venerdì 4 luglio 2014

Eraserhead- La Mente che cancella

Eraserhead

di David Lynch

con: Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Beats, Laurel Near, Judith Roberts, Jack Fisk.

Usa (1977)


















----SPOILERS INSIDE---

Vi è una correlazione innata tra cinema e sogno; il film è un prodotto della mente di una persona, l' "autore", che si affaccia nella mente di un'altra persona, lo spettatore, mediante lo schermo; il film è pensiero, intuizione, riflessione; ma, nel suo connubio indelebile di immagini e suoni, è sopratutto immaginazione, sogno appunto. Il surrealismo filmico di Dalì e Bunuel degli anni '20 altro non era che una estremizzazione di tale concetto: la narrazione convenzionale e dialogica veniva sostituita da un simbolismo ermetico, criptico, talvolta genuinamente enigmatico, ma sempre e comunque pregno di significato; e nella sua opera, David Lynch ha sempre portato avanti e "oltre" le istanze di quel surrealismo avanguardista che furoreggiava nell'Europa dei primi decenni del '900.




Americano di nascita, ma fortemente europeo per la concezione del mezzo cinematografico, Lynch esordisce ancora ventenne nella video-art con una serie di cortometraggi sperimentali e spiazzanti; nella sua genesi artistica viene fortemente (e forse inconsciamente) influenzato da due dei capolavori meno conosciuti di Ingmar Bergman: "Persona" (1966) e "L'Ora del Lupo" (1968), dai quali riprende il gusto per l'onirismo simbolico e le atmosfere distorte e malate; e per tutta la sua carriera svilupperà uno stile unico, in perenne evoluzione tra reminiscenze classiche e avanguardia più pura, che gli permetterà di creare alcune tra le visioni più affascinanti e genuinamente sconvolgenti dell'intera Storia del Cinema.




Il suo è uno stile particolarissimo, che partendo dalla tradizione surrealista classica e da un immaginario talvolta tipicamente americano, trova nuove elaborazioni e rielaborazioni del concetto di visione e simbolo; i film di Lynch non seguono, sovente, un procedimento logico nella narrazione, ma strettamente a-logico; Lynch è l'indagatore dell'inconscio, la sua macchina da presa scandaglia i meandri più reconditi della mente umana per ricrearne la percezione più intima della realtà; il suo occhio filtra il reale e lo rielabora sotto forma di pura visione: il cinema diviene così suprema espressione dell'inconscio alla ricerca di quella realtà nascosta al di là (o per meglio dire "al di sotto") della patina del sensibile che ammanta la vita e la società (americana) coprendone i lati più cupi e terribili, che così riescono a trovare una forma visibile, rivelandosi in tutta la loro grottesca mostruosità.
Ed "Eraserhead" è il suo disturbante esordio nel lungometraggio; prodotto con soli 20.000 dollari dell'epoca e girato nell'arco di quasi cinque anni, questo suo primo incubo d'autore è un viaggio di sola andata nella psiche distorta di un uomo alle prese con orrore tutto personale ed al contempo estremamente universale: la paternità.




In "Eraserhead" compaiono per la prima volta tutti gli stilemi dell'opera futura di Lynch; la scatola nera recante l'ignoto, i flash di luce, la "dark room", il proscenio teatrale, la musica d'antan e sopratutto i personaggi declinati come freaks.
Per comprendere l'intero film occorre partire da un presupposto-base necessario: la messa in scena lynchiana, come detto, non mima la realtà, ma l'inconscio; "Eraserhead" altro non è che un viaggio nella psiche del suo stesso protagonista Henry Spencer (Jack Nance, poi apprezzato caratterista e collaboratore abituale di Lynch), un uomo medio e mediocre la cui vita viene sconvolta dalla notizia della paternità. I temi della generazione e del coito sono qui il perno di tutta la riflessione lynchiana; il film, di fatto, si apre con un'immagine fortissima: nella mente di Henry si fa strada la visione, disturbante e bislacca, di un pianeta alieno, dove un demiurgo monco e sfatto aziona una serie di leve, un meccanismo che fa piovere sulla Terra un feto deforme, che risalirà dalle viscere del terreno da un buco; viene, cioè, generato da una madre e messo al mondo fuoriuscendo dal corpo della stessa.




Henry è impiegato in una tipografia; vive in un distretto industriale reso un vero e proprio inferno in terra: una landa desolata nella quale si ergono dei mostruosi capannoni, avvolta dai rumori perenni di una misteriosa attività siderurgica e ammantata da fumi e liquami di scolo; il delirio post-industriale diviene con Lynch metafora della deriva disumana: forma esteriore di uno squallore ed un malessere totalmente interiore. Henry vive solo, in un piccolo appartamento scarnamente addobbato, nel quale spiccano una pianta secca su di un comodino ed un radiatore che sembra avere vita propria; la routine quotidiana, la "vuotezza" in cui il giovane è perso, viene interrotta da una notizia shock: Mary (Charlotte Stewart), la sua "ragazza" ha partorito un bambino, nato precoce e deforme, e ora i due devono sposarsi.




I due interni principali sono la prima incarnazione della dark room lynchiana: l'appartamento di Herny e la casa dei signori X, i genitori di Mary, ideali archetipi della famiglia-tipo americana; i nidi familiari divengono gallerie degli orrori: la famiglia X è un vero e proprio circo ambulante di freaks, versioni iperboliche della classe piccolo borghese americana; la signora X (Jeanne Bates) è una madre asfissiante, sempre pronta a soffocare chiunque le sia a portata e depositaria di due patologie croniche: l'epilessia e la ninfomania repressa; il signor X è un idraulico logorroico, testimone del cambiamento della zona in cui vivono e quindi fautore della distruzione dell'ambiente un tempo ospitale in cui i personaggi si muovono; la nonna è una sorta di manichino di carne, un burattino perso in una catalessi eterna e usata come strumento da cucina, che sembra muoversi solo quando non viene inquadrata; e infine Mary, l'archetipo della ragazza della porta accanto, anch'essa afflitta da turbe psichiche ed emotive che ne disintegrano la grazia; epilettica, perennemente sull'orlo di una crisi di nervi e del tutto incapace di occuparsi della sua creatura. La famiglia è un circo degli orrori che distrugge definitivamente la psiche di Henry, lo incatena ad una paternità non voluta e ne disvela il lato più distruttivo.




Il parto e la generazione sono per Lynch la primigenea causa dell'orrore; come ne "Il Demone sotto la Pelle" (1975) ed in "Alien" (1979), il coito ed il parto sono descritti come atti mostruosi e forieri di orrori. Il bambino, il frutto di tali atti, è un mostriciattolo repellente, dalla forma solo vagamente umana, i cui occhi spiritati seguono Henry in ogni sua mossa e il cui lamento perenne diviene parte della colonna sonora.
Il feto è un mostro, la paternità una condanna; eppure, è proprio questo "aborto" a rappresentare il personaggio più umano di tutta la pellicola: è lui che ride e che piange, che si ammala e soffre, l'unico a non essere schiavo di vizi o psicosi ma delle sole necessità (il cibo, le cure); necessità che trasfigurano Henry in un orco dalle fattezze di un Harold Lloyd grottesco e allucinato: l'insofferenza verso la creatura lo porta ad un odio strisciante e solo suggerito non tanto verso il coito in sé, quanto verso la generazione, come si evince nella scena del teatro; quella di Lynch non è sessuofobia vera e propria, quanto rappresentazione di una paura inconscia ed atavica: la paura edipica, del figlio che castiga il padre e ne distrugge l'esistenza.




E di fatto Henry giace lussuriosamente con la procace vicina (come si evince dal simbolismo del "bagno tra le lenzuola") e nel suo sogno è il feto a decapitarlo dall'interno, a strappargli la vita per impossessarsene definitivamente.
Quella di Henry è "una mente che cancella", una psiche sottilmente volta verso la distruzione; nella sua testa c'è una gomma, uno strumento per disintegrare qualcosa di creato, di esistente, volto a ridurlo verso il nulla più totale. Nella sua mente vi è un conflitto atavico tra la divinità creatrice e quella distruttrice: la prima è un mostro sfregiato e monco poichè foriero di un castigo, la seconda una bambina dalle forme grottesche ma dal sorriso dolce poichè liberatrice; Henry predilige la morte: agogna la distruzione di ciò che ha creato per liberarsi; nella notte, distrugge i feti generati inavvertitamente da Mary durante il sonno come visto nella sua visione; e nel finale uccide la creatura, ne distrugge il corpo facendolo esplodere dall'interno: uccide così la sua parte creatrice e si unisce a quella disgregatrice; Henry è un assassino: il frutto di una società malata sia sul piano personale (la famiglia) che su quello universale (il mondo trasandato e decadente che attraversa), è un orrore frutto di orrori e creatore di altri orrori, perso in una devianza generata dal disgusto verso un universo (corporale e metafisico) che non comprende e che rifugge.




Il mondo in cui Henry si muove è pura proiezione del suo inconscio; il teatro diviene così rappresentazione totale e definitiva del suo io più profondo, una sorta di "sogno nel sogno"; il teatro è il punto di incontro tra il protagonista e la bambina in bianco, ossia tra l'uomo e l'ispirazione per l'omicidio; al contempo, il teatro diviene luogo ideale della rappresentazione della paura più inconscia di Henry: la morte, avvenuta per decapitazione interna da parte del feto; il teatro è altresì non un semplice non-luogo in cui dare forma al subconscio, ma anche un ponte tra questo e il pensiero più razionale: è per il suo tramite che accediamo alla scena in cui viene mostrato il lavoro di Henry; il palco diviene così nesso tra l'anima e la mente, tra l'io incosciente e quello cosciente.
L'incubo di Henry è forse l'incubo dello Lynch; quello di un uomo che non sa come approcciarsi al suo corpo e ai misteri che esso genera; scioccato da ogni scoperta, ma sopratutto dalla ripulsa che egli stesso prova.


E nonostante lo scarso budget e la relativa inesperienza, l'autore conia già qui uno stile riconoscibilissimo; riprende (per sua stessa ammissione) da Kubrick l'uso spasmodico dei grandangoli per gli interni: le sue dark room sono degli spazi solo nominalmente piccoli, che schiacciano nella loro immensità i personaggi e li separano indelebilmente; la stanza diviene un incubo a parte, una sorta di spazio proscenico nel quale gli attori sono chiamati a compiere movimenti minimi, imbalsamati in pose plastiche come manichini mossi da fili invisibili. Il tempo viene dilatato fino alla non-esistenza: non vi è una cronologia precisa tra gli stacchi, fatta salva la sola linearità nel racconto; l'incubo è perenne e comune a tutti i personaggi, nonostante il punto di vista prevalente sia quello di Henry. E l'influenza degli anni del muto e della televisione viene rielaborata da Lynch per creare un'atmosfera malata unica: i lunghi silenzi interrotti solo dai rumori di scena, la camera fissa per gli esterni, nei quali Henry si muove come un Charlie Chaplin da incubo (tra le prime inquadrature vi è anche un omaggio riconoscibile a "Il Monello"), il bianco e nero contrastatissimo, dove le ombre richiamano la lezione dei maestri dell'espressionismo; e la colonna sonora, con le sue sonorità anni '40 e '50, avvolge tutto in una patina grottesca e delirante; quello di Lynch è un surrealismo squisitamente post-moderno, che si ciba delle influenze del passato prossimo ormai sedimentatesi nell'inconscio dello spettatore per creare una forma nuova, delirante e affascinante.






EXTRA

La tematica della mostruosità insita nel concetto di generazione e nel nucleo familiare era già stata sviluppata da Lynch nel suo mediometraggio del 1970 "The Grandmother", visione obbligatoria per comprendere al meglio il percorso che lo ha portato ad "Eraserhead".


Opera per lungo tempo invisibile, "The Grandmother" è stata edita in Italia da Raro Video nello splendido DVD di "Eraserhead" a partire dal 2009.

lunedì 30 giugno 2014

Memories Burn Bright- Marlon Brando, dieci anni dopo




1 luglio 2004: si spegne Marlon Brando, il più grande attore della Storia del Cinema; nel silenzio della sua vita privata, dopo un abbandono graduale degli schermi dovuto alla depressione e a forti tragedie familiari, se ne va in silenzio, quasi ignorato dalla stampa specialistica e non. Divo onnipotente, attore corteggiato dai registi e venerato dai fans, uomo distrutto dalla vita e dagli eccessi, Brando è stato una vera e propria istituzione del cinema americano, del quale ha attraverso tre epoche, imponendosi come pilastro insindacabile del metodo recitativo.

Uomo dal carattere difficile, scontroso, definitivamente umorale; Brando era solito passare  repentinamente dalla serenità più spensierata all'introspezione più cupa. Fortemente provato da un'infanzia non facile e da un'adolescenza avventurosa, aveva il carattere perfetto per l'applicazione del metodo Stanislavskji-Strasberg, che portò ad un livello di drammaticità all'epoca inconcepibile; "metodo" che ridefinì totalmente sin dagli esordi teatrali post-Actor's Studio e che lo impose come l'incarnazione perfetta di una nuova generazione di attori, i quali non mimavano più le emozioni, ma le vivevano sul palco assieme ai personaggi e al pubblico. Stile che portato al cinema ebbe effetti dirompenti: prima di lui nessun attore riuscì ad incidere le sue emozioni su pellicola in modo così vivido e vibrante, a bucare lo schermo per colpire lo spettatore al cuore e alla mente.

Dotato di un carisma inarrivabile, Brando fu anche icona di stile e sex symbol, sogno per le donne e modello di riferimento per gli uomini; ma nonostante la fama, non dimenticò mai il suo lato umano, che anzi sembrava perseguitarlo sempre di più con l'avanzare degli anni; militante della prima ora per l'indipendenza di Israele negli anni '40, apripista nelle marce per i diritti umani degli anni '60, arriva finanche a farsi sparare durante la notte degli Oscar nel '73 per evitare che la polizia espropri le terre di una riserva indiana; impegno pubblico che faceva il palio con una vita privata burrascosa: tre matrimoni, una serie di figli avuti con estranee, il ritiro su di un isola tropicale acquistata appositamente per fuggire dalla società consumistica, da lui ritenuta falsa e ipocrita; e l'ostilità verso chiunque lo venerasse o lo trattasse con rispetto, che gli costò l'amicizia del regista Francis Ford Coppola. Depressione che sfociò anche nella trasfigurazione fisica: l'obesità dovuta ad un appetito insaziabile, volto a colmare un vuoto interiore senza fine.

Oggi, dieci anni dopo la sua scomparsa, è doveroso rendere omaggio ad un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all'Arte; e il modo migliore per farlo è ripercorrere i fasti della sua gloriosa carriera.



1951- UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO




Dopo l'esordio sul Grande Schermo con "Il Mio Corpo ti Appartiene" (1950) di Zinnemann, Brando si riunisce con il regista Elia Kazan e porta su schermo la pièce di Tennessee Williams che li aveva già resi celebri a Broadway; coadiuvato da Karl Malden (che poi sarà al suo fianco in molte delle sue successive pellicole), da Kim Hunter e da Vivien Leigh (unica aggiunta al cast per la sola versione filmica), Brando dà vita ad uno dei suoi personaggi più celebri: Stanley Kowalsky.
Perfetto mix di violenza e fragilità, Kowalsky è il maschio alfa, un uomo totalmente incapace di sentire i sentimenti altrui, ma che prova un fortissimo sconforto interiore; affascinante e al contempo agghiacciante, Brando crea per il suo personaggio un look che farà storia: jeans e t-shirt.






1952- VIVA ZAPATA!



Dal carattere indomito e anticonformista, Brando si cala totalmente nei panni di Emiliano Zapata, il leader dei rivoltosi messicani in lotta contro l'oppressione dei padroni; coadiuvato da un esordiente Anthony Quinn (che vinse l'oscar), il grande attore, dalle ataviche origini tedesche, si dimostra più che credibile come messicano, regalando una performance forte ed incisiva.






1953- GIULIO CESARE



  
Jospeh L.Mankiewicz dirige uno splendid adattamento della più "politica" tra le opere di Shakespeare; Brando è Marc'Antonio, figlio putativo di Cesare che si rifiuta di accettarne l'omicidio; il monologo al popolo romano è semplicemente da brividi.






1953- IL SELVAGGIO



Brando avrebbe voluto fare un film sulla ribellione giovanile dichiaratamente a favore dei ragazzi "scapestrati", che desse voce al loro malessere e cercasse di comprenderne le cause; gli autori volevano invece un semplice film di cassetta da dare in pasto al pubblico affamato di star, motociclette e storie d'amore impossibili; il risultato è una pellicola trascurabile, nel quale però il grande attore crea un'altro look destinato a fare storia: cappello e chiodo; divertente ancora oggi lo scontro con un allora esordiente Lee Marvin.






1954- FRONTE DEL PORTO



Per la terza volta diretto da Elia Kazan, Brando vince il suo primo oscar come miglior attore; sul set gli scontri tra i due erano all'ordine del giorno: il grande regista era stato costretto a collaborare alla "caccia alle streghe " indetta da McCarhty e Nixon, rovinando la carriera di molti autori della vecchia Hollywood; Brando, come al solito dalla parte dei più deboli, arrivò persino a minacciarlo di morte. Il risultato fnale è una pellicola stramba, nella quale le ambizioni "neorealiste" di Kazan si scontrano con le esigenze dello spettacolo, creando un noir "proletario" di sicuro fascino.






1958- I GIOVANI LEONI

  

Edward Dmytryk crea un perfetto spaccato della II Guerra Mondiale, dando voce tanto alle Forze Alleate quanto ai Nazisiti; a Brando spetta il compito più arduo: interpretare un ufficale della Wehrmacht che scopre suo malgrado tutti gli orrori della guerra; ruolo che all'epoca non mancò di generare scandalo.






1960- PELLE DI SERPENTE



Di nuovo nei panni di un personaggio di Tennessee Williams, Brando viene affiancato dal regista Sydney Lumet ad un'altra grande star dell'epoca: Anna Magnani; tuttavia la coppia non funziona a dovere, colpa anche di uno script prevedibile e stereotipato; l'unica collaborazione tra i due mostri sacri merita comunque una visione; e la sua giacca di pelle di serpente, neanche a dirlo, ha fatto epoca.






1961- I DUE VOLTI DELLA VENDETTA



Brando voleva Kubrick alla regia; dopo una prima fase di pre-produzione, il grande regista dovette però abbandonare il progetto, che fu poi portato su schermo direttamente dall'attore; la sua (purtroppo) unica prova da regista è un western di 2 ore e 20 minuti nel quale fa confluire una ricerca psicologica inedita per gli standard dell'epoca; una storia di vendetta e redenzione dura e interessantissima, che Brando costruisce su misura per sè stesso e per l'amico Karl Malden.






1966- LA CACCIA



La vecchia Hollywood è ormai al declino; una nuova generazione di autori sta per rifondarla sulle istanze del cinema europeo; la carriera di Brando attraversa un periodo di stanca, nel quale però brillano il western "A Sud-Ovest di Sonora" (1966) e sopratutto "La Caccia", terzo film del maestro Arthur Penn; il grande attore è qui Calder, sceriffo di una piccola cittadina del sud; la fuga di un giovane detenuto (Robert Redford, per la prima e unica volta affianco a Brando) rivela l'ipocrisia e il lerciume nascosto sotto la patina di perbenismo imperante; solo Calder sembra voler continuare ad incarnare gli ideali di civiltà e onore ormai tramontati e per farlo dovrà scontrarsi contro l'ottusità dei suoi concittadini.





1969- QUEIMADA

  

Gillo Pontecorvo firma  un interessante apologo sui corsi e ricorsi della Storia; Brando è William Walker, agente della corona inglese chiamato a fomentare una rivolta sull'immaginaria isola di Queimada (letteralmente "bruciata"), in modo che i coloni portoghesi siano scacciati dagli indigeni; dieci anni dopo, Walker è costretto suo malgrado a sedare le rivolte degli ex ribelli contro i nuovi padroni inglesi.





1972- IL PADRINO




Il 1972 è l'anno della rinascita artistica; Brando partecipa ai due più grandi successi della stagione: "Il Padrino" e "Ultimo Tango a Parigi", creando due performances perfettamente speculari. Diretto da un semiesordiente Francis Ford Coppola e basato sul romanzo omonimo di Mario Puzo, "Il Padrino" è una delle pellicole apripista della New Hollywood e Brando inaugura con esso la seconda giovinezza della sua carriera.
Don Vito Corleone è il suo personaggio più famoso, divenuto in brevissimo tempo un'icona del Settima Arte e della cultura popolare, la cui intensa interpretazione gli valse un oscar rifiutato per motivi politici; Brando dà vita al vecchio patriarca rispolverando tutto il repertorio dell'Actor's Studio: trucco pesante per invecchiare di venti anni, cotone in bocca per ingrandire la mascella, voce stridula e rauca; Vito Corleone è un gangster vecchia scuola che si confronta con la nuova generazione idealmente incarnata dal figlio Michael, il cui volto è quello di Al Pacino, perfetto simbolo della nuova generazione di attori americani formatisi presso l'Actor's Studio post-Brando.






1972- ULTIMO TANGO A PARIGI



Il film scandalo degli anni '70, che valse a Brando e Bertolucci finanche una condanna da parte del tribunale di Bologna per "pornografia e oscenità". Brando dà vita ad un personaggio unico, un uomo distrutto dal dolore per il tradimento e la perdita del suo unico vero amore, che crede di poter ridurre il rapporto uomo-donna alla sola carnalità; il suo Paul vive di reminiscenze personali, improvvisazioni sul set e intuizioni dell'ultimo minuto; il risultato è la sua performance più viva, toccante ed empatica, nella quale si confessa dinanzi allo stesso spettatore.





1976- MISSOURI



Nel western crepuscolare di Arthur Penn Brando è Lee Clayton, cacciatore di taglie spavaldo e vanesio incaricato di catturare il ladro di cavalli Tom Logan; divenuto oramai una leggenda dello Schermo, il grande attore rivaleggia con l'amico Jack Nicholson in una gara di bravura tra istrioni senza esclusioni di colpi.






1978- SUPERMAN



Da leggenda a Mito: in 20 minuti scarsi, Brando divora il film e si impone nuovamente come perfetta incarnazione patriarcale. Il monologo al piccolo Kal-El, scritto da Mario Puzo, è epica attoriale allo stato puro.






1979- APOCALYPSE NOW



Diretto nuovamente da Francis Ford Coppola, ma questa volta con un metodo opposto rispetto a "Il Padrino"; un Brando invecchiato e stanco si diverte sul set a dare filo da torcere ad un regista sull'orlo del suicidio; improvvisa totalmente la parte, recita le poesie di Eliot e inventa monologhi sull'orrore; il suo Kurtz diviene così un personaggio più grande del film, un uomo fattosi demone pienamente cosciente del Male che sparge per il mondo, dallo sguardo fosco e penetrante, eppure talmente umano da muovere all'empatia totale. Al di là di ogni metodo, Brando scavalca ogni possibile definizione e si impone definitivamente come migliore attore della Storia del Cinema.






1997- IL CORAGGIOSO

 

Dopo anni relegato in piccoli ruoli o in piccoli film, prima di terminare la sua carriera con il mediocre "The Score" (2001) ed il doppiaggio del videogame ispirato a "Il Padrino" nel 2006, Brando regala al pubblico un ultima, memorabile interpretazione; nel dimenticabile esordio alla regia di Johnny Depp (con il quale già aveva lavorato tre anni prima in "Don Juan DeMarco-Maestro d'Amore), Brando interpreta un produttore di snuff movies vecchio e disilluso, un mostro sfatto e ripugnante modellato sul Kurtz di "Apocalypse Now"; una scena che da sola vale la visione dell'intero film.





EXTRA

Quando si parla di attori o recitazione, l'argomento del doppiaggio è quasi sempre un tabù: vituperato ad oltranza, ostracizzato dai cinefili più radical chic e detestato in molti ambienti professionali; una cosa è certa: i doppiatori, per molti attori, sono la morte dell'arte.
Per molti, ma non per tutti; e di fatto, Marlon Brando, il più grande attore della Storia, più vantare anche un'ulteriore record tutto italiano: l'essere stato doppiato dai migliori doppiatori che il nostro cinema abbia conosciuto. Il suo doppiatore abituale era Giuseppe Rinaldi, voce storica di anche di Paul Newman e Jack Lemmon, la cui tonalità calda donava un carisma ulteriore alla fisicità di Brando. Mentre Sergio Fantoni diede vita alla versione italiana di Kurtz, infondendo al personaggio un magnetismo ed una carica epica ancora maggiore.





sabato 28 giugno 2014

Jabberwocky

di Terry Gilliam

con: Michael Palin, Max Wall, Deborah Fallender, Terry Gilliam, David Prowse, Warren Mithcell, Terry Jones, Simon Williams, Annette Badland.

Commedia/Fantastico

Inghilterra (1977)














Raccontare l'immaginazione; nessun autore è riuscito in tale intento con la stessa forza di Terry Gilliam, geniale regista di origine americana, europeo di adozione; personaggio già di suo alquanto strambo: fuggito in Inghilterra per evitare la chiamata alle armi per il Vietnam, si unisce ad un gruppetto di giovani talenti comici all british, ossia Michael Palin, John Cleese, Graham Chapman, Terry Jones e Eric Idle; nascono così i Monty Python, il gruppo comico più genuinamente dissacrante e distruttivo che mente umana ricordi; con il loro humor perennemente sopra le righe e dotato di una carica demenziale irresistibile, i sei ragazzacci furoreggiano per anni nella televisione inglese, finchè nel '75 non compiono il grande passo verso il grande schermo: "Monty Python e il Sacro Graal", rilettura fuori controllo e acida del mito arturiano, codiretto da Gilliam e Jones.


Ma l'immaginario di Gilliam non si ferma alla mera distruzione della tradizione epica e fantastica; il suo ideale narrativo è ben più ambizioso: narrare la forza salvifica e vitale dell'immaginazione, capace di sovvertire ogni ordine costituito e asfissiante e salvare il singolo dal destino avverso; un ideale troppo ambizioso per poter essere circoscritto ai pur geniali sketch dei Monty Python; ecco perchè a partire dal 1977 Gilliam intraprende una florida carriera di regista "solista", nel quale svilupperà la sua tematica in ogni accezione e declinazione possibile; e che tra alti e bassi, progetti rinviati o cancellati, colpi di fortuna e veri e propri cataclismi fantozziani, lo incoronerà come il vero e unico visionario di Hollywood, la cui carica dissacrante non si è mai stemperata, nè acuita a causa di compromessi o rinunce di sorta.


"Jabberwocky" è di fatto il suo esordio come regista: una rilettura divertita dell'omonimo poema di Lewis Carroll sul mostro che terrorizza un placido regno medioevale; nel portare in scena il mito di partenza, Gilliam è però ancora fortemente ancorato alle logiche demenziali dei Monty Python: piuttosto che creare una narrazione seria ammantata da un umorismo acido, come farà già a partire dalla sua pellicola successiva, "I Banditi del Tempo" (1981), l'autore riprende gli stilemi del precedente "Sacro Graal" e crea una vera e propria parodia demenziale dei miti cavallereschi e medioevali; il suo stile è ancora acerbo e lo scarsissimo budget a disposizione (inferiore persino a quello del film precedente) rende a tratti la visione più ridicola che ironica, come nell'ultimo atto, dove l'incapacità di rendere credibile il mostro fa vacillare la sospensione dell'incredulità.


Eppure, già in questo stralunato esordio sono presenti i semi di quella che sarà la sua poetica successiva; il protagonista Dennis (interpretato dal collega e amico Michael Palin) è l'archetipo dell' "eroe" gilliamiano: un ragazzo alienato rispetto al mondo in cui vive; un giovane uomo privo di ambizione, più intelligente rispetto alla media dei suoi paesani, le cui qualità non vengono però apprezzate; e che, suo malgrado, si ritroverà coinvolto in un gioco molto più grande di lui dal quale si salverà per puro miracolo. Dennis non è un eroe, non è un cavaliere uccisore di mostri, nè un pavido scudiero: è semplicemente l'incarnazione della "masserizia" medioevale, un uomo che cerca di massimizzare il profitto, di ottenere un lavoro stabile e di sposare la bruttissima, ma ricca Griselda, della quale è follemente innamorato; Dennis è, in sostanza, l'ideale opposto del Sam Lowry di "Brazil" (1985): un ragazzo che vive in un mondo arcano e fantastico, ma che si rifugia nella ragione per sfuggirvi; il trionfo finale contro il mostro, la celebrazione della vittoria e il "furioso" matrimonio con la bellissima principessa divengono così un contrappasso, una ideale e ironica punizione verso i suoi ideali di vita, schiacciati, già in questo esordio, da una società bieca e chiusa in sè stessa.


Lo spirito goliardico di Gilliam si disvela al meglio nella caratterizzazione dei personaggi secondari: dai regnanti folli e "pezzenti" ai penitenti dementi, passando per il vescovo gettato nel letame; e soprattutto nella descrizione dissacratoria dei cavalieri "senza macchia e paura": un gruppo di idioti dementi privi di raziocinio, ridotti a "carne in scatola" per l'orripilante Jabberwocky. Lo humor è qui ancora fortemente ancorato agli archetipi dei Monty Python e ancora lontano dall'amarezza che lo renderà celebre in futuro, ma riesce comunque a colpire nel segno.


E la forza visionaria dell'autore si disvela in tutta la sua potenza nel bellissimo prologo, nel quale Gilliam anticipa di cinque anni le intuizioni estetico-stilistiche di Sam Raimi e crea una splendida soggettiva del mostro che corre per i boschi e divora la sua vittima, in un tripudio di virtuosismo e ironia che ben anticipa il brillante futuro dell'autore.

martedì 24 giugno 2014

I Duellanti

The Duellists

di Ridley Scott

con: Keith Carradine, Harvey Keitel, Edward Fox, Tom Conti, Albert Finney, Cristina Raines, Diana Quick, Gay Hamilton, Meg Wynn Owen.

Drammatico/Storico

Inghilterra (1977)













Guardando pellicole come "The Counselor", "Le Crociate" o "Hannibal" sembrerebbe impossibile, ma vi fu un tempo un cui Ridley Scott era un autore vero, dotato di uno stile personale e in grado di creare due delle pellicole più influenti di sempre: "Alien" (1979) e "Blade Runner" (1982); visionario, esteta fin nel midollo, in grado di creare immagini potenti e raffinatissime, sperimentatore nell'uso del montaggio e anticipatore di tendenze future, Scott fu uno degli artisti di punta del cinema americano degli anni '80; nel corso del tempo la sua carica visionaria e l'eleganza eststica si sono stemperate e adagiate sui canoni hollywoodiani più popolari, in particolare sulle istanze del cinema-videoclip di Michael Bay, che pure ha pesantemente influenzato la (ben più mediocre) produzione di suo fratello Tony; ha smesso di sperimentare, di rischiare nuove possibilità tecniche, narrative e visive e si è ridotto ad un mediocre mestierante, ricordato esclusivamente per i cult del passato; ma nel 1977, a seguito del successo del suo esordio "I Duellanti", vincitore del Gran Premio della Giuria di Cannes, Scott era una delle migliori promesse del cinema europeo.


Strasburgo, 1800; Gabryel Feraud (Harvey Keitel) è un ufficiale degli ussari di Napoleone ligio al codice d'onore cavalleresco; dopo aver ucciso un rivale in duello, Feraud viene ripreso dal suo ufficiale per il tramite del giovane soldato Armand D'Hubert (Keith Carradine); l'umiliazione subita per il richiamo all'interno del salotto della ricca Mademoiselle Leonie (Meg Wynn Owen) è la scusa perfetta per imbastire un duello d'onore con D'Hubert, che si protrarrà ironicamente per quindici anni.


Il punto di riferimento dell'estetica scottiana è qui altissimo: il "Barry Lyndon" (1975) di Stanley Kubrick, con il quale in quegli anni stringeva una lunga e proficua amicizia; dal capolavoro del grande regista Scott riprende l'idea di un film in costume come perfetto spaccato di un'epoca, ma anche e sopratutto lo stile, sia nella messa in scena che nella fotografia, curata da un allora esordiente Frank Tidy, già suo collaboratore in televisione. Scott immerge ogni figura in chiaro-scuri nettissimi, colori caldi per gli interni e freddi per gli esterni; gioca con la luce come un vero e proprio pittore, inaugurando un'estetica dell'illuminazione che sarà il suo marchio di fabbrica per buona parte della sua filmografia a venire; nella messa in scena, d'altro canto, eccede con le carrellate all'indietro kubrickiane, a disvelare la natura puramente derivativa del suo stile, che si fa vero e proprio richiamo nella scena in cui introduce il personaggio della moglie di Feraud: interpretata dalla bellissima Gay Hamilton, già interprete di "Barry Lyndon", che Scott mostra con un primissimo piano come a volerla sventolare in faccia al pubblico in modo trionfale; il risultato è a tratti indigesto: troppo compiaciuto e barocco, ai limiti del tronfio.


Eppure le immagini sono sempre ipnotiche, perfette nella composizione anche nelle dinamiche scene di duello, girate tutte con camera a mano come nel capolavoro di Kubrick; ogni singolo incontro tra i due antagonisti ha un suo stile e trasuda tensione da ogni fotogramma: la prima scaramuccia, volutamente piatta e lenta, il furioso scontro nel granaio, dove le due figure si inseguono fino allo sfinimento, il magnifico confronto a cavallo, in cui Scott introduce flashback e flashforwrd spezzando la linearità del racconto, introducendo una forma di montaggio strettamente narrativa che da qui in poi avrebbe fatto scuola; fino all'ultimo magnifico incontro, un anticlimax intenso e onirico che anticipa di cinque anni lo splendido inseguimento finale di "Blade Runner" (1982). Ed è proprio nel montaggio che Scott si fa notare: spezzato, ai limiti del frammentario, usato per centellinare la tensione ed isolare ogni singola scena in uno spazio-tempo unico e rarefatto; l'uso improvviso degli stacchi e degli attacchi nel mezzo della scena, volti ad infrangerla per creare tensione drammatica, fa qui il suo esordio e toccherà l'apice massimo già nel successivo "Alien".


Ma l'opera prima di Scott non è semplice estetica, quanto un trattato ironico e preciso dello scontro tra due figure speculari; Gabryel Feraud è un soldato vecchia maniera, il cui onore è ragione di vita; come introduce la voce narrante "per un soldato l'onore è un ossessione" e Feraud è la personificazione di questa istanza; vive per servire il proprio orgoglio e gioisce nell'umiliare i suoi avversari; privo di scrupoli e ripensamenti, Feraud è la tradizione militaresca napoleonica fatta carne, una figura ormai prossima all'estinzione che trova nel confronto con il suo rivale un ulteriore motivo di affermazione; ed Harvey Keitel dona al personaggio una carica austera a tratti insostenibile, incarnando perfettamente il rigore folle del suo personaggio. D'altro canto D'Hubert incarna la nuova generazione si soldati, più duttile e meno legata ai dogmi del codice cavalleresco e di conseguenza più razionale; Keith Carradine si dimostra perfetto nelle vesti del soldato suo malgrado costretto a combattere e ad ottenere fama e gloria dagli inutili scontri con il rivale; il lungo duello così diviene scontro ideale tra bieca tradizione e modernità conscia dell'inutilità dei vecchi dogmi.


Ed è la tradizione a venire battuta al suo stesso gioco: distrutta ed umiliata secondo le regole cavalleresche e forzata ad accettare la sconfitta, ossia privata persino di una morte onorevole; Feraud diviene nel finale l'incarnazione dell'età napoleonica: lo scontro si conclude nel 1816, ossia due anni dopo il Consiglio di Vienna, e il personaggio viene trasfigurato in un doppio dell'imperatore; umiliato e sconfitto, non gli resta che mettersi in disparte, ritirarsi ed ammirare un mondo al tramonto, in un immagine splendida, che da sola vale la visione dell'intera pellicola.


Magnifica è anche la ricostruzione d'epoca, con costumi e location perfettamente ricercati e valorizzati dalla regia pittorica e attenta ad ogni dettaglio; "I Duellanti" è, in sostanza, un quadro semovente, un dipinto d'epoca rarefatto ed affascinante, un esordio che sorprende ancora maggiormente se si tiene conto del budget ridicolo con cui è stato girato: appena 900.000 dollari dell'epoca.

martedì 17 giugno 2014

Oculus- Il Riflesso del Male

Oculus

di Mike Flanagan

con: Karen Gillan, Brenton Thwaites, Katee Sachoff, Rory Cochrane, Garret Ryan.

Thriller/Horror

Usa (2013)














In un momento in cui l'horror gotico attraversa un periodo di stanca, volto alla riproposizione ad oltranza di modelli classici ormai logori, è piacevole vedere come un giovane regista riesca a dire qualcosa se non di nuovo, quanto meno di interessante usando come modello di riferimento una pellicola archetipica, citata e omaggiata, ma di fatto poco "saccheggiata": "Shining" di Kubrick; riprendendo il canovaccio di base del capolavoro del 1980, oltre che all'intrecciarsi di suggestioni sovrannaturali e indagine psicologica e l'intersecazione dei piani temporali, Mike Flanagan trasforma così un suo cortometraggio del 2006 in una piccola ma piacevole pellicola di genere.


Dopo aver passato dodici anni in un ospedale psichiatrico per l'omicidio del padre uxorcida (Rory Cochrane), il ventitreene Tim Russell (Brenton Thwaites) si ricongiunge con la sorella Kaylie (Karen Gillan), la quale è intenzionata a dimostrare come la follia del genitore fosse in realtà stata scatenata da uno specchio maledetto da egli posseduto.


Quello di Flanagan non è né un omaggio, né una ripresa totale del registro kubrickiano, quanto una sua rielaborazione; la carta vincente di "Oculus" non risiede né nella trama (a dir poco trita), né nel meccanismo della tensione (che presenta tutti i clichè del caso), bensi nello stile; la sovrapposizione tra i piani narrativi è semplicemente perfetta: flashback e racconto si intrecciano alla perfezione, in un gioco di incastri fatto di montaggi paralleli e alternati e stacchi temporali improvvisi e spiazzanti; il racconto si snoda alla perfezione e lo stile narrativo diviene vera e propria narrazione nell'ultimo atto, dove la sovrapposizione dei piani temporali si fa ancora più serrata.


L'abilità di Flanagan risiede anche nella perfetta elaborazione del racconto: per tutta la durata della pellicola il punto di vista resta quello, duplice ma di fatto unico, dei fratelli Russell, sul doppio piano temporale della loro giovinezza ed età adulta; inizialmente la caratterizzazione dei due è opposta: Tim è razionale e scettico verso la possibilità di una ragione sovrannaturale per il massacro, mentre Kaylie rappresenta con piena convinzione la tesi "demoniaca" ed è pronta a dimostrarla in modo oggettivo; man mano che le manifestazioni si fanno più pressanti la differenza tra i due si appiana del tutto e l'intera storia diviene un incubo ad occhi aperti, in cui solo i mezzi di registrazione (le telecamere usate per testimniare l'esperimento con lo specchio) riescono a percepire la realtà effettiva; ma il divario tra incubo e realtà è sempre sapientemente celato: si è sempre indotti a dubitare di ciò che accade nella casa e di ciò che vi è accaduto in passato; il racconto della giovinezza dei Russell è viziato, per loro stessa ammissione, dallo shock subito e per questo non attendibile; è lo spettatore, dunque, a doversi interrogare sull'effettiva natura dei fenomeni: fantasmi o allucinazioni dovute allo stress post-traumatico? Rifacendosi così allo schema di un altro grande classico dell'horror moderno, "Rosemary's Baby", Flanagan si prende una rivincita sulla moda del found-footage e sulla loro presunta "messa in scena perfettamente oggettiva", affidando il racconto non all'occhio meccanico, ma a quello, fallace e distorto, dei due ragazzi; e a differenza di Polanski, non cede nemmeno nel finale, lasciando lo spettatore in preda al dubbio su quanto si sia effettivamente visto.


E se la tensione talvolta latita e i modelli del gotico baviano talvolta si riaffacciano prepotenti (la casa isolata, il terrore familiare) togliendo parte dell'originalità, "Oculus" ha quanto meno il merito di non annoiare, anche grazie alle sapienti incursione nel body-horror, con unghia strappate e pezzi di vetro masticati per sbaglio; e sopratutto grazie al cast, dove le due (bellissime) attrici televise Karen Gillan e Katee Sachoff dimostrano doti attoriali inedite e sorprendenti.