venerdì 26 luglio 2024

Deadpool & Wolverine

di Shawn Levy.

con: Ryan Reynolds, Hugh Jackman, Emma Corrin, Matthew MacFayden, Morena Baccarin, Rob Delaney, Leslie Uggams, Karan Soni.

Commedia/Azione/Fantastico

Usa 2024

















---CONTIENE SPOILER---

Siano essi produzioni Disney che Sony, tutti gli ultimi film legati ai fumetti Marvel hanno finito per floppare o comunque per essere snobbati dai fans, con ben poche eccezioni. Un trend che dura dal post Avengers Endgame e che in senso lato ha coinvolto persino un successo di cassetta come Spider-Man- No Way Home, subito rivalutato dai fan per il film stupido che di fatto è.
Come se non fosse abbastanza, il trend negativo ha coinvolto anche quasi tutte le serie in streaming e persino le nuove produzioni cinematografiche stanno subendo diversi casini dietro le quinte: Capitan America- Brave New World ha subito talmente tante di quelle sessioni di reshoot da essere diventato un altro film, l'esordio dei Fantastici 4 per il Marvel Studios sta tardando ad arrivare e quel Blade con Mahershala Alì che nessuno ha chiesto o aspetta rischia di essere cancellato da un momento all'altro.


Come fare quindi a rilanciare lo MCU? Semplice, basta prendere un personaggio che tutti amano e usarlo come testa di ponte per una nuova fase. La scelta è caduta su Deadpool, il supereroe preferito di chiunque abbia più di vent'anni e poca pazienza per le panzane supereroistiche o anche solo un senso dell'umorismo a là Porky's, il cui terzo exploit ha finito per diventare un vero e proprio reboot per l'universo Marvel, portando all'introduzione dei mutanti nell'universo principale ora che la Fox è diventata parte integrante del conglomerato Disney e quindi non esiste più il rischio concorrenza. O almeno in teoria...
Ad ogni modo, i film su Deadpool hanno sempre funzionato perché sono stati un one-man-show di Ryan Reynolds, quindi come fare a mediare le esigenze di cassa con quelle (virgolette d'obbligo) "artistiche"? 
Deadpool & Wolverine è in fondo questo, ossia un ibrido tra il senso dell'intrattenimento del sex symbol canadese con la volontà di portare lo MCU fuori dalla fase di stanca. E a Reynolds viene data carta bianca, tanto che si porta Shwan Levy dal set di Free Guy, l'amico di sempre Hugh Jackman e riesce persino ad inserire una caterva di battutacce a sfondo omosessuale, eccessive persino per gli standard dei film di Deadpool. Al punto che la missione, alla fine, bene o male è compiuta.


Bene o male perché questo terzo film è sostanzialmente una operazione metareferenziale tout court, uno sfondamento della quarta parete che dura due ore e che intavola un gioco di rimandi e strizzatine d'occhio con lo spettatore che, a questo giro, non cessa praticamente mai.
Ciò a partire dalla trama: Deadpool ha appeso la tutina al chiodo ed è persino in crisi coniugale con Vanessa, leggi: l'acquisizione della Fox ha messo in stallo i suoi film e lui è rimasto in panchina; è poi frustrato per il fatto che vorrebbe essere parte di un team di supereroi, leggi: vorrebbe entrare nell'universo condiviso. Di punto in bianco, la Time Variant Authority di Loki lo contatta per ingaggiarlo, leggi: la Disney lo ha assunto. Ma ovviamente c'è la fregatura, che consiste nel fatto che il suo universo sta per essere cancellato, leggi: alla Disney non frega nulla degli X-Men della Fox e vuole rebootare tutto, salvando solo il personaggio più celebre. La causa è anche semplice: Logan è stato un successo e nessuno vuole rovinare un finale così perfetto a quella serie di film, leggi al contrario: morto Wolverine, quella linea temporale è spacciata. Deadpool deve quindi trovare un Wolverine di rimpiazzo e rovinare i piani della capo dipartimento Paradox, ossia Bob Iger, intenzionato a distruggere tutto quello che non gli va a genio.



















Se già la premessa è un mix metanarrativo, il culmine lo si raggiunge nel Vuoto, quel "mondo discarica" dove finiscono tutti coloro i quali vengono cancellati dalla TVA, ossia tutti quei personaggi che nel corso degli anni sono stati scartati o rebootati nelle varie produzioni Marvel. Ecco così tornare la Elektra di Jennifer Garner, X-23, il Johnny Storm di Chris Evans in un cameo (è il caso di dirlo) fantastico e persino il Blade di Wesley Snipes, ossia il vero e proprio patriarca dell'epoca d'oro della Marvel al cinema (lo Spider-Man di Tobey Maguire lo avevano già usato), oltre quel Gambit di Channing Tatum figlio di una pre-produzione sfociata nel nulla e che dimostra come il look più amato del ladro cajun sia l'unico degli X-Men a non funzionare su schermo.
La storia diventa così una sorta di vendetta dei film dimenticati/dimenticabili contro lo MCU, praticamente un atto d'accusa verso quel sistema che premia solo chi vuole premiare e che porta a creare, ricreare e ri-ricreare all'infinito sempre le stesse storie, sempre le stesse situazioni, sempre gli stessi personaggi per il sadico gusto di rivendere un usato garantito al pubblico.


















Reynolds non ha però la voglia di andare fino in fondo, di sfasciare quel sistema squallido fatto di remake, reboot e requel e si limita a sfotterlo come farebbe uno sketch del Saturday Night Live; non bisogna neanche biasimarlo, dopotutto anche lui è parte di quel sistema, ha solo avuto la sfrontatezza e soprattutto la grossa fortuna di piegarlo imponendosi con il suo supereroe preferito, non può davvero agire all'infuori di esso usando un personaggi di proprietà della Disney. Semmai fa piacere vedere per una volta un prodotto che riesce ad essere leggero e al contempo a fare il punto della situazione su di un genere, una parodia alla Scream che omaggia, sfotte, in parte decostruisce il filone pur essendone perfettamente parte. E che riesce a concedere a Wesley Snipes una piccola rivincita quando gli fa sfasciare tutto affermando di essere il solo e unico Blade.
Come film di supereroi "classico", invece, Deadpool & Wolverine funziona decisamente meno. La trama è posticcia e i villain sono blandi, con Paradox che è solo un burocrate zelante e Cassandra Nova che vuole spaccare tutto perché si, tanto che persino Emma Corrin si è lamentata di come non le sia stato concesso di darle maggiore caratura. Poco male, perché alla fine il tutto vuole essere giusto una parodia ammiccante che finisce per fare il suo dovere, ossia divertire in modo anche irriverente senza urticare. E il Deadpool al quale Reynolds dà qui vita è il più sboccato che si sia visto, rendendo la visione persino più divertente del solito.




















Il quesito che tutti i fan si faranno è: ma come fa Deadpool & Wolverine a portare i mutanti nello MCU? Ovvio, con un'altra presa per i fondelli: praticamente nella prima scena si scopre che anche nell'universo 616 c'è sempre stato un Deadpool, subito obliato in favore di quello "classico" di Terra 10005. Dove è stato fino ad ora e dove siano stati gli altri mutanti sono anch'essi quesiti di facile risposta, ossia stavano nascosti perché non si potevano mostrare su schermo.
La natura di scherzo dell'intero film è completa e palese fin da subito, quindi; è proprio per questo che alla fine tutto funziona, persino sotto alcuni di quegli aspetti più seri: la dicotomia di carattere tra il looney toon Deadpool e la tragedia ambulante Wolverine porta ad un buddy movie gustoso, con l'alchimia tra Reynolds e Jackman sempre a mille; la regia di Shawn Levy non ha certo la precisione di quella di David Leitch, ma bene o male funziona sempre. 
Alla fine Deadpool & Wolverine non è che uno sketch demenziale atto a parodizzare le derive più bieche del filone. Non è anarchico e punk quanto avrebbe dovuto e forse voluto essere, ma garantisce lo stesso due ore di puro divertimento sarcastico. E sarebbe stato un finale perfetto per tutta la produzione filmica Marvel, cosa che purtroppo non sarà.

sabato 20 luglio 2024

Pom Poko

Heisei tanuki gassen ponpoko

di Isao Takahata.

Animazione

Giappone 1994
















Le due forze trainanti dello Studio Ghibli sono stati i due fondatori, ossia Isao Takahata e Hayao Miyazaki, due autori la cui indole è diversa e persino la relativa formazione ha diversi punti dissonanti. Takahata, in particolare, era famoso come "il regista che non sapeva disegnare" poiché quando ha iniziato la sua carriera presso la Toei faceva parte di quel gruppo di maestranze che non avevano bisogno di una formazione artistica nel campo del disegno o dell'animazione per poter lavorare.
La filmografia dei due, di conseguenza, è ampiamente dissimile, ma quando si tratta di Pom Poko le differenze effettive si contano sulle dita di una mano. In primis poiché lo stesso Miyazaki ha prestato i propri sforzi direttamente nella lavorazione, in secondo luogo e soprattutto perché la tematica ambientalista ricorda molti lavori del blasonato regista.
Ma alla fine Pom Poko resta al 100% figlio della visione artistica di Takahata e la sua riscoperta è utile a comprendere pienamente la poetica di un autore che forse tutt'oggi resta troppo nell'ombra del collega e koai.




I tanuki sono creature del folklore giapponese, simili a cani o ai comuni procioni. I tanuki dei dintorni di Tokyo, in particolare, da decenni oramai vivono come semplici animali, quando in realtà sono dotati di poteri che permettono loro di mutare forma a piacimento. Divisi in tribù, cessano le lotte intestine per fare fronte unico contro un nemico comune: l'essere umano. A causa dell'espansione dell'area residenziale, la costruzione di un new town minaccia l'habitat delle creature, che contrattaccano con vere e proprie azioni di guerriglia.




Pom Poko è essenzialmente la storia di una comunità agreste che si ribella alla cementificazione del territorio, il tutto raccontato con piglio marxista in una narrazione alla Ėjzenštejn dove la forza motrice del racconto non è il singolo, ma l'intera enclave di personaggi.
Ogni singolo tanuki rappresenta un possibile approccio rivoluzionario nella lotta al potere. Il più radicale è quello del guerriero Gonta, braccio armato che si da anche alla guerriglia pur di scacciare gli invasori. Ma quello più vicino alla sensibilità di Takahata sembra essere il giovane Shoukichi, il quale fa della burla la sua arma.
La vera arma, in tal senso, è data dalla superstizione. I tanuki fanno leva sulla paura che l'uomo ha dell'ignoto, in particolare del castigo divino, inscenando una serie di interventi sovrannaturali e persino ricreando alcune leggende metropolitane nipponiche. Lo scontro tra natura e civiltà assume così anche i contorni di una rivincita della spiritualità sommersa dalla razionalità del cemento e del ferro.




Lo scontro tra tradizione e modernità è narrato con un tono diverso da quello drammatico e sanguigno che Miyazaki ha nelle sue opere, configurandosi invece come quello proprio di una forma di amarissima accettazione. Il Giappone, per sopravvivere, ha dovuto trasformarsi, perdere la sua natura e la sua fisionomia per divenire altro, pur restando in fondo lo stesso. Allo stesso modo Takahata ritrae questi tanuki che finiscono per diventare sempre più umani fino a trasfigurarsi totalmente, arrivando persino a comprendere la forza di quei nemici costretti ad una vita di sacrifici, abbracciando loro stessi tale vita, ma restando in fondo fedeli alla propria natura primigenea, come nel ballo finale.
Il periodo storico in cui il film è ambientato è di fatto chiarificatore, ossia gli anni '60, quando la macchina industriale nipponica era in piena espansione, la crisi del Secondo Dopoguerra era stata superata e l'intero paese si avviava verso una fase di prosperità, la quale avrebbe portato alla fine di ogni tradizione. I tanuki finiscono per rappresentare tale tradizione, sia essa quella dell'economia di stampo agricolo che quella della religione shintoista e buddista, abbandonata in funzione di una secolarizzazione totale dei costumi. Non per nulla, utilizzano per l'appunto la superstizione religiosa come arma per scacciare gli umani e spesso i personaggi si lamentano di come in passato venissero adorati come divinità da fedeli ora dimentichi.




Pur tuttavia, Pom Poko (il titolo fa riferimento al calendario dei tanuki) non si concentra totalmente sulla storicità dell'ambientazione, portando in scena anche situazioni moderne; Takahata crea così un ponte tra passato e presente dato dall'uso di immagini della tv a colori e videogame moderni per l'epoca, riuscendo a dare un tocco di universalità alla storia e alla tematica, di fatto pressante nel Giappone degli anni '90 (e oltre) così come in quello degli anni '60.
L'animazione, come da tradizione dello Studio Ghibli, è curata sin nei minimi dettagli e le singole sequenze non mancano mai di stupire, con la cura che si estende anche alle inquadrature più semplici. Ovviamente è la lunga processione degli yokai a stupire per inventiva e perizia tecnica, ma la mano di Takahata e dei colleghi si avvisa in realtà soprattutto nelle singole inquadrature di massa, dove ogni singolo personaggio è intento a compiere un'azione diversa animata in modo certosino, senza che siano usati stratagemmi come animazioni in loop o immagini statiche.




Pom Poko è così un piccolo capolavoro di animazione classica, che affronta con intelligenza una tematica sempre attuale raccontandola con piglio originale e una perizia tecnica ancora oggi invidiabile. Un esempio di grande cinema solo in apparenza infantile.

giovedì 18 luglio 2024

The Bikeriders

di Jeff Nichols.

con: Austin Butler, Jodie Comer, Tom Hardy, Michael Shannon, Mike Faist, Boyd Holbrook, Norman Reedus, Damon Herriman, Beau Knapp, Emory Cohen, Toby Wallace.

Drammatico

Usa 2023












La libertà come una motocicletta, la motocicletta come sinonimo di libertà, un sillogismo che esiste dai tempi di Easy Rider. Ma prima il significato delle due ruote era diverso, nel cinema americano. Prima, almeno da Il Selvaggio in poi, era sinonimo di ribellione, simbolo di una generazione di veri e propri anarchici e anti-sociali che si univano in bande per vivere ai confini della società. Prima degli Hell's Angels, prima della trasformazione in vere e proprie gang; eppure, anche all'epoca i biker erano poco meno che criminali, perdigiorno talvolta violenti il cui fascino era dato praticamente dal fatto che vivessero fuori dagli schemi che la società perbenista imponeva e dalle loro cavalcature.
Jeff Nichols, da sempre cantone in di un'America umana e fin troppo umana, porta in scena quei biker, quella generazione prima dei famosi Sons of Anarchy che però non erano poi tanto differenti da loro. The Bikeriders è così un dramma sul mito delle due ruote che prende spunto da un libro fotografico del 1967, si struttura come una sorta di adattamento di quei volti, quei corpi e quei veicoli; ma che, alla fine della fiera, ha lo stesso difetto di quel film fondativo con Marlon Brando, ossia il dubbio su che effettivo valore morale e umano dare a questa schiatta di ribelli.




Alla base della formazione dei Vandals, alla base della passione per il capobranco Johnny per le due ruote, alla base di tutto c'è il cinema, c'è proprio Il Selvaggio, la cui visione ispira il personaggio di Tom Hardy a dar vita al gruppo. E Hardy, a sua volta, si ritrova nella scomoda posizione di dar vita ad un personaggio che plasma i suoi manierismi su Brando senza far scadere il tutto nella parodia, riuscendoci a malapena.
Ma il punto di vista della storia è duplice, ossia quello di Kathy, interpretata da una camaleontica Jodie Comer, oltre che del giornalista autore del libro Danny, interpretato da Mike Faist. Una cornice narrativa francamente inutile, che aggiunge poco o niente alle immagini e, anzi, talvolta le fa risultare fin troppo ovvie.




Cos'è alla fine The Bikeriders? Poco più di un racconto su come i tempi cambiano, su come l'innocenza dell'età dell'oro venga infangata dalla nuova generazione. Il problema è che la prima generazione dei Vandals non è a sua volta composta da stinchi di santo, visto che le risse sono all'ordine del giorno. Nichols però gioca al rialzo e afferma come la seconda generazione, quella dei reduci del Vietnam, sia peggiore visto che è composta da tossicodipendenti e stupratori, poco importa se si tratta da ex soldati affetti da PTSD. E poco importa che anche quella prima generazione da lui descritta come tale sia in realtà la seconda, storicamente, visto che la vera prima generazione di biker americani era composta da reduci della Seconda Guerra Mondiale. Il manicheismo che ne consegue è assolutorio e infondato, quasi becero nel voler costruire la nostalgia per un passato aureo che di fatto non è mai esistito. 




Il ritratto di questo pugno di personaggi ambigui finisce inevitabilmente per sgretolarsi nel momento in cui lo script non riesce a dare il giusto spazio a tutti, in quello che vorrebbe essere un racconto d'ensamble. A farne le spese sono soprattutto quello interpretato da Michael Shannon, che sta in scena, fiasco di vino alla mano, solo per sproloquiare contro tutto e tutti, oltre che quello di Norman Reedus, il cui valore nel racconto è nullo, serve solo ad avere nel cast un vero biker truccato come un reietto dal set di Mad Max.
La dinamica principale, quella che alla fine resta, è la duplice tra il bello e dannato Benny e la protagonista Kathy, oltre che il loro rapporto con Johnny. Facile è trovare una forma di omosessualità repressa tra Johnny e Benny, quando in realtà il rapporto alla base è quello di due commilitoni, un'amicizia virile vecchia scuola; l'omosessualità, semmai, è alla base, sempre sottaciuta, di altri rapporti nella banda.
Il rapporto tra Kathy e Benny è invece quanto di più stereotipato possibile, con il primo che è praticamente il cliché ambulante del maschio ruspante affascinante proprio perché ai limiti della sociopatologia e la bellissima ragazza di provincia che gli si avvicina perché sessualmente attraente e basta. Si potrebbe parlare di archetipo, ma qui esso è talmente spoglio e crudo da non funzionare. Così come non funziona lo sguardo che Nichols gli posa addosso, perennemente indeciso tra il biasimo e l'assoluzione.




La superficialità della narrazione porta ad un ritratto ambiguo nel senso peggiore del termine; Nichols non sa se restare affascinato da Benny e il suo stereotipo o se condannarlo in quanto "maschio tossico", così come non sa se guardare con effettivo rammarico a quella generazione di biker amiconi dal pugno lesto o biasimarne lo stile di vito auto e etero distruttivo. Il finale enfatizza tale discrasia di intenti, così come la generale mancanza di approfondimento narrativo e psicologico. Tanto che alla fine, l'unico personaggio che ha un effettivo arco narrativo e il cui dramma è davvero avvertibile è quello del "villain" ragazzino interpretato da Toby Wallace: piccolo delinquente figlio della violenza domestica, finisce per essere divorato e riplasmato dal male per divenire egli stesso strumento di violenza.




The Bikeriders finisce così per essere un racconto monco e menzogniero, una rievocazione nostalgica che a tratti ha persino paura della sua stessa falsa nostalgia, che inciampa nei difetti più ovvi del dramma. Per Nichols davvero un passo falso.

lunedì 15 luglio 2024

Immaculate- La Prescelta

Immaculate

di Michael Mohan.

con: Sydney Sweeney, Álvaro Morte, Simona Tabasco, Benedetta Porcaroli, Giorgio Colangeli, Dora Romano, Giulia Heathfield Di Renzi, Giampiero Judica.

Horror

Usa, Italia 2024













---CONTIENE SPOILER---

Con un budget di circa 9 milioni di dollari e un incasso mondiale (ad oggi) di circa 28, Immaculate non è certo stato un successo da strapparsi i capelli, eppure già alla sua uscita in Usa, qualche mese fa, si è molto parlato di questo piccolissimo horror demoniaco. Il perché sembra riguardare più che altro la presenza di Sydney Sweeney, oramai sulla via dello stardom nonostante abbia sotto suo nome praticamente il solo successo di Anyone but You. E la presenza della bellissima starlette è uno dei pochi veri motivi di interesse di un horror che presenta una vera e propria parata di cliché, sebbene conditi da qualche idea interessante e da un'esecuzione non malvagia.



La storia è quanto di più scontato si possa immagine: Cecilia, novizia americana, si reca in un convento adibito a casa di cura nelle campagne laziali per prendere i voti e presto scopre di essere rimasta incinta per miracolo. Un luogo comune abusato dai tempi di Rosemary's Baby, quello della gravidanza diabolica, che quest'anno è stato al centro anche di Omen- Le Origini del Presagio, uscito in patria giusto una decina di giorni dopo dopo Immaculate.
Il film della Sweeney, in compenso, ha la novità di presentare suore sboccate che si lavano con una tunica che lascia intravedere i seni e che fanno feste a base di vino sedute ad un tavolo a forma di croce, come in un revival del nunsploitation anni '70. La verosimiglianza non è certo nelle corde della regia di Michael Mohan e alla fine il racconto regge per altri motivi.




In primis il lavoro degli attori; la Sweeney ha capito di dover dimostrare di non essere solo un bel viso su di un corpo di dea dell'amore e si impegna tantissimo in ogni scena (come accadeva in Madame Web), riuscendo davvero nell'intento di presentarsi come un'attrice vera e propria. Álvaro Morte toglie gli occhiali del professore de La Casa di Carta per indossare la tonaca e sebbene sia troppo giovane per il ruolo, alla fine risulta anche lui credibile. Benedetta Porcaroli fa la suora ex donna di strada con una bocca da fogna e a tratti ruba la scena, mentre tutte le altre attrici risultano davvero in parte nel ruolo delle monache malvage. In compenso, Giampiero Judica mette in imbarazzo ogni volta che apre bocca, visto che non si fa doppiare.




Tutta la tensione si snoda in modo classico: nel convento c'è qualcosa di sinistro, strani rumori, strani fenomeni, strane vecchiette a un passo dalla morte che si comportano in modo strano. Suor Cecilia vaga per i corridoi beccandosi lo spavento di turno, sovente ottenuto con il più classico jump-scare. La regia di Mohan, semmai, riesce ad essere simpatica in primis perché bene o male a tratti azzecca la giusta atmosfera (quando ovviamente decide di non voler sconfinare nel kitsch), in secondo luogo grazie a dei tocchi splatter solitamente alieni negli horror demoniaci mainstream, i quali riescono a introdurre un fattore di shock in una costruzione dell'elemento orrorifico altrimenti sempre convenzionale.
Al di là dello splatter, a sorprendere positivamente sono il risvolto della storia, con la rivelazione sull'effettiva natura della gravidanza, e soprattutto la costruzione delle scene della regia.



Il colpo di scena risiede nel fatto che alla fine di demoniaco non c'è quasi nulla; ad instillare la gravidanza miracolosa è stata la scienza, con il prete di Álvaro Morte che ha deciso di clonare Gesù e farlo tornare sulla Terra prima del tempo; non è chiaro poi se tale piano che non sfigurerebbe in un fumetto sia limitato alla frangia di ecclesiasti che risiedono in quel dato convento o se sia condiviso da tutta Roma; proprio per questo il film è stato accusato di blasfemia, quando di blasfemo non c'è davvero nulla visto che la protagonista legge apertamente il passaggio della Bibbia dove si mette in correlazione tale piano da villain con l'influenza del diavolo. 
Una trovata certamente bizzarra che concede al tutto un alone di necessaria originalità.


L'altro motivo di interesse è la regia di Mohan, che sebbene pecchi in trovate pacchiane, quando si tratta di costruire la singola scena sa come fare, con soluzioni accattivanti come la panoramica che parte dallo specchio per arrivare al corpo martoriato della protagonista nella scena in cui viene azzoppata o quel bel epilogo girato come un primo piano in piano sequenza, che permette anche alla Sweeney di sfoggiare le sue doti di attrice.
Immaculate riesce così nell'intento di essere un horretto tutto sommato godibile. Nulla di rimarchevole o particolarmente memorabile, praticamente un onesto B-Movie stagionale.

venerdì 12 luglio 2024

R.I.P. Shelley Duvall



 1949 - 2024

La si potrebbe ricordare solo come la Wendy di Shining, un ruolo che l'ha certo resa immortale, ma che finisce automaticamente per restringere la carriera di un'attrice che invece ha ricoperto parti importanti in tanto cinema d'autore americano.
Shelley Duvall aveva un volto particolare, certamente lontano da molti canoni di bellezza, eppure a suo modo affascinante. La militanza tra le file dei collaboratori abituali di Robert Altman le ha consentito di avviare una carriera solida, che ha regalato ruoli interessanti in alcune pellicole ad oggi davvero sottovalutate.





Anche gli Uccelli Uccidono (1970)




I Compari (1971)




Gang (1974)




Nashville (1975)




Io e Annie (1977)




3 Donne (1977)




Frankeweenie (1984)




Ritratto di Signora (1996)

lunedì 8 luglio 2024

Beverly Hills Cop- Axel F

Beverly Hills Cop: Axel F

di Mark Malloy.

con: Eddie Murphy, Taylour Paige,  Joseph Gordon-Levitt,  Judge Reinhold, John Ashton, Kevin Bacon, Bronson Pinchot, Paul Reiser, Luis Guzman.

Commedia/Poliziesco

Usa 2024 













Il quarto film delle avventure del detective Axel Foley pare fosse in produzione dalla fine degli anni '90 e la sudditanza nel limbo del development hell non deve stupire, in primis a causa del cocente flop di Beverly Hills Cop III, che nel 1994 deluse sia i fan di Eddie Murphy che quelli di John Landis; non che il primo sequel, diretto da Tony Scott, fosse una degna continuazione di quello che tutt'oggi è uno dei migliori esempi di connubio tra commedia e poliziesco, ma quel terzo film aveva finito per arrancare praticamente in tutto. Il successivo flop di Pluto Nash e la perdita di credibilità di Murphy come superstar avevano posto un freno ulteriore al progetto, il quale sembrava dovesse ripartire una quindicina di anni fa, ma anche allora ci fu un grosso problema, ossia uno script a dir poco orrendo, dove Axel Foley veniva trasformato in un detective taciturno e brutale e gli si affiancava un partner come linea comica, in un'operazione che non avrebbe capito un accidente dello spirito della serie.
Per Murphy, d'altro canto, la riesumazione del suo primo ruolo da protagonista assoluto al cinema era un passo d'obbligo. Oscillando costantemente tra ritorni in auge e cadute di tono, la sua carriera è arrivata al punto nel quale necessita di un progetto per stabilizzarsi definitivamente, pena una pensione non voluta per l'ex ragazzo prodigio del Saturday Night Live.
Axel F arriva ad esistenza solo grazie ai capitali di Netflix, direttamente in streaming e come un legacy sequel che tenta di rivendere al pubblico odierno i fasti del 1984. Paradossalmente, di legacy sequel finisce per avere ben poco, per fortuna.




Gli anni passano anche per il detective cazzaro migliore di Detroit e Beverly Hills e Axel Foley ora ne ha oltre 60, ma di andare in pensione non ci pensa neanche. Dopo l'ennesimo rocambolesco arresto per le strade di Motor City,  viene contattato dall'amico e collega Billy Rosewood (Judge Reinholds) per un nuovo caso; la novità è che questa volta è coinvolta anche la figlia di Axel, Jane (Taylour Paige), avvocato alle prese con l'uccisione di un poliziotto sotto copertura. Per il buon Axel è quindi è arrivato il momento di tornare a L.A.




Un legacy sequel dove gli elementi essenziali del filone finiscono quasi per mancare: Foley non è un vecchio alienato in un mondo che non riconosce e al quale deve dimostrare di non essere obsoleto, non c'è la riunione nostalgica dei vecchi personaggi a inizio o a metà film, i personaggi non chiosano su come "le cose non si facciano più così" se non in minima parte, non c'è la riproposizione di elementi cult del primo film riportati meccanicamente per creare un artificioso effetto nostalgia; e quando i riferimenti al passato ci sono, sono innocui, come i titoli sulle note di The Heat is On, la gag alla reception dell'hotel di lusso o quell'epilogo che serve solo a far tornare insieme il trio di protagonisti in un'unica inquadratura, giustamente lasciata in coda perché mai davvero essenziale.




Quando i volti noti ritornano, il tutto viene fatto in modo essenziale, dando loro il giusto posto nella storia: il personaggio di Paul Reiser è ora divenuto capitano, Billy Rosewood viene introdotto come motore degli eventi e poi tenuto da parte fino all'ultimo atto, Taggart ritorna dopo la sua assenza nel terzo film e nonostante l'età anagrafica non lo consenta risulta lo stesso credibile come capitano del distretto di Beverly Hills; persino Bronson Pinchot, la cui inclusione era la più rischiosa, finisce per avere un ruolo gustoso, che aggiunge perfino quella tendenza eterosessuale al personaggio la quale risulta inedita e divertente. Quando poi arrivano le new entry, sono dei volti che non si vedono mai abbastanza, come Kevin Bacon e soprattutto quel Joseph Gordon-Levitt che sembrava letteralmente sparito negli ultimi anni ma che dimostra di avere anch'egli ancora grinta.
Per il resto, Axel F è in tutto e per tutto una quarta avventura per il poliziotto dai modi spicci e la lingua veloce, tanto che sarebbe potuto tranquillamente essere stato prodotto a suo tempo con ben pochi aggiustamenti. L'unico dei quali riguarda il personaggio di Jane, il quale già qui risulta un po' forzato a causa della sua età anagrafica, che in teoria avrebbe dovuto portare a farla apparire già nel terzo film, dove però non c'era traccia né di lei, né della madre. Per il resto è anzi un'aggiunta interessante.




Il rapporto padre-figlia a tratti sostituisce quello del classico buddy cop movie, con Axel che si confronta con il lascito della sua carriera; una figlia ora donna in carriera ultratrentenne la quale ha rinnegato il padre, reo di averla abbandonata. Abbandono in realtà dovuto, come da copione, per proteggerla, il che getta la luce della maturazione sul personaggio, al quale, oltre alla rettitudine che lo ha sempre contraddistinto, ora si aggiunge l'abbraccio della responsabilità genitoriale.
Per il resto, per fortuna, Axel Foley è sempre lo stesso e Eddie Murphy riesce ancora ad incarnarlo con tutta l'energia necessaria.




Lo script approvato da Murphy non offre chissà quali particolari spunti di interesse. La formula è sempre la stessa, cioè quella di un poliziesco vero e proprio con all'interno un personaggio da commedia farsesca. La storia ha anche qualche buco, come il fatto che Foley decida di non usare le registrazioni dell'effrazione al deposito della polizia per convincere Taggart della bontà della sua intuizione; e tutto è la solita parata di sbirri corrotti dove i super buoni si contrappongono ai super cattivi senza che si voglia fare un mistero dei motivi del tutto. Questo perché alla fine quello che conta è la serie di gag e il contorno action.
Murphy ha ancora grinta e il suo solito repertorio di voci buffe e battute sagaci bene o male regge; Foley è ancora simpatico e sebbene nessuno sketch sia davvero memorabile alla fine funzionano tutti. La vera sorpresa è la direzione: affidata ad un regista che fino ad ora ha diretto praticamente solo spot della Apple, la regia riesce a valorizzare i valori produttivi delle sequenze d'azione e persino l'inseguimento in elicottero, che avrebbe potuto essere il tallone d'Achille della messa in scena, funziona per spettacolarità, anche se vien da chiedersi cosa avrebbero tirato fuori Stahelski e Leitch con in mano una sequenza del genere.




Axel F riesce così in una duplice impresa che sembrava persa in partenza, ossia riportare in auge il personaggio e dare un sequel dignitoso all'originale; alla fin fine, è proprio questa quarta avventura, per tardiva che sia, a rappresentare il miglior sequel al cult del 1984.

giovedì 4 luglio 2024

In a Violent Nature

di Chris Nash.

con: Ry Barrett, Andrea Pavlovic, Cameron Love, Reece Presley, Liam Leone, Charlotte Creaghan, Lauren Taylor.

Horror/Sperimentale

Canada 2024


















---CONTIENE SPOILER---

Con un'uscita a sorpresa, qualche tempo fa Stephen King ha esternato la sua volontà di scrivere un racconto legato alla saga di Venerdì 13 dove per la prima volta la storia fosse raccontata totalmente dal punto di vista di Jason. 
Il fatto che l'indiscusso Maestro dell'Horror si interessi al Re dell'Horror di Serie B Mainstream è una cosa curiosa e inaspettata, ma molto meno inaspettata è la volontà di creare un racconto orrorifico dove il punto di vista esclusivo sia quello dell'assassino. Non che esperimenti del genere siano mancati, basti vedere ai due Maniac, in particolare al bel remake di Frank Khalfoun tutto girato in soggettiva, ma nessuno ha mai davvero provato a creare davvero uno slasher dove il punto di vista del mostro non fosse limitato alle soggettive degli omicidi; eppure, quante volte, da spettatori, si è desiderato smetterla di seguire il classico gruppo di teenager arrapati e fumati per avere la vera star del film al centro dell'attenzione?
La risposta a tale desiderio ora è arrivata e si chiama In a Violent Nature. Scritto e diretto dal canadese Chris Nash, esordiente nel lungometraggio, prodotto e distribuito da Shudder principalmente sulla relativa piattaforma streaming, osannato all'ultimo Sundance come "film più disturbante mai concepito" (slogan davvero originale) questo esperimento nato dall'amore verso il filone dei killer mascherati pare fosse stato completato già nel 2021, ma trova effettiva distribuzione solo quest'anno, generando già nelle anteprime forme di entusiasmo soprattutto a causa dell'estrema violenza degli omicidi.



Che cos'è alla fine In a Violent Nature? Semplice: un incrocio tra Venerdì 13 e Elephant di Gus Van Sant, dove come spettatori seguiamo il killer di turno per il tramite di una macchina da presa che lo tampina ritraendolo a figura intera di spalle, solo con i boschi del Canada a sostituire quelli del New Jersey o i corridoi della scuola.
La storia è sempre quella: gruppo di ragazzetti idioti si ritrova a passare la notte in una villetta di montagna. Nelle zone esiste la leggenda di Johnny, in origine bambino portatore di handicap morto decenni prima per mano di un gruppo di operai e boscaioli incaricati dell'opera di gentrificazione del posto, i quali non paghi gli hanno poi anche ucciso il padre che chiedeva giustizia; Johnny sembra tornare in vita di tanto in tanto per uccidere chiunque si avventuri nei boschi e la sua storia viene rievocata dinanzi ad un fuoco come in L'Assassino ti siede accanto. Ovviamente tra i ragazzi c'è l'idiota di turno che ruba il pendente che il padre di Johnny gli aveva regalato come ultimo ricordo della defunta madre, il che lo riporta in vita assetato di sangue.
Johnny è in tutto e per tutto Jason, sia nell'antefatto narrativo, sia nel look, sia nel modus operandi, tanto che il primo omicidio che avviene in scena è praticamente ricalcato sul più celebre di Il Terrore Continua, solo con una sega al posto della cinghia di cuoio. Al punto che se la Paramount o la A24 avessero davvero voluto, ben avrebbero potuto acquistare i diritti del film in fase di pre-produzione e trasformalo in un capitolo ufficiale della serie, all'interno della quale avrebbe certo risaltato come il più originale.




Il modo in cui Nash smonta tutti i trucchi del filone è gustoso: come fa il killer ad avere sempre a portata di tiro le vittime? Semplice, in realtà non le insegue, incappa in loro per puro caso. Come può riuscire sempre a braccarle pur non correndo mai? Ancora più semplice: mentre loro parlano dei loro problemi di cuore e delle loro piccole inimicizie, lui ha tutto il tempo per tendere trappole.
Il gioco cinefilo rende così sopportabili anche le lungaggini evitabili, come tutta la prima parte nella quale Johnny non fa altro che farci capire la sua storia, uccidere il fattone e recuperare armi e maschera. Il problema, semmai, sorge talvolta con le sequenze di omicidi.
La prima, stilizzata con un elisse "artsy" sulla mano del mostro prima pulita e poi insanguinata, è anche la più simpatica, pur non presentando praticamente nessuna forma di gore e quindi alcuna forma di quella creatività nell'uccisione che lo slasher deve avere. La più celebre, ossia quello della ragazza bionda che fa pilates, meriterebbe anche la sua nomea di "scena più scioccante di sempre" grazie all'originalità della costruzione e agli SFX, qui perfetti a differenza che in altre scene, dove i capitali limitati purtroppo sono visibili. Ma come si può restituire quella tensione nell'omicidio, essenziale alla riuscita della scena, riprendendo esclusivamente il punto di vista dell'assassino anziché anche quello della vittima? Sebbene decenni di Giallo Movies dimostrino che sia possibile, a volte non si può davvero ed è qui che In a Violent Nature finisce per mostrare un po' la corda.




Ciò accade in due sequenze cardine, ossia l'uccisione della ragazza al lago e quella del ranger. La prima avviene in modo "spielberghiano", con la ragazza che viene trascinata a fondo da un Johnny subacqueo. Il budget scarno ha impedito a Nash di costruire l'azione dal punto di vista principale, quindi lo sguardo dello spettatore resta praticamente a riva per tutto il tempo. Alla riva opposta, si intende, con un campo lunghissimo che disinnesca ogni forma di suspense in favore di un estetismo fighetto che porta subito alla noia.
La seconda è più complessa. Paralizzato il ranger, Johnny lo trascina in un capanno dove per prima cosa mostra al pubblico gli effetti di una macchina usata per spaccare i ciocchi di legno, poi procede a mozzare un braccio al malcapitato e infine a decapitarlo. Se costruita dal punto di vista della vittima, la scena sarebbe stata ricca di tensione, ribaltando la prospettiva Nash mostra l'ordinarietà di un'azione del genere per il mostro, dal cui punto di vista uccidere è un'attività meccanica; ne consegue una scena intellettualmente corretta e persino interessante, ma per forza di cose incredibilmente noiosa; la quale finisce per riflettere l'esito del film, ossia un'operazione appunto corretta e interessante, ma a tratti del tutto pleonastica e persino inerte.




Nell'ultimo atto, a sorpresa, Nash ribalta le aspettative e riprende il punto di vista della final girl di turno. Cambio di idee? Tradimento della sua stessa poetica? Si, ma solo in parte. Tale svolta ha soprattutto la funzione di esplicitare la duplice natura del film, ossia quello di omaggio e decostruzione dello slasher, ma anche di apologo ecologista.
Nel caso in cui l'immagine della carcassa della volpe uccisa da una trappola a inizio film non fosse abbastanza chiara, l'autore decide di far pronunciare ad un personaggio un intero monologo su come Johnny sia praticamente una forza della natura, un animale la cui furia priva di senso viene innescata da chi viola il suo territorio, da chi porta disordine nell'equilibrio naturale, da quei ragazzetti di città che vanno in campagna per divertirsi senza rispettarla, da cui l'effettivo significato del titolo. Monologo pronunciato da Lauren Taylor, già nel cast de L'Assassino ti siede accanto, in un ruolo che a prima vista potrebbe sembrare quello dell'equivalente di Pamela Voorhees nel primo film e che sancisce parola per parola come In a Violent Nature sia tanto un film su di un killer zombi arrabbiato quanto una parabola sulla natura che si ribella all'uomo.



Tale deriva rende ancora più chiara anche la natura pretenziosa dell'operazione. Certo, la volontà di decostruzione è nobile, il gusto per lo splatter fa comprendere come Nash non disdegni nulla delle radici popolari e pop del filone slasher e l'imitazione certosina con tanto di citazioni della saga di riferimento fa certamente trasparire la volontà di divertire. Ma il ricorso a soluzioni estetiche e visive da cinema d'autore intellettualoide e quel finale didascalico non possono che far pensare ad un cuore hipster pulsante, persino mal celato quando si fa indossare ad uno dei protagonisti un walkman che sarebbe stato obsoleto già negli anni '90.




La duplice anima del film rispecchia così la duplice anima da filmmaker del suo autore: da un lato l'onestà di un prodotto che non si vergogna di essere pop e di contaminare tale sua natura con ventate di cinema autoriale, dall'altra la volontà di sfoggiare riferimenti cinematografici "elevati" per darsi un tono d'autore che in realtà non avrebbe bisogno di citazionismi eruditi o moralucce per ottenere un riconoscimento del genere. Cosicché In a Violent Nature riesce a convincere e divertire, ma anche a tediare, in un intricato intreccio forse figlio della scarsa esperienza.