sabato 9 dicembre 2023

R.I.P. Ryan O'Neal



1941 - 2023

Il tipico volto da bel ragazzo americano, una vita privata a dir poco difficile, una carriera che ha avuto picchi altissimi e tonfi irrecuperabili. Ryan O'Neal resterà per sempre uno dei volti più noti del cinema americano degli anni '70, con almeno tre film che gli hanno garantito l'immortalità.




"Paper Moon- Luna di Carta" (1973) di Peter Bogdanovich



"Barry Lyndon" (1975) di Stanley Kubrick



"Driver l'Imprendibile" (1978) di Walter Hill

giovedì 7 dicembre 2023

The Creator

di Gareth Edwards.

con: John David Washington, Madeline Yuna Woyles, Gemma Chan, Ken Watanabe, Allison Janney, Sturgill Simpson, Amar-Chada Patel, Ralph Ineson.

Fantascienza

Usa 2023















Già le primissime recensioni di "The Creator" ne hanno lodato l'estrema originalità, enfatizzandone la sua capacità di portare sul grande schermo qualcosa di nuovo e inedito. E già dopo i primi minuti di visione, anche lo spettatore non appassionato di fantascienza non può che chiedersi che film i recensori abbiano visto. 
Perché nell'ultima fatica di Gareth Edwards di davvero originale c'è forse la sola ambientazione nepalese, mentre storia, simbolismi, metafore e worldbuilding lo fanno somigliare ad un vero e proprio compendio di tutta la fantascienza degli ultimi sessant'anni, cinematografica e non. Il che non sarebbe neanche male, se non presentasse al contempo delle ingenuità che un testo fantascientifico del 2023 non può permettersi.




Si parte dai manierismi, visto che tutto ciò che viene raccontato è in qualche modo già stato raccontato nono solo più volte, ma anche meglio. L'uomo ha creato la vita sintetica, con una evoluzione tecnologia alternativa che rende simile il mondo concepito da Edwards a quello di "Fallout", ossia un universo uguale a quello reale, ma dove ad un certo punto lo sviluppo tecnologico ha preso un svolta diversa portando ad un futuro diverso. Il paragone con il famoso gioco di ruolo non è poi a caso, visto che il film si apre con degli spot pubblcitari stile retrò sui robot da compagnia.
Le IA si sono integrate nel tessuto sociale, divenendo però la classe operaia, come in "Blade Runner". Di punto in bianco, fanno detonare una bomba atomica al centro di Los Angeles, come in "Terminator 2- Il Giorno del Giudizio". L'umanità avvia così una guerra ai sintetici, come in "Matrix", e la chiave della sua supremazia bellica è data dalla stazione Nomad, super-arma in grado di distruggere qualsiasi cosa sorvoli, stile Morte Nera
L'unica nota di (pallidissimo) carattere in tale storia è dato dal fatto che questa guerra non è su scala globale, ma coinvolge sostanzialmente due nazioni, ossia Usa e New Asia, che ha anch'essa creato la vita artificiale grazie agli sforzi di uno scienziato chiamato Nirmata, ossia il "creatore" del titolo, e ha dato rifugio a tutti i sintetici del mondo.




Da premessa derivativa si passa a trama derivativa: Joshua (John David Washington) è un reduce di guerra ed ex infiltrato in New Asia. Dopo aver perso l'amore della sua vita Maya (Gemma Chan), figlia del fantomatico Nirmata alla quale si era inizialmente unito solo per portare avanti un'operazione militare, viene richiamato in servizio per una nuova missione oltre le linee nemiche, ossia individuare e distruggere un'arma di distruzione di massa. Solo che questa altro non è che una bambina robot (Madeline Yuna Woyles), creata da Maya, la quale ha la capacità di collegarsi a qualsiasi congegno elettronico. Joshua decide quindi di prenderla sotto la sua ala protettrice e usarla per ritrovare l'ex compagna, la quale sembra essere ancora viva, in un viaggio che fa da via di mezzo da quanto visto in "The Last of Us" e la prima stagione di "The Mandalorian" e che culmina in un laboratorio sito in un tempio, in maniera simile a quanto visto in "Innocence: Ghost in the Shell 2".
E se la più totale assenza di originalità non sarebbe neanche un problema troppo grave, è lo svolgimento approssimativo che rende "The Creator" una visione davvero sfiancante.




Edwards e Chris Weitz imbastiscono uno script dove il termine "scontato" è un imperativo. Danno per scontato che basti vestire i robot da monaci e fare qualche fumoso riferimento religioso per far riflettere lo spettatore sul concetto di trascendenza; danno per scontato che basti inserire qualche linea di dialogo nella quale gli umani affermano che le emozioni delle IA sono artificiali per innescare una profonda riflessione sul concetto di umano. Danno per scontato che basti un colpo di scena ritagliato da una battuta riguardante la causa dell'esplosione nucleare per far riflettere lo spettatore sull'insensateza della guerra, in una parata di pressapochismo che a tratti riesce persino ad essere divertente.
Quel che è peggio è che non si accorgono di come queste tematiche vengano inserite malamente sia nel contesto della storia, sia all'interno del mondo nel quale essa si svolge. Si da per scontato che i robot posso essere credenti e non si chiarisce neanche con qualche accenno come possano esserlo davvero, ossia come può un essere la cui mente è puro calcolo sviluppare (anche solo in via imitativa) una forma di spiritualità (errore che già il reboot di "Battlestar Galactica" faceva una ventina di anni fa, ma che almeno cercava di rimediare mettendo la tematica religiosa al centro di bene o male tutta la storia). Allo stesso modo, si da per scontato che i robot possano davvero provare le stesse emozioni delle creature organiche, senza però comprendere come possano farlo laddove non hanno le stesse sensazioni, lacuna che "Blade Runner" evitava caratterizzando gli androidi come esseri organici (e che è comune a quel "Detroit- Become Human" ulteriore esempio di fantascienza tanto pretenziosa, quanto pressapochista); tantomeno viene anche solo fatto intuire perché i robot sentano la necessità di vestirsi come gli umani, pur non avendo nulla da nascondere sotto gli abiti (conformismo? Affermazione di individualità?).
Si arriva poi ad una contraddizione imbarazzante quando si arma l'esercito americano, ossia quello che ha il compito di snidare e distruggere la vita artificiale, con dei robot dotati di individualità e coscienza. E non si parla di superarmi in grado di cambiare le sorti del conflitto e che gli Americani userebbero per puro interesse, bensì di due robottini messi a caso per dare più spazio ad una normale sequenza di bombardamento.
Quello di "The Creator" è così un universo che poteva essere affascinante, ma che finisce per essere totalmente solo assurdo.



La storia, nella sua semplicità, doveva essere coinvolgente per funzionare, ma finisce per lasciare freddi.  Il rapporto tra Joshua e la piccola Alfie è forzato, soprattutto nelle battute iniziali, dove passa da un'unione data dalla convenienza ad una forma di affetto che nasce in modo sin troppo spontaneo.
I dialoghi sono didascalici, ma non è per forza di cose un problema. Lo è, semmai, l'inesrpessività cronica di John David Washington, che recita (è proprio il caso di dirlo) come un automa, senza lasciar trasparire il dolore e l'emotività che il personaggio dovrebbe in teoria avere.
Oltre il rapporto padre/figlia, c'è solo la questione del conflitto, risolto nel più classico "buoni contro cattivi", senza mai neanche poter anche lasciar sorgere il dubbio nello spettatore che in un mondo dove l'intelligenza artificiale è uguale in tutto e per tutto all'uomo, possa esisterne una dotata di cattive intenzioni, facendo calare una coltre di improbabilità sul tutto.
Ad ammazzare definitivamente il coinvolgimento ci pensa poi lo humor che, pur limitato alla sola prima parte, talvolta lascia basiti per quanto è fuori luogo; quando poi si scade nel ridicolo involontario, con quella scimmia armata di detonatore, la visione si fa davvero insostenibile.




Se si vuole trovare qualcosa di buono in questo pastrocchio pretenzioso, questa è data unicamente dall'occhio di Edwards per le immagini, talvolta davvero evocative; le quali assumono un valore persino maggiore quando ci si accorge che il budget dell'intro film è di circa 80 milioni di dollari, ossia neanche la metà di molti altri blockbuster che non possono vantare neanche la metà della bellezza estetica qui sfoggiata. Peccato che tale mestiere venga messo al servizio del nulla.
Sorge quindi una domanda: perché in molti hanno lodato l'originalità di "The Creator"? La risposta giusta è inquitante: forse siamo talmente abituati a vedere blockbuster tratti da libri, fumetti o concepiti come sequel o spin-off di qualcos'altro che la semplice mancanza della scritta "tratto da" fa credere a molti spettatori (anche critici professionisti, forse solo sulla carta) che tutto quel che mostrano sia nuovo o ben fatto. Pura e semplice illusione.

lunedì 4 dicembre 2023

Napoleon

di Ridley Scott.

con: Joaquin Phoenix, Vanessa Kirby, Tahar Rahim, Rupert Everett, Mark Bonnar, Paul Rhys, Ludivine Sagnier, Eduard Phillipponnat, Abubakar Salim.

Biografico

Regno Unito, Usa 2023














Ogni volta che Ridley Scott si è confrontato con la Storia, gli esiti sono stati disastrosi. L'esempio più rappresentativo è il pessimo "Kingdom of Heaven", che anche in quella sua versione director's cut pur superiore alla theatrical, presenta inesattezze e facilonerie ridicole e non solo sul piano della verosimiglianza storica; o anche quel "1492- La Conquista del Paradiso" che trasformava la rievocazione storica in pallido racconto di genere. E se "Il Gladiatore" non è, né ha la pretesa di essere un film storico, l'unico vero exploit in costume credibile da lui diretto resta l'esordio "I Duellanti", il quale è pur sempre basato su di un romanzo storico, quindi in teoria più facile da adattare in modo credibile su grande schermo.
La figura di Bonaparte, poi, non ha mai avuto particolare fortuna al cinema. L'exploit migliore e più famoso è il "Napoleone" di Abel Gance, di quasi cento anni fa, il quale all'epoca fu un flop clamoroso; così come un flop furono il pur bello "Waterloo" e lo stralunato "Désirée", con Napoleone interpretato dal marcantonio Marlon Brando; senza contare il mitologico biopic di Stanley Kubrick, passato davvero alla storia come il più grande capolavoro giammai girato e il cui script pare sia stato fonte di ispirazione per Scott.
Le aspettative per "Napoleon" erano quindi basse e la poca fede che si poteva riservare nel progetto riguardava solo l'ovvia componente spettacolare. Da questo punto di vista, il film non è affatto una delusione, visto che si è rivelato un kolossal bello da vedere, ma genuinamente ridicolo.




Si parte da una considerazione ovvia ma non scontata: la versione cinematografica, di 140 minuti circa, è solo una parte dell'intero film, la cui versione integrale di circa quattro ore è rimandata all'anno prossimo, direttamente sulla piattaforma streaming di Apple. Raccontare ascesa al potere, affermazione e caduta di Napoleone Bonaparte in neanche tre ore è un'impresa semplicemente folle e Scott se ne infischia, tanto che questo montaggio è palesemente monco, passa di palo in frasca da un evento all'altro mischiando vita pubblica e priva del personaggio a tratti senza soluzione di continuità, saltando anche eventi importantissimi, come la campagna in Italia.
Anche il carattere di Napoleone viene maciullato dalla scure del montatore, basti vedere la ricostruzione della battaglia di Austerlitz, dove la geniale strategia del condottiero viene ridotta ad un trucchetto riuscito solo perché l'armata nemica è talmente stupida da non essersi accorta di aver ripiegato su di un fiume ghiacciato.




Ed è proprio il ritratto che Scott fa del personaggio a lasciare perplessi. Nelle sue stesse parole, è sempre stato affascinato dal fatto che un uomo venuto dal nulla e che ha ottenuto tutto fosse sottomesso al sentimento amoroso verso una donna che non poteva controllare. Una chiave di lettura interessante, tanto che se tutto il film si fosse concentrato unicamente sulla storia d'amore e passione con Giuseppina, forse "Napoleon" sarebbe riuscito davvero a rompere la maledizione dei film sul personaggio. Ma l'autore, fatalmente, decide di mischiare tutto, creando un pastrocchio dove il minutaggio dedicato agli andirivieni tra i due amanti finisce per fagocitare le parti più interessanti e importanti, causando cadute di ritmo e di tono paurose.




Il Napoleone che ne esce fuori è un uomo ambizioso, ma neanche troppo, un soldato che vuole ottenere il potere senza che allo spettatore sia dato sapere davvero il perché; non il condottiero famelico e guerrafondaio della Storia, quanto un uomo in cerca di riscatto dalle umili origini e dal suo status di corso francese, che a causa degli eventi finisce per diventare imperatore di Francia. In pratica, un omuncolo che si crede geniale, ma che ottiene il potere per puro caso, più interessato all'amore che all'affermazione personale.
Anche qui si è di fronte ad una lettura che sarebbe anche stata interessante, se solo Scott non avesse avuto la pretesa di creare un biopic vero e proprio; se "Napoleon" fosse stato un ritratto d'autore (à la Sokurov, per intenderci), non gli si sarebbe potuto rimproverare più di tanto, ma la volontà di raccontare tutta o quasi la storia di Bonaparte affossa ogni possibile verosimiglianza e credibilità del ritratto che ne emerge.
Il quale, tra l'altro, non funziona neanche se preso a sé: Phoenix è stranamente stoico in ogni singola scena, mentre la scelta di far interpretare Giuseppina a Vanessa Kirby, di quasi quindici anni più giovane del protagonista, è semplicemente ridicola, tanto che anche nel racconto è diventata più giovane e il rapporto tra i due è stato praticamente invertito: non è più Napoleone ad usarla per farsi strada negli ambienti altolocati, quanto lei ad usarlo per salvarsi dalla miseria. La loro diventa così una semplice storia di amore e gelosia.



Se si guarda alla ricostruzione della storia bellica, le cose si fanno ridicole, a dir poco. Napoleone non vuole conquistare nuovi territori ed espandere la sua influenza sul resto d'Europa come un condottiero dell'antichità, quanto farsi improbabile difensore della pace; tant'è che la battaglia di Austerlitz viene combattuta per lesa maestà e la campagna in Russia per pura ripicca, in una lettura degli eventi che non sta né in cielo, né in terra. E se la ferocia degli scontri è sempre presente (oltre allo splatter, è anche lo spettacolo a fare capolino, con quella cannonata contro le piramidi tanto improbabile quanto fantasmagorica), il fatto che le battaglie ritratte siano poche non fa filtrare lo stato degli eventi che furono, al punto che, nell'ambito del racconto, non si può neanche parlare di Guerre Napoleoniche vere e proprie; con l'ovvia conseguenza che quella conta dei morti che appare a fine film risulta davvero straniante.




Il mestiere di Scott come artigiano delle immagini perlomeno continua ad essere presente. La bellissima fotografia del sempre bravo Dariusz Wolski immerge gli eventi in colori autunnali, trasformando il racconto in una storia crepuscolare decisamente ammaliante; e le immagini, ricostruite sulla scorta dei quadri del XIX secolo, sono a tratti genuinamente belle.
Le scene di guerra sono fortunatamente ben coreografate e montate (sono lontani, per fortuna, gli orrori de "Il Gladiatore", "Kingdom of Heaven" e "Black Hawk Down", con quel maledetto otturatore chiuso e il montaggio subliminale che ammazzava ogni possibile intelligibilità); su tutte, è la battaglia di Waterloo, per ovvi motivi, a ricevere il trattamento migliore, con scene di massa così ben enfatizzate da far sembrare il frutto un'opera degli anni d'oro del cinema bellico.
Se c'è un rimprovero da fare alla messa in scena, riguarda un unico aspetto, benché sia anche il più bizzarro: il racconto abbraccia vent'anni di vita dei personaggi, ma questi non invecchiano praticamente mai, come si avesse voluto risparmiare sul make-up necessario.



Tolto l'aspetto estetico-stilistico, che vale anche al netto di questa strana ingenuità, "Napoleon" è un film sbagliato, che sfoggia tutta la sbruffonaggine di Scott quando si tratta di raccontare la realtà; o, per lo meno, lo è in questa versione, dalla quale il ritratto del personaggio che emerge è talmente fantasioso da oltrepassare i limiti della parodia.

giovedì 30 novembre 2023

Cosmos

di Andrzej Zulawski.

con: Jonathan Genet, Johan Leibérau, Victroia Guerra, Sabine Azéma, Jean-François Balmer, Clémentine Pons, Andy Gillet, Ricardo Pereira, Antònio Simão.

Francia, Portogallo 2015

















Terminato il sodalizio sentimentale e professionale con la moglie e musa Sophie Marceu con "La FIdélité", Zulawski si ritira in parte dalle scene. Devono infatti passare ben 15 anni prima che "Cosmos" arrivi al Festival di Locarno e questi finisce per configurarsi, purtroppo, come la sua ultima opera, un testamento artistico che non raggiunge gli apici del passato, ma incorpora alla perfezione tutti gli stilemi e le ossessioni del grande cineasta polacco, restandone comunque un'ottima testimonianza.




"Cosmos" è un titolo fuorviante, poiché Zulawski incapsula in meno di due ore una perfetta forma del caos. Ma è al contempo un film dove forma e sostanza si inseguono, dove i piani narrativi si fondono e realtà e finzione si confondono, come nel bel finale, nel quale non è dato sapere quale sia la risoluzione effettiva degli eventi; dunque il tranello del titolo è del tutto giustificato. E tutta questa operazione di messa in scena dell'assurdo, nell'assurdo, con l'assurdo e per l'assurdo diviene chiara nel momento in cui si riconosce il nome di Witold Gombrowicz, autore del libro alla base della sceneggiatura, che nelle stesse parole di Zulawski non sapeva come finire le sue storie, tantomeno quale significato avessero.




Lo spunto iniziale è l'unica traccia narrativa comprensibile: i giovani Witold (Jonathan Genet) e Fuchs (Johan Leibérau) fuggono dalla città e dalla misera vita di studenti per rifugiarsi in un bed & breakfast di paese. Qui vengono ospitati da una strana famiglia e Witold si innamora da subito della conturbante figlia Lena (Victoria Guerra), sposata e aspirante attrice.




Un testo che diventa pretesto nel quale far confluire ricordi cinefili, ossessioni antiche, pulsioni moderne, un caleidoscopio di spunti, intuizioni e rimandi che confondono. E' impossibile seguire "Cosmos" poiché è esso stesso la sostanzia propria del cinema di Zulawski, ossia quel delirio febbrile che possiede corpo, anima e mente in modo talmente forte da portare alle convulsioni e al delirio.
Decisamente più facile è orientarsi grazie ai rimandi e alle citazioni. La più esplicita, anche perché richiamata a più riprese dagli stessi personaggi, è quella pasoliniana, di quel "Teorema" che diventa testo sacro. Già dall'incipit è facile vedere nella storia di Gombrowicz un'inversione della premessa del capolavoro di Pasolini, con i due ragazzi che fanno irruzione in una casa della piccola borghesia, dove, anzichè sovvertirne le certezze, finiscono trascinati in un caos che ne ha già fagocitato gli ospiti.
Gli ulteriori riferimenti cinefili sono poi a dir poco ameni, spaziando da Luis Buñel a "Star Wars", ma solo talvolta hanno una forma effettiva, come nel caso degli insetti che fuoriescono dal corpo di uno dei personaggi.




Il testo si fa così indecifrabile, perso nei meandri della contemplazione febbrile del sentimento. Mai come ora Zulawski è riuscito a dare corpo alla totale perdita di raziocinio, all'abbandono di ogni unama logica in favore di una pazzia emotiva che cannibalizza ogni possibile razionalizzazione, anche il più semplice percorso a-logico.
Eppure tale perfezione è anche fatalmente manierista: arrivando alla fine del suo percorso artistico, di fatto aggiunge davvero poco ai suoi deliri più celebri; tanto che gli apici toccati (già un trentennio prima e solo per citarne un paio) da "Femme Publique" e "L'Amour Braque" restano decisamente più memorabili. Complice anche un cast che qui sa decisamente come dare corpo e volto ai personaggi, ma che non ha la forza o la presenza scenica di altri collaboratori del grande regista: Victoria Guerra, pur affascinante, è un'ombra della Marceu, ma anche di Isabelle Adjani, Romy Schneider e Valérie Kaprisky, mentre Jonathan Genet, pur dal volto cadaverico da perfetto deviato, non ha il carisma di un Sam Neill o la presenza scenica di Bouguslaw Linda, Lambert Wilson o Jacques Dutronc.
"Cosmos", semmai, è un'opera più compatta e coerente per la precisione nella quale dà corpo ai desideri smaniosi dei personaggi perdendovisi all'interno, senza mai lasciare che il discente possa capire quanto ciò che accade è vero e quanto è una manifestazione dell'interiorità.



I rimandi letterari non sono, tuttavia, pura erudizione, ma anch'essi esternazione del caos interiore del protagonista. La citazione di Dante che apre il film sancisce la discesa agli inferi interiori, gli insetti, ovviamente, il marcio che striscia oltre il visibile, i cadaveri degli animali appesi quel male che sembra ammantare il posto. Tutto ha bene o male senso, almeno nell'immediato, mai nel lungo termine, e da un certo punto di vista va anche bene così.
Pur tuttavia, non ci si può che dispiacere del fatto che la carriera di Zulawski finisca in modo così ordinario. Certo, vedere delle immagini così dinamiche ed un ritmo elevato in un film europeo contemporaneo è certamente spiazzante; ma la sua filmografia aveva già raggiunto l'apice e questa sua ultima e definitiva fatica, purtroppo, non aggiunge nulla.
Meglio ricordarlo, dunque, per i suoi film più belli, riscoprirne quelle opere che ancora oggi risultano originali e sconvolgenti.

mercoledì 29 novembre 2023

When Evil Lurks

Cuando acecha la maldad

di Demiàn Rugna.

con: Ezequiel Rodrìguez, Demiàn Salomòn, Silvina Sabater, Luis Ziembrowski, Marcelo Michinaux, Emilio Vodanovich, Virginia Garòfalo.

Argentina, Usa 2023
















Demiàn Rugna si è fatto un nome tra gli appassionati del cinema horror per essere riuscito a declinare il tema delle possessioni demoniache in maniera originale. Il suo sguardo è crudele e più che ai classici film sugli esorcismi, si rifà a tanto cinema del terrore europeo, dove il gore diventa la coronazione di un orrore strisciante e tangibile. E l'orrore che striscia in "When Evil Lurks" è solo l'apoteosi di questo approccio del tutto personale, che qui giunge a piena maturazione.




Originalità che si sostanzia già nell'ambientazione: nel mondo ritratto, i demoni sono una realtà concreta e da anni flagellano la società, la quale si è adattata a tale situazione; non una semplice metafora sulla Pandemia, quanto, a sua detta, la razionalizzazione della paura del glifosato per le colture e gli effetti negativi che potrebbe comportare.
Un male che si fa malattia, tanto da prendere le forme di un body horror nel quale il corpo del posseduto viene trasfigurato verso il grottesco, con il "marcio" Uriel che diventa una gigantesca pustola infetta sul punto di esplodere. E che, tramite la sua influenza nefasta, contagia qualsiasi cosa gli stia intorno, un'entità deminiaca che si diffonde per via aerea.
In questa specie di post-apocalisse, i fratelli Pedro (Ezequiel Rodrìguez) e Jamie (Demiàn Salomòn) cercano di disfarsi dell'infetto, ma finiscono solo per peggiorare la situazione. 




Un mondo dove le autorità sono imbelli o inesistenti: la Chiesa è collassata, al suo posto è sorta una setta di ammazzademoni (i "Cobra"), poi divenuti agenti statali. Ma lo Stato sembra infischiarsene e dunque sono i singoli a dover fronteggiare l'orrore, cercando per prima cosa di salvaguardare i propri cari.
E Rugna non fa sconti: come nella società sudamericana odierna, le autorità sono inesistenti e il suo diventa un atto d'accusa contro quelle istituzioni che al meglio restano in silenzio dinanzi alla violenza, al peggio contribuiscono a perorarla. E se una visione del genere appare finanche scontata, è quando il suo sguardo si rivolge all'istituzione famigliare che il film diventa davvero dirompente.




La famiglia viene letteralmente fatta a pezzi e i primi ad essere smembrati sono i bambini. La messa in scena non lascia nulla all'immaginazione e mostra in modo diretto infanti trucidati da uomini e belve possedute. E se le immagini di quei corpi martoriati sono a dir poco disturbanti, ancora più spiazzante è quel climax dove i bambini diventano i carnefici, in una ripresa dell'impostazione di quel purtroppo poco ricordato "¿Quién puede matar a un niño?" virata al demoniaco, che riesce davvero a turbare nel profondo.
Il bambino diventa così centro essenziale di tutto l'orrore: vittima inerme e inerte da proteggere, da cui la suspense per la sorte dei figli del protagonista Pedro, ma anche mostro infido, pronto a distruggere qualsiasi cosa incontri nel modo più gratuito. Non per nulla, è con un atto di nascita che la storia giunge al culmine, il preludio ad una nuova vita che significa nuovo male riversato nel mondo.




La visione è quindi tanto affascinante quanto angosciante. La regia riesce perfettamente nell'intento di trasmettere la disperazione dei protagonisti e la loro incontenibile paura, nonché a creare un universo dove la tensione è sempre alta grazie alle regole che lo sostengono: è la paura stessa a generare i mostri, quindi i personaggi non possono mai essere davvero al sicuro. E con loro, anche allo spettatore non viene lasciata tregua. Tanto che, quando la violenza arriva, è liberatoria, segna la fine di un ciclo di tensione, pur preludendo a quello successivo.




La cattiveria estrema rende così "When Evil Lurks" una visione sconvolgente e ammaliante. Tanto che, pur al netto di una recitazione talvolta blanda, un secondo atto troppo lento e dialoghi a volte troppo didascalici, lo si può davvero definire come il miglior horror dell'anno. Con buona pace del pur riuscito "Talk to Me".

venerdì 24 novembre 2023

Thanksgiving: La Morte ti Ringrazierà

Thanksgiving

di Eli Roth.

con: Nell Verlaque, Patrick Dempsey, Gina Gershon, Gabriel Davenport, Karen Cliche, Jalen Thomas Brooke, Milo Manheim, Addison Rae, Tomaso Sanelli.

Horror/Slasher/Grottesco

Usa, Canada, Australia 2023












E' strano accorgersi di come la lunga ombra del "Grindhouse" di Tarantino e Rodriguez arrivi persino al 2023; o, meglio, di come Eli Roth abbia impiegato la bellezza di sedici anni per trasformare il fake trailer di "Thanksgiving" in un lungometraggio. La domanda che sorge spontanea è: ce ne era bisogno? La risposta è più complessa di quanto appare.
Perché va in primis considerato come Eli Roth sia ad oggi la grande promessa mancata del cinema horror americano; o, per dirla meglio, la grande presa per fondelli del cinema horror americano, un ex ragazzo d'oro che ha ottenuto un paio di successi dal nulla agli esordi con "Cabin Fever" e "Hostel" (i quali sono in realtà due pessimi exploit) e che non è mai più riuscito ad ottenere i medesimi consensi. Al punto che dopo il flop di "The Green Inferno" ha effettuato la sua unica escursione al di fuori del genere con quel remake de "Il Giustiziere della Notte" con il quale dimostrava come non avesse capito nulla dell'originale.
Un ritorno alle origini era quindi la mossa migliore da fare e il riprendere un'idea in teoria simpatica era una mossa ancora migliore. Tanto che alla fine, "Thanksgiving" è forse il miglior di Roth... pur avendo tutti i difetti che i suoi film di solito hanno.




"Thanksgiving" altro non è se non l'omaggio di Roth agli slasher di fine anni '70- inizio anni '80, quelli più turpi e che usano l'ambientazione festaiola come giustapposizione all'orrore; e il Giorno del Ringraziamento si pone perfettamente al centro tra Ognissanti e Natale, con l'assassino travestito dal pellegrino John Carver che diventa un'incarnazione generica di tutti i killer mascherati del grande schermo.
Un omaggio del tutto personale, che Roth confeziona con il suo solito occhio dissacrante e votato a unire terrore e umorismo grottesco. Tanto che la prima inquadratura è una amorevole sovversione della soggettiva del killer degli apripista, mentre i protagonisti sono il classico gruppo di stronzetti che tutto il suo cinema ha da sempre presentato.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi? Più o meno; perché se la caratterizzazione fastidiosa dei personaggi, le svolte sopra le righe nella narrazione e i tragici dialoghi para-tarantiniani ci sono tutti, questa volta il regista riesce ad avere un paio di intuizioni davvero non male che riescono a salvare in parte la visione.




La prima è l'uso del Black Friday come causa scatenante dell'orrore. Il prologo, classico esempio di primo atto che setta lo standard di quello a cui si assisterà, è quanto di più disturbante e cattivo Roth abbia mai girato; e le immagini di un mucchio di consumatori invasati e pronti a uccidere o morire pur di accaparrarsi prodotti inutili dovrebbe ricordare il tono grottesco dell'omonimo episodio di "South Park", se non riportasse invece alla mente le vere immagini dei disordini durante la stagione degli sconti in America, rendendo la visione ancora più disturbante di quanto la cattiveria e gli effetti splatter possano fare.
Un massacro che viene poi trasmesso in diretta dai drogati di social, con le immagini di morti che si fanno acchiappalike perfetti. E il killer che, un anno dopo, trasforma quegli assassini dell'etere in vittime di quel cinismo che hanno sfoggiato con tanta disinvoltura.




Il massacro dei responsabili, carnefici in realtà ben più feroci e apatici di quanto un serial killer mascherato possa essere, diventa catartico persino quando va a colpire quel gruppetto di protagonisti in larga parte anch'essi antipatici. Di questi, Roth concede un minimo di empatia all'atletico Scuba, alla sua bella ragazza bionda Yula e alla final girl di turno (interpretata da quella Nell Verlaque che, per quanto bella, non ha né il fascino, né il carisma necessari per il ruolo), mentre per i "fighi" Evan e Gabby non ha un minimo di riguardo; tanto che il primo fa una delle morti peggiori, mentre nei panni della seconda troviamo quella Addison Rae celebrata oramai più come starlette dei social che come popstar.
E se "Thanksgiving" avesse mantenuto tutte le promesse sarebbe stato non solo il miglior film di Eli Roth, ma anche una rievocazione coraggiosa e memorabile degli anni d'oro dello slasher. Sfortunatamente, così non è stato.




Perché Roth a questo giro è inspiegabilmente pudico sia nel mostrare la violenza che la componente erotica. Per accorgersene, basta confrontare le singole scene del lungometraggio con quelle equivalenti del fake trailer, le quali risultano ben più feroci e coraggiose. 
Il caso più clamoroso è quello della sequenza dell'uccsione della cheerleader che salta sul tappeto a molla, ossia l'immagine più celebre dell'originale, che qui invece risulta annacquata e persino forzata: non viene inserita a dovere nel contesto della storia, tanto che il personaggio è una comparsa che appare e viene uccisa nell'arco di una manciata di secondi, non uno dei personaggi principali, come se Roth l'abbia inclusa per puro obbligo; l'esecuzione è poi di una castità ridicola: laddove nell'originale la ragazza veniva pugnalata nella vagina mentre era a petto nudo, qui viene colpita solo alla schiera e alle braccia, restando sempre coperta. Autocensura dovuta sicuramente ai tempi che corrono, ma anche alle polemiche dovute al trattamento riservato a Vendula Bednarova, l'attrice originale: Roth ha candidamente dichiarato come, all'epoca delle riprese, l'abbia costretta a ripetere le inquadrature più volte per il solo gusto di ammirarne i seni, un atto che definire riprovevole è riduttivo e che forse ora vuole farsi goffamente scusare. 




Gli omicidi sono costruiti con il più classico campionario di efferratezze, le quali però vengono inflitte a personaggi privi di carisma e spesso fastidiosi, oltre ad essere virate al grottesco, finendo così per risultare innocue, ma senza mai davvero divertire. L'unica eccezione è la sequenza nella quale uno dei personaggi viene trasformato in un tacchino umano, davvero ben congegnata, unica isola di mestiere in un mare di mediocrità assortite.




Se la decisione di trasformare un progetto che Roth stesso ha inizialmente definito come "talmente offensivo da essere cancellato dalla Storia" in un horroretto tanto simpatico quanto privo di nerbo appare ipocrita, la vera ipocrisia dell'autore si palesa quando si paragona il discorso che qui fa sulle armi da fuoco a quello che faceva nel remake de "Il Giustiziere della Notte"; nel precedente exploit sembrava volesse intessere una seria disanima sulla pericolosità della libera vendita di armi, solo per poi abbandonarla a metà film e chiudere il tutto con una gloriosa sparatoria. In "Thanksgiving" è invece al contempo più coerente e più infido, caratterizzando l'armaiolo di turno come un simpaticone e lasciando che tutta la situazione sia risolta da un suo intervento indiretto in un primo momento e, nel finale, con un colpo di fucile risolutorio, alla faccia del buon gusto.




Alla fine, "Thanksgiving" si profila come un omaggio che non graffia, né stupisce; il più classico film di Eli Roth che si possa immaginare, ma che per lo meno ha il grosso merito di non infastidire quanto gli altri suoi film e che presenta un paio di intuizioni simpatiche e ben sviluppate. Il che, in realtà, non sarebbe neanche poco, se non lasciasse davvero il tempo che trova.

mercoledì 22 novembre 2023

I Tre Moschettieri- D'Artagnan

Les trois mousquetaires: D'Artagnan

di Martin Bourbolon.

con: François Civil, Eva Green, Vincent Cassel, Romain Duris, Pio Marmai, Louis Garrel, Vicky Krieps, Eric Ruf, Lyna Khoudri, Marc Barbé, Jacob fortune-Lloyd, Patrick Mille.

Avventura/Storico

Francia, Belgio, Spagna, Germania 2022









Se si pensa alle trasposizioni filmiche del celeberrimo romanzo di Alexandre Dumas padre, vengono in mente solo ed esclusivamente quelle prodotte a Hollywood, nonostante se ne contino in tutto circa una trentina. I tre moschettieri sono stati, in buona sostanza, sempre e comunque appannaggio delle produzioni americane, le quali non sono mai mancate e alcune delle quali sono tutt'oggi apprezzate, come la simpatica rilettura ironica di Richard Lester negli anni '70, quella stielwuxia-pin di Peter Hyams del 2001, l'avvenutura per ragazzi targata Disney del 1993 e la stramba versione steampunk di Paul W.S.Anderson del 2011.
La mancanza di una trasposizione francese contemporanea e degna di attenzione era ai limiti del vergognoso, per questo i produttori della Pathé hanno deciso di ovviare a tale mancanza facendo le cose in grande: una produzione da oltre 70 milioni di euro che trasposta sullo schermo le prime due storie del ciclo, con due film girati assieme e parti di una trilogia da completare, coronata da un cast praticamente tutto francese (ad eccezione della lussemburghese Vicky Krieps che interpreta la regina e l'inglese Jacob Fortune-Lloyd negli ovvi panni del duca di Buckingham) dove spiccano ovviamente i superdivi Vincent Cassel e Eva Green e con la regia di quel Martin Bourbolon che pur confrontandosi per la prima volta con il cinema di stampo avventuroso ha dalla sua la firma su di un pugno di buoni successi commerciali (in patria).
"I Tre Moschettieri- D'Artagnan" è così un piccolo kolossal ambizioso, che vuole dare una passata di modernità ad una storia che più classica non si può; e che bene o male riesce nel suo intento.


Parte del fascino del libro originale è dato dalla capacità di Dumas di unire il romanzo storico "classico" con un racconto da cappa e spada di stampo popolare. Nella sua revisione del passato, Richelieu è un villain che brama quel potere che il raggiungimento della maggiore età da parte di Luigi XIII gli ha negato, mentre le avventure di D'Artagnan sembrano uscite da un feulettion. Il giovane guascone è poi ispirato alla figura del proprio padre, Thomas Dumas, figlio illegittimo di un nobile e una serva di colore, il quale, riconosciuto, è ben presto divenuto ufficiale dell'esercito; durante le campagne napoleoniche, ha servito l'imperatore e sotto le armi ha stretto una forte amicizia con tre commilitoni, i quali erano inseparabili; il suo coraggio lo ha poi portato a distinguersi in più battaglie, rendendolo molto amato tra le truppe.
Su schermo, D'Artagnan ha il volto di François Civil, che ne restituisce alla perfezione la sbruffonaggine, ma anche la spavalda ingenuità; arrivato a Parigi, nel bel mezzo delle guerre di religione del XVII secolo, aspira a diventare moschettiere come il padre e ne incontra ben presto tre: il nobile Athos (Cassel), il gesuita donnaiolo Aramis (Romain Duris) e l'esuberante Porthos (Pio Marmai). I quattro si trovano presto invischiati non solo nella canonica rivalità con le guardie privati del cardinale, ma anche in un complotto volto a destabilizzare la corona, il quale viene ordito dal porporato assieme alla bellissima e fatale Milady (Eva Green).




E' proprio il cast a merita il plauso maggiore: oltre a Civil, ogni attore è perfettamente in parte. Su tutti svetta ovviamente Cassel, che in questa prima parte ha modo di sfoggiare il suo carisma nei panni del personaggio più tormentato, ma anche quello di Eva Green risulta un casting perfetto, nonostante il poco screentime che le venga dedicato. Strana invece la trovata di affidare il ruolo di Richelieu al misconosciuto Eric Ruf, quando invece ad interpretarlo è per tradizione sempre una star o comunque un attore dal sicuro fascino, ma c'è da dire che anche lui funziona a dovere.
La regia di Bourbolon è invece fin troppo pop: al bando ogni forma di classicismo, il cappa e spada qui diventa quello di un episodio di "Game of Thrones" o di un qualunque fantasy degli ultimi dieci anni, con piccoli piani sequenza che seguono i personaggi mentre duellano e montaggio serrato. La visione è sempre chiara e l'azione comprensibile, ma il tutto manca di vera personalità, complice anche una fotografia di stampo para-televisivo.



A saltare all'occhio, semmai, è il tono usato per la narrazione, decisamente cupo. La leggerezza del romanzo cede il passo ad un registro sempre pesante, con la Francia del 1.600 che sembra uscita da un racconto di "Conan il Barbaro" tanto l'aspetto selvaggio e violento è calcato. E' come se il regista avesse in mento proprio i romanzi di George R.R.Martin piuttosto che quelli di Dumas quando ha deciso di costruire le scene. Con l'aggravante che, tono sbagliato a parte, non riesce mai a costruire la giusta tensione quando necessario, né talvolta la giusta enfasi quando serve. 
Alla fine il racconto scorre anche bene, ma si ha la sensazione di un'operazione dove lo spettacolo è stato prediletto all'efficacia, dove i valori produttivi contano più della storia.




Alla fine, questo adattamento sfarzoso e tenebroso bene o male funziona. I buoni valori produttivi e il cast riescono a rendere il tutto divertente e il fascino della storia è ancora oggi immutato. Certo è, tuttavia, che con una regia di miglior mestiere, questo "D'Artagnan" sarebbe stato davvero memorabile.