The Adventures of TinTin
di Steven Spielberg.
con: Jaime Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost, Toby Jones, Daniel Mays.
Animazione/Avventura
Usa, Nuova Zelanda 2011
Un incontro scritto nel destino, quello tra Spielberg ed Hergè, che risale ai primi anni '80. Impegnato nella promozione europea de "I Predatori dell'Arca Perduta", il Re Mida di Hollywood vede costantemente paragonato dai recensori il suo Indiana Jones con TinTin, protagonista di un fumetto a lui sconosciuto, ma molto popolare in Europa, cosa che lo incuriosisce.
La successiva lettura della bande dessinèe lo colpisce al punto di decidere di portarla sullo schermo: quel mix di avventura esotica, mistero ed azione è perfetto per il suo cinema rocambolesco e genuinamente escapista; ma vi è un problema, ossia come trasporre le avventure del reporter dai capelli rossi senza creare una pellicola manierista, una sorta di inutile variazione de "I Predatori". Ed è questo l'inizio di un progetto che si realizzerà solo 30 anni dopo, con l'aiuto di Peter Jackson e, in sede di script, di Edgar Wright, Joe Cornish e Steven "Doctor Who" Moffat. Una trasposizione rispettosa del materiale di partenza, che riesce perfettamente nell'essere un ottimo film di avventura, dal ritmo sempre alto e dall'inventiva, sia visiva che narrativa, stupefacente.
Creato dal belga Georges Remi, in arte Hergè, già nel 1929, il personaggio di TinTin è protagonista di una serie regolare che dura sino al 1983, anno della morte del suo autore. Reporter integerrimo, vive una serie costante di avventure che lo portano ad intrecciare sovente il cammino con personaggi ed eventi reali, in contesti storici sempre credibili, anche quando finisce sulla luna prima di Armstrong.
Il tono picaresco, spensierato ed il ritmo veloce conquistano da subito il pubblico francofono prima, europeo in un secondo momento, dove i libri di Hergè conoscono un successo sempre crescente. Merito anche della bella caratterizzazione dei personaggi: TinTin è un idealista pronto a tutto pur di svelare il mistero di turno, il suo migliore amico, il capitano Haddock, un burbero lupo di mare dall'imprecazione sempre pronta, il duo Dupond e Dupont, gemelli mancati, due poliziotti un pò imbranati, perennemente in giacca e bombetta, o lo stralunato professor Girasole, uno scienziato un pò toccato; senza dimenticare il fido Milù, cagnolino dall'intelligenza spiccata e perfetta spalla, che spesso si rivela essenziale per uscire dai guai.
Già trasposte in una bella serie televisiva a cartoni dei primi anni '90 e prima ancora in un film del 1961, le avventure di TinTin arrivano per la seconda volta sul grande schermo nel 2011, come un film d'animazione in performing capture, quella tecnologia che negli stessi anni ossessionava Robert Zemeckis, ma che Spielberg riesce ad usare in modo decisamente più convincente.
Chiusi gli attori nel volume, usando una macchina da presa radiocomandata e forte di un budget di quasi 100 milioni di dollari, Spielberg crea movimenti di macchina funambolici ed impossibili da replicare nella realtà, interi piani sequenza che seguono costantemente il protagonista nelle sue corse e capriole, in movimenti velocissimi, quasi sincopati, che donano un ritmo unico alla pellicola. Il controllo totale sull'inquadratura, data dallo strumento dell'animazione con cui si cimenta per la prima volta, lo porta anche a creare immagini più plastiche del solito, che divengono veri e propri quadri nei passaggi di scena, con dissolvenze analogiche che giocano sulle forme degli oggetti e paesaggi. Il che, mixato con una storia di ampio respiro, rende questa trasposizione come un vero e proprio nuovo capitolo di Indiana Jones: il senso dell'avventura e della velocità proprio dei film con l'archeologo armato di frusta e fedora si ritrovano più qui che nell'orrendo "Il Regno del Teschio di Cristallo", tanto che il reporter belga di Hergè può davvero essere considerato come il suo perfetto erede cinematografico.
Un plauso fa fatto all'intero team degli effetti speciali (circa 900 animatori) per essere riusciti a ricreare con credibilità i lineamenti e le espressioni degli attori senza far scadere la percezione dei personaggi in quell' "uncanny valley" che li renderebbe mostruosi, cosa che invece accadeva sia in "Polar Express" che nel successivo "Mars needs Moms".
Ma la riuscita definitiva è dovuta ad uno script che fonde con gusto ben tre delle storie di Hergè, per creare un'avventura dal ritmo indiavolato, dove il mystery e l'azione si inseguono sino alla risoluzione.
Spielberg dal canto suo riesce perfettamente a mischiare i due registri; il ritmo è sempre alto, ma quando c'è bisogno di dar spazio alla storia, questo rallenta senza incepparsi. Sopratutto, capisce quando il tono necessita serietà e quando no: incredibile vedere TinTin impugnare una pistola per difendersi, come se si fosse ancora il quel bel cinema per ragazzi anni '80, dove le maglie della censura permettevano un tono adulto alla narrazione; e quando arriva lo splapstick, lo fa in grande stile e senza far scadere il tutto nella farsa, persino quando la gag di turno consiste nel vedere il capitano Haddock ruttare nel serbatoio di un aeroplano.
Un'avventura dal gusto retrò perfettamente riuscita, questa prima trasposizione di TinTin da parte di Spielberg; il vero erede del suo miglior cinema d'avventura, uno spettacolo incredibile ed ammaliante, puro e magnifico cinema di intrattenimento, quello della miglior specie.
giovedì 15 marzo 2018
lunedì 12 marzo 2018
La Signora della Porta Accanto
di François Truffaut.
con: Fanny Ardant, Gerard Depardieu, Herni Garcin, Michèle Baumgartner, Roger Van Hool, Vèronique Silver.
Drammatico
Francia 1981
Dopo otto anni, due ex manti si ritrovano, adulti e sposati, e la loro passione riesplode. Un assunto convenzionale, già visto, forse anche piatto; che, però, nelle mani di quel sommo scandagliatore dei sentimenti che era Truffaut diviene il canovaccio di un film, il suo penultimo, che di convenzionale non ha nulla.
"La Signora della Porta Accanto" è infatti un melodramma a tinte fortissime, dove il grande autore rinuncia alla leggerezza per immergersi del tutto nei panni dei due protagonisti, Gerard Deparidieu e Fanny Ardant, bellissimi e dall'ottima alchimia, fino a dar vita ad un ritratto fosco ed appassionato.
Una storia, quella di Mathilde e Bernard, il cui esito è già scritto; l'epilogo coincide con il prologo ed è tragico; tutto viene narrato dalla signora Jouve (Veronique Silver), che nei primi minuti infrange la quarta parete e dimostra l'inconsistenza del narrato: quella a cui assisteremo è solo una storia, per di più già scritta; ciò che conta non e l'intreccio, quanto i personaggi che la vivono.
Due persone separate dalla paura del matrimonio, di quella famiglia che ora bene o male hanno. La rottura, dovuta ad una gravidanza non tanto desiderata e sopratutto dalla paura della fuga dal nido familiare, si ricompone: l'attrazione è immediata e cocente, erompe irrefrenabile e si consuma in un attimo.
A Truffaut non interessa tanto il ritorno di fiamma in sè, quanto le sue conseguenze; Bernard si perderà nel sentimento, fino ad esternarlo dinanzi a famiglia ed amici; Mathilde, impossibilitata a dimenticare il suo vecchio amore, ora a portata di sguardo, avrà un crollo mentale. La follia d'amore, la stessa che in "Adele H." era dovuta alla mancata corresponsione del sentimento, li consuma entrambi fino a divorarli del tutto, innescata dall'ineluttabilità di ciò che provano.
Sullo sfondo, una storia speculare a quella dei due amanti, ossia quella della narratrice, la signora Jouve, abbandonata in gioventù dal suo unico, grande amore; episodio portò anch'ella a tentare il suicidio, dal quale però è sopravvissuta ferita nel corpo prima che nell'anima; amante che ora ritorna, venti anni dopo l'abbandono, ma la cui passione non riesplode.
E' il passato che ritorna l'agente essenziale nella storia, che Truffaut declina quasi come un noir; l'impossibilità di fuggirlo diviene trappola per i personaggi principali, che finirà per stritolare. Ed il tono è anch'esso forte, virato verso una sensualità inusitata, incarnazione dell'attrazione selvaggia, laddove invece la regia si fa più sensibile, tutta giocata sui campi medi, come ad allontanarsi da quei volti e corpi con una forma di pudore.
Il melò diviene così supremo mezzo espressivo e Truffaut riesce a raggiungere un'ulteriore vetta nella sua carriera.
giovedì 8 marzo 2018
Quello che non so di lei
D'apres une histoire vrai
di Roman Polanski
con: Emanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon.
Thriller
Francia, Belgio, Polonia 2017
La paranoia che porta alla destrutturazione percettiva è uno dei temi essenziali nel cinema di Polanski; bene o male, quasi tutti i suoi personaggi si ritrovano a vivere in uno stato di paura inconscia che altera la realtà che li circonda, catapultandoli in incubi ad occhi aperti. Basti pensare a "Rosemary's Baby" ed alla paranoia del parto, alla penefobia di "Repulsion" o al mistero di "La Nona Porta".
Con "Quello che non so di lei", Polanski ritorna alla tematica della paranoia e dell'inscindibilità tra percezione e reale, declinandola in chiave para-oggettiva, perdendo in toto il fascino che ha da sempre caratterizzato il suo stile.
Delphine (Emanuelle Seigner) è una scrittrice acclamata che entra in una spirale depressiva a causa del blocco dello scrittore. Situazione che sembra aggravarsi quando conosce la bellissima e misteriosa "Lei" (Elle in originale, interpretata da Eva Green).
La specularità tra i due personaggi è presto servita: entrambi scrittrici (Lei è una ghost writer, come in un exploit decisamente più riuscito del regista) e donne indipendenti, ma Delhpine è acclamata, Lei vive nell'ombra, dapprima delle star di cui scrive le autobiografie, poi di Delphine, che cerca di far uscire dal suo stato di blocco.
La metafora è ancora più lampante: Lei è l'ispirazione che si insinua nella psiche e che porta la scrittrice ad un passo dalla morte; un' "amante" esigente e violenta, che domina il suo oggetto del desiderio e non concepisce interferenze esterne.
Il colpo di scena è prevedibile sin dalla prima apparizione della Green: Lei altro non è che un'emanazione della psiche di Delphine, che prende di volta in volta ruoli differenti; dapprima amica sincera, poi invidiosa, poi ancora doppio totale che si appropria della sua identità (richiamando alla mente il purtroppo dimenticato "Inserzione Pericolosa") ed infine matrigna diabolica (come in "Misery"); tutto già visto in altre pellicole, oltre che ovviamente prevedibile in ogni sua svolta.
Prevedibilità a parte, è lo stile di Polanski ad affossare ogni tipo di velleità; l'estetica espressionista di "Repulsion" e "L'Inquilino del Terzo Piano" è lontana mille miglia; la messa in scena, ora, non è deformazione del reale filtrato dalla mente della protagonista, ma una realtà puramente oggettiva nella quale si muovono i due personaggi, sia quello reale che quello immaginario. Viene a mancare, di conseguenza, ogni tensione, sia letterale che psicologica; non ci sono simbolismi, né vere metafore, solo una narrazione diretta e piattissima, scene che si incastrano in un collage che ritrae un quadro già visto e lo fa con colori sbiaditi.
Ogni motivo di interesse finisce per perdersi subito: la noia prende sovente il posto della tensione, come se Polanski fosse troppo vecchio e stanco per girare un vero thriller. Adagiandosi sul confronto tra due figure simili e speculari, d'altro canto, porta a casa un risultato scialbo e dimenticabile, davvero indegno del suo nome e di quello di Olivier Assayas, qui sceneggiatore, anche se non si direbbe.
di Roman Polanski
con: Emanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon.
Thriller
Francia, Belgio, Polonia 2017
---CONTIENE SPOILER---
La paranoia che porta alla destrutturazione percettiva è uno dei temi essenziali nel cinema di Polanski; bene o male, quasi tutti i suoi personaggi si ritrovano a vivere in uno stato di paura inconscia che altera la realtà che li circonda, catapultandoli in incubi ad occhi aperti. Basti pensare a "Rosemary's Baby" ed alla paranoia del parto, alla penefobia di "Repulsion" o al mistero di "La Nona Porta".
Con "Quello che non so di lei", Polanski ritorna alla tematica della paranoia e dell'inscindibilità tra percezione e reale, declinandola in chiave para-oggettiva, perdendo in toto il fascino che ha da sempre caratterizzato il suo stile.
Delphine (Emanuelle Seigner) è una scrittrice acclamata che entra in una spirale depressiva a causa del blocco dello scrittore. Situazione che sembra aggravarsi quando conosce la bellissima e misteriosa "Lei" (Elle in originale, interpretata da Eva Green).
La specularità tra i due personaggi è presto servita: entrambi scrittrici (Lei è una ghost writer, come in un exploit decisamente più riuscito del regista) e donne indipendenti, ma Delhpine è acclamata, Lei vive nell'ombra, dapprima delle star di cui scrive le autobiografie, poi di Delphine, che cerca di far uscire dal suo stato di blocco.
La metafora è ancora più lampante: Lei è l'ispirazione che si insinua nella psiche e che porta la scrittrice ad un passo dalla morte; un' "amante" esigente e violenta, che domina il suo oggetto del desiderio e non concepisce interferenze esterne.
Il colpo di scena è prevedibile sin dalla prima apparizione della Green: Lei altro non è che un'emanazione della psiche di Delphine, che prende di volta in volta ruoli differenti; dapprima amica sincera, poi invidiosa, poi ancora doppio totale che si appropria della sua identità (richiamando alla mente il purtroppo dimenticato "Inserzione Pericolosa") ed infine matrigna diabolica (come in "Misery"); tutto già visto in altre pellicole, oltre che ovviamente prevedibile in ogni sua svolta.
Prevedibilità a parte, è lo stile di Polanski ad affossare ogni tipo di velleità; l'estetica espressionista di "Repulsion" e "L'Inquilino del Terzo Piano" è lontana mille miglia; la messa in scena, ora, non è deformazione del reale filtrato dalla mente della protagonista, ma una realtà puramente oggettiva nella quale si muovono i due personaggi, sia quello reale che quello immaginario. Viene a mancare, di conseguenza, ogni tensione, sia letterale che psicologica; non ci sono simbolismi, né vere metafore, solo una narrazione diretta e piattissima, scene che si incastrano in un collage che ritrae un quadro già visto e lo fa con colori sbiaditi.
Ogni motivo di interesse finisce per perdersi subito: la noia prende sovente il posto della tensione, come se Polanski fosse troppo vecchio e stanco per girare un vero thriller. Adagiandosi sul confronto tra due figure simili e speculari, d'altro canto, porta a casa un risultato scialbo e dimenticabile, davvero indegno del suo nome e di quello di Olivier Assayas, qui sceneggiatore, anche se non si direbbe.
lunedì 5 marzo 2018
Film Socialisme
di Jean-Luc Godard.
con: Jean-Marc Stehlé, Patti Smith, Agatha Couture, Quentin Grosset, Lenny Kaye.
Francia, Svizzera 2010
Ad 80 anni suonati, Godard continua il suo discorso sul linguaggio e si dimostra ancora poliedrico ed aperto alle nuove influenze. "Film Socialisme" è in un certo senso il suo film più radicale, ancora più di "Prènom Carmen" e "Due o Tre Cose che so di Lei", formando con il successivo "Addio al Linguaggio" un dittico definitivo sulla frantumazione dello sguardo.
Il filo conduttore dei 97 minuti di immagini e dialoghi è labile, dato unicamente da una ricerca estetica e linguistica costante. Ricerca che si adagia su di una tecnologia impensabile ai tempi della Nouvelle Vague: l'Era Digitale ha disintegrato il concetto stesso di cinema, di cui resistono ora solo le vestigia. L'occhio digitale è, come in Cronenberg, nuovo organo umano: la fotografia diviene azione scontata nella vita, ordinaria, volta non tanto a creare ricordi, quanto ad immortalare l'attimo in una singola istantanea in moto automatico.
Da qui la definitiva perdita del punto di vista e la conseguente fluidità di linguaggio propria del XXI secolo (prima ancora dell'avvento dei social network). La narrazione si sfalda, macellata da una riflessione costante su cosa è stato il passato, con un'ossessione continua verso i mostri del XX secolo e gli ideali perduti. L'immagine stessa è qualcosa di diverso: privata della pellicola essa si fa sgranata, ancora più artificiale, i cui colori possono essere facilmente virati verso cromature del tutto impossibili, per alterare in modo ancora più profondo ciò che viene ripreso.
Ed il cinema diviene così "socialismo", al pari della comune familiare ritratta nel secondo atto: ogni singolo membro della società ne crea un pezzo, con le proprie storie immortalate dalla ripresa digitale.
Ne consegue un discorso volutamente astruso e scostante, dove più voci si accavallano sino a dare forma ad un magma di immagini e suoni, alcuni pregni di significato, altri meno.
Distruzione che è punto d'arrivo della ristrutturazione del linguaggio filmico. Oltre ci sarà solo la sua completa obsolescenza e la successiva rinascita a nuova forma narrativa-stilistico-estetica.
con: Jean-Marc Stehlé, Patti Smith, Agatha Couture, Quentin Grosset, Lenny Kaye.
Francia, Svizzera 2010
Ad 80 anni suonati, Godard continua il suo discorso sul linguaggio e si dimostra ancora poliedrico ed aperto alle nuove influenze. "Film Socialisme" è in un certo senso il suo film più radicale, ancora più di "Prènom Carmen" e "Due o Tre Cose che so di Lei", formando con il successivo "Addio al Linguaggio" un dittico definitivo sulla frantumazione dello sguardo.
Il filo conduttore dei 97 minuti di immagini e dialoghi è labile, dato unicamente da una ricerca estetica e linguistica costante. Ricerca che si adagia su di una tecnologia impensabile ai tempi della Nouvelle Vague: l'Era Digitale ha disintegrato il concetto stesso di cinema, di cui resistono ora solo le vestigia. L'occhio digitale è, come in Cronenberg, nuovo organo umano: la fotografia diviene azione scontata nella vita, ordinaria, volta non tanto a creare ricordi, quanto ad immortalare l'attimo in una singola istantanea in moto automatico.
Da qui la definitiva perdita del punto di vista e la conseguente fluidità di linguaggio propria del XXI secolo (prima ancora dell'avvento dei social network). La narrazione si sfalda, macellata da una riflessione costante su cosa è stato il passato, con un'ossessione continua verso i mostri del XX secolo e gli ideali perduti. L'immagine stessa è qualcosa di diverso: privata della pellicola essa si fa sgranata, ancora più artificiale, i cui colori possono essere facilmente virati verso cromature del tutto impossibili, per alterare in modo ancora più profondo ciò che viene ripreso.
Ed il cinema diviene così "socialismo", al pari della comune familiare ritratta nel secondo atto: ogni singolo membro della società ne crea un pezzo, con le proprie storie immortalate dalla ripresa digitale.
Ne consegue un discorso volutamente astruso e scostante, dove più voci si accavallano sino a dare forma ad un magma di immagini e suoni, alcuni pregni di significato, altri meno.
Distruzione che è punto d'arrivo della ristrutturazione del linguaggio filmico. Oltre ci sarà solo la sua completa obsolescenza e la successiva rinascita a nuova forma narrativa-stilistico-estetica.
lunedì 26 febbraio 2018
Il Filo Nascosto
Phantom Thread
di Paul Thomas Anderson.
con: Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Harriet Leitch, Dinah Nicholson.
Usa 2017
L'amore come controllo e manipolazione, sottomissione ed affabulazione; no, non è uno dei celebri drammi di Rainer Werner Fassbinder, ma l'ultima fatica di un Paul Thomas Anderson, che si conferma artista poliedrico per tematiche e stile. Dopo le forme stroboscopiche di "The Master" ed il caos di "Vizio di Forma", Anderson si cala nelle geometrie di un atelier di moda inglese degli anni '50 per dar vita ad un dramma volutamente freddo e formale, graziato da quella che è probabilmente l'ultima performance del grande Daniel Day-Lewis.
Al centro della vicenda, come ne "Il Petroliere", una figura egomaniaca, Reynolds Woodcock (Lewis), proprietario dell'omonima casa di moda che gestisce coadiuvato unicamente dalla sorella Cyril (Lesley Manville) e che trova nella cameriera Alma (Vicky Krieps) una modella ed amante perfetta.
Una storia semplice, quella di "Phantom Thread", ossia il filo nascosto che permette a sua volta di cucire ogni cosa dentro un abito. Un filo che unisce due esistenze e che ne cela le emozioni, raggelate sino a renderle eteree.
Reynolds è un maniaco del controllo, un uomo che vive in modo meticoloso una routine quotidiana sacrosanta, la cui perfezione è pari solo alla maestria che riversa nel suo lavoro; lavoro per il quale sembra provare l'unica passione smodata della sua esistenza, al punto da non lasciare che delle clienti indegne indossino i suoi abiti.
Alma diviene così un elemento di disturbo, una donna che con le sue esigenze ed il suo carattere più semplice infrange quell'equilibrio ferreo nella vita di Reynolds; da qui le crisi continue, il rincorrersi di due figure quasi antitetiche, che combattono una battaglia caratteriale in nome di un amore totale.
Un amore che ciascuno vive a modo suo. Alma manipolando il marito, ferendolo nel corpo per averlo fisicamente tutto per sè. Reynolds sopportando i modi un pò rozzi ma sempre genuini della moglie. Due amanti agli antipodi, la cui attrazione è per questo irrefrenabile. Attrazione che diviene controllo, sottomissione dell'amato per non doverlo dividere con il mondo.
Anderson esplora così queste due psiche ai limiti della devianza: Reynolds perso nella sua mania, orfano di quella figura genitoriale al solito assente persino quando si fa visione, in grado unicamente di seguire pedissequamente le proprie pulsioni caratteriali sino a chiudersi sovente in sè; Alma ossessionata dall'avere quell'oggetto misterioso che è il suo uomo, divenire parte integrante della sua vita, rivoltarla come un calzino pur di farla propria.
Laddove Anderson va oltre l'eventuale modello fassbinderiano è nella coscienza che i personaggi hanno della reciproca impossibilità di soffrire il carattere altrui. Da qui il compromesso, in un finale eseguito con maestria per celare l'atroce ferocia insita nelle loro azioni.
Se le passioni sono ardenti ed impossibili da sopprimere, la regia le nasconde tra le pieghe di immagini glaciali, dalla geometria sempre ricercata. La bellezza delle immagini, di quel mondo della moda tanto distante nel tempo eppure tanto simile a quello odierno, si fa gelido tessuto che copre ogni calore umano sino a trasformare i personaggi in automi, schiavi di sè stessi. Da qui una compattezza stilistica perfetta, dove ogni sbavatura viene evitata con un'attenzione maniacale, al pari di quella usata dal protagonista nel confezionare i propri abiti.
Anderson crea così un perfetto esempio di melò postmoderno, raffinatissimo e dalla cattiveria inusitata, un altro perfetto tassello in una carriera a dir poco impeccabile.
di Paul Thomas Anderson.
con: Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Harriet Leitch, Dinah Nicholson.
Usa 2017
---CONTIENE SPOILER---
L'amore come controllo e manipolazione, sottomissione ed affabulazione; no, non è uno dei celebri drammi di Rainer Werner Fassbinder, ma l'ultima fatica di un Paul Thomas Anderson, che si conferma artista poliedrico per tematiche e stile. Dopo le forme stroboscopiche di "The Master" ed il caos di "Vizio di Forma", Anderson si cala nelle geometrie di un atelier di moda inglese degli anni '50 per dar vita ad un dramma volutamente freddo e formale, graziato da quella che è probabilmente l'ultima performance del grande Daniel Day-Lewis.
Al centro della vicenda, come ne "Il Petroliere", una figura egomaniaca, Reynolds Woodcock (Lewis), proprietario dell'omonima casa di moda che gestisce coadiuvato unicamente dalla sorella Cyril (Lesley Manville) e che trova nella cameriera Alma (Vicky Krieps) una modella ed amante perfetta.
Una storia semplice, quella di "Phantom Thread", ossia il filo nascosto che permette a sua volta di cucire ogni cosa dentro un abito. Un filo che unisce due esistenze e che ne cela le emozioni, raggelate sino a renderle eteree.
Reynolds è un maniaco del controllo, un uomo che vive in modo meticoloso una routine quotidiana sacrosanta, la cui perfezione è pari solo alla maestria che riversa nel suo lavoro; lavoro per il quale sembra provare l'unica passione smodata della sua esistenza, al punto da non lasciare che delle clienti indegne indossino i suoi abiti.
Alma diviene così un elemento di disturbo, una donna che con le sue esigenze ed il suo carattere più semplice infrange quell'equilibrio ferreo nella vita di Reynolds; da qui le crisi continue, il rincorrersi di due figure quasi antitetiche, che combattono una battaglia caratteriale in nome di un amore totale.
Un amore che ciascuno vive a modo suo. Alma manipolando il marito, ferendolo nel corpo per averlo fisicamente tutto per sè. Reynolds sopportando i modi un pò rozzi ma sempre genuini della moglie. Due amanti agli antipodi, la cui attrazione è per questo irrefrenabile. Attrazione che diviene controllo, sottomissione dell'amato per non doverlo dividere con il mondo.
Anderson esplora così queste due psiche ai limiti della devianza: Reynolds perso nella sua mania, orfano di quella figura genitoriale al solito assente persino quando si fa visione, in grado unicamente di seguire pedissequamente le proprie pulsioni caratteriali sino a chiudersi sovente in sè; Alma ossessionata dall'avere quell'oggetto misterioso che è il suo uomo, divenire parte integrante della sua vita, rivoltarla come un calzino pur di farla propria.
Laddove Anderson va oltre l'eventuale modello fassbinderiano è nella coscienza che i personaggi hanno della reciproca impossibilità di soffrire il carattere altrui. Da qui il compromesso, in un finale eseguito con maestria per celare l'atroce ferocia insita nelle loro azioni.
Se le passioni sono ardenti ed impossibili da sopprimere, la regia le nasconde tra le pieghe di immagini glaciali, dalla geometria sempre ricercata. La bellezza delle immagini, di quel mondo della moda tanto distante nel tempo eppure tanto simile a quello odierno, si fa gelido tessuto che copre ogni calore umano sino a trasformare i personaggi in automi, schiavi di sè stessi. Da qui una compattezza stilistica perfetta, dove ogni sbavatura viene evitata con un'attenzione maniacale, al pari di quella usata dal protagonista nel confezionare i propri abiti.
Anderson crea così un perfetto esempio di melò postmoderno, raffinatissimo e dalla cattiveria inusitata, un altro perfetto tassello in una carriera a dir poco impeccabile.
domenica 25 febbraio 2018
Mute
di Duncan Jones.
con: Alexander Skarsgaard, Paul Rudd, Justin Theroux, Seyneb Saleh, Noel Clarke, Dominic Monaghan, Nikki Lamborn, Anja Kaminski.
Noir/Cyberpunk
Inghilterra, Germania 2018
Un progetto a lungo inseguito, quello di "Mute", che Duncan Jones mise in cantiere già all'indomani dell'uscita del suo esordio "Moon"; un progetto che doveva essere il riscatto di un autore che con "Warcraft" ha fallito nell'avviare un franchise e, ancora prima, nel creare un fantasy credibile.
Un film personalissimo, che Jones dedica ai genitori, in cui torna la figura paterna come martire predestinato, segno del suo rapporto difficile con il padre David Jones, alias David Bowie.
Un'opera che, come purtroppo spesso accade con i progetti più personali ed ambiziosi, scivola verso il baratro del malriuscito, senza mai riuscire a rialzarsi, schiacciata da una mole di ambizioni che restano sempre totalmente inespresse.
Se con "Moon" il punto di riferimento era il "Solaris" di Tarkovsky, in "Mute" Jones segue il tragitto di "Blade Runner" (anche se l'uso di auto d'epoca lo fa somigliare più ad "Innocence- Ghost in the Shell 2"); l'impianto è quello di un noir classico, che richiama alla mente anche il "Frantic" di Polanski: in un futuro cyberpunk, a Berlino, l'amish Leo (Skarsgaard) deve ritrovare l'amata Naadirah (Sayneb Saleh) e nella sua ricerca incrocerà Cactus Bill (un baffutissimo Paul Rudd), medico dell'esercito disertore che cerca con tutti i mezzi di lasciare il paese.
Una trama classica, cui si affianca uno svolgimento del tutto lineare, con un unico e duplice colpo di scena per tenere alta la tensione verso il finale.
L'enfasi viene posta più che altro sui personaggi. Da una parte Bill, sboccato ed irriverente genio della chirurgia, ammanicato con il sottobosco criminale berlinese, in grado di compiere ogni gesto malsano pur di dare un futuro alla propria figlioletta. Assieme a lui, lo stralunato Duck (Theroux), ingegnere della bionica nonchè pedofilo irredento, a formare una strana coppia di folli a spasso per la metropoli distopica.
Se lo spassoso duo Rudd-Theroux regge bene la scena, del tutto fuori luogo si rivela la scelta di Alexander Skarsgaard per il ruolo di Leo; un amish che si lascia tentare dalla modernità pur di ritrovare il grande amore della sua vita, che lo statuario interprete finisce per cementificare in giusto un paio di espressioni, una vera e propria maschera di cera che non riesce a comunicare quelle emozioni che si celano nel profondo del personaggio.
Miscasting a parte, è l'esecuzione della storia a lasciare davvero perplessi.
L'ambientazione futuribile non aggiunge nulla alla trama, anzi non si capisce come mai una storia del genere non sia stata ambientata in epoca contemporanea: tutti i temi che tocca non hanno nulla a che vedere con il cyberpunk o la fantascienza in generale e la scelta si rivela puramente derivativa, giusto per dare un tono ancora più cupo alla vicenda.
Trama che già dopo pochi minuti si rivela esilissima. Dopo una prima parte intimista (la più riuscita), Jones tenta malamente di costruire un mistery accumulando personaggi e situazioni viste e straviste, sino ad una forzatura ridicola quando si tratta di unire la storyline di Leo con quella di Bill: non paga davvero quel punto di giunzione del tutto improbabile, così come ancora più improbabile è tutto l'ultimo atto, con una risoluzione degli eventi a dir poco convenzionale.
Ed anche al di là di uno script fallace, ci si accorge sin da subito come vi sia qualcosa di profondamente sbagliato in "Mute", attribuibile alla produzione targata Netflix: tutto il film ha il look di un episodio di una serie televisiva. La fotografia, pur curata, dona a tutte le immagini le sembianze di un prodotto smaccatamente televisivo, un video a 1080p piuttosto che un lungometraggio che ha mancato la sala solo per questioni distributive, difetto che non avveniva di certo con altre produzioni del colosso dello streaming, su tutte il bel "Okja" di Bong Joon-Oh. E come se non fosse abbastanza, a tratti gli effetti in CGI scadono nel trash, risultano vistosamente finti (come nel caso del robot lap dancer), come se non fossero stati ultimati.
Praticamente nulla risulta riuscito in questo strambo esperimento di sci-fi un pò nostalgica e parecchio derivativa. Un'occasione sprecata, un film piatto, improbabile e freddo che finisce inevitabilmente per scadere nel noioso.
con: Alexander Skarsgaard, Paul Rudd, Justin Theroux, Seyneb Saleh, Noel Clarke, Dominic Monaghan, Nikki Lamborn, Anja Kaminski.
Noir/Cyberpunk
Inghilterra, Germania 2018
Un progetto a lungo inseguito, quello di "Mute", che Duncan Jones mise in cantiere già all'indomani dell'uscita del suo esordio "Moon"; un progetto che doveva essere il riscatto di un autore che con "Warcraft" ha fallito nell'avviare un franchise e, ancora prima, nel creare un fantasy credibile.
Un film personalissimo, che Jones dedica ai genitori, in cui torna la figura paterna come martire predestinato, segno del suo rapporto difficile con il padre David Jones, alias David Bowie.
Un'opera che, come purtroppo spesso accade con i progetti più personali ed ambiziosi, scivola verso il baratro del malriuscito, senza mai riuscire a rialzarsi, schiacciata da una mole di ambizioni che restano sempre totalmente inespresse.
Se con "Moon" il punto di riferimento era il "Solaris" di Tarkovsky, in "Mute" Jones segue il tragitto di "Blade Runner" (anche se l'uso di auto d'epoca lo fa somigliare più ad "Innocence- Ghost in the Shell 2"); l'impianto è quello di un noir classico, che richiama alla mente anche il "Frantic" di Polanski: in un futuro cyberpunk, a Berlino, l'amish Leo (Skarsgaard) deve ritrovare l'amata Naadirah (Sayneb Saleh) e nella sua ricerca incrocerà Cactus Bill (un baffutissimo Paul Rudd), medico dell'esercito disertore che cerca con tutti i mezzi di lasciare il paese.
Una trama classica, cui si affianca uno svolgimento del tutto lineare, con un unico e duplice colpo di scena per tenere alta la tensione verso il finale.
L'enfasi viene posta più che altro sui personaggi. Da una parte Bill, sboccato ed irriverente genio della chirurgia, ammanicato con il sottobosco criminale berlinese, in grado di compiere ogni gesto malsano pur di dare un futuro alla propria figlioletta. Assieme a lui, lo stralunato Duck (Theroux), ingegnere della bionica nonchè pedofilo irredento, a formare una strana coppia di folli a spasso per la metropoli distopica.
Se lo spassoso duo Rudd-Theroux regge bene la scena, del tutto fuori luogo si rivela la scelta di Alexander Skarsgaard per il ruolo di Leo; un amish che si lascia tentare dalla modernità pur di ritrovare il grande amore della sua vita, che lo statuario interprete finisce per cementificare in giusto un paio di espressioni, una vera e propria maschera di cera che non riesce a comunicare quelle emozioni che si celano nel profondo del personaggio.
Miscasting a parte, è l'esecuzione della storia a lasciare davvero perplessi.
L'ambientazione futuribile non aggiunge nulla alla trama, anzi non si capisce come mai una storia del genere non sia stata ambientata in epoca contemporanea: tutti i temi che tocca non hanno nulla a che vedere con il cyberpunk o la fantascienza in generale e la scelta si rivela puramente derivativa, giusto per dare un tono ancora più cupo alla vicenda.
Trama che già dopo pochi minuti si rivela esilissima. Dopo una prima parte intimista (la più riuscita), Jones tenta malamente di costruire un mistery accumulando personaggi e situazioni viste e straviste, sino ad una forzatura ridicola quando si tratta di unire la storyline di Leo con quella di Bill: non paga davvero quel punto di giunzione del tutto improbabile, così come ancora più improbabile è tutto l'ultimo atto, con una risoluzione degli eventi a dir poco convenzionale.
Ed anche al di là di uno script fallace, ci si accorge sin da subito come vi sia qualcosa di profondamente sbagliato in "Mute", attribuibile alla produzione targata Netflix: tutto il film ha il look di un episodio di una serie televisiva. La fotografia, pur curata, dona a tutte le immagini le sembianze di un prodotto smaccatamente televisivo, un video a 1080p piuttosto che un lungometraggio che ha mancato la sala solo per questioni distributive, difetto che non avveniva di certo con altre produzioni del colosso dello streaming, su tutte il bel "Okja" di Bong Joon-Oh. E come se non fosse abbastanza, a tratti gli effetti in CGI scadono nel trash, risultano vistosamente finti (come nel caso del robot lap dancer), come se non fossero stati ultimati.
Praticamente nulla risulta riuscito in questo strambo esperimento di sci-fi un pò nostalgica e parecchio derivativa. Un'occasione sprecata, un film piatto, improbabile e freddo che finisce inevitabilmente per scadere nel noioso.
sabato 24 febbraio 2018
Black Panther
di Ryan Coogler.
com: Chadwick Boseman, Michael B.Jordan, Lupita Nyong'O, Danai Gurira, Martin Freeman, Andy Serkis, Angela Bassett, Forest Whitaker, Daniel Kaluuya.
Azione/Avventura
Usa 2018
Ce ne è voluto di tempo per Pantera Nera (o Black Panther che dir si voglia) per calcare il Grande Schermo; già nei primi anni 2000, Wesley Snipes voleva trasporre il celebre eroe Marvel in un film live-action, sull'onda del successo riscosso dal suo Blade; per non meglio specificati motivi, il progetto non si è mai concretizzato e i fan del personaggio hanno dovuto aspettare la fase 3 dell'UCM per avere un film dedicato al proprio beniamino; se si esclude "Captain America: Civil War", dove il sovrano del Wakanda veniva introdotto come personaggio secondario ma finiva per avere la storyline più riuscita.
Pantera Nera, alias T'Challa, viene creato da Stan Lee e dal Re Jack Kirby nel 1966 ed è il primo vero eroe di colore della storia dei comics ad ottenere una propria testata; non il primo eroe di colore in assoluto, record che spetta a Gabe Jones, membro degli Howling Commandos di Capitan America apparso per la prima volta nel 1963, ma il primo ad essere protagonista assoluto delle proprie avventure. Nel corso degli anni la sua fama verrà surclassata da quella di Luke "Power Man" Cage, ma T'Challa resterà per sempre tra le creazioni più riuscite di casa Marvel.
Merito non solo del carisma del personaggio o del suo status di sovrano e Vendicatore, quanto per il mondo nel quale viene calato, vero e proprio "universo nell'universo". Il Wakanda, stato immaginario dell'Africa centrale, è in realtà la nazione più progredita al mondo, il cui livello tecnologico ed i vasti giacimenti di vibranio le permettono di essere anche tra le più potenti al mondo.
T'Challa si trova così diviso tra le responsabilità di re di una potente nazione, ultimo erede del mantello di Black Panther, protettore della sua terra natia, e membro degli Avengers, con tutte le conseguenze intuibili.
Successo immediato tra i giovani appassionati di comics, Pantera Nera è poi protagonista di un curioso caso di omonimia: appena quattro mesi dopo la sua prima apparizione nelle edicole, il movimento radicale delle Pantere Nere comincia la sua azione violenta per le strade del mondo; Lee e Kirby decidono tuttavia di non ribattezzare in alcun modo il personaggio, per non cedere al clima di violenza del tempo.
Su schermo, Pantera Nera viene trasposto niente meno che dal team dietro il successo inaspettato di "Creed": Ryan Coogler alla regia, sempre sottoposta ai dettami del tirannico Kevin Feige, ovviamente; e Michael B.Jordan nei panni del villain Erik Killmonger, rivale di T'Challa per il ruolo di Pantera Nera. Il risultato è però incredibilmente blando.
Non c'è mai un momento davvero memorabile nella prima avventura di T'Challa al cinema. Non una sequenza d'azione, non una linea di dialogo, nemmeno il confronto con un villain che, in teoria, ha una caratterizzazione interessante.
Killmonger e T'Challa sono protagonisti di uno scontro ideale prima che fisico. Il primo è un reietto, cresciuto ad Oakland, lontano dalle praterie e dalla tecnologia wakandiana, è cosciente della sottomissione del nero da parte dell'uomo bianco e vuole usare la forza del vibranio per avviare una rivolta mondiale. Un rivoluzionario più che un cattivo, il cui rimpianto per la morte precoce del padre ha portato sulla cattiva strada.
T'Challa è anch'egli un figlio privato della figura paterna anzitempo, un re un pò riluttante che preferisce perorare la tradizione isolazionista per proteggere la sua gente, ma che così finisce per essere cieco verso i bisogni del prossimo.
Se la caratterizzazione di Killmonger lo rende su carta un personaggio interessante, il poco screen-time che gli viene dedicato finisce per appiatirlo fino a farlo poggiare sull'adagio del classico villain spaccatutto contrapposto al buono di turno. Per fortuna, Michael B.Jordan riesce lo stesso a donargli il carisma necessario per rendere l'esile storia quantomeno sopportabile.
La regia di Coogler è puramente di servizio, persino quando adopera funambolici piani sequenza digitali per dar vita all'azione. Nonostante le coreografie di buon livello, questa non ha vera suspanse, la drammaticità si perde in tutti i luoghi comuni possibili e non si è mai davvero coinvolti dalla storia di T'Challa e Killmonger, nonostante il fascino dato da una mitologia tribale inedita in un comic movie, che lo rende quasi un blaxploitation per famiglie.
Colpa anche di un'estetica che si appoggia sin troppo alla CGI, anche quando non necessaria; si ha a volte la sensazione di stare guardando un cartone animato piuttosto che un live-action, percezione che azzera definitivamente ogni forma di coinvolgimento.
Nonostante gli sforzi, questa prima trasposizione della creatura di Kirby non graffia: ha un'identità forte, una mitologia inedita, ma una forma estetica e narrativa incolore la rendono del tutto inerte.
com: Chadwick Boseman, Michael B.Jordan, Lupita Nyong'O, Danai Gurira, Martin Freeman, Andy Serkis, Angela Bassett, Forest Whitaker, Daniel Kaluuya.
Azione/Avventura
Usa 2018
Ce ne è voluto di tempo per Pantera Nera (o Black Panther che dir si voglia) per calcare il Grande Schermo; già nei primi anni 2000, Wesley Snipes voleva trasporre il celebre eroe Marvel in un film live-action, sull'onda del successo riscosso dal suo Blade; per non meglio specificati motivi, il progetto non si è mai concretizzato e i fan del personaggio hanno dovuto aspettare la fase 3 dell'UCM per avere un film dedicato al proprio beniamino; se si esclude "Captain America: Civil War", dove il sovrano del Wakanda veniva introdotto come personaggio secondario ma finiva per avere la storyline più riuscita.
Pantera Nera, alias T'Challa, viene creato da Stan Lee e dal Re Jack Kirby nel 1966 ed è il primo vero eroe di colore della storia dei comics ad ottenere una propria testata; non il primo eroe di colore in assoluto, record che spetta a Gabe Jones, membro degli Howling Commandos di Capitan America apparso per la prima volta nel 1963, ma il primo ad essere protagonista assoluto delle proprie avventure. Nel corso degli anni la sua fama verrà surclassata da quella di Luke "Power Man" Cage, ma T'Challa resterà per sempre tra le creazioni più riuscite di casa Marvel.
Merito non solo del carisma del personaggio o del suo status di sovrano e Vendicatore, quanto per il mondo nel quale viene calato, vero e proprio "universo nell'universo". Il Wakanda, stato immaginario dell'Africa centrale, è in realtà la nazione più progredita al mondo, il cui livello tecnologico ed i vasti giacimenti di vibranio le permettono di essere anche tra le più potenti al mondo.
T'Challa si trova così diviso tra le responsabilità di re di una potente nazione, ultimo erede del mantello di Black Panther, protettore della sua terra natia, e membro degli Avengers, con tutte le conseguenze intuibili.
Successo immediato tra i giovani appassionati di comics, Pantera Nera è poi protagonista di un curioso caso di omonimia: appena quattro mesi dopo la sua prima apparizione nelle edicole, il movimento radicale delle Pantere Nere comincia la sua azione violenta per le strade del mondo; Lee e Kirby decidono tuttavia di non ribattezzare in alcun modo il personaggio, per non cedere al clima di violenza del tempo.
Su schermo, Pantera Nera viene trasposto niente meno che dal team dietro il successo inaspettato di "Creed": Ryan Coogler alla regia, sempre sottoposta ai dettami del tirannico Kevin Feige, ovviamente; e Michael B.Jordan nei panni del villain Erik Killmonger, rivale di T'Challa per il ruolo di Pantera Nera. Il risultato è però incredibilmente blando.
Non c'è mai un momento davvero memorabile nella prima avventura di T'Challa al cinema. Non una sequenza d'azione, non una linea di dialogo, nemmeno il confronto con un villain che, in teoria, ha una caratterizzazione interessante.
Killmonger e T'Challa sono protagonisti di uno scontro ideale prima che fisico. Il primo è un reietto, cresciuto ad Oakland, lontano dalle praterie e dalla tecnologia wakandiana, è cosciente della sottomissione del nero da parte dell'uomo bianco e vuole usare la forza del vibranio per avviare una rivolta mondiale. Un rivoluzionario più che un cattivo, il cui rimpianto per la morte precoce del padre ha portato sulla cattiva strada.
T'Challa è anch'egli un figlio privato della figura paterna anzitempo, un re un pò riluttante che preferisce perorare la tradizione isolazionista per proteggere la sua gente, ma che così finisce per essere cieco verso i bisogni del prossimo.
Se la caratterizzazione di Killmonger lo rende su carta un personaggio interessante, il poco screen-time che gli viene dedicato finisce per appiatirlo fino a farlo poggiare sull'adagio del classico villain spaccatutto contrapposto al buono di turno. Per fortuna, Michael B.Jordan riesce lo stesso a donargli il carisma necessario per rendere l'esile storia quantomeno sopportabile.
La regia di Coogler è puramente di servizio, persino quando adopera funambolici piani sequenza digitali per dar vita all'azione. Nonostante le coreografie di buon livello, questa non ha vera suspanse, la drammaticità si perde in tutti i luoghi comuni possibili e non si è mai davvero coinvolti dalla storia di T'Challa e Killmonger, nonostante il fascino dato da una mitologia tribale inedita in un comic movie, che lo rende quasi un blaxploitation per famiglie.
Colpa anche di un'estetica che si appoggia sin troppo alla CGI, anche quando non necessaria; si ha a volte la sensazione di stare guardando un cartone animato piuttosto che un live-action, percezione che azzera definitivamente ogni forma di coinvolgimento.
Nonostante gli sforzi, questa prima trasposizione della creatura di Kirby non graffia: ha un'identità forte, una mitologia inedita, ma una forma estetica e narrativa incolore la rendono del tutto inerte.
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