Yi Dai Zong Shi
di Wong Kar-Wai
con: Tony Leung Chiu Wai, Ziyi Zhang, Cheng Chang, Jin Zhang, Cung-Le, Hye-Kyo Song
Storico/Biografico
Hong Kong/Cina (2013)
L'arte marziale è il simbolo stesso della cultura e della tradizione cinese; nelle ultime decadi i vari stili di combattimento si sono evoluti e fusi tra di loro, anche a causa della cosmopolicizzazione della società odierna: con stili e tecniche vecchie di secoli trapiantanti in mezzo mondo, nuove arti hanno visto la luce, si sono affiancate a quelle tradizionali arrivando talvolta a soppiantarle. Wong Kar-Wai, assente dagli schermi dal 2007, rievoca un passaggio essenziale nella storia delle arti marziali: l'evoluzione da semplice tradizione a vero e proprio business, avutosi a seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale; e lo fa attraverso le vicissitudini di Ip Man, ultimo grande maestro della tradizione, e di altri tre grandi maestri suoi coevi: lady Er Gong, il suo fratello in armi/rivale Ma San e Yixintian detto "il rasoio".
Nella migliore tradizione del suo cinema, il maestro hongkonghese si avvicina ai personaggi e alla loro psicologia, piuttosto che ai fatti dei quali si rendono protagonisti; inquadrature strettissime, fatte di primissimi piani e dettagli, danno vita ai pensieri e alle sensazioni di Ip Man e di Er Gong; la splendida fotografia di Philippe Le Sord avvolge i volti e i corpi in colori caldi e luci contrastate, creando un'atmosfera irreale e rarefatta nonostante le coordinate storico-geografiche siano sempre ricordate dalla voce narrante; e nella narrazione, Kar-Wai fonde le storie e gli avvenimenti, anzicchè giustapporli come faceva in passato; l'intreccio diviene così spezzato e frammentario, ma anche affascinante: ci si perde, letteralmente, nei meandri della filosofia marziale di Ip Man e del clan Gong, negli scontri violenti ed improvvisi, nella tristezza e nella gioia di ogni singolo gesto e di ogni sguardo.
Le emozioni e le azioni dei personaggi vengono trattenute, non esplodono mai, se non nei combattimenti; ogni pensiero ed ogni sensazione vengono rarffeddati grazie all'uso del ralenty; l'autore toglie velocità ad ogni singolo fotogramma fino a congelare le singole immagini in movimenti innaturali per creare una visione ancora più avvolgente; decellerazione che si infrange durante i combattimenti, nei quali i corpi riacquistano le loro movenze naturali, in una giustapposizione volta a simboleggiare la fluidità dei movimenti contrapposta alla complessità dei sentimenti.
Rifacendosi alla tradizione del cinema marziale di Hong Kong, Kar-Wai intesse combattimenti intensi e coreografati fino all'ultimo gesto; il suo genio sta però nell'opera di de-strutturazione della sequenza d'azione: ogni azione viene smontata, frammentata in una serie infinita di inquadrature poi montate in modo lineare; i combattimenti divengono così ancora più frenetici e le azioni vengono racchiuse in singole inquadrature che ne enfatizzano la fisicità, magistralmente giustapposta alla plasticità propria dei duelli marziali, fatta di corse leggiadre ed esagerazioni fisiche; ogni duello diviene così un balletto ed un esercizio di stile coinvolgente ed affascinante; ognuno dotato di una propria caratteristica: dall'eleganza romantica dello scontro tra Ip Man e lady Gong alla frenesia dell'ascesa iniziale di Man verso il vecchio capo del clan Gong (fatto realmente accaduto e che ispirò Bruce Lee per il suo "Game of Death"), dalla violenza sanguigna dello scontro tra il Rasoio e i membri del partito alla ferocia del duello tra Er e Ma San, ogni sequenza d'azione ha una sua forza drammatica unica e dirompente.
A Kar-Wai, tuttavia, non interessa solo lo scontro fisico, quanto la rievocazione di un mondo sull'orlo del baratro: quello della tradizione marziale che si scontra con le esigenze della modernità; in quest'ottica, Ip Man divine un ponte tra passato e futuro: ultimo esponente del passato che accetta la piega presa dagli eventi e cerca di tramandare il meglio ai suoi allievi (tra i quali spunta verso la fine il giovane Bruce Lee, testimonianza del lascito del maestro); il rito di passaggio tra vecchio e nuovo è insito nel personaggio fin dall'inizio, quando viene chiamato a sfidare il capo del Gong per prenderne il posto come rappresentante nel mondo delle arti marziali; Man è così l'ultimo esponente di un mondo perduto, il primo di uno che deve ancora formarsi, perfettamente in mezzo; e l'autore, mediante lo sguardo del suo personaggio, si perde nella contemplazione di questo mondo antico e perso, ne ricerca con nostalgia gli usi e ne rievoca con fascinazione i costumi, con una reverenza mai spocchiosa ma genuinamente sentita; tanto che nel finale arriva a paragonare la sua ricerca a quella di un altro grandissimo autore alle prese con un altro "mondo perduto": Sergio Leone e il gangster movie di "C'era una volta in America", le cui note elegiache infondono un tocco di pura commozione all'ultimo atto dell'opera.
Elegante e vibrante, "The Grandmaster" è l'omaggio sentito di un maestro della Settima Arte alla tradizione orientale più viva, un'opera semplice ma affascinante, che vive colpi ed urti, di volti e corpi raggelati ed emozioni trattenute, nella migliore tradizione del cineasta di Hong Kong.
venerdì 20 settembre 2013
giovedì 19 settembre 2013
Ichi the Killer
Koroshiya 1
di Talashi Miike
con: Shinya Tsukamoto, Tadanobu Asano, Nao Omori, Alien Sun, Susumo Terajima, Hiroyuki Tanaka, Shun Sugata.
Giappone (2001)
Oggi come oggi appare scontato da sottolineare, ma chiunque si sia mai approcciato al mondo del fumetto nipponico, ha avuto modo di constatare, con immenso stupore, l'abissale differenza tra questo e il più blando fumetto occidentale; "blando" poichè nelle sue incarnazioni mainstream, il fumetto occidentale è formato da opere destinate più che altro ad un pubblico di bambini/adolescenti, incrostato da tendenze e mode vecchie di quasi un secolo (si, i supereroi), stili superati (l'episodico), storie superficiali e tutta una serie di tabù a livello tematico che ne castrano ogni aspirazione "alta"; tant'è che i migliori esiti si sono avuti nelle correnti underground o grazie a singoli autori dal talento immane.
Situazione totalmente diversa si ha in Giappone, dove la differenza tra fumetto commerciale ed opera d'autore è pressocchè inesistente: ogni autore scrive le storie e le disegna in completa libertà, non vi sono restrizioni tematiche (salvo per quel che riguarda i singoli editori), il che porta il media fumettistico ad abbracciare un bacino d'utenza più vasto ed eterogeneo; la narrazione seriale, inoltre, permette agli autori di creare opere complete ed articolate, che non si limitano a semplici "avventure", ma che abbracciano intere saghe, complete di inizio, svolgimento ed epilogo.
Il grande vantaggio del fumetto nipponico sta nella varietà di storie, dovuto appunto alla mancanza di tabù: esistono fumetti per adolescenti così come per adulti, opere che fanno dell'impegno civile e intellettuale il loro punto di forza, così come manga totalmente basati sull'exploitation di sesso e violenza; in un'ideale via di mezzo tra queste due tendenze si situa "Ichi the Killer", manga di Hideo Yamamoto serializzato in patria nel 1998, la cui pubblicazione scioccò l'opinione pubblica al punto di vietarne la diffusione in alcune zone del paese; "Ichi" è un fumetto che può essere etichettato solo con l'abusato termine "pulp", una storia di violenza e sulla violenza, crudo oltre i limiti dello splatter, caustico e totalmente cinico.
Il mondo di "Ichi" è quello del sottobosco della yakuza di Shinjuku, il quartiere più malfamato di Tokyo, nel quale si muovono una serie di figuri loschi e pericolosi; un gruppo di ex yakuza ora reietti, guidati dall'anziano Jiji (letteralmente "il vecchio"), intraprende una lotta serrata con il clan del boss Anjo; la loro arma segreta è un ragazzo di nome Ichi: all'apparenza sereno e gioviale, Ichi è in realtà un killer psicotico, la cui frustrazione psichica e sessuale (dovuta agli atti di bullismo subiti durante l'infanzia), esplode ferocemente su chiunque gli si pari innanzi; eliminato il boss Anjo, è il suo secondo, il giovane criminale masochista Mabo Kakihara a dover fronteggiare Jiji e i suoi, in particolare Ichi, del quale ammira la carica distruttiva.
Opera controversa, quella di Yamamoto, che cerca di dare uno spaccato credibile della devianza sessuale che genera nel sadomasochismo, ma che si perde nella contemplazione compiaciuta delle sue stesse immagini scioccanti; la violenza, mischiata alla componente sessuale, fa spesso capolino nelle tavole iperrealiste ed incredibilmente espressive, ma è quasi sempre fine a sé stessa, usata con il mero scopo di dare al lettore quanto più sangue possibile, rendendo la lettura spesso piatta, oltre che inutilmente fastidiosa.
Le polemiche dovute ai temi trattati e all'estrema violenza grafica garantirono il successo del manga, tant'è che nel 2001 questo viene trasposto su schermo nientemeno che da Takashi Miike: "Ichi the Killer", nelle mani del geniale regista, da semplice racconto pulp diviene un saggio sulla violenza insita nella mente dell'uomo, potente ed efferato, ma, a differenza della sua fonte, mai davvero compiaciuto.
Adattando i personaggi di Yamamoto su schermo, Miike ne cambia la caratterizzazione; Ichi non è più un semplice adolescente frustrato, ma un sociopatico totalmente represso e sottomesso; la frustrazione sessuale si salda totalmente alla vena sadica ed ogni lato positivo della sua personalità viene cancellato; Ichi diviene così l'emblema del lato più distruttivo della psiche, che gioisce nell'infliggere dolore al punto di provare piacere fisico; Kakihara, d'altro canto, incarna il lato masochistico, che prova piacere dall'estremo dolore autoinflitto; il confronto tra i due è totale: come esplicitato dallo stesso Kakihara, ogni uomo ha un lato sadico ed uno masochista, il cui scontro porta alla distruzione totale della mente e del corpo. Due lati, due facce della stessa medaglia che Miike fonde nel personaggio di Kaneko, poliziotto reietto dapprima schifato dalla violenza, ma che più avanti non si fa scrupoli a torturare ed uccidere innocenti pur di ritrovare il boss scomparso.
La violenza è la vera protagonista del film; una violenza estrema, ai limiti del parossistico, fatta di corpi sventrati, braccia staccate di netto, persone divise in due come puzzle di carne, occhi tumefatti e lingue amputate; Miike non nasconde nulla: mostra ogni eviscerazione in modo crudo e diretto.
Tuttavia, la violenza non è usata per scopi spettacolari: ogni efferatezza mostrata altro non è che l'espressione della devianza dei personaggi, della loro intrinseca cattiveria e per questo della perversione insita nell'uomo; non c'è divertimento vero nel mostrarla nemmeno nei passaggi più grotteschi: la violenza è sempre sgradevole, ai limiti del rivoltante, mai ludica; ogni arto mozzato è accompagnato da grida di dolore, ogni colpo immerso nelle lacrime dell'assassino e della vittima; Miike non celebra la violenza, si limita a mostrare l'abisso più nero dell'animo umano, a guardarlo in faccia con un tono farsesco solo in apparenza; sotto la coltre di cattiveria gratuita, vi è la volontà di un autore di mostrare quanto di più cattivo vi sia nell'uomo, senza giudicarlo, ma eviscerandolo (è proprio il caso di dirlo) come un chirurgo.
E nel ritrarre le devianze dei personaggi, Miike adotta uno stile virtuosistico e spettacolare, fatto di accellerazioni, distorsioni, sequenze oniriche e dettagli disgustosi; la messa in scena diviene manifesto dei temi trattati: folle e disgustosa, ma al contempo perfettamente orchestrata ed affascinante.
Il personaggio di Ichi viene letteralmente cucito addosso a Nao Omori, attore dall'espressività sbalorditiva, il cui volto da bambino rende il killer sadico ancora più disturbante; il folle Kakihara ha invece il volto del mitico Tadanobu Asano, che gli conferisce un carisma inedito in quella che è la sua interpretazione più celebre; per il ruolo di Jiji, Miike chiama l'amico Shinya Tsukamoto, scelta a dir poco azzeccata: il cantore della distruzione della carne è semplicemente perfetto nel ruolo del mentore, il cui volto inflessibile nasconde un lato violento e manipolatore che Tsukamoto incarna senza strafare, rimando sempre tra le righe.
Sadico come i suoi personaggi, cattivo fin nel midollo, "Ichi the Killer" è un capolavoro di psicoanalisi e splatter, un coacervo delle ossessioni più inconsce ed oscene dell'essere umano frullato e servito in una veste affascinante; disgustoso e per questo perfettamente riuscito.
di Talashi Miike
con: Shinya Tsukamoto, Tadanobu Asano, Nao Omori, Alien Sun, Susumo Terajima, Hiroyuki Tanaka, Shun Sugata.
Giappone (2001)
Oggi come oggi appare scontato da sottolineare, ma chiunque si sia mai approcciato al mondo del fumetto nipponico, ha avuto modo di constatare, con immenso stupore, l'abissale differenza tra questo e il più blando fumetto occidentale; "blando" poichè nelle sue incarnazioni mainstream, il fumetto occidentale è formato da opere destinate più che altro ad un pubblico di bambini/adolescenti, incrostato da tendenze e mode vecchie di quasi un secolo (si, i supereroi), stili superati (l'episodico), storie superficiali e tutta una serie di tabù a livello tematico che ne castrano ogni aspirazione "alta"; tant'è che i migliori esiti si sono avuti nelle correnti underground o grazie a singoli autori dal talento immane.
Situazione totalmente diversa si ha in Giappone, dove la differenza tra fumetto commerciale ed opera d'autore è pressocchè inesistente: ogni autore scrive le storie e le disegna in completa libertà, non vi sono restrizioni tematiche (salvo per quel che riguarda i singoli editori), il che porta il media fumettistico ad abbracciare un bacino d'utenza più vasto ed eterogeneo; la narrazione seriale, inoltre, permette agli autori di creare opere complete ed articolate, che non si limitano a semplici "avventure", ma che abbracciano intere saghe, complete di inizio, svolgimento ed epilogo.
Il grande vantaggio del fumetto nipponico sta nella varietà di storie, dovuto appunto alla mancanza di tabù: esistono fumetti per adolescenti così come per adulti, opere che fanno dell'impegno civile e intellettuale il loro punto di forza, così come manga totalmente basati sull'exploitation di sesso e violenza; in un'ideale via di mezzo tra queste due tendenze si situa "Ichi the Killer", manga di Hideo Yamamoto serializzato in patria nel 1998, la cui pubblicazione scioccò l'opinione pubblica al punto di vietarne la diffusione in alcune zone del paese; "Ichi" è un fumetto che può essere etichettato solo con l'abusato termine "pulp", una storia di violenza e sulla violenza, crudo oltre i limiti dello splatter, caustico e totalmente cinico.
Il mondo di "Ichi" è quello del sottobosco della yakuza di Shinjuku, il quartiere più malfamato di Tokyo, nel quale si muovono una serie di figuri loschi e pericolosi; un gruppo di ex yakuza ora reietti, guidati dall'anziano Jiji (letteralmente "il vecchio"), intraprende una lotta serrata con il clan del boss Anjo; la loro arma segreta è un ragazzo di nome Ichi: all'apparenza sereno e gioviale, Ichi è in realtà un killer psicotico, la cui frustrazione psichica e sessuale (dovuta agli atti di bullismo subiti durante l'infanzia), esplode ferocemente su chiunque gli si pari innanzi; eliminato il boss Anjo, è il suo secondo, il giovane criminale masochista Mabo Kakihara a dover fronteggiare Jiji e i suoi, in particolare Ichi, del quale ammira la carica distruttiva.
Opera controversa, quella di Yamamoto, che cerca di dare uno spaccato credibile della devianza sessuale che genera nel sadomasochismo, ma che si perde nella contemplazione compiaciuta delle sue stesse immagini scioccanti; la violenza, mischiata alla componente sessuale, fa spesso capolino nelle tavole iperrealiste ed incredibilmente espressive, ma è quasi sempre fine a sé stessa, usata con il mero scopo di dare al lettore quanto più sangue possibile, rendendo la lettura spesso piatta, oltre che inutilmente fastidiosa.
Le polemiche dovute ai temi trattati e all'estrema violenza grafica garantirono il successo del manga, tant'è che nel 2001 questo viene trasposto su schermo nientemeno che da Takashi Miike: "Ichi the Killer", nelle mani del geniale regista, da semplice racconto pulp diviene un saggio sulla violenza insita nella mente dell'uomo, potente ed efferato, ma, a differenza della sua fonte, mai davvero compiaciuto.
Adattando i personaggi di Yamamoto su schermo, Miike ne cambia la caratterizzazione; Ichi non è più un semplice adolescente frustrato, ma un sociopatico totalmente represso e sottomesso; la frustrazione sessuale si salda totalmente alla vena sadica ed ogni lato positivo della sua personalità viene cancellato; Ichi diviene così l'emblema del lato più distruttivo della psiche, che gioisce nell'infliggere dolore al punto di provare piacere fisico; Kakihara, d'altro canto, incarna il lato masochistico, che prova piacere dall'estremo dolore autoinflitto; il confronto tra i due è totale: come esplicitato dallo stesso Kakihara, ogni uomo ha un lato sadico ed uno masochista, il cui scontro porta alla distruzione totale della mente e del corpo. Due lati, due facce della stessa medaglia che Miike fonde nel personaggio di Kaneko, poliziotto reietto dapprima schifato dalla violenza, ma che più avanti non si fa scrupoli a torturare ed uccidere innocenti pur di ritrovare il boss scomparso.
La violenza è la vera protagonista del film; una violenza estrema, ai limiti del parossistico, fatta di corpi sventrati, braccia staccate di netto, persone divise in due come puzzle di carne, occhi tumefatti e lingue amputate; Miike non nasconde nulla: mostra ogni eviscerazione in modo crudo e diretto.
Tuttavia, la violenza non è usata per scopi spettacolari: ogni efferatezza mostrata altro non è che l'espressione della devianza dei personaggi, della loro intrinseca cattiveria e per questo della perversione insita nell'uomo; non c'è divertimento vero nel mostrarla nemmeno nei passaggi più grotteschi: la violenza è sempre sgradevole, ai limiti del rivoltante, mai ludica; ogni arto mozzato è accompagnato da grida di dolore, ogni colpo immerso nelle lacrime dell'assassino e della vittima; Miike non celebra la violenza, si limita a mostrare l'abisso più nero dell'animo umano, a guardarlo in faccia con un tono farsesco solo in apparenza; sotto la coltre di cattiveria gratuita, vi è la volontà di un autore di mostrare quanto di più cattivo vi sia nell'uomo, senza giudicarlo, ma eviscerandolo (è proprio il caso di dirlo) come un chirurgo.
E nel ritrarre le devianze dei personaggi, Miike adotta uno stile virtuosistico e spettacolare, fatto di accellerazioni, distorsioni, sequenze oniriche e dettagli disgustosi; la messa in scena diviene manifesto dei temi trattati: folle e disgustosa, ma al contempo perfettamente orchestrata ed affascinante.
Il personaggio di Ichi viene letteralmente cucito addosso a Nao Omori, attore dall'espressività sbalorditiva, il cui volto da bambino rende il killer sadico ancora più disturbante; il folle Kakihara ha invece il volto del mitico Tadanobu Asano, che gli conferisce un carisma inedito in quella che è la sua interpretazione più celebre; per il ruolo di Jiji, Miike chiama l'amico Shinya Tsukamoto, scelta a dir poco azzeccata: il cantore della distruzione della carne è semplicemente perfetto nel ruolo del mentore, il cui volto inflessibile nasconde un lato violento e manipolatore che Tsukamoto incarna senza strafare, rimando sempre tra le righe.
Sadico come i suoi personaggi, cattivo fin nel midollo, "Ichi the Killer" è un capolavoro di psicoanalisi e splatter, un coacervo delle ossessioni più inconsce ed oscene dell'essere umano frullato e servito in una veste affascinante; disgustoso e per questo perfettamente riuscito.
Super- Attento Crimine!!!
Super
di James Gunn
con: Rainn Wilson, Ellen Page, Kevin Bacon, Liv Tyler, Michael Rooker, Nathan Fillion, Linda Cardellini.
Grottesco
Usa (2010)
Quando un genere, una corrente o un filone artistico viene "parodizzato", vuol dire che esso ha raggiunto la maturità o, quanto meno, l'apice di interesse che può suscitare; il filone supereroistico al cinema è stato oggetto di parodia a partire dalla seconda metà degli anni '00, con "Superhero- Il Più dotato degli Eroi", rilettura comica di "Spider-Man" (2002) sulla falsariga degli spoof del trio ZAZ; tuttavia, più che la rilettura in chiave comica della figura del supereroe, è stata un'altro tipo di visione parodistica ad affermarsi nel corso degli anni, ossia quella tesa a rileggere in chiave "realista" le gesta di eroi e superuomini, svelandone i lati più cattivi ed oscuri, talvolta finanche imbarazzanti; i tentativi più conosciuti si devono a pellicole come "Hancock" (2008) e "Kick-Ass" (2010), senza contare il mitico "Zebraman" (2004), pellicole mainstream pensate per il grande pubblico, che finiscono fatalmente per somigliare all'oggetto del loro stesso attacco (fatta eccezione naturalmente per il cult di Miike); è così nel solo cinema indie americano che la parodia grottesca trova la sua fortuna, con due piccoli film, veri e propri gioielli del genere: "Defendor" (2009) e sopratutto "Super" (2010).
"Super" riprende la classica storia delle origini da supereroe e la rilegge in chiave verosimile: Frank Darbo (Rainn Wilson) è un cuoco di fast-food felicemente sposato con la bellissima Sarah (Liv Tyler); quest'ultima nasconde un vizio fatale: è una tossicodipendente irredenta; per soddisfare la sua dipendenza, Sarah abbandona Frank e scappa da Jacques (Kevin Bacon), grosso spacciatore locale; per Frank sarà il viatico della follia: dopo una serie di visioni deliranti, decide di mascherarsi come "Crimson Bolt" e pattugliare le strade della città per ripulirle dal crimine e per salvare sua moglie dalle grinfie del boss; ben presto a lui si unirà Libby (Ellen Page) adolescente affascinata dalle sue gesta.
Come in "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010), il supereroe viene posto sotto una luce verosimile, ai limiti dell'ordinario: Frank è un uomo qualsiasi, la cui vocazione viene innescata da un atto malvagio che subisce e che ne sprona la sete di giustizia; tuttavia, Gunn non idealizza mai il suo personaggio: Frank non ha lati positivi e non risulta mai simpatetico; non è un eroe, nè un idealista: è solo uno psicopatico, un individuo che crede di poter aggiustare i mali e i torti con la violenza; di conseguenza il film non scade mai nel supereroistico puro e rimane compatto sulla via del grottesco per tutta la sua durata; grottesco che si sostanza, oltre nelle scene di pattuglia, sopratutto nelle visioni demenziali del protagonista, su tutte quella della "creazione", misto delirante di visioni religiose e reminiscenze tentacle rape.
Al pari di Frank, anche gli altri personaggi sono sporchi e scomodi: Libby, novella Robin, non è una macchina da guerra plasmata da un folle, ma una semplice adolescente annoiata ed irrequieta che sfoga i suoi istinti repressi mediante la violenza metropolitana; Sarah, lungi dall'essere la Mary Jane di turno, è solo una tossica persa, a cui ogni forma di redenzione viene negata; Jacques, infine, è un villain ordinario, un comune spacciatore, emblema di quella criminalità vera e disturbante di solito ignorata nelle storie di supereroi.
James Gunn, qui al suo secondo lungometraggio dopo la commedia horror "Slither" (2006), viene dritto dritto dalla factory della Troma e si vede: il suo stile è diretto e crudo, mostra la violenza senza filtri e in modo iperrealistico; il suo stile grottesco è crudele e il cattivo gusto non manca, ma viene subordinato alla narrazione, mai messo in mezzo per il solo piacere di disgustare; riesce persino nell'impresa di scioccare proprio grazie all'iperrealismo della violenza, che quindi non è mai davvero ludica, nonostante i toni apparentemente leggeri. Il risultato è una pellicola forte, che picchia duro alla testa e sopratutto allo stomaco, garantendo emozioni dall'inizio alla fine.
Da manuale è inoltre il suo gusto per il cast: il comico Rainn Wilson è semplicemente perfetto nei panni del giustiziere psicopatico, mentre Ellen Page sfoggia un'inedita versione sexy del suo solito personaggio, la nerd sottomessa.
Non tutto però fila per il verso giusto la critica verso le istituzioni religiose è scialba e non graffia come dovrebbe; così come il confronto tra l'eroe e il villain, che si risolve si n un vortice di violenza e cattiveria, ma che manca di una catarsi efficace per descrivere lo stato di psicopatologia di Frank, di fatto cattivo quanto il suo avversario. Nonostante questi difetti, "Super" rappresenta la parodia più efficace del filone supereroistico degli anni '00: crudo, cattivo ai limiti dello spietato e per questo dannatamente divertente.
di James Gunn
con: Rainn Wilson, Ellen Page, Kevin Bacon, Liv Tyler, Michael Rooker, Nathan Fillion, Linda Cardellini.
Grottesco
Usa (2010)
Quando un genere, una corrente o un filone artistico viene "parodizzato", vuol dire che esso ha raggiunto la maturità o, quanto meno, l'apice di interesse che può suscitare; il filone supereroistico al cinema è stato oggetto di parodia a partire dalla seconda metà degli anni '00, con "Superhero- Il Più dotato degli Eroi", rilettura comica di "Spider-Man" (2002) sulla falsariga degli spoof del trio ZAZ; tuttavia, più che la rilettura in chiave comica della figura del supereroe, è stata un'altro tipo di visione parodistica ad affermarsi nel corso degli anni, ossia quella tesa a rileggere in chiave "realista" le gesta di eroi e superuomini, svelandone i lati più cattivi ed oscuri, talvolta finanche imbarazzanti; i tentativi più conosciuti si devono a pellicole come "Hancock" (2008) e "Kick-Ass" (2010), senza contare il mitico "Zebraman" (2004), pellicole mainstream pensate per il grande pubblico, che finiscono fatalmente per somigliare all'oggetto del loro stesso attacco (fatta eccezione naturalmente per il cult di Miike); è così nel solo cinema indie americano che la parodia grottesca trova la sua fortuna, con due piccoli film, veri e propri gioielli del genere: "Defendor" (2009) e sopratutto "Super" (2010).
"Super" riprende la classica storia delle origini da supereroe e la rilegge in chiave verosimile: Frank Darbo (Rainn Wilson) è un cuoco di fast-food felicemente sposato con la bellissima Sarah (Liv Tyler); quest'ultima nasconde un vizio fatale: è una tossicodipendente irredenta; per soddisfare la sua dipendenza, Sarah abbandona Frank e scappa da Jacques (Kevin Bacon), grosso spacciatore locale; per Frank sarà il viatico della follia: dopo una serie di visioni deliranti, decide di mascherarsi come "Crimson Bolt" e pattugliare le strade della città per ripulirle dal crimine e per salvare sua moglie dalle grinfie del boss; ben presto a lui si unirà Libby (Ellen Page) adolescente affascinata dalle sue gesta.
Come in "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010), il supereroe viene posto sotto una luce verosimile, ai limiti dell'ordinario: Frank è un uomo qualsiasi, la cui vocazione viene innescata da un atto malvagio che subisce e che ne sprona la sete di giustizia; tuttavia, Gunn non idealizza mai il suo personaggio: Frank non ha lati positivi e non risulta mai simpatetico; non è un eroe, nè un idealista: è solo uno psicopatico, un individuo che crede di poter aggiustare i mali e i torti con la violenza; di conseguenza il film non scade mai nel supereroistico puro e rimane compatto sulla via del grottesco per tutta la sua durata; grottesco che si sostanza, oltre nelle scene di pattuglia, sopratutto nelle visioni demenziali del protagonista, su tutte quella della "creazione", misto delirante di visioni religiose e reminiscenze tentacle rape.
Al pari di Frank, anche gli altri personaggi sono sporchi e scomodi: Libby, novella Robin, non è una macchina da guerra plasmata da un folle, ma una semplice adolescente annoiata ed irrequieta che sfoga i suoi istinti repressi mediante la violenza metropolitana; Sarah, lungi dall'essere la Mary Jane di turno, è solo una tossica persa, a cui ogni forma di redenzione viene negata; Jacques, infine, è un villain ordinario, un comune spacciatore, emblema di quella criminalità vera e disturbante di solito ignorata nelle storie di supereroi.
James Gunn, qui al suo secondo lungometraggio dopo la commedia horror "Slither" (2006), viene dritto dritto dalla factory della Troma e si vede: il suo stile è diretto e crudo, mostra la violenza senza filtri e in modo iperrealistico; il suo stile grottesco è crudele e il cattivo gusto non manca, ma viene subordinato alla narrazione, mai messo in mezzo per il solo piacere di disgustare; riesce persino nell'impresa di scioccare proprio grazie all'iperrealismo della violenza, che quindi non è mai davvero ludica, nonostante i toni apparentemente leggeri. Il risultato è una pellicola forte, che picchia duro alla testa e sopratutto allo stomaco, garantendo emozioni dall'inizio alla fine.
Da manuale è inoltre il suo gusto per il cast: il comico Rainn Wilson è semplicemente perfetto nei panni del giustiziere psicopatico, mentre Ellen Page sfoggia un'inedita versione sexy del suo solito personaggio, la nerd sottomessa.
Non tutto però fila per il verso giusto la critica verso le istituzioni religiose è scialba e non graffia come dovrebbe; così come il confronto tra l'eroe e il villain, che si risolve si n un vortice di violenza e cattiveria, ma che manca di una catarsi efficace per descrivere lo stato di psicopatologia di Frank, di fatto cattivo quanto il suo avversario. Nonostante questi difetti, "Super" rappresenta la parodia più efficace del filone supereroistico degli anni '00: crudo, cattivo ai limiti dello spietato e per questo dannatamente divertente.
venerdì 13 settembre 2013
Il Diritto del più Forte
Faustrecht der Freiheit
di Rainer Werner Fassbinder
con: Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel, Karlheinz Bohm, Adrian Hoven, Christiane Maybach, Harry Baer, Karl Scheydt, Kurt Raab, Ingrid Caven.
Drammatico
Germania (1975)
"Faustrecht der Freiheit", ossia "il pugno della libertà" (distribuito in Italia con il titolo "Il Diritto del più forte", tutto sommato più calzante dell'originale) rappresenta l'apice del melodramma sirkiano nella rielaborazione fassbinderiana; il grande regista costruisce di nuovo una vicenda di amore e soprusi, strutturandola come un crescendo nella tradizione dell'autore americano tanto amato, e riesce a creare un'opera incisiva e disperata, nonchè a raggiungere la maturità come interprete.
Nella Monaco della metà degli anni'70, Franz Bieberkopf (Fassbinder, che con il personaggio omaggia nuovamente Doblin e il suo "Berlin Alexanderplatz"), detto "Fox", è un giovane omosessuale sotto-proletario, spiantato e alla disperata ricerca di fortuna; perso l'ingaggio come fenomeno da baraccone nel teatro dell'amante Klaus (Karl Scheydt), Fox si imbatte in Max (Karlheinz Bohm), ricco mercante di antiquariato, al quale chiede un prestito di 10 marchi per giocare al lotto; giocata che si rivelerà fruttuosa: Fox vince infatti mezzo milione di marchi; la piccola fortuna trovata dal giovane gli permette di inserirsi nell'ambiente della borghesia tedesca, nel quale conosce Eugen Thiess (Peter Chatel), amico di Max e rampollo di una famiglia di grossi imprenditori; Fox e Eugen intraprendono una tormentata storia d'amore, che porterà il parveneu ad una progressiva ed implacabile disfatta emotiva e fisica.
"L'amore è un rapporto di forza: in una coppia c'è sempre un elemento dominante, che schiaccia e possiede, ed uno dominato, destinato ad essere schiacciato"; parole dello stesso Fassbinder, che concepisce l'amore e il rapporto di coppia non come un reciproco scambio di sentimenti, ma appunto come una forma di possessione del più forte sul più debole; teoria mutuata da Doblin e dal suo "Berlin Alexanderplatz", lettura che ossessiona Fassibinder fin dai suoi esordi e che qui unisce con una violenta e radicale riflessione sociale. il rapporto omosessuale tra Fox e Eugen (purgato anche qui da ogni possibile velleità sensazionalistica e ritratto come una qualsiasi storia di coppia) è la metafora dello sfruttamento, barbaro e totale, della borghesia sul proletariato; Fox è un proletario, senza un lavoro fisso, che per mangiare è costretto ai lavori più umilianti; Fassbinder lo introduce come fenomeno da baraccone in un circo da quattro soldi, attività che il ragazzo svolge per conto del suo amante, prova di come il rapporto di sfruttamento non sia da collocare in un'ambito del tutto eccezionale, ma ordinario: l'oppressione è propria del rapporto umano in sé stesso, non è da ricondurre meramente alla classe d'appartenenza o ai singoli caratteri (tema, quest'ultimo, già affrontato dall'autore nel precedente "Martha"); i soldi vinti da Fox sono una "manna dal cielo", un viatico di salvezza che però il ragazzo non sa sfruttare e che finisce per sperperare inutilmente.
Eugen, d'altro canto, è il prototipo della borghesia medio-alta dell'epoca: ricco e affabile, acculturato e dai modi gentili, nasconde una pochezza d'animo sconcertante, prima avvisaglia di un carattere privo di scrupoli e rimorsi; in quanto borghese si preoccupa unicamente del suo compiacimento e della stabilità della sua azienda; nel rapporto con Fox, egli pare inizialmente il lato debole della coppia: l'arrogante Fox si diverte ad insidiarlo e a deriderlo, ma il gioco ben presto si ribalta, Eugen prende in mano il coltello e Fox è costretto a strepitare pur di farsi notare, in una scena memorabile per concezione e per la forza espressiva dell'interpretazione di Fassbnider; Fox viene quindi sottomesso e sfruttato, mediante due diversi modi; da un lato si ha lo sfruttamento economico: la famiglia Thiess (no, l'assonanza con la "Thiessenkrup" non è casuale) gli estorce fino all'ultimo centesimo, ne sfrutta le doti fisiche con un lavoro inutile e lo incastra mediante un contratto inintelligibile; il latrocinio è però solo parte del processo di sottomissione; durante il loro rapporto, Eugen rinfaccia costantemente all'amante la sua superiorità culturale e ridicolizza l'ignoranza di Fox, che viene così emarginato anche all'interno del nucleo familiare; l'umiliazione delle origini sottoproletarie fa il passo con il tentativo, vano, di omologare il diverso agli standard borghesi; tentativo vano giacchè, nella logica pessimistica dell'autore, la natura di una persona non può essere cambiata, ma solo sottomessa.
La natura come elemento deterministico ed insopprimibile porta Fassbinder a narrare il tutto in modo crudo, semplice e diretto; l'autore non nasconde la sua omosessualità, ed anzi sfoga la sua passione per il corpo maschile mostrandolo (e mostrandosi) senza filtri nè censure; non c'è malizia nel mostrare i corpi nudi di giovani uomini, nè nel ritrarre una storia di omosessualità all'interno di un contesto borghese, da sempre ostile alla diversità; tanto meno ve ne è nel mostrare gli scambi affettivi dei personaggi e le loro inclinazioni; Fassbinder non cerca lo scandalo, mostra l'omosessualità come un elemento naturale all'interno dei rapporti umani; visione "interna" che svuota l'argomento di ogni tabù, rendendolo ancora più vivo ed accettabile persino per gli spettatori più ottusi.
Nel ritrarre una storia dalle tinte forti, Fassbinder riprende gli estetismi "fiammeggianti" di Sirk e li rielabora, accentua ulteriormente la profondità delle singole inquadrature, usa la scenografia come elemento chiave nella costruzione delle scene e crea una messa in scena spettacolare, ma non barocca, quasi minimale nella sua costante voglia di frustrare gli elementi più estetizzanti; focalizza l'intera narrazione sui piccoli gesti, le sconfitte piccole e grandi di Fox, personaggio nel quale l'autore si immedesima totalmente, e, come ne "Il Mercante delle Quattro Stagioni", crea un crescendo di sventure e cattiverie che finiscono davvero per commuovere; commozione che, trattenuta per tutto il film, scoppia irrimediabilmente nell'ultima, scioccante sequenza: il cadavere di Fox, gettato nel mezzo di una stazione deserta, viene derubato da due ragazzini ricchi, mentre Klaus e Max, due figure che per parte del film sembravano rappresentare la salvezza e la comprensione, assistono con distacco glaciale, simbolo di un abbandono totale del personaggio agli eventi, di una distruzione impostagli dagli altri, ma accettata spontaneamente, nell'illusione di un riscatto impossibile.
Graffiante, estremo e radicale fino al caustico, "Il Diritto del più Forte" è uno degli esiti migliori del grande autore bavarese, un coacervo di ossessioni personali, riflessioni sociali ed esistenzialiste che sciocca per la cattiveria cinica e convince per la totale mancanza di autocompiacimento.
di Rainer Werner Fassbinder
con: Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel, Karlheinz Bohm, Adrian Hoven, Christiane Maybach, Harry Baer, Karl Scheydt, Kurt Raab, Ingrid Caven.
Drammatico
Germania (1975)
"Faustrecht der Freiheit", ossia "il pugno della libertà" (distribuito in Italia con il titolo "Il Diritto del più forte", tutto sommato più calzante dell'originale) rappresenta l'apice del melodramma sirkiano nella rielaborazione fassbinderiana; il grande regista costruisce di nuovo una vicenda di amore e soprusi, strutturandola come un crescendo nella tradizione dell'autore americano tanto amato, e riesce a creare un'opera incisiva e disperata, nonchè a raggiungere la maturità come interprete.
Nella Monaco della metà degli anni'70, Franz Bieberkopf (Fassbinder, che con il personaggio omaggia nuovamente Doblin e il suo "Berlin Alexanderplatz"), detto "Fox", è un giovane omosessuale sotto-proletario, spiantato e alla disperata ricerca di fortuna; perso l'ingaggio come fenomeno da baraccone nel teatro dell'amante Klaus (Karl Scheydt), Fox si imbatte in Max (Karlheinz Bohm), ricco mercante di antiquariato, al quale chiede un prestito di 10 marchi per giocare al lotto; giocata che si rivelerà fruttuosa: Fox vince infatti mezzo milione di marchi; la piccola fortuna trovata dal giovane gli permette di inserirsi nell'ambiente della borghesia tedesca, nel quale conosce Eugen Thiess (Peter Chatel), amico di Max e rampollo di una famiglia di grossi imprenditori; Fox e Eugen intraprendono una tormentata storia d'amore, che porterà il parveneu ad una progressiva ed implacabile disfatta emotiva e fisica.
"L'amore è un rapporto di forza: in una coppia c'è sempre un elemento dominante, che schiaccia e possiede, ed uno dominato, destinato ad essere schiacciato"; parole dello stesso Fassbinder, che concepisce l'amore e il rapporto di coppia non come un reciproco scambio di sentimenti, ma appunto come una forma di possessione del più forte sul più debole; teoria mutuata da Doblin e dal suo "Berlin Alexanderplatz", lettura che ossessiona Fassibinder fin dai suoi esordi e che qui unisce con una violenta e radicale riflessione sociale. il rapporto omosessuale tra Fox e Eugen (purgato anche qui da ogni possibile velleità sensazionalistica e ritratto come una qualsiasi storia di coppia) è la metafora dello sfruttamento, barbaro e totale, della borghesia sul proletariato; Fox è un proletario, senza un lavoro fisso, che per mangiare è costretto ai lavori più umilianti; Fassbinder lo introduce come fenomeno da baraccone in un circo da quattro soldi, attività che il ragazzo svolge per conto del suo amante, prova di come il rapporto di sfruttamento non sia da collocare in un'ambito del tutto eccezionale, ma ordinario: l'oppressione è propria del rapporto umano in sé stesso, non è da ricondurre meramente alla classe d'appartenenza o ai singoli caratteri (tema, quest'ultimo, già affrontato dall'autore nel precedente "Martha"); i soldi vinti da Fox sono una "manna dal cielo", un viatico di salvezza che però il ragazzo non sa sfruttare e che finisce per sperperare inutilmente.
Eugen, d'altro canto, è il prototipo della borghesia medio-alta dell'epoca: ricco e affabile, acculturato e dai modi gentili, nasconde una pochezza d'animo sconcertante, prima avvisaglia di un carattere privo di scrupoli e rimorsi; in quanto borghese si preoccupa unicamente del suo compiacimento e della stabilità della sua azienda; nel rapporto con Fox, egli pare inizialmente il lato debole della coppia: l'arrogante Fox si diverte ad insidiarlo e a deriderlo, ma il gioco ben presto si ribalta, Eugen prende in mano il coltello e Fox è costretto a strepitare pur di farsi notare, in una scena memorabile per concezione e per la forza espressiva dell'interpretazione di Fassbnider; Fox viene quindi sottomesso e sfruttato, mediante due diversi modi; da un lato si ha lo sfruttamento economico: la famiglia Thiess (no, l'assonanza con la "Thiessenkrup" non è casuale) gli estorce fino all'ultimo centesimo, ne sfrutta le doti fisiche con un lavoro inutile e lo incastra mediante un contratto inintelligibile; il latrocinio è però solo parte del processo di sottomissione; durante il loro rapporto, Eugen rinfaccia costantemente all'amante la sua superiorità culturale e ridicolizza l'ignoranza di Fox, che viene così emarginato anche all'interno del nucleo familiare; l'umiliazione delle origini sottoproletarie fa il passo con il tentativo, vano, di omologare il diverso agli standard borghesi; tentativo vano giacchè, nella logica pessimistica dell'autore, la natura di una persona non può essere cambiata, ma solo sottomessa.
La natura come elemento deterministico ed insopprimibile porta Fassbinder a narrare il tutto in modo crudo, semplice e diretto; l'autore non nasconde la sua omosessualità, ed anzi sfoga la sua passione per il corpo maschile mostrandolo (e mostrandosi) senza filtri nè censure; non c'è malizia nel mostrare i corpi nudi di giovani uomini, nè nel ritrarre una storia di omosessualità all'interno di un contesto borghese, da sempre ostile alla diversità; tanto meno ve ne è nel mostrare gli scambi affettivi dei personaggi e le loro inclinazioni; Fassbinder non cerca lo scandalo, mostra l'omosessualità come un elemento naturale all'interno dei rapporti umani; visione "interna" che svuota l'argomento di ogni tabù, rendendolo ancora più vivo ed accettabile persino per gli spettatori più ottusi.
Nel ritrarre una storia dalle tinte forti, Fassbinder riprende gli estetismi "fiammeggianti" di Sirk e li rielabora, accentua ulteriormente la profondità delle singole inquadrature, usa la scenografia come elemento chiave nella costruzione delle scene e crea una messa in scena spettacolare, ma non barocca, quasi minimale nella sua costante voglia di frustrare gli elementi più estetizzanti; focalizza l'intera narrazione sui piccoli gesti, le sconfitte piccole e grandi di Fox, personaggio nel quale l'autore si immedesima totalmente, e, come ne "Il Mercante delle Quattro Stagioni", crea un crescendo di sventure e cattiverie che finiscono davvero per commuovere; commozione che, trattenuta per tutto il film, scoppia irrimediabilmente nell'ultima, scioccante sequenza: il cadavere di Fox, gettato nel mezzo di una stazione deserta, viene derubato da due ragazzini ricchi, mentre Klaus e Max, due figure che per parte del film sembravano rappresentare la salvezza e la comprensione, assistono con distacco glaciale, simbolo di un abbandono totale del personaggio agli eventi, di una distruzione impostagli dagli altri, ma accettata spontaneamente, nell'illusione di un riscatto impossibile.
Graffiante, estremo e radicale fino al caustico, "Il Diritto del più Forte" è uno degli esiti migliori del grande autore bavarese, un coacervo di ossessioni personali, riflessioni sociali ed esistenzialiste che sciocca per la cattiveria cinica e convince per la totale mancanza di autocompiacimento.
Ghost World
di Terry Zwigoff
con: Thora Birch, Scarlett Johansonn, Steve Buscemi, Brad Renfro, Ilena Douglas, Bob Balaban.
Usa (2001)
Durante gli anni '90 si è sviluppata, nel cinema americano indipendente, una corrente artistica del tutto particolare, che nel decennio successivo sarebbe stata ribattezzata con il generico nome "Indie"; fanno parte di tale categoria tutti quei film prodotti con un budget piccolo, quasi irrisorio per gli standard hollywoodiani, nel quale compaiono attori di richiamo e dal talento consolidato, oltre che a giovani esordienti, e nel quale le storie sono volutamente minimali, basate sulla descrizione di personaggi ordinari e disfunzionali, rappresentanti della middle-class tanto amata/odiata in quegli anni; corrente nella quale la messa in scena, al pari delle storie, è anch'essa minimale ed invisibile, al contrario di quanto accadeva nel cinema underground degli anni '70 e '80, in particolare nel cinema di Gus Van Sant, il quale costruiva storie di ordinaria follia con narrazioni complesse ed articolate; in questa categoria possono rientrare le commedie grottesche e acide di Todd Solondz o quelle più intime e garbate del primo Wes Anderson, senza contare i lavori provocatori ed autocompiaciuti di Larry Clark; sull'onda di tali influenze, nel 1997 il fumettista Daniel Clowes crea e disegna "Ghost World", serie di episodi nel quale l'autore disseziona l'ipocrisia della middle-class americana, ma anche la stupida superbia di chi vuole opporsi a quel modello di vita; e nel 2001, Terry Zwigoff, già autore di un bel documentario sul cartoonista Robert Crumb, traspone su schermo il mondo acido e sfatto di Clowes, creando un piccolo grande saggio di cinema intimista ed impegnato.
Al centro della vicenda ci sono Enid (Thora Birch) e la sua migliore amica Rebecca (Scarlett Johansonn), diciottenni neo-diplomate in cerca di una via da seguire nella vita; Enid è intelligente e cinica: odia profondamente la cittadina di provincia in cui è nata e cresciuta e sogna di andare via; Rebecca le da man forte e insieme decidono di partire per il college; durante l'estate, Enid è però costretta a lavorare e a frequentare un corso d'arte; attività che la porteranno a scontrarsi con i peggiori esponenti della provincia americana, ma anche a conoscere il timido quarantenne Seymour (Steve Buscemi), la cui arguzia e intelligenza la colpiranno profondamente.
Vero e proprio spaccato di vita, "Ghost World" mette in scena l'America della piccola provincia, quella più nascosta e retrograda, più stupida e futile e per questo più autentica; il mondo in cui Enid si muove è vuoto, i personaggi che lo popolano sono tutti genuinamente ignoranti e cafoni, tra maschi adolescenti buoni solo a bere e scopare, ragazzette appena maggiorenni pronte a tutti pur di farsi accettare, giovani aspiranti critici d'arte persi nelle loro astruse elucubrazioni intellettualoidi, adulti idioti o, peggio, totalmente ignoranti; su tutto vige una patina di ipocrisia, di autocompiacimento: a nessuno interessa davvero l'arte o la musica, tutti sono impegnati in rapporti freddi e senza via d'uscita; in un'analisi spietata e cinica, nemmeno il personaggio di Enid è davvero positivo; per quanto intelligente ed arrabbiata, la ragazza è schiava della sua prepotenza, della sua presunta superiorità, che riesce ad estrinsecare solo mediante critiche fredde e polemiche, che di fatto non la portano da nessuna parte; all'egoismo di Enid si contrappone il pragmatismo di Rebecca: anch'essa cosciente dei piccoli-grandi orrori che la circondano, non si limita a criticare tutto e tutti, ma si rimbocca le maniche e cerca davvero di uscire dallo stallo apatico che la ammorba; pragmatismo che la porta a scontrarsi persino con Enid, la quale vede nella voglia di stabilità dell'amica una forma di arrendevolezza agli eventi, anzicchè coglierne i lati positivi.
Se le due ragazze rappresentano i due lati, opposti e complementari, della reazione dell'intelligenza al conformismo piccolo-borghese, il personaggio di Seymour rappresenta un'altra forma di emancipazione, più sottile ed emotiva; timido e represso, Seymour è l'individuo che a causa della sua sensibilità non riesce a trovare un posto nella società, la quale lo accetta come lavoratore, ma non come essere umano; sensibilità che lo porta a non conformarsi e a sviluppare gusti che risultano "strani" o addirittura "folli" ai più; e Steve Buscemi si dimostra perfetto nell'incarnare la fragilità del personaggio senza ridurlo ad una macchietta.
In un mondo in cui ogni forma di maturità è evanescente (come un fantasma, appunto), Seymour appare l'unica persona interessante agli occhi di Enid, la quale si aggrappa ad egli in tutti i modi, dapprima cercando di correggere le anomalie della sua vita, poi cercando di usarlo come appiglio per non precipitare nel baratro della perdizione: perso ogni punto di riferimento ed ogni speranza di riscatto a causa del suo stesso carattere, Enid vede nel timido ed introverso quarantenne l'unico compagno possibile; ma la loro relazione non può durare, non a causa della cattiveria del mondo in cui i due si muovono, bensì della loro stessa incapacità di comprendersi e rispettarsi. La fine di ogni certezza e l'accettazione dei propri limiti divengono l'unica vera via per superare la bruttezza di una società vuota; tuttavia, non è la sola coscienza degli stessi a permettere il superamento: il pragmatismo, inteso come accettazione di una forma di compromesso, sembra essere l'unica via da percorrere; sempre a patto di voler davvero ritrovarsi in un mondo con delle certezze, affettive ed effettive che siano.
Il caos adolescenziale viene portato in scena da Zwigoff con uno stile minimale, ma non banale; tutte le scene sono costruite con pochissime inquadrature, quasi tutte senza controcampi per enfatizzare il lavoro degli attori; i quali, dal canto loro, riescono davvero a bucare lo schermo: oltre alla già citata ottima performance di Buscemi, sono da lodare anche le due protagoniste; Thora Birch (che giusto l'anno prima era stata la figlia problematica di Kevin Spacey in "American Beauty", altro ritratto di una società alla deriva, ma molto meno riuscito) è semplicemente perfetta nei panni della cinica e petulante protagonista, della quale riesce a anche ad enfatizzare il lato più umano e fragile; Scarlett Johansonn, d'altro canto, non brilla certo per le sue doti recitative, ma riesce comunque a rendere credibile un personaggio non troppo complesso, ma di sicuro non facile.
Piccolo gioiello del cinema indipendente americano, "Ghost World" è una pellicola acida, ma mai autocompiaciuta, che ritrae l'implosione di un gruppo di personaggi in modo attento e garbato, senza mai scadere nel sensazionalismo fine a sé stesso; ed è un merito enorme all'interno di una filmografia (quella americana) che troppo spesso distrugge storie potenzialmente interessanti a causa della superficialità dello sguardo con cui vengono narrate.
con: Thora Birch, Scarlett Johansonn, Steve Buscemi, Brad Renfro, Ilena Douglas, Bob Balaban.
Usa (2001)
Durante gli anni '90 si è sviluppata, nel cinema americano indipendente, una corrente artistica del tutto particolare, che nel decennio successivo sarebbe stata ribattezzata con il generico nome "Indie"; fanno parte di tale categoria tutti quei film prodotti con un budget piccolo, quasi irrisorio per gli standard hollywoodiani, nel quale compaiono attori di richiamo e dal talento consolidato, oltre che a giovani esordienti, e nel quale le storie sono volutamente minimali, basate sulla descrizione di personaggi ordinari e disfunzionali, rappresentanti della middle-class tanto amata/odiata in quegli anni; corrente nella quale la messa in scena, al pari delle storie, è anch'essa minimale ed invisibile, al contrario di quanto accadeva nel cinema underground degli anni '70 e '80, in particolare nel cinema di Gus Van Sant, il quale costruiva storie di ordinaria follia con narrazioni complesse ed articolate; in questa categoria possono rientrare le commedie grottesche e acide di Todd Solondz o quelle più intime e garbate del primo Wes Anderson, senza contare i lavori provocatori ed autocompiaciuti di Larry Clark; sull'onda di tali influenze, nel 1997 il fumettista Daniel Clowes crea e disegna "Ghost World", serie di episodi nel quale l'autore disseziona l'ipocrisia della middle-class americana, ma anche la stupida superbia di chi vuole opporsi a quel modello di vita; e nel 2001, Terry Zwigoff, già autore di un bel documentario sul cartoonista Robert Crumb, traspone su schermo il mondo acido e sfatto di Clowes, creando un piccolo grande saggio di cinema intimista ed impegnato.
Al centro della vicenda ci sono Enid (Thora Birch) e la sua migliore amica Rebecca (Scarlett Johansonn), diciottenni neo-diplomate in cerca di una via da seguire nella vita; Enid è intelligente e cinica: odia profondamente la cittadina di provincia in cui è nata e cresciuta e sogna di andare via; Rebecca le da man forte e insieme decidono di partire per il college; durante l'estate, Enid è però costretta a lavorare e a frequentare un corso d'arte; attività che la porteranno a scontrarsi con i peggiori esponenti della provincia americana, ma anche a conoscere il timido quarantenne Seymour (Steve Buscemi), la cui arguzia e intelligenza la colpiranno profondamente.
Vero e proprio spaccato di vita, "Ghost World" mette in scena l'America della piccola provincia, quella più nascosta e retrograda, più stupida e futile e per questo più autentica; il mondo in cui Enid si muove è vuoto, i personaggi che lo popolano sono tutti genuinamente ignoranti e cafoni, tra maschi adolescenti buoni solo a bere e scopare, ragazzette appena maggiorenni pronte a tutti pur di farsi accettare, giovani aspiranti critici d'arte persi nelle loro astruse elucubrazioni intellettualoidi, adulti idioti o, peggio, totalmente ignoranti; su tutto vige una patina di ipocrisia, di autocompiacimento: a nessuno interessa davvero l'arte o la musica, tutti sono impegnati in rapporti freddi e senza via d'uscita; in un'analisi spietata e cinica, nemmeno il personaggio di Enid è davvero positivo; per quanto intelligente ed arrabbiata, la ragazza è schiava della sua prepotenza, della sua presunta superiorità, che riesce ad estrinsecare solo mediante critiche fredde e polemiche, che di fatto non la portano da nessuna parte; all'egoismo di Enid si contrappone il pragmatismo di Rebecca: anch'essa cosciente dei piccoli-grandi orrori che la circondano, non si limita a criticare tutto e tutti, ma si rimbocca le maniche e cerca davvero di uscire dallo stallo apatico che la ammorba; pragmatismo che la porta a scontrarsi persino con Enid, la quale vede nella voglia di stabilità dell'amica una forma di arrendevolezza agli eventi, anzicchè coglierne i lati positivi.
Se le due ragazze rappresentano i due lati, opposti e complementari, della reazione dell'intelligenza al conformismo piccolo-borghese, il personaggio di Seymour rappresenta un'altra forma di emancipazione, più sottile ed emotiva; timido e represso, Seymour è l'individuo che a causa della sua sensibilità non riesce a trovare un posto nella società, la quale lo accetta come lavoratore, ma non come essere umano; sensibilità che lo porta a non conformarsi e a sviluppare gusti che risultano "strani" o addirittura "folli" ai più; e Steve Buscemi si dimostra perfetto nell'incarnare la fragilità del personaggio senza ridurlo ad una macchietta.
In un mondo in cui ogni forma di maturità è evanescente (come un fantasma, appunto), Seymour appare l'unica persona interessante agli occhi di Enid, la quale si aggrappa ad egli in tutti i modi, dapprima cercando di correggere le anomalie della sua vita, poi cercando di usarlo come appiglio per non precipitare nel baratro della perdizione: perso ogni punto di riferimento ed ogni speranza di riscatto a causa del suo stesso carattere, Enid vede nel timido ed introverso quarantenne l'unico compagno possibile; ma la loro relazione non può durare, non a causa della cattiveria del mondo in cui i due si muovono, bensì della loro stessa incapacità di comprendersi e rispettarsi. La fine di ogni certezza e l'accettazione dei propri limiti divengono l'unica vera via per superare la bruttezza di una società vuota; tuttavia, non è la sola coscienza degli stessi a permettere il superamento: il pragmatismo, inteso come accettazione di una forma di compromesso, sembra essere l'unica via da percorrere; sempre a patto di voler davvero ritrovarsi in un mondo con delle certezze, affettive ed effettive che siano.
Il caos adolescenziale viene portato in scena da Zwigoff con uno stile minimale, ma non banale; tutte le scene sono costruite con pochissime inquadrature, quasi tutte senza controcampi per enfatizzare il lavoro degli attori; i quali, dal canto loro, riescono davvero a bucare lo schermo: oltre alla già citata ottima performance di Buscemi, sono da lodare anche le due protagoniste; Thora Birch (che giusto l'anno prima era stata la figlia problematica di Kevin Spacey in "American Beauty", altro ritratto di una società alla deriva, ma molto meno riuscito) è semplicemente perfetta nei panni della cinica e petulante protagonista, della quale riesce a anche ad enfatizzare il lato più umano e fragile; Scarlett Johansonn, d'altro canto, non brilla certo per le sue doti recitative, ma riesce comunque a rendere credibile un personaggio non troppo complesso, ma di sicuro non facile.
Piccolo gioiello del cinema indipendente americano, "Ghost World" è una pellicola acida, ma mai autocompiaciuta, che ritrae l'implosione di un gruppo di personaggi in modo attento e garbato, senza mai scadere nel sensazionalismo fine a sé stesso; ed è un merito enorme all'interno di una filmografia (quella americana) che troppo spesso distrugge storie potenzialmente interessanti a causa della superficialità dello sguardo con cui vengono narrate.
The Avengers
di Joss Whedon
con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Samuel L.Jackson, Jeremy Renner, Scarlett Johansonn, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgard, Gwineth Paltrow, Cobie Smulders, Clark Gregg.
Supereroistico/Fantastico
Usa (2012)
Dopo cinque film in cinque anni, ecco giungere nell'estate del 2012 il tanto atteso ed anticipato cross-over tra supereroi Marvel; progetto colossale ed ambizioso, che riunisce in unica pellicola tutti i protagonisti dei film della Marvel Studios e con essi i loro interpreti, creando un cast stellare, a cui si aggiungono due new entries, l'Occhio di Falco Jeremy Renner (già apparso in un cameo in "Thor") e Cobie Smulders nei panni di un'agente dello S.H.I.E.L.D.; il risultato è davvero all'altezza delle aspettative?
Vista la grandezza e la complessità di un progetto del genere, Kevin Feige decide di affidarlo ad un autore d'eccezione, quel Joss Whedon che tanto aveva dato alla casa delle idee, esordendo come sceneggiatore proprio sulla testa dei Vendicatori per poi intraprendere un'ottima (anche se poco fortunata) carriera come autore televisivo e cinematografico (scrisse la sceneggiatura, candidata all'oscar, del primo "Toy Story"); si devono a lui infatti i cult "Firefly" e "Angel" e, prima ancora, quel "Buffy l'Ammazzavampiri" che a metà degli anni '90 riprendeva il meglio della narrazione seriale fumettistica e lo trasportava sul piccolo schermo, dimostrando come la continuità tra storie all'interno di un serial potesse generare narrazioni complesse e coinvolgenti e spianando la strada alla Golden Age dei serial tv che da lì a poco sarebbe fiorita.
Introdotto al progetto, Wedhon per prima cosa riscrive da capo la sceneggiatura, a suo dire molto debole, trasformando quello che su carta era una sorta di "Iron Man 3" con Hulk come antagonista (!!!) in un film corale vero e proprio, dove ogni personaggio ha il giusto peso nella storia e non si riduce mai a semplice comprimario; Whedon ha inoltre un'intuizione geniale: mettere in continuità in cross-over con uno dei suoi prequel, quello più visionario, ossia il Thor di Branagh, che già presentava i concetti di razze aliene e ponti spaziali, ottimi spunti di partenza per creare una storia all'altezza della statura iconica dei suoi interpreti; il villain diviene così Loki, sempre interpretato dall'ottimo Tom Hiddleston, ora intenzionato a distruggere la Terra con un esercito alieno; i Vendicatori, riuniti da Nick Fury, dovranno contrastarlo con ogni mezzo, fino a giungere ad una resa dei conti spettacolare, con una battaglia furiosa e catastrofica nel centro di New York che colpisce per complessità delle coreografie e per l'alto tasso distruttivo.
Nella migliore (o peggiore?) tradizione Marvel Studios, la storia è semplice e lineare; d'altro canto era inutile attendersi la complessità narrativa di pellicole quali "Il Cavaliere Oscuro" o anche e più semplicemente la varietà di situazioni di "Captain America- Il Primo Vendicatore"; tuttavia, Whedon riesce a non annoiare, imbastendo una sceneggiatura debole nella prima parte, ma convincente nella seconda; come se i cinque film precedenti non fossero mai esistiti, l'autore reintroduce ad uno ad uno ogni singolo personaggio, appesantendo la narrazione nel primo atto, che di fatto è solo un gigantesco prologo utile solo a conoscere l'antefatto e ad introdurre i volti vecchi e nuovi degli eroi; nel secondo atto, invece, Whedon intesse una storia di rivalità e doppi giochi tutto sommato riuscita: lo scontro tra i protagonisti diverte, per quanto bambinesco e inutile sia, visto che si sa fin dall'inizio che il gruppo sarà costretto a collaborare per disfarsi della minaccia asgardiana; più interessante è il twist a metà film, che riesce a svegliare l'attenzione e a donare un minimo di complessità psicologica in più al gruppo di eroi; quanto al terzo atto, nulla da dire: una mega.battaglia distruttiva ed autocompiaciuta, con personaggi spacconi e umorismo cameratesco, che diverte anche grazie alle ottime capacità di regista d'azione che Whdon sfoggia; la bravura dell'autore riesiede, tuttavia, sopratutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella direzione degli attori: trattiene l'istrionismo di Robert Downey Jr., ora finalmente credibile nei panni del supereroe;fa sembrare Thor un eroe tragico nonostante l'ovvietà della sua storia; ricrea Bruce Banner/Hulk come un uomo in grado di controllare i propri poteri e sfruttarli a suo vantaggio; e sopratutto trasforma Scarlett Joahnsonn da gingillo per nerd infoiati a credibile femme fatele.
Non tutto però funziona a dovere; l'umorismo, da sempre marchio di fabbrica dei prodotti di Feige, viene ripensato e corretto rispetto alle battutacce da quarta elementare dei film precedenti; Whedon introduce una struttura comica mutuata dai suoi lavori televisivi (da Firefly in particolare) e totalmente basata sul botta & risposta nei dialoghi; trovata divertente, ma che alla lunga finisce per diventare fin troppo schematica e prevedibile; altro punto debole è, al solito, la storia, qui ridotta davvero a pretesto per riunire i personaggi, tant'è che le origini dei nuovi poteri di Loki vengono svelati solo nell'immancabile scena extra, la quale, lungi dal chiudere la narrazione, non fa altro che rinviare ulteriormente ad altri sequel, prequel, spin-off, e chi più ne ha più ne metta, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.
Kolossal estivo perfetto, pop-corn movie con tutti i pregi e i difetti del caso, "The Avengers" è il perfetto film commerciale: vale la pena vederlo per divertirsi per due ore, ma non lascia davvero nulla addosso allo spettatore, non un'emozione vera, non una sensazione di coinvolgimento, né di appagamento; i fans applaudiscono i loro eroi finalmente tutti assieme ed agguerriti, tutti gli altri farebbero bene a non attendersi troppo, pena la noia e il fastidio.
con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Samuel L.Jackson, Jeremy Renner, Scarlett Johansonn, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgard, Gwineth Paltrow, Cobie Smulders, Clark Gregg.
Supereroistico/Fantastico
Usa (2012)
Dopo cinque film in cinque anni, ecco giungere nell'estate del 2012 il tanto atteso ed anticipato cross-over tra supereroi Marvel; progetto colossale ed ambizioso, che riunisce in unica pellicola tutti i protagonisti dei film della Marvel Studios e con essi i loro interpreti, creando un cast stellare, a cui si aggiungono due new entries, l'Occhio di Falco Jeremy Renner (già apparso in un cameo in "Thor") e Cobie Smulders nei panni di un'agente dello S.H.I.E.L.D.; il risultato è davvero all'altezza delle aspettative?
Vista la grandezza e la complessità di un progetto del genere, Kevin Feige decide di affidarlo ad un autore d'eccezione, quel Joss Whedon che tanto aveva dato alla casa delle idee, esordendo come sceneggiatore proprio sulla testa dei Vendicatori per poi intraprendere un'ottima (anche se poco fortunata) carriera come autore televisivo e cinematografico (scrisse la sceneggiatura, candidata all'oscar, del primo "Toy Story"); si devono a lui infatti i cult "Firefly" e "Angel" e, prima ancora, quel "Buffy l'Ammazzavampiri" che a metà degli anni '90 riprendeva il meglio della narrazione seriale fumettistica e lo trasportava sul piccolo schermo, dimostrando come la continuità tra storie all'interno di un serial potesse generare narrazioni complesse e coinvolgenti e spianando la strada alla Golden Age dei serial tv che da lì a poco sarebbe fiorita.
Introdotto al progetto, Wedhon per prima cosa riscrive da capo la sceneggiatura, a suo dire molto debole, trasformando quello che su carta era una sorta di "Iron Man 3" con Hulk come antagonista (!!!) in un film corale vero e proprio, dove ogni personaggio ha il giusto peso nella storia e non si riduce mai a semplice comprimario; Whedon ha inoltre un'intuizione geniale: mettere in continuità in cross-over con uno dei suoi prequel, quello più visionario, ossia il Thor di Branagh, che già presentava i concetti di razze aliene e ponti spaziali, ottimi spunti di partenza per creare una storia all'altezza della statura iconica dei suoi interpreti; il villain diviene così Loki, sempre interpretato dall'ottimo Tom Hiddleston, ora intenzionato a distruggere la Terra con un esercito alieno; i Vendicatori, riuniti da Nick Fury, dovranno contrastarlo con ogni mezzo, fino a giungere ad una resa dei conti spettacolare, con una battaglia furiosa e catastrofica nel centro di New York che colpisce per complessità delle coreografie e per l'alto tasso distruttivo.
Nella migliore (o peggiore?) tradizione Marvel Studios, la storia è semplice e lineare; d'altro canto era inutile attendersi la complessità narrativa di pellicole quali "Il Cavaliere Oscuro" o anche e più semplicemente la varietà di situazioni di "Captain America- Il Primo Vendicatore"; tuttavia, Whedon riesce a non annoiare, imbastendo una sceneggiatura debole nella prima parte, ma convincente nella seconda; come se i cinque film precedenti non fossero mai esistiti, l'autore reintroduce ad uno ad uno ogni singolo personaggio, appesantendo la narrazione nel primo atto, che di fatto è solo un gigantesco prologo utile solo a conoscere l'antefatto e ad introdurre i volti vecchi e nuovi degli eroi; nel secondo atto, invece, Whedon intesse una storia di rivalità e doppi giochi tutto sommato riuscita: lo scontro tra i protagonisti diverte, per quanto bambinesco e inutile sia, visto che si sa fin dall'inizio che il gruppo sarà costretto a collaborare per disfarsi della minaccia asgardiana; più interessante è il twist a metà film, che riesce a svegliare l'attenzione e a donare un minimo di complessità psicologica in più al gruppo di eroi; quanto al terzo atto, nulla da dire: una mega.battaglia distruttiva ed autocompiaciuta, con personaggi spacconi e umorismo cameratesco, che diverte anche grazie alle ottime capacità di regista d'azione che Whdon sfoggia; la bravura dell'autore riesiede, tuttavia, sopratutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella direzione degli attori: trattiene l'istrionismo di Robert Downey Jr., ora finalmente credibile nei panni del supereroe;fa sembrare Thor un eroe tragico nonostante l'ovvietà della sua storia; ricrea Bruce Banner/Hulk come un uomo in grado di controllare i propri poteri e sfruttarli a suo vantaggio; e sopratutto trasforma Scarlett Joahnsonn da gingillo per nerd infoiati a credibile femme fatele.
Non tutto però funziona a dovere; l'umorismo, da sempre marchio di fabbrica dei prodotti di Feige, viene ripensato e corretto rispetto alle battutacce da quarta elementare dei film precedenti; Whedon introduce una struttura comica mutuata dai suoi lavori televisivi (da Firefly in particolare) e totalmente basata sul botta & risposta nei dialoghi; trovata divertente, ma che alla lunga finisce per diventare fin troppo schematica e prevedibile; altro punto debole è, al solito, la storia, qui ridotta davvero a pretesto per riunire i personaggi, tant'è che le origini dei nuovi poteri di Loki vengono svelati solo nell'immancabile scena extra, la quale, lungi dal chiudere la narrazione, non fa altro che rinviare ulteriormente ad altri sequel, prequel, spin-off, e chi più ne ha più ne metta, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.
Kolossal estivo perfetto, pop-corn movie con tutti i pregi e i difetti del caso, "The Avengers" è il perfetto film commerciale: vale la pena vederlo per divertirsi per due ore, ma non lascia davvero nulla addosso allo spettatore, non un'emozione vera, non una sensazione di coinvolgimento, né di appagamento; i fans applaudiscono i loro eroi finalmente tutti assieme ed agguerriti, tutti gli altri farebbero bene a non attendersi troppo, pena la noia e il fastidio.
mercoledì 11 settembre 2013
Captain America- Il Primo Vendicatore
Captain America- The First Avenger
di Joe Johnston
con: Chris Evans, Hugo Weaving, Hayley Hatwell, Tommy Lee Jones, Dominic Cooper, Stanely Tucci, Sebastian Stan, Toby Jones, Richard Armitage.
Supereroistico/Azione/Fantastico
Usa (2011)
Ultimo capitolo del “prologo” a “The Avengers”, “Capitain America- Il Primo Vendicatore” è la trasposizione di uno dei primi (se non il primo in toto) supereroe creato da Stan Lee; apparso per la prima volta nel 1941, Cap era inizialmente parte di un progetto di propaganda bellica durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale; nato per incarnare tutte le virtù americane (pace, libertà, democrazia, ecc..), Capitan America era un Superman a stelle e strisce le cui avventure enfatizzavano la correttezza e la solidità dell’American Way of Life contrapposto ai totalitarismi europei, incarnati dalla nemesi del capitano, il gerarca nazista Teschio Rosso, capo dell’Hydra, sezione speciale delle SS.
di Joe Johnston
con: Chris Evans, Hugo Weaving, Hayley Hatwell, Tommy Lee Jones, Dominic Cooper, Stanely Tucci, Sebastian Stan, Toby Jones, Richard Armitage.
Supereroistico/Azione/Fantastico
Usa (2011)
Ultimo capitolo del “prologo” a “The Avengers”, “Capitain America- Il Primo Vendicatore” è la trasposizione di uno dei primi (se non il primo in toto) supereroe creato da Stan Lee; apparso per la prima volta nel 1941, Cap era inizialmente parte di un progetto di propaganda bellica durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale; nato per incarnare tutte le virtù americane (pace, libertà, democrazia, ecc..), Capitan America era un Superman a stelle e strisce le cui avventure enfatizzavano la correttezza e la solidità dell’American Way of Life contrapposto ai totalitarismi europei, incarnati dalla nemesi del capitano, il gerarca nazista Teschio Rosso, capo dell’Hydra, sezione speciale delle SS.
A guerra finita, il personaggio
finisce nel dimenticatoio assieme agli opuscoli e a tutto il resto del
materiale propagandistico, finché nel 1961 Lee non lo va a ripescare, lo
reinventa aggiornando le sue storie ai tempi della Guerra Fredda (con in Teschio Rosso
passato guarda caso dalla parte dei Sovietici) e lo inserisce nel neonato
gruppo dei Vendicatori; Cap torna così ad incarnare le virtù americane
contrapposte alla minaccia comunista, ma le sue avventure si fanno più
semplici, meno “politiche”, più votate al puro intrattenimento.
Già nel 1990, la Marvel tentò una
trasposizione al cinema del celebre personaggio, con il pessimo “Capitan
America”, ridicolo film supereroistico diretto da Albert Pyun (uno dei peggiori
registi mai esistiti) nel quale il Capitano è chiamato a sventare la minaccia di
un immortale Teschio Rosso (e di sua figlia Francesca Neri) pronto a bombardare
gli Usa dalla sua base segreta sulla costa amalfitana (!), che il Capitano
raggiunge abbordo di una scassatissima 500 (!!!); inutile sottolineare come
questo tragico (o trucido a seconda dei gusti) adattamento si sia subito
piazzato nella top100 dei peggiori film mai prodotti.
Essendo un vero e proprio pilastro
della vita editoriale della Marvel (nonché membro dei Vendicatori, il cui film
necessita di altre cinque pellicole per essere introdotto…. ), il Capitano meritava davvero una trasposizione “speciale” sul Grande
Schermo; ecco dunque che Kevin Feige compie il miracolo: affida il progetto al
mestierante Joe Johnston e agli sceneggiatori Markus e McFeely, specialisti in
kolossal fantasy per ragazzi e da loro carta bianca (pur sempre nei limiti del "film-episodio", si intende); il risultato è davvero miracoloso: un personaggio
nato 70 anni prima come strumento di propaganda finisce per risultare
simpatico e la storia di cui è protagonista risulta persino coinvolgente.
Merito di una caratterizzazione
azzeccata e di un cast al solito stellare; Steve Rogers diviene così una
giovane recluta ansiosa di servire il suo paese, ed anche quando si trasforma
nel Capitano il suo carattere non muta: resta sempre quello di un umile ragazzetto alle prese con situazioni più grandi di lui, garantendo una forte
empatia verso il personaggio, nonostante la contraddizione di fondo che, fatalmente, lo caratterizza: Cap è il paladino della libertà durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, ma di fatto è un super-soldato, ossia l'incarnazione definitiva del mito dell' "ubermensch" nazista con tanto di capello biondo e mandibola squadrata; contraddizione "storica", che il personaggio si porta dietro fin dalle sue origini nel '41, ma che per fortuna non distrugge la sospensione dell'incredulità; non è da meno la caratterizzazione del resto del
cast, che pur basica, riesce a funzionare, con un Tommy Lee Jones nei panni del
mentore, la bella Hayley Hatwell in quelli della donna soldato agguerrita ed
innamorata, un Hugo Weaving istrionico nei panni del Teschio Rosso (e di nuovo
in un ruolo totalmente èn tavestì dopo il cult “V per Vendetta”) ed un Dominic
Cooper che trasforma Howard Stark nella perfetta sintesi tra Howard Hughes ed
Orson Welles.
La storia, pur essendo concepita
come la classica “narrazione delle origini”, risulta più articolata degli altri
film della Marvel Studios: con un prologo in America e il resto del film
ambientato nello scenario bellico, una serie di missioni che vede Cap agire
come un comune soldato piuttosto che come un supereroe, un omaggio alle origini
“propagandiste” del personaggio che però non si risolve nella semplice
strizzatina d’occhio e scene d’azione tutto sommato ben congegnate, davvero non
ci si può lamentare del lavoro degli autori; soprattutto, l’intera narrazione
non viene mai liquidata come una “prima parte” di una storia da completare con
sequel, prequel o spin-off di varia natura: a differenza di filmacci quali
“Iron Man” o “L’Incredibile Hulk”, gli sceneggiatori creano una narrazione
classica e compatta, composta da inizio, svolgimento e fine, ossia una novità assoluta in
un prodotto Marvel Studios; dulcis in fundo: l’ambientazione bellica d’antan
aggiunge un pizzico di carisma in più al film e lo allontana dagli altri
millemila adattamenti di superuomini su schermo.
Sfortunatamente non tutto funziona sempre a dovere: la regia talvolta è ingessata e non valorizza le sequenze d’azione o,
peggio, quelle drammatiche; gli effetti speciali, inoltre, sono palesemente
falsi e, quindi, ridicoli, togliendo punti al fattore “sospensione
dell’incredulità”, che talvolta va definitivamente a farsi friggere; e tutti i
personaggi secondari (i soldati del gruppo di Cap, Bucky e il Dr.Zola) sono
semplici stereotipi messi in mezzo giusto per fare numero; difetti gravi, ma fortunatamente non fatali, che finiscono per inificiare il valore della pellicola senza però
azzerarlo.
Se tutti i film Marvel fossero
come questo “Primo Vendicatore”, non ci si potrebbe lamentare dell’invasione di
supereroi al cinema: divertente e coinvolgente, l’esordio di Cap nel cinema di
serie A convince, pur non raggiungendo i fasti delle migliori produzioni tratte
da fumetti mainstream; almeno per una volta vale la pena passare due ore in
compagnia di un eroe in calzamaglia targato Marvel Studios.
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