lunedì 23 dicembre 2024

Gremlins

di Joe Dante.

con: Zach Galligan, Phoebe Cates, Corey Feldman, Hoyt Axton, Keye Like, Frances Lee McCain, Dick Miller, Polly Holliday, Judge Reinhold, Harry Carey Jr., Chuck Jones, John Carradine, Jonathan Banks.

Fantastico

Usa 1984













Si potrebbe discutere a lungo su quale sia il film che incapsuli meglio lo spirito del cinema degli anni '80. La risposta più corretta sarebbe il capolavoro di William Friedkin Vivere e Morire a Los Angeles, vero e proprio distillato di tutto quello che il decennio rappresenta e non solo per il cinema.
Tuttavia, se ci si concentra sul filone del cinema per ragazzi, il cosiddetto "cinema spielberghiano", il cerchio ovviamente si restringe a giusto un pugno di film, tra i quali figurano ovviamente il capostipite E.T. oltre che l'amatissimo I Goonies. E poi c'è Gremlins, quello che potrebbe essere visto come una variazione sul tema, ma che in realtà riprende tutti i topoi di quel tipo di cinema e li eleva al livello successivo; il quale proprio quest'anno festeggia i suoi primi quarant'anni e che non poche grane causò al buon Steven all'epoca della sua uscita in sala.
Questo non perché la relativa lavorazione sia stata burrascosa e neanche per l'esito che ha avuto una volta giunto in sala. Al contrario, pare che la collaborazione tra Spielberg e Joe Dante funzionasse davvero, nonostante quest'ultimo abbia dovuto trattenersi con le sequenze più orrorifiche; il successo poi di certo non è mancato, pur in quell'affollata estate del 1984.


I problemi Spielberg li ha avuti con la MPAA, che dinanzi ai suoi film non sapeva davvero che pesci prendere. Indiana Jones e il Tempio Maledetto, Poltergeist e appunto Gremlins erano sicuramente pensati per un pubblico di ragazzini piuttosto che per adulti (persino l'exploit horror iretto da Tobe Hooper), ma presentavano scene e atmosfere cupe, spaventose, a tratti genuinamente violente, tanto da non poter essere etichettate con il PG solitamente dato ai film per i quali è richiesta la presenza di un adulto. Allo stesso tempo, non erano certo tanto cupi e tanto violenti da richiedere il rating R, solitamente dato agli horror.
L'associazione ha dovuto così coniare appositamente il famigerato PG-13, che imponeva ai minori di 13 anni la presenza di un adulto in sala, aumentando la soglia per le ammissioni. Per Spielberg è stato in parte uno smacco, vista la sua nomea di regista e produttore di film per famiglie.
Poco male, perché con un budget di 11 milioni di dollari, Gremlins ne ha incassati ben 164 e ad oggi resta forse il più rappresentativo del suo filone proprio per come riesce a coniugare tenerezza e spaventi, dolcezza e anarchia. Merito di Joe Dante, ovviamente, che ha anche avuto la felice idea di renderlo un film natalizio, aumentandone la portata iconica.



Alla base di tutto c'è uno script di quel Chris Columbus che qualche anno dopo dirigerà quel Mamma, ho perso l'aereo anch'esso parte del filone per ragazzi, ma che qui aveva inizialmente inteso la storia delle pestifere creaturine verdi come un horror vero e proprio. I gremlins altro non sono che esserini del folklore britannico, la cui nomea è dovuta principalmente agli anni delle due guerre mondiali, quando le industrie pesanti dovevano produrre veicoli in fretta e furia quindi senza apportare quei controlli necessari al loro funzionamento; capitava spesso che questi subissero dei guasti improvvisi, dovuti a pezzi che si staccavano o compenti che si rompevano apparentemente senza motivo, da cui l'invenzione fantasiosa di questi esseri che si divertivano a smontare i congegni tecnologici per cibarsi dei singoli pezzi. Leggenda che già era alla base dell'episodio cult di Ai Confini della Realtà intitolato Incubo a 20.000 Piedi, nel quale un giovane William Shatner assisteva impotente ad un gremlin che sabotava l'aereo di linea su cui è imbarcato (e che poi Spielberg avrebbe fatto trasporre a George Miller nella sua rievocazione cinematografica della serie, nel 1982).
Per Columbus, Spielberg e Dante, i gremlin diventano degli arcani esseri esotici che inizialmente hanno la forma del tenerissimo Gizmo (letteralmente "congegno"), un mogwai (termine di origine mandarina traducibile come "diabolico"), un essere dalle origini ignote, forse asiatiche, forse no, il quale si ritrova in America dove viene venduto come regalo di Natale all'inventore Randall Peltzer (Hoyt Axton), che lo regala al figlio Billy (Zach Galligan). Prendersi cura di un mogwai è però più difficile di quel che si pensi: non bisogna dargli da mangiare dopo la mezzanotte, non bisogna bagnarlo, né esporlo a fonti di luce troppo intense. Billy, ovviamente, non osserva le regole e il tenero orsacchiotto genera i terribili gremlin, che iniziano a mettere a ferro e fuoco la cittadina di Kingston Falls.


Il setting è il primo elemento da considerare per comprendere la genuina bellezza del film. Kingston Falls non è una semplice cittadina della provincia americana, è in un certo senso l'ideale della cittadina di provincia americana, fissa com'è nel suo set volutamente artificiale, incorniciata in un'atmosfera natalizia che le dona un'aura ancora più surreale e onirica. 
Non un setting verosimile, ma volutamente filmico, come se fosse la cittadina di provincia standard che fa da ambientazione a tutti i tipici film americani; non per nulla, è interamene ricostruita nel back-lot degli Universal Studios, con scenografie comparse in decine di altre produzioni a partire dagli anni '60, delle quali la più riconoscibile è quella di Ritorno al Futuro; tanto che non ci si potrebbe meravigliare se Billy incappasse in James Stewart o in uno dei personaggio del classico La Vita è Meravigliosa; un paragone in realtà voluto dagli autori, tanto che il personaggio della terribile speculatrice Mrs. Deagle è praticamente una Harry Potter in versione femminile.
Dante crea così un'atmosfera fiabesca che passa necessariamente attraverso la fascinazione cinefila, la quale si avverte anche nelle piccole e gustose citazioni: in una scena verso la fine, è possibile vedere la macchina del tempo di L'Uomo che visse nel Futuro oltre che Robby, l'iconico robot de Il Pianeta Proibito o anche apprezzare la presenza di John Carradine nei panni del reverendo; così come il cameo del mitico cartoonist Chuck Jones, che disvela l'altra influenza dietro il film, ossia i classici dell'animazione slapstick americana come i Looney Toons.




Se il mondo in cui si muovono deriva da reminiscenze filmiche, i gremlin sono invece dei veri e propri Looney Toons in tre dimensioni, appunto. L'indole distruttiva e dissacrante è proprio quella dei cartoon della Warner, ma Dante, in ossequio alle origini seriose del film, ne devia praticamente sempre l'azione verso la cattiveria vera e propria. Tanto che la scena nella quale perseguitano la madre di Billy creando un pandemonio in cucina è costruita praticamente ricalcando il primo attacco del licantropo ne L'Ululato, solo con i mostriciattoli al posto serial killer lupino e con tanto di smiley che ne marca il luogo del delitto.
Di fatto, anche nella forma "sanificata" che Dante ha portato in scena, Gremlins è un horror vero e proprio, dove l'atmosfera sospesa contribuisce a creare un senso di straniamento che talvolta diventa vera e propria oscurità. La violenza, tra l'altro, non manca, anche se si limita ad abbattersi sui mostriciattoli, come nella citata scena della cucina, dove uno dei gremlin viene fatto a pezzi in un frullatore con tanto di schizzi di sangue verdastro; o nel bellissimo finale, dove il capobranco Ciuffo Bianco si liquefa fino alle ossa in un tripudio di dettagli degno di uno splatter vero e proprio.
La natura spassosa dei piccoli mostri viene invece lasciata libera nella divertente sequenza del pub, dove Dante si diverte a creare delle piccole vignette comiche che li vedono alle prese con gag pasticcione talvolta davvero irresistibili.



E' proprio questa commistione di serio e faceto, di simpatia e repulsione, di tenerezza e orrore che rende Gremilins unico. E forse la scena che ne incapsula questa natura discordante ma armoniosa è anche una delle più celebri, ossia il monologo di Phoebe Cates sul perché odia il Natale, con il racconto di come sua padre sia morto perché ha cercato di interpretare Babbo Natale, rompendosi il collo mentre si calava nella canna del camino. Una storia raccapricciante resa del tutto disturbante dalle buone intenzioni del genitore e dall'ambientazione natalizia, un contrasto tra il candore delle feste e il turpidume della morte (la cui estrema estrema stupidità la rende ancora più insostenibile) che si fa giustapposizione per toccare contemporaneamente due corde emotive lontane (parimenti a quanto ha poi fatto Tim Burton con l'intero Batman Il Ritorno). 
Una giustapposizione che dovrebbe passare anche dagli opposti dati dall'estrema simpatia di Gizmo e l'estrema ripugnanza dei gremlin, ma ben si può eccepire come anche questi ultimi siano tremendamente simpatici.



Come classico del cinema per ragazzi, Gremlins è però a suo modo lontano dall'effettivo paradigma del filone, a partire dal fatto che il protagonista Billy non è un adolescente nel senso stretto del termine, quanto un giovane uomo già alle prese con i problemi comuni di ogni ragazzo della sua età, ossia il lavoro e le responsabilità. Allo stesso modo, anche la sua relazione con la bellissima Kate non è la classica storia d'amore tra un imbranato e la cheerleader, anzi fin dall'inizio l'attrazione di quest'ultima nei suoi confronti è già palese. 
L'appartenenza al filone è data dalla formula classica dello stesso, ossia "ragazzini che combattono forze sovrannaturali", oltre che dalla paternità spielberghiana (e si potrebbe dire anche per la presenza di Corey Feldman). Se si tiene conto di come esso vi rientri, si può tranquillamente affermare come Gremlins possa essere considerato il migliore per come faccia sua questa formula e la rielabori in modo del tutto originale. Merito della direzione di Dante, che ha saputo costruire il tutto come una fiaba con una morale, ossia la base su cui molto cinema horror è costruito; riuscendo, al contempo, ad esaltare gli elementi propri degli stilemi fiabeschi intessendo un'atmosfera unica, sospesa tra sogni e realtà prima ancora che tra orrore e tenerezza o tra horror e cartoon.


Ancora oggi, questo piccolo gioiello del cinema di intrattenimento anni '80 riesce a risplendere grazie al mestiere dei suoi autori. La visione autoriale di Dante, tuttavia, è quella che lo rende davvero memorabile, con il suo mix di elementi eterogenei e alla sentita passione cinefila. Gremlins è una perfetta favola nera che incanta e sconvolge, diverte e intenerisce, ma soprattutto convince dall'inizio alla fine, quarant'anni fa come oggi.

venerdì 20 dicembre 2024

Uno Rosso

Red One

di Jake Kasdan.

con: Dwayne Johnson, Chris Evans, Lucy Liu, J.K. Simmons, Kiernan Shipka, Bonnie Hunt, Kristofer Hivju, Mary Elizabeth Ellis.

Fantastico/Commedia

Usa, Canada 2024















Si vocifera che il budget effettivo dietro a Uno Rosso sia di circa 350 milioni di dollari. Se fosse vero (ed è possibile che lo sia, visto che  IMDB.com riportano tale dato) vuol dire che è davvero arrivato il momento di rivedere il modo in cui Hollywood brucia i suoi milioni. Perché se è necessario un budget equivalente a quello di Avatar per portare in scena una storia in cui Babbo Natale scompare e due tizi devono ritrovarlo, con giusto tre divi nel cast e uno script che non presenta chissà quali voli pindarici, vuol dire che o le star di Hollywood guadagno troppo o i produttori non sanno fare il loro dovere.
Fa poi ridere il fatto che questa megaproduzione abbia floppato alla grande, incassando poco più di cento milioni in sala; e benché stia andando benissimo in streaming, si sa che non è quello il modo in cui gli studios guadagnano davvero.
Ma al di là dei numeri, cosa offre davvero questa storiella di Natale al pubblico? Nulla, se non un spettacolo orgogliosamente mediocre.



Mediocrità che inizia dalla trama: Babbo Natale (Simmons) è stato rapito. La responsabile è la strega dei ghiacci Gryla (Kiernan Shipka), che vuole sfruttarne i poteri per punire chi è sulla sua lista dei cattivi. Per salvarlo, l'addetto alla sicurezza del polo nord Calloum Drift (Johnson) si unisce all'hacker e truffatore di second'ordine Jack O'Malley (Chris Evans), coinvolto inizialmente nel rapimento.
Una tramucola già vista, sviluppata come un buddy movie stiracchiato dove non paga neanche l'alchimia tra Evans e The Rock. Tutto, in essa, è già visto, tanto che sembra di assistere ad una sorta di strana variazione di quel Qualcuno Salvi il Natale con Kurt Russell che già aveva presentato un Santa Clause palestrato, unito a quel Red Notice che già aveva messo in coppia il serio The Rock con un truffatore tanto geniale quanto cretino, solo che qui Ryan Reynolds non ha potuto partecipare, quindi si è ripiegato sull'ex Capitan America.



Al di là della storiella, si avrebbe anche una moraluccia su come ci sia sempre del buono nelle persone, la quale è talmente basilare da non meritare neanche attenzione. Oltre che una specie di "contro-morale" su come il consumismo abbia distrutto la bellezza del Natale, solo che è talmente blanda da risultare oscenamente inutile, oltre che soppressa proprio quando si decide di stabilire che in fondo anche il consumismo non distrugge la bellezza delle persone. Non per nulla sono Mattel e Hasbro a pagare per la maggior parte dell'invasivo product placement. Ecco perché bisogna detestare la bella strega cattiva anche quando utilizza il suo potere su quel primo nome della lista dei cattivi pur presentato come una persona genuinamente e gratuitamente spregevole, alla faccia della commedia dei buoni sentimenti.



Persino laddove il film dovrebbe brillare per i valori produttivi, finisce per risultare opaco. 
La costruzione del mondo, in teoria ameno, dove coesistono tutti i miti e tutte le leggende possibili risulta piatto, basato com'è su design poco ispirati per le creature e tanta CGI talmente mediocre da far sembrare questo blockbuster costato quanto le fantasmagorie di James Cameron una robetta pensata per lo streaming. L'unica trovata simpatica sono i troll, veri e propri "troll di Internet" nel senso letterale del termine, portati però anch'essi su schermo con un'animazione da accatto.
Non paga poi aver voluto usare questa CGI a buon mercato per animare anche qualsiasi animale, da quelle renne che di fantastico hanno solo la grossa stazza (che si sarebbe tranquillamente potuta ottenere con delle vere renne e qualche trucco ottico) a quel comunissimo pollo usato come diversivo nel covo di Krampus, fatto in CGI solo per buttare soldi.
Proprio la sequenza nel castello del fratello cattivo di Babbo Natale è in fondo la cosa "meno peggiore" del film, con tanto di effetti prostetici e semplice trucco per crearne gli abitanti, unica concessione alla vera bellezza filmica in circa due ore di film. Peccato però che neanche il personaggio in teoria più facile da rendere simpatetico riesca a brillare, impegnato com'è in quel torneo di power slap che lo rende sin troppo idiota per risultare davvero simpatico.


Tanto che ci si chiede perché buttare tanto soldi per un risultato che nelle sue parti migliori è dimenticabile, in quelle peggiori genuinamente brutto. Si potrebbe credere alla volontà di creare uno spettacolo dedicato unicamente ai più piccoli, il che rende la decisione di spendere così tanto ancora più incomprensibile. Resta il fatto di come questo Uno Rosso rappresenti la perfetta dimostrazione di come a Hollywood non solo siano finite le idee, ma anche la volontà di creare prodotti dignitosi.

martedì 17 dicembre 2024

La Stanza Accanto

The room next door

di Pedro Almodòvar.

con: Julianne Moore, Tilda Swinton, John Turturro, Alessandro Nivola, Juan Diego Botto, Raùl Arévalo, Esther McGregor.

Drammatico

Usa, Spagna 2024
















Il passaggio al cinema in lingua inglese è quasi sempre traumatico per un autore affermato, soprattutto quando questo avviene in una fase avanzata della sua carriera. Per Almodòvar, fortunatamente, questo trauma non si è verificato.
La Stanza Accanto è infatti un suo ennesimo exploit clamorosamente riuscito, un dramma intimista sulla paura della morte che riesce a convincere certamente grazie alle ottime prove di Tilda Swinton e Julianne Moore, ma anche per il tono che il regista spagnolo adotta nell'approcciarsi ad una materia fortemente sentita.



Ingrid (la Moore) è una affermata scrittrice, la quale incontra dopo anni la vecchia amica Martha (Tilda Swinton). Quest'ultima è malata terminale e la coinvolge, suo malgrado, nella sua vita quando le chiede di assisterla nelle sue ultime ore di vita. Martha ha infatti deciso di sospendere le cure e suicidarsi avvelenandosi prima che il tumore la stronchi.



Alla base di tutto c'è la morte. Non solo la "dolce morte" dell'eutanasia, preferita ala deperimento incalzante dato dal cancro, quanto la morte come concetto onnipotente e inevitabile.
Con la sua scrittura fluviale, Almodòvar crea un dialogo costante tra Ingrid e Martha, ma anche con il personaggio di Damian (John Turturro), ex amante di entrambe e ora amico; un dialogo che porta a galla paure e insicurezze riguardo la fine della vita e al modo in cui bisognerebbe approcciarvisi; ed è in quest'ultima sfaccettatura che il film sorprende.
Il tono è elegiaco, ma mai davvero patetico, anzi talvolta sconfina persino nel buffo quando i personaggi sono chiamati a compiere gesti in apparenza inutili o superflui che ne rivelano l'attitudine vitale.



Per Almodòvar la morte è una tragedia inevitabile, ma non bisogna affrontarla con sfiducia, né con gioia. Nella sua ottica atea, la morte è la fine, ma è anche un termine ineluttabile, per questo è inutile esserne frustrati. Da qui la visione ambivalente dell'eutanasia: essa è sicuramente un diritto che va riconosciuto a chi decide di voler evitar l'inutile sofferenza dello sfiorire della vita, ma non deve essere vista per forza come una liberazione, né il suo ricorso rende meno tragica la dipartita di un amato. Il perno, di conseguenza, è la libera scelta che deve essere sempre lasciata al morente e Almodòvar, ad ogni modo, si concentra anche e forse maggiormente sugli effetti che la fine della vita ha sugli affetti.




Il ruolo più consistente, alla fine, finisce per averlo la figlia di Martha, presenza fantasma che si disvela solo nel finale, dove viene interpretata dalla stessa Swinton. In un'ottica stranamente positiva e quasi sovrapponibile ad una visione propria dei tanto detestati conservatori, la visione di una figlia che sopravvive alla genitrice diventa una sorta di continuazione di quella vita troncata prematuramente.
Di conservo, la vera tragedia la vive chi è chiamato ad assistere al lutto, quel compagno che Martha non ha mai avuto e che viene surrogato dall'amica Ingrid.
La visione che la donna elabora della morte è, appunto, forte e a suo modo originale ed in essa che il film finisce per stupire. La morte è inevitabile, sia essa intesa come tragedia privata che collettiva (diversi i rimandi al collasso ambientale imminente), eppure non la si può e non la si deve vivere come la fine assoluta di ogni speranza, bensì cercare di trarne, poco alla volta e per quanto possibile, quanto di buono ci possa essere. O anche non essere. Poiché forse l'unica vera morte è quella dello spirito umano.


Almodòvar non rende però la riflessione meno dolorosa, cerca semplicemente di portarla avanti in modo umano e maturo. Riuscendoci in pieno: quando la tragedia si compie, avviene sempre fuori schermo, eppure riesce a colpire.
Proprio per questo, La Stanza Accanto è un piccolo capolavoro di sensibilità matura messa al servizio di una tematica universale. Una visione particolare e quanto mai condivisibile, immessa in un melodramma asciutto e proprio per questo potente.

venerdì 13 dicembre 2024

Interstella 5555

Interstella 5555: The 5tory of a 5ecret 5tar 5ystem

di Daisuke Nishio, Hirotoshi Rissen, Kazuhisa Takenouchi.

Animazione/Fantascienza/Musicale

Giappone, Francia, Filippine 2003


















A volte esistono collaborazioni tra artisti talmente ispirate da sembrare persino ovvie. Quella tra il duo dei Daft Punk e Leiji Matsumoto rientra tra queste, quando, una ventina di anni fa, riuscirono a creare Interstella 5555, piccolo film anime che celebrava la musica di Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo e lo stile poetico e romantico del papà di Capitan Harlock.
Un progetto fortemente voluto dal duo e che fa parte di quella loro carriera che, nelle parole di Bangalter, altro non è stata se non una installazione artistica durata circa trent'anni. Il messaggio alla base della loro musica e delle loro performance è semplice, ossia come il confine tra umano e artificiale sia labile e non debba per forza essere superato; monito visto infinite volte nella narrativa fantascientifica e che risultava fresco proprio perché prendeva le forme della loro bella musica elettronica; e che Matsumoto aveva trattato in Galaxy Express 9999, dove i due protagonisti attraversavano l'universo per giungere su di un pianeta dove sarebbero stati convertiti in androidi per ottenere la vita eterna, solo per realizzare come l'eternità priva di un cuore umano sia solo un incubo.
Interstella 5555 sancisce così un'unione perfetta, ma lo fa spostando il centro tematico verso un'altra questione, ossia lo sfruttamento del talento artistico nel sistema capitalistico.


Guardare ad Interstella 5555 come ad un semplice film è però sbagliato. Non siamo di fronte ad un comune lungometraggio d'animazione (anche complice l'esigua durata), né a quello che a prima vista potrebbe sembrare come un semplice videoclip che riprende le tracce di Discovery, all'epoca ultimo album del duo parigino. Esso è, più che altro, un esperimento ai limiti della video-art, ma con un budget sostanzioso (in questo simile ad altri progetti dei Daft Punk, Electroma su tutti), una nuova installazione del percorso artistico di Bangalter e Homem-Christo che qui prende le forme dell'amatissima animazione nipponica. Per intenderci, siamo più dalle parti di Tommy o di Pink Floyd- The Wall che di quelle di un Il Fantasma del Palcoscenico, essendo la musica componente essenziale nella narrazione.
Essa è, anzi, il traino di tutta la narrazione, essendo quest'ultima totalmente basata sulle canzoni di Discovery e sulle animazioni: non ci sono dialoghi, non ci sono voci-pensiero o testi a schermo, tutto viene raccontato in modo prettamente sensoriale.



Una storia, come accennato, che si focalizza sul tema della mercificazione del talento. Non un tema nuovo, neanche nel cinema d'animazione, visto quel Rock & Rule che purtroppo oggi risulta misconosciuto ai più. Mancanza di originalità che si sostanzia in tutti i luoghi comuni possibili: il gruppo dei protagonisti, chiamato Crescendolls, è un acclamata band di un altro pianeta, la quale viene rapita da un demoniaco impresario terrestre e costretta ad esibirsi per lui. In loro soccorso, giunge un eroe romantico e solitario, innamorato della bella bassista.
Tutto come da copione, quindi, con l'unica vera differenza rispetto al canone data dal fatto che il cattivo in questo caso è un impresario e non il solito produttore. Va dato però atto a Bangalter e Homem-Christo, che hanno scritto il film di proprio pugno, di essere riusciti a fare loro i topoi della storia, con la trasformazione in terrestri dei musicisti che passa attraverso il totale cambiamento del loro aspetto fisico, metafora di un panorama musicale dove l'originalità che molti gruppi possono sfoggiare quando ancora di nicchia deve essere necessariamente persa nel momento in cui la loro arte viene venduta alle masse.



Liquidare totalmente Interstella 5555 sulla base della storia è però nuovamente sbagliato, visto che, come detto, non siamo davanti ad un semplice film, quanto, appunto, ad un piccolo esperimento musicale. 
La commistione tra la musica e l'animazione è totalmente sperimentale, non è basata tanto sull'emotività condivisa di immagini e suoni, tanto che talvolta il commento musicale potrebbe persino apparire fuori luogo. La giustapposizione è data invece da una sorta di comunanza narrativa tra ciò che viene raccontato nel concept album Discovery e ciò che viene raccontato nelle animazioni, con la conseguenza che tutto il film si muove su di un duplice binario narrativo, il quale però non è mai davvero discordante. 
Il coinvolgimento è così puramente sensoriale e viene dato proprio dalla particolarità dei suoni dei Daft Punk e dalla bellezza dell'animazione, pur velocizzata per meglio conciliarsi con il ritmo synth; oltre che, ovviamente, dalla genuina bellezza della direzione artistica di Matsumoto, il cui tipico character design dona un tocco di genuino carattere al tutto.



Interstella 5555 è così un esperimento sensoriale pressoché unico, che travalica ognuno dei media del quale è costituito per caratterizzarsi come qualcosa di totalmente a sé stante. Un esperimento artistico intrigante, che i fan del duo francese non possono che adorare, ma che anche lo spettatore dai gusti più sofisticati ben può apprezzare, nonostante non si concili con quanto ci si possa aspettare da un'operazione simili. O forse proprio per questo.

sabato 7 dicembre 2024

Dark Crystal

The Dark Crystal

di Jim Henson & Frank Oz

Animazione/Fantastico

Usa, Regno Unito 1982



















C'è qualcosa nel fantasy anni '80 che rende ancora oggi gli esponenti del filone incredibilmente affascinanti. Anzi, oggi quelle pellicole dove mondi fantastici venivano ricreati in modo artigianale, con perizia spesso innovativa e una passione davvero ammirevole per l'arte visiva, riescono ad essere persino più magnetiche proprio perché è possibile vedere in modo materiale (pur se attraverso il filtro dello schermo) il lavoro manuale che ha portato a plasmare quelle visioni. La computer graphic ha davvero reso possibile la realizzazione di opere fino a qualche anno prima infilmabili (Il Signore degli Anelli su tutti), eppure ha anche portato a smarrire quel "sense of wonder" che invece è ancora oggi avvertibile in molte pellicole del passato. E se la cosa è vera già per le meraviglie firmate Ray Harryhausen, lo è ancora di più per quelle del periodo d'oro del cinema per ragazzi; e a fare da perfetto paradigma di quelle visioni è il bellissimo Dark Crystal, esordio alla regia del compianto Jim Henson.



Quello di Henson è un nome che per chi è cresciuto tra gli anni '80 e '90 non ha bisogno di presentazioni: fautore del mitico Muppet Show, creatore degli effetti animatronici per Il Ritorno dello Jedi e praticamente ogni altra produzione con animantronic degli anni '70, '80 e primi anni '90 (tra cui anche il primo film delle Turtles, suo ultimo lavoro prima della prematura scomparsa), è stato un artista vulcanico dall'indole creativa indomabile.
Quello di Dark Crystal è un progetto che accarezzava già dalla prima metà degli anni '70 e consisteva nel creare un fantasy dove non ci fossero personaggi umani, dove tutti gli interpreti sarebbero stati sostituiti da animatronic e classiche marionette. Un progetto che inizialmente non ha una forma, né personaggi, solo un setting fantastico.
Il tutto inizia a concretizzarsi grazie alla scoperta dei libri dell'illustratore Brian Froud, che mostravano strane e bizzarre creature in paesaggi alieni o ispirati al folklore europeo. Henson chiama l'illustratore a bordo della neonata produzione e assieme a lui inizia a creare una pletora di ameni personaggi. Gli elementi della storia vengono fissati solo in seguito e lasciati sviluppare dallo sceneggiatore David Odell, anch'egli tra gli autori del Muppet Show e collaboratore di lunga data di Henson (avrebbe poi firmato gli script di altri due exploit fantastici, questa volta decisamente dimenticabili, ossia Supergirl- La Ragazza d'Acciaio e I Dominatori dell'Universo). Alla regia, Henson decide di condividere gli oneri con l'amico e collega Frank Oz e per entrambi quello di Dark Crystal sarebbe stato l'esordio nel lungometraggio.



La produzione richiede un totale di oltre cinque anni di lavorazione, tra riprese principali e post-produzione. Quest'ultima dovette allungarsi per un problema singolare: quasi tutti gli effetti erano stati realizzati sul set, ma gli autori avevano deciso che i malvagi Skektis si sarebbero espressi solo con pantomime e versi inintelligibili, con la conseguenza che gran parte della storia risultava praticamente impossibile da seguire. Tutti i loro dialoghi sono così stati realizzati dopo il girato e doppiati direttamente nel secondo montaggio.
Gli sforzi alla fine bene o male pagano: distribuito a partire dal dicembre 1982, Dark Crystal ottiene un buon riscontro al box office e critiche tutto sommato positive. I giovani spettatori restano incantati da questo mondo incredibilmente alieno eppure straordinariamente vivo e sebbene non raggiunga gli apici di reverenza di altre pellicole simili, ancora oggi è un cult giustamente amatissimo.



La storia alla base è in fondo quanto di più classico si possa immaginare, ossia un viaggio dell'eroe puro e semplice: Jen è l'ultimo dei Gelfling, una delle razze più antiche del suo mondo. Un mondo dominato dai temibili Skektis, ma retto anche dai saggi Mistici. Al centro del potere e degli equilibri vi è il Cristallo Nero, fche concede prosperità agli Skektis. Jen è chiamato a ricongiure un frammento del cristallo prima che l'allineamento dei soli possa fortificare i mlavagi signori, garantendo loro un potere assoluto. Nella sua quest è aiutato dalla saggia e burbera Aughra e alla dolce Kira, anch'ella gelfling sopravvissuta all'eccidio della sua specie.



Una quest appunto, un mcguffin, un giovane chiamato all'avventura attraverso la quale scopre il mondo e i suoi mille pericoli e un pugno di comprimari, oltre che due razze di antichi che rappresentano il bene e il male assoluti. Lo spirito avventuroso prende così forme basilari, ma non scontate, perché Henson ha le idee chiare su come creare una favola fantastica, ossia seguire una regola d'oro che permette a Dark Crystal di essere godibile: non trattare mai i suoi giovani spettatori come degli sprovveduti.
L'ispirazione effettiva dietro il tono della pellicola è quella delle fiabe mittleuropee, sia quelle messe per iscritto dai fratelli Grimm che le leggende che effettivamente le ispirarono. La sua piccola epopea fantasy ha così un cuore oscuro quanto il cristallo che regge il mondo, tanto che sovente è stata criticata proprio perché ritenuta troppo cupa per un pubblico di infanti. Critica al solito esagerata: non c'è nulla davvero scioccante nel film, persino le scene più morbose sono in realtà pensate per intrigare più che per sconvolgere, come la turpe sequenza della tortura del podling, che però non culmina nella morte, bensì nell'invecchiamento precoce, o l'assalto al villain Ciambellano, che pur spogliato dei suoi abiti non subisce nessun destino nefasto.
Sono invece proprio le scelte estetiche anticonvenzianale e il design mostruoso degli Skektis a rendere Dark Crystal estremamente orignale e affascinante.



I cattivoni sono delle creature ripugnanti, una ideale via di mezzo tra un rettile ed un avvoltoio, la cui brama di conquista ha ridotto il regno attorno al loro castello ad una landa desolata, un male assoluto grottesco e a suo modo spaventoso proprio per la sua estrema semplicità.
L'anticonvenzionalità perseguita da Henson si palesa anche quando decide di creare una sottotrama con una vera e propria "anti-quest" per il villain Ciambellano, ideale coprotagonista del film: anche lui è chiamato ad allontanarsi dalla sua casa per riottenere il potere dal quale è stato spogliato e finisce per avere un ruolo attivo negli eventi tanto quanto il giovane eroe.
Il rigetto della semplicità "disneyana" è poi avvertibile sia nella creazione di una mitologia accattivante, sia nella straordinaria direzione artistica. Su quest'ultimo piano, la parte del leone la fanno sempre i cattivi, dieci mostri dal design unico, ciascuno basato su di un ruolo particolare e ognuno dotato di una corporatura diversa, oltre che di una serie di dettagli infinita che li caratterizza sul piano estetico. Il lavoro del laboratorio di Henson qui è semplicemente straordinario e a ogni visione è possibile notare un orpello diverso su ogni animatronico. Azzeccato anche il design di Aughra, vera e propria "Yoda in gonnella" (anche lei doppiata da Frank Oz nella versione originale) dall'indole strafottente e burbera. Più essenziale è invece il design dei due eroi gelfling, scelta in realtà dovuta alla necessità di far identificare con loro i giovani spettatori, per questo più che mai azzeccata.



La mitologia alla base del film è poi più matura di quanto si possa pensare. Tutto è basato sul dualismo bene/male, con gli Skektis che ovviamente rappresentano il male e i Mistici il bene. Ma le due razze non sono che due parti di un unico essere il quale deve essere ricongiunto, pena la lenta decadenza di entrambe: gli Skektis possono solo gozzovigliare crogiolandosi in un potere di fatto nullo, i Mistici possono solo ripetere canti e cerimoniali che non hanno efficacia alcuna nel mondo.
E' proprio la regia di Henson a rendere Dark Crystal unico. Il  dualismo viene rappresentato tramite il ricorso a geometrie circolari nelle scenografie e la cura manicale per i dettagli è figlia della sua esperienza come animatore. Ma i suoi sforzi si traducono anche in una costruzione delle scene che talvolta riesce persino a superare i limiti imposti dall'uso dei pachidermici pupazzi, con soluzioni più dinamiche di quanto ci si possa aspettare. Un esempio è dato dal duello iniziale del ciambellano per la scelta del nuovo imperatore, combattuto a colpi di spada; una classica schermaglia avrebbe reso palesi i limiti degli effetti, quindi si è deciso di ricorrere ad una originale prova dove gli spadaccini devono tagliare una pietra a colpi di spada, con la conseguenza che la costruzione è comunque dinamica e il tutto non risulta forzato. Persino il climax della storia, che avrebbe potuto soffrire dell'impossibilità di muovere in modo libero i personaggi sul set finisce per funzionare grazie ad una coreografia ragionata al millimetro.



 
Dark Crystal è così un esperimento ancora oggi estremamente affascinante, un fantasy "per i più piccoli" che brilla grazie all'encomiabile lavoro dei suoi autori e soprattutto ad una visione "adulta" anche del cinema per i bimbi. Una lezione che purtroppo non è mai stata imparata da chi ancora oggi crede che i giovani spettatori debbano essere trattati come se fossero stupidi.



EXTRA
Nonostante l'apprezzamento cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni, non c'è stato un vero e proprio legacy sequel per il gioiello di Henson.
In compenso, nel 2019 Louis Laterrier assieme agli showrunner Jeffrey Addiss e Will Matthews hanno creato la serie prequel Dark Crystal: La Resistenza.


Durata purtroppo un'unica stagione, avrebbe dovuto raccontare gli ultimi giorni dei Gelfling e la loro disfatta per mano degli Skektis. La forma seriale ha finito per appesantire una storia che non aveva certo bisogno di un gran numero di personaggi e sottotrame assortite, ma la narrazione bene o male ha funzionato. Semplicemente straordinari i valori produttivi, che utilizzano la CGI solo per inerire ulteriori dettagli agli ottimi animatronic, con risultati talvolta davvero incredibili.
Nel cast vocale, inoltre, figurano star come Mark Hamill, Anya Taylor-Joy, Lena Heady, Awkwafina, Simon Pegg, Taron Egerton, Jason Isaacs, e Nathalie Emmanuel.

lunedì 2 dicembre 2024

Il Padrino- Parte II

 The Godfather- Part II

di Francis Ford Coppola.

con: Al Pacino, Robert De Niro, Diane Keaton, John Cazale, Robert Duvall, Talia Shire, Michael V.Gazzo, Lee Strasberg, Gastone Moschin, Bruno Kirby, Richard Bright, G.D. Spardlin, Morgana King, Francesca De Sapio, Dominic Chianese, Mariana Hill, Tom Rosqui, Frank Sivero, Giuseppe Sillato, Oreste Baldini, Maria Carta, Joe Spinell, Leopoldo Trieste, Harry Dean Stanton.

Drammatico/Gangster

Usa 1974







Il fatto che Il Padrino- Parte II sia un'opera così affascinante e coinvolgente è praticamente un miracolo. 
Questo perché creare il seguito di un successo intramontabile non è mai una cosa semplice, men che meno lo era cinquant'anni fa, quando praticamente l'unico esempio di sequel che arrivava ai livelli dell'originale (e li surclassava, persino) era La Moglie di Frankenstein, vero e proprio "fulmine in bottiglia" forse impossibile da replicare. Creare la continuazione di una saga che trovava la sua perfetta chiusa già in quelle prime tre ore di durata era poi un'impresa che si credeva impensabile.
Ma Francis Ford Coppola e Mario Puzo decisero lo stesso di buttarsi a capofitto nella produzione di questa continuazione della vita di Michael Corleone e di come sia chiamato a mantenere in vita tutto quello che che suo padre aveva creato una generazione prima. Continuazione fortemente voluta dalla Paramount, visto il successo mastodontico del primo film, che tra l'altro l'aveva salvata dalla bancarotta.
Per il seuqel, il duo ottenne carta bianca e poté plasmare storia e produzione a loro piacimento (il produttore Al Ruddy qui non prese parte ai lavori, lasciando a Coppola la possibilità di gestire da solo un budget nettamente superiore al primo). I problemi, sfortunatamente, non mancarono lo stesso.
La prima stesura della sceneggiatura vedeva infatti il personaggio di Clemenza tradire Michael e scatenare una guerra a causa della mancata promessa di concedergli una sua famiglia; ma l'attore Richard Castellano era contrario a riprendere i chili persi dopo le riprese del primo film, per motivi di salute, facendo saltare i piani originali e costringendo il duo di autori ad introdurre il personaggio di Frankie Pentangeli, antagonista della storia in lotta per la successione nel territorio di Clemenza, morto fuori scena. 


A questa prima traccia narrativa, ambientata a partire dagli anni '50, ossia giusto qualche tempo la fine del primo film, viene giustapposta una seconda che narra tutta la vita di Vito Corleone dalla sua infanzia fino alla salita al potere come boss di Little Italy; e qui Coppola riuscì finalmente a lavorare con Robert De Niro, che riprende il ruolo che fu di Marlon Brando e lo fa totalmente suo. Brando sarebbe dovuto comparire nell'ultimo flashback, ma il suo ruolo dovette essere tagliato a causa dei suoi impegni sul set del bel Missouri di Arthur Penn. 
Un ultimo inconveniente, questa volta decisamente più particolare, riguardò proprio il ruolo di Coppola nel progetto: inizialmente voleva limitarsi a produrlo per dedicarsi alla regia di quel La Conversazione uscito nello stesso anno, affidando la direzione all'amico Martin Scorsese, ma la Paramount si oppose a causa della poca esperienza che quest'ultimo aveva all'epoca dietro la macchina da presa.
Poco male: uscito in sala a partire dal dicembre 1974, Il Padrino- Parte II riscuote un ottimo successo, cementifica lo status di Coppola come artista e vince persino l'Oscar come miglior film, praticamente il primo seguito ad esserci riuscito. E, ad oggi, resta una magistrale lezione di cinema.



Alla base dell'ottima fattura, resta quella che è forse la regola aurea dei sequel, ossia rifare tutto ma in modo più grande. Il budget è oltre il doppio del primo film, quindi più attori, più personaggi, più trame e sottotrame, più location. Eppure, dinanzi alla scrittura complessa e alla messa in scena magnificente, da vero e proprio "piccolo kolossal", la regia di Coppola si fa ancora più classica, più "quadrata", rinunciando ad ogni tipo di virtuosismo moderno e modernista per abbracciare totalmente la classicità. Una scelta teoricamente azzardata, che avrebbe potuto appiattire il tutto, ma che si rivela vincente perché riesce a far risaltare l'attenzione su storia e personaggi.
Una storia, quella di questa Parte II, che è praticamente quella di una sconfitta, di una lotta per la sopravvivenza nella quale alla fine Michael Corleone trionfa su tutti i suoi avversari, ma perde ciò che gli è più caro, ossia gli affetti. La storia de Il Padrino- Parte II è di fatto la storia della disfatta di Michael, il quale tornerà anni dopo in quel troppo vituperato terzo capitolo proprio come un morto vivente; tanto che il finale originale, del quale è rimasta solo quella magnifica ultima inquadratura, lo vedeva già anziano e solitario nella villa sul lago in Nevada.


Nel suo doppio binario narrativo, il film racconta così nascita e morte di un impero; da qui si potrebbe tracciare un parallelo con Megalopolis, la storia della morte e rinascita di un altro impero. In entrambi i casi, l'impero è quello americano, di cui la famiglia Corleone rappresenta un paradigma.
La storia di Vito Corleone è quella di qualsiasi migrante, ovviamente virata verso la malavita; ma tolta questa (ovvia) svolta, necessaria alla narrazione, nell'incipit la sua è la vita di un orfano costretto a lasciare la natia Sicilia proprio a causa del fenomeno mafioso e che si ritrova praticamente solo in America, dove, tra uno sforzo e l'altro, arriva ad una forma di minuscolo benessere, il quale gli sarebbe sicuramente stato negato in patria.
E' nuovamente a questo punto che la strada di un giovane Vito si incrocia con quella della Mano Nera, nelle forme del boss di quartiere don Fanucci (interpretato da un Gastone Moschin squisitamente sopra le righe nei panni del gangster camorrista d'oltreoceano), oltre che con il futuro socio e amico Clemenza (Bruno Kirby), il quale lo trascina suo malgrado nel mondo del malaffare. Da qui, don Vito inizia la sua scalata ai vertici della malavita, ma anche nella storia di suo figlio Michael la metafora sul potere è chiara e prende definitivamente le forme nella scena in cui Michael siede assieme ai capitani d'industria americani a Cuba, in procinto di varare un piano che la trasformerebbe in una sorta di nuova Las Vegas, con il meeting costruito in modo del tutto sovrapponibile a quello dei capi delle famiglie di Cosa Nostra newyorkesi visto nel primo film.



Il Padrino- Parte II è così nuovamente un dramma sui meccanismi del potere e su come questi intacchino l'essere umano. Vito e Michael sono due personaggi del tutto speculari e non solo nella contrapposizione tra nascita e morte, quanto per come riescano a gestire il potere.
Un altro momento topico del film è lo scontro ideologico tra Michael e il senatore Geary, nel quale quest'ultimo afferma di voler "spremere" i Corleone per motivi squisitamente xenofobici, al che il primo risponde di come entrambi siano due facce della stessa ipocrisia, ma di lasciare fuori dalla storia la sua famiglia. Il valore famigliare è così l'ancora di salvezza per Michael che gli permette di ergersi al di sopra dei suoi rivali, che lo rende migliore di tutti gli altri giocatori che concorrono con lui negli intrighi del potere, siano essi legati alla politica che alla malavita.
Michael è così chiamato a difendere il potere cercando al contempo di difendere l'integrità della famiglia, per lui la cosa più importante; cosa che non gli riesce: come l'eroe di una tragedia greca, si ritrova a dover sacrificare il suo bene più grande pur di poter trionfare, a dover perdere, in definitiva, la sua anima. La deformazione umana del personaggio è progressiva: a inizio film è ancora il giovane boss silenzioso e riflessivo degli inizi, ma poco alla volta il suo lato più intransigente comincia a farsi sempre più marcato. Un'intransigenza dovuta al suo ruolo di capofamiglia e di capoclan, ma che finisce incontrovertibilmente per alienarlo dalla moglie e dal fratello.



Il dramma di Kay è quello della disgregazione del nucleo famigliare, appunto, quello di una donna che non riesce più a fidarsi del compagno a causa della sua natura. Il rapporto con Michael si sgretola a causa della sua incapacità di allontanarsi dall'ambiente malavitoso e dei pericoli che esso comporta. La cesura è netta e non permette ripensamenti, soprattutto dinanzi alla scelta di abortire, peccato imperdonabile nell'ottica patriarcale e cattolica dei Corleone.
Il dramma di Fredo è quello di un debole che perde l'ultimo appiglio alla vita. Fredo è sempre stato l'anello debole della famiglia, un fratello maggiore che non ha né il sangue freddo di Michael, né il temperamento di Sonny. Un debole, appunto, che per questo si lascia manipolare sino a divenire una pedina nella macchinazione contro il fratello. Di riflesso, il suo dramma è anche e forse soprattutto il dramma di Michael.
Il capofamiglia si trova così ad un bivio, chiamato a dover decidere se mantenere unito il nucleo famigliare o mantenere il controllo che ha sull'organizzazione. E Michael decide per quest'ultimo.
Il potere, è cosa nota, non accetta limitazioni, né offese o opposizioni di sorta, anche quando queste siano arrecate dal proprio sangue. La morte di Fredo rappresenta così l'affermazione definitiva di Michael in quanto uomo di potere, supremo artefice del bene e del male nella società capitalistica in quanto businnessman e manovratore del sistema democratico (il senatore Geary torna tra i suoi ranghi grazie ad un ricatto a sfondo sessuale). Così facendo, sancisce una cesura netta con il padre Vito: mentre quest'ultimo poteva sempre contare sugli affetti e rientrava sempre nel ventre della famiglia dopo ogni nefandezza compiuta, Michael tronca tutto in nome del potere assoluto. E così facendo, rimane inevitabilmente sconfitto.



Il ritratto di Michael Corleone è quello di una figura tragica. Una figura negativa, che Coppola e Puzo ritraggono qui come non mai come quella di un vero mafioso, eppure non di meno tragica. Michael è un uomo che viene consumato dal potere, sia esso inteso come lotta per mantenere la presa sullo stesso, sia inteso come ruolo di potere che è chiamato a rivestire. L'interpretazione di Al Pacino, qui, è semplicemente magistrale: silenzioso, dallo sguardo attento e acuto, introietta tutte le emozioni del personaggio e lascia che traspaiano solo a tratti, solo con attentissime espressioni. Due sono i momenti in cui riesce davvero a brillare: quello in cui l'identità del traditore Fredo gli viene rivelata e quando caccia di casa definitivamente Kay, quest'ultima scena inquietante in modo talmente sottile da essere quasi insostenibile.
All'estremo opposto (o quasi) è invece la performance di De Niro. Il suo Vito Corleone è un personaggio empatico anche nei silenzi, dovuti alla sua condizione fisica. Anch'egli è un uomo che osserva in silenzio e che agisce solo quando sa di poter colpire. Ma anche un uomo dotato di un'indole tutto sommato positiva. E qui si potrebbe muovere nuovamente una critica al duo di autori per come abbiano deciso di caratterizzare un gangster come un uomo che usa il proprio potere per aiutare i connazionali più deboli, ma va sempre tenuto a mente come, nuovamente, non ne abbiano celato lo spirito arrivista e vendicativo, né l'indole violenta, che si sostanzia nell'omicidio dei due boss, due scene dall'inusitata componente grafica.



Nella definizione tragica di storia e personaggi, Coppola e Puzo tornano a rifarsi alla tragedia classica, ma nella costruzione della trama decidono questa volta di declinare la traccia su Michael come un mystery vero e proprio. Tutto prende il via dall'attentato alla sua vita, del quale non si conosce il responsabile. I sospetti sono tre, ossia il viscido Frankie Pentangeli, l'infame senatore Geary e il misterioso Hyman Roth, ex socio di don Vito e ora di Michael, modellato su Meyer Lansky e interpretato da Lee Strasberg, il leggendario fondatore dell'Actor's Studio. Il mistero si infittisce man mano che la storia procede e quando viene disvelato, il focus cambia sulle conseguenze anche psicologiche che esso comporta, con la scoperta del tradimento di Fredo e del movente del tentato omicidio, ossia la vendetta di Roth per l'assassinio di Moe Green, suo vecchio compagno fatto uccidere da Michael nel climax del primo film.
Tale costruzione permette non solo di ottenere un intrigo maggiore da parte dello spettatore, ora come il protagonista chiamato a comprendere il perché della macchinazione ordita, ma anche e forse soprattutto di non avere quella che sarebbe potuta essere una semplice fotocopia della trama del primo film. In entrambi, di fatto, il conflitto è dato dalla lotta per il potere, ma se nel primo esso riguardava il passaggio di consegne generazionale, qui riguarda il mantenimento di ciò che si è avuto e, nella trama di Vito, come ottenere quel potere che tanto gola fa a chiunque.



Si può poi obiettare, a ragione, come l'occhio di Coppola e Puzo qui sia meno attento rispetto al primo film. La successione degli eventi è incerta quando la storia di finzione si ricollega alla realtà: la traccia su Michael inizia nel 1958, ma in quelli che sembrano pochissimi mesi si arriva prima alla presa de l'Havana da parte delle truppe castriste del 1959, poi all'audizione del don durante le attività della commissione Kennedy contro Cosa Nostra, avvenuta nei primi anni '60. E' poi palese il ricorso al puro montaggio per riordinare la scansione degli eventi che portano all'omicidio di Fredo nell'ultimo atto, con una sequenza che sullo script evidentemente era stata pensata in un modo non altrettanto efficace. E si può persino criticare la scelta di rivelare a Michael il tradimento del fratello in modo totalmente anticlimatico, cosa che ne disinnesca la portata drammatica nonostante l'ottima performance di Pacino.



Eppure, Il Padrino- Parte II riesce lo stesso ad imporsi come un dramma totalizzante. Il coinvolgimento è sempre alto, la storia ordita da Coppola e Puzo riesce davvero a colpire nel profondo grazie alla componente drammaturgica, alla perfetta costruzione delle scene e alle grandiose prove degli attori.
La regia di Coppola, qui quantomai classica, costruisce tutto con un ritmo volutamente blando, lasciando che la tensione si accumuli poco alla volta, che il dramma monti piano sino ad esplodere, in una lezione di regia tanto sottile quanto dirompente.
Tanto che si può davvero dire che l'unica cosa in più che il primo film ha rispetto a questo grandioso sequel è il solo Marlon Brando.



EXTRA

Tra i camei più famosi del film, troviamo il grande caratterista Harry Dean Stanton nei panni di uno degli agenti del FBI incaricato di proteggere Fankie Pentangeli.



Nei panni di uno dei senatori della commissione antimafia troviamo poi il mitologico Roger Corman.



Anche Il Padrino- Parte II ha avuto un buon adattamento videoludico.



Pubblicato del 2009 e sviluppato da EA Studio, Il Padrino II riarrangia e narra in modo interattivo gli eventi della storyline di Michael Corleone permettendo al giocatore di accompagnarlo nella sua sua lotta di potere.