppio colpo di scena finale fa intuire un collegamento profondo tra Mike e i mostri, unendo i personaggi in un connubio mortale.




La seconda è il ricorso a stunt e scene d'azione più marcate per compensare lo splatter più esiguo. Gli scontri con gli zombi dei tre ladri, nuovi sgherri del Tall Man, brillano per inventiva nelle coreografie e soprattutto sono impreziosite dalla bella scena dello schianto del carro funebre, piccolo pezzo di buon cinema action perfettamente calato nel contesto orrorifico-grottesco del resto del film.
Rimarchevole anche l'introduzione del personaggio di Rocky, interpretato dalla bella e atletica Gloria Lynn Henry, vera e propria amazzone-soldato che tiene a bada le avance di Reggie e non sfigurerebbe come protagonista di un film d'azione vero e proprio.




Per il resto, purtroppo, "Phantasm III" è al meglio una copia più blanda del passato, al peggio un connubio malriuscito. Chi ha amato i due capitoli precedenti si ritroverà spiazzato a causa del cambio di tono indigesto e della riproposizione delle medesime situazioni, che questa volta tornano in maniera meccanica. Solo gli spettatori meno affezionati potrebbero invece apprezzarlo proprio per la sua originalità all'interno della serie.