mercoledì 4 gennaio 2023

Christmas Bloody Christmas

di Joe Begos.

con: Riley Dandy, Sam Delich, Jonah Ray, Dora Madison, Jeff Daniel Phillips, Abraham Berubi, Graham Skipper, Joe Begos.

Horror/Splatter

Usa 2022



















Tra le tradizioni natalizie oramai consolidate, non può di certo mancare quella della pellicola horror tipo, che ogni anno arriva puntuale a speziare con un po' di sano sangue le festività. Quest'anno c'è anche l'imbarazzo della scelta, visto che ad arrivare su schermo c'è anche il piccolo "The Mean One", dove David Howard "Art il Clown" Thornton interpreta una versione trucida del Grinch.
C'è poi Joe Begos, cineasta indie e dalla forte indole retrò, che si sta forse specializzando in merito, visto che già nel 2019 aveva concesso un po' di sangue natalizio in "Bliss" e che quest'anno decide di alzare il tiro con "Christmas Bloody Christmas", dirigendo un horror con un nuovo Babbo Natale assassino; ma l'esito è purtroppo dimenticabile.




Si parte da una premessa non proprio originale: per qualche strano motivo, un androide militare viene riutilizzato come animatronic natalizio da usare nei mall per evitare che il Babbo Bastardo di turno molesti i bambini. Ovviamente le cose non vanno bene, come da copione il robot regredisce alla programmazione originaria e comincia una strage efferata.
L'eco di "Classe 1999" è forte e questo RoboSanta armato di ascia vorrebbe essere una sorta di omaggio al Billy di "Silent Night, Deadly Night", ma la premessa risulta persino più cretina che in "Classe 1999" e tutto il film non ha di certo lo charme del classico slasher di Charles E.Sellier Jr. Sul primo punto si può anche soprassedere, visto che Begos lo introduce in modo quasi parodistico, tramite un finto spot pubblicitario che arriva su schermo dopo quello del regalo dell'anno, ossia un liquore per tutta la famiglia. Sul secondo, purtroppo, ci si deve accontentare.





La strage di questo Babbo Nasale meno simpatico alla fin fine risulta appiattita da una regia che non riesce a trovare la giusta tensione se non nell'ultimo atto. La scelta di costruire le sequenze alternando i primi omicidi con le chiacchere dei due protagonisti finisce per azzerare il coinvolgimento emotivo; i personaggi, pura carne da macello, vengono squartati con gusto, ma poco o nulla viene trasmesso allo spettatore, il quale deve così consolarsi ascoltando la bella colonna sonora, che mischia sapientemente synth e hard rock, o ammirando la bella fotografia, che cassa ogni luce neutra in favore di monocromismi d'antan alla luce nera che violentano gli occhi che è un piacere.




Begos, dal canto suo, si diverte come un matto a immergere il tutto in un'atmosfera vintagexploitation un po' hipster, con i personaggi che si scannano su quale sia il miglior album dei Metallica o quale sia il miglior capitolo di ciascuna serie horror, con tanto di sfanculamento alla Blumhouse e al suo orrido "Black Christmas"; e lo fa con una verve tale che tutti i personaggi sono vestiti all'ultima moda del 1982 e la protagonista lavora in un negozio che vende LP e VHS pur vivendo nel XXI secolo, ma per lo meno ha l'onestà intellettuale di caricare il tutto con la giusta dose di umorismo, stemperando il velleitarismo proprio di tanti altri hipster che usano i dialoghi dei personaggi per statuire le proprie passioni filmiche o musicali. Qui no e anzi si cerca di ridicolizzare persino i gusti della protagonista, la quale adora tutti i capitoli peggiori delle varie serie horror classiche.




Per il resto, purtroppo, non si può certo dire che "Christmas Bloody Christmas" sia un film riuscito, tantomeno memorabile, che, anzi, spesso finisce persino per scadere nella noia, vero peccato mortale per un quello che dovrebbe essere un B-Movie puro e semplice.

lunedì 2 gennaio 2023

Rumore Bianco

White Noise

di Noah Baumbach.

con: Adam Driver, Greta Gerwig, Don Cheadle, Jodie Turner-Smith, André L.Benjamin, Raffey Cassidy, Sam Nivola, Kenneth Lonergan, May Nivola.

Usa, Regno Unito 2022















Don DeLillo è sicuramente tra gli scrittori americani più interessanti della seconda metà del Novecento; dotato di una prosa barocca, sapientemente esasperata da dialoghi densi e ricercati, narra storie che anche a distanza di decenni risultano urgenti, quindi talvolta profetiche. Basti vedere quello che aveva preconizzato già nel 2003 con "Cosmopolis", poi magnificamente portato su schermo da David Cronenberg, con il quale sviscerava in modo freddo e inquietante la deriva post-umana dell'era digitale. E "White Noise" non è certo un'opera da meno, che con la sua riflessione sul rapporto dell'essere umano con il concetto di morte crea uno spaccato la cui vena grottesca amplifica la tragicità intrinseca. E che ora arriva su schermo, purtroppo praticamente solo quello di casa, grazie a Noah Baumbach.




Una storia sulla paranoia, la paura della morte, quella certezza che vive latente nella coscienza di ciascuno ma che si palesa solo a tratti, generando un timore primordiale. Il "rumore bianco" altro non è se non un pensiero che fa da sottofondo costante alla vita, ma anche la preconizzazione di una morte come silenzio assoluto interrotto solo dai rumori dei vivi, che si confondono sino a diventare un unica cacofonia atona.
Jack (incarnato da un Adam Driver camaleontico, che somiglia ad uno Steve Coogan sovrappeso) e famiglia si ritrovano così ad affrontare la coscienza del decadimento fisico. Jack, in particolare, sembra dover confrontarsi costantemente con questa realizzazione. Lui, professore universitario specializzato nella biografia di Adolf Hitler, traccia un paragone esaltato tra l'acclamazione delle "folle oceaniche" ai propri beniamini e le veglie funebri, sottolineando come tra l'apice della vita e il principio della morte non vi sia differenza, il tutto mentre la tragedia inattesa si consuma a pochi kilometri di distanza.



Una tragedia che altro non è se non una parentesi nella vita dei personaggi. Un incidente che sembra uscito da un film di Romero, una "pandemia" ante literam (che Baumbach si diverte a descrivere come un'anticipazione di quella del 2020), che causa morte e distruzione, ma che per fortuna finisce "solo" per acuire la coscienza dei personaggi. La morte, che fino ad allora era rimasta nello sfondo del subcosciente, diventa certezza e il grado di paranoia aumenta esponenzialmente.
Anche Babette (Greta Gerwig) si scopre schiacciata dal peso della paura, da cui la dipendenza dal dylar, farmaco che in teoria dovrebbe alleggerirne gli effetti collaterali, ma che finisce per essere solo l'ennesima "pillola della felicità" ingurgitata automaticamente alla vana ricerca di uno stordimento salvifico. La ricerca di una forma di salvezza dalla coscienza diventa così un imperativo, con tutte le conseguenze possibili.



Ma è davvero realistico pensare di poter eliminare una forma di coscienza del genere? DeLillo sa di no e arriva persino a chiamare in causa la religione, vista come organizzazione necessaria al fine di fornire quantomeno un balsamo per lenire il dolore, anche se non c'è un Dio in cielo e anche se persino i suoi ministri talvolta non credono alla sua esistenza. E anche quando tale istituzione fallisce, è nel rapporto famigliare che si può trovare una fonte di consolazione; perché, se la vita è un gigantesco supermercato/viatico per un altro mondo, ci siamo tutti dentro ed è bene ballarci tutti assieme.



Ma Baumbach è davvero il cineasta più adatto a traslare le pagine di DeLillo su schermo? Forse no.
Il suo entusiasmo per la fonte è forte e avvertibile in ogni scena, con i bellissimi dialoghi magnificamente portati in scena e sapientemente recitati dall'ottimo cast. Ma la mano dell'autore vacilla quando si tratta di dare forma ai risvolti grotteschi della storia, i quali trovano una messa in scena pulita, ma mai dotata di quella forma di beffarda anarchia gli avrebbe resi davvero memorabili. In questo, si avverte davvero l'assenza di un filmmmaker seriamente geniale e follemente cinico, quale potrebbe essere Terry Gilliam o anche il Joe Dante di "Matinee". Nelle loro mani, questo adattamento sarebbe davvero potuto essere memorabile, così com'è è invece solo ben fatto e nulla più.

lunedì 26 dicembre 2022

Una Notte Violenta e Silenziosa

Violent Night

di Tommy Wirkola.

con: David Harbour, John Leguizamo, Leah Brady, Alex Hassell, Beverly D'Angelo, Alexis Louder, Edi Patterson, Brenda Fletcher, Andre Eriksen, Alexander Elliot, Mitra Suri.

Azione/Fantastico

Usa, Canada 2022













Tommy Wirkola è un filmmaker che si compiace delle sue stesse idee bizzarre. Siano esse fatte di nazisti sopravvissuti al '45 rifugiandosi su di una base lunare o Hansel e Gretel sexy cacciatori di streghe, quello che gli interessa è creare storie strampalate per divertirsi come un matto nel portarle in scena, anche se poi i suoi film finiscono per soffrire proprio a causa di un'esecuzione claudicante.
Non fa eccezione "Violent Night", action fantastico con un un Babbo Natale ultraviolento la cui idea di base è anche interessante, ma sviluppata in modo a tratti sonnolento.



Idea che altro non è se non la più classica rielaborazione del canovaccio di "Die Hard", citato anche esplicitamente. Durante la notte della Vigilia, un Babbo Natale disilluso si ritrova suo malgrado bloccato nella casa di una famiglia di ultramilionari durante una rapina in corso. La sua missione, oltre a salvare la pelle, è quella di proteggere la piccola Trudy, che crede ancora nello "spirito natalizio".



E "Die Hard" è per l'appunto il nume tutelare, con le dinamiche tra personaggi ad essere riprese pari pari dal classico di McTiernan. Torna un protagonista stanco anche se sempre letale che ha una linea diretta con un altro personaggio, con il quale si allea per salvare la situazione; un'ambientazione unitaria, data da una villa al posto del grattacielo della Nakatomi; un pugno di rapinatori spietati guidati da un leader carismatico (che qui ha il volto di John Leguizamo). A queste, Wirkola aggiunge un omaggio a "Mamma ho perso l'Aereo", con gli iconici trabocchetti rielaborati in chiave splatter, per aggiungere un po' di pepe al tutto.
Ma la vera identità viene data dalla caratterizzazione dei personaggi. Passi per il Babbo Natale di David Harbour, vero e proprio cliché del "Babbo Bastardo" disilluso e schifato dalla deriva materialista delle feste, certamente non originale e al quale viene persino negata una origin-story completa, finendo per colpire grazie al carisma del suo interprete, la famiglia in ostaggio è un coacervo di "tipi antipatici" che nella sua ansamble trova una sua ragion d'essere, con una figlia volitiva e volgare, un nipote GenZ al quale si vorrebbe davvero far esplodere la testa, un genero attore cretino e un matriarca mostruosa perfettamente incarnata da una rediviva Beverly D'Angelo. Nucleo controbilanciato dai "buoni" genitori di Trudy, tra i quali spicca un Alex Hassell la cui espressività pazza per una volta funziona davvero a dovere.



Wirkola si fa produrre il tutto da David Leitch, la cui passione per le coreografie è evidente, con le scazzottate eseguite come perfetti "balletti sanguinolenti", il cui stile non è però all'altezza di quanto visto in "Nobody" o nella serie su John Wick. 
Quel che affossa la visione è però una parte centrale inutilmente noiosa, dove storia e azione rallentano e vengono ingolfati da dialoghi a tratti inutili. Qui si dimostra di non aver capito la lezione di De Souza nell'imbastire lo script del classico con Bruce Willis: nel momento in cui la tensione della storia principale cala, bisogna bilanciare il tutto con i personaggi secondari; se in "Die Hard" si seguivano anche le vicende del duo di agenti del FBI, le quali tenevano alta la tensione, in "Violent Night" nulla viene dato per mantenere l'attenzione, che inevitabilmente scivola via per una buona mezz'ora.
Il che impedisce in definitiva a questo strambo clone di divenire quel piccolo classico natalizio che pur avrebbe potuto essere.

sabato 24 dicembre 2022

Festa in casa Muppet

The Muppet Christmas Carol

di Brian Henson.

con: i Muppet e Michael Caine.

Animazione/Fantastico/Commedia/Musical

Usa, Regno Unito 1992


















Con oltre trenta adattamenti per il grande e piccolo schermo, è davvero difficile stabilire quale sia la migliore trasposizione de "Il Canto di Natale" in audiovisivo. 
I cinefili più accaniti tendono ad individuarla nell'ancora oggi notevole "Lo Schiavo dell'Oro" del 1951, con un Alistair Sim semplicemente perfetto nel ruolo di Scrooge, ma da qualche anno, c'è una nuova tendenza, forse dovuta anche al ricambio generazionale e alla nuova apertura mentale che esso comporta; tra gli adattamenti più acclamati si profila così quel "Festa in Casa Muppet" che già alla sua uscita in sala ottenne un ottimo riscontro di critica e il cui valore oggi viene in un certo senso riscoperto.
Non bisogna neanche stupirsi di tale preferenza vista poi la sua ottima caratura; e sarebbe davvero facile darne il merito alla sola, strepitosa, performance di Michael Caine, ma per essere precisi è tutta l'opera di adattamento effettuata che risulta incantevole prima ancora che riuscita.




Un progetto che nasce sotto la stella del lutto; non solo quello per la scomparsa di Jim Henson, morto nel 1990 a soli 53 anni, ma anche per quella di Richard Hunt, storico animatore sin dai primissimi anni del Muppet Show, ai quali il film è dedicato. Brian Henson, figlio di Jim, si fa quindi carico oltre che della produzione, come suo solito, anche della regia, esordendo nel ruolo per portare avanti quello che  sarebbe stato un ritorno dei Muppet al cinema dopo quasi otto anni. Riesce poi a trovare un protagonista in Michael Caine, che ottiene la parte al posto di David Warner, cosa in realtà mai sperata: era impensabile che un attore di quel calibro, all'epoca, prendesse parte ad una produzione per bambini. E Caine, si sa, non è un attore qualunque, per questo prese la famosa decisione di preparare il ruolo come se dovesse recitare per la Royal Shakespeare Company, regalando uno dei migliori Scrooge mai apparsi su schermo.




"Festa in casa Muppet" traspone in maniera mirabolante lo spirito del "Canto di Natale". La catarsi di Scrooge è quanto mai cristallina e il fatto che sia mostrata tramite l'interazione con un un gruppo di pupazzi non la rende meno ammaliante, anzi forse ne aumenta il valore magico.
Il "casting" dei Muppet risulta quantomai azzeccato: Kermit, che per una volta cede il posto di protagonista della storia, risulta perfetto nei panni di Cratchit, così come i due vecchi burberi nel ruolo "sdoppiato" di Marley, l'ex socio di Scrooge; la trovata davvero geniale è però quella di includere lo stesso Charles Dickens, "interpretato" da Gonzo, che fa da narratore, cosa che permette di trasporre persino la bella prosa dickensiana su pellicola, poi messa in contrappunto dalle battute di Rizzo il Ratto, qui spalla di Gonzo, il quale aiuta ad alleggerire i toni.




Ed è proprio il lavoro fatto sul tono a stupire; un'unica concessione alla natura di "progetto per bambini" viene data dall'esclusione dei due figli scheletrici del Fantasma del Natale Presente; in compenso, il Fantasma del Natale Futuro risulta sempre inquietante e la sua visione tragica di un futuro funereo non viene alleggerita nemmeno dai due narratori, i quali vengono platealmente fatti uscire di scena per tutta la sequenza.
Perfette anche le rappresentazioni del Fantasma del Natale Passato, forse mai così così etereo, e di quello Presente, dalla paciosità strabordante.




Le canzoni sono come sempre affidate a Paul Williams, che anche qui compone pezzi simpatici e orecchiabili. Purtroppo, la colonna sonora ha ricevuto un colpo basso al montaggio: nella theatrical cut, poi distribuita anche in vhs e messa in streaming sul Disney+ di mezzo mondo, è stata tagliata la scena nella quale il personaggio di Belle intona la bella "When Love is Gone", forse la migliore composizione di tutto il film e la cui partitura è usata anche come tema nell'ultimo atto. Il che non solo priva il pubblico di una scena toccante, ma rende anche incompleta la simmetria del racconto: quando Scrooge siede al tavolo dei Cratchit al pranzo di Natale, intona infatti "When Love is Found", chiudendo il cerchio con il proprio passato. Ad oggi, l'edizione integrale del film è visionabile purtroppo solo sulla versione americana di Disney+, ma fortunatamente anche nella sua versione monca il film funziona a dovere.



Tanto che, tra una canzone cordiale e una battuta di spirito, tra la magnifica freddezza di Caine e l'irresistibile carica di simpatia dei Muppet, "Festa in casa Muppet" merita davvero di essere considerato come una delle migliori trasposizioni di Dickens mai apparse su schermo.

mercoledì 21 dicembre 2022

R.I.P. Mike Hodges



 1932 - 2022

Il nome di Mike Hodges resterà indelebilmente legato al cultissimo "Flash Gordon", ma bisognerebbe ricordarlo più per gli exploit hard boiled, primo fra tutti l'imprescindibile "Get Carter", prova di un talento davvero non comune forse mai davvero sfruttato a pieno.

martedì 20 dicembre 2022

Avatar- La Via dell'Acqua

Avatar: The Way of Water

di James Cameron.

con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Britain Dalton, Jack Champion, Jamie Flatters, Kate Winslet, Cliff Curtis, Joel David Moore, CCH Punder, Edie Falco, Brendan Cowell,Trinity Jo-Li Bliss.

Fantascienza/Animazione

Usa 2022







Tredici anni dopo il primo viaggio su Pandora, James Cameron torna dall'oblio filmico per ridare forma a quei paesaggi, per riportare su schermo la sua fascinazione per i fondali oceanici, la sua ossessione per la tecnologia, la sua passione ecologista (vera o di riporto che sia) e l'innata tematica su come la tecnologia cambi l'essere organico. 
Un nuovo kolossal in CGI, un nuovo blockbuster da 350 e oltre milioni di dollari, una nuova frontiera per gli effetti visivi, che ora arrivano davvero alla perfezione; ma "La Via dell'Acqua" non è un sequel, quanto una sorta di "Avatar al quadrato", dove tutto è più grande, più ricercato, più intimo, eppure incredibilmente uguale al primo film.



Su Pandora le cose sembrano essersi stabilizzate. Jake Sully (Warthington), ora capo tribù, e Neytiri (Zoe Saldana) hanno creato una propria famiglia, con tre figli, il primogenito Neteyam (Flatters), l'indomito Lo'Ak (Dalton) e la piccola Tuk (Trinity Jo-Li Bliss), ai quali si è aggiunta Kiri (Sigourney Weaver), giovane nata misteriosamente dall'avatar della dottoressa Augustine. Ma le cose belle non durano: dal cielo tornano i Terrestri e, tempo un anno, la guerra di conquista ricomincia. Il che porta Jake e famiglia a lasciare la propria tribù e trasferirsi presso i Metkayina, fiero popolo Na'vi che vive in simbiosi con il mare.



Tutto cambia, tutto è uguale. Anche troppo. Torna Quaritch a fare da supercattivo, ora rinato come clone Na'vi. Torna la fierezza di un popolo indigeno, con i Maori alieni a sostituire i Nativi Americani pandoriani e Cliff Curtis a strappare il ruolo di capo a Wes Studi, solo per ritrovare praticamente le medesime dinamiche del primo film. E se inizialmente la nuova invasione sembra essere giustificata dalla necessità per gli umani di trovare un nuovo pianeta abitabile, alla fine del primo atto Cameron reintroduce a forza l'elemento dello sfruttamento ambientale, con il liquido cerebrale dei tulkun, vero e proprio elisir di lunga vita, che sostituisce l'unobtanium e avvicina maggiormente il mondo di Cameron a quello di Frank Herbert, giusto per far capire al pubblico che va comunque bene odiare gli invasori.
Ma la pigrizia della scrittura non si ferma al riciclo delle idee di base, con un intero secondo atto che è praticamente la fotocopia di quanto visto nel primo film.



Cambiano i tempi, cambia la generazione. I figli di Jake sono ora al centro della narrazione, con un primogenito coraggioso e un secondogenito scapestrato ma dal cuore grande. L'arrivo nella nuova tribù reinnesca praticamente il medesimo meccanismo di conoscenza del mondo visto nel primo film, questa volta dal punto di vista di Lo'Ak; appena arrivato sul posto, si innamora della bella figlia del capo, impara a cavalcare le bestie da soma, questa volta anfibie anzicché semplici volatili, si scontra con l'intolleranza di alcuni membri locali e finisce per domare una delle bestie sacre.. tutto suo padre, tutto già visto, tutti riciclato perché alla fin fine a Cameron non importa nulla dei Na'vi, di Jakesully e prole assortita, gli importa solo ricreare nel modo più spettacolare possibile le meraviglie dei fondali marini, aggiungendo questa volta vera acqua al posto della semplice terra.
Il cuore de "La Via dell'Acqua" non è sito nella tematica famigliare, nel messaggio ecologista, nello sbalorditivo performing capture, tantomeno nelle sequenze di lotta o fuga, quanto nelle scampagnate acquatiche, nelle lunghe scene di subacquee con le quali Cameron ci accompagna in quel mondo nel mondo che tanto lo affascina e che qui rivive in modo ancora più spettacolare. Il che porta ad un quesito forte: perché ricreare il tutto in CGI?



Perché spendere l'equivalente del PIL di una nazione per creare paesaggio tranquillamente esistenti sul nostro pianeta? Se nel primo film la creazione da zero del mondo di Pandora trovava la sua ragione d'essere in quell'estetica tanto familiare quanto aliena e in quei paesaggi impossibili, ora non c'è davvero nulla che non potrebbe trovare  un equivalente terrestre, sia sulla terra che sott'acqua, tanto che il buon Cameron ber avrebbe potuto optare per un vero e proprio ibrido tra live-action e animazione, limitandosi a intensificare la carica spettacolare di veri paesaggi per renderli davvero extraterrestri. E qui si potrebbero citare autori quali Herzog, Tarkovsky e Malick e la loro capacità di trasformare luoghi familiari in qualcosa di incredibilmente "altro" (come in "Stalker" e "The Far Blue Yonder"), ma si riuscirebbe a vincere già solo riguardando le immagini che Louis Malle catturava sott'acqua per Jacques Cousteau quasi cento anni fa.
Cameron preferisce creare tutto da zero, costringere gli attori a girare il tutto in vasche piene d'acqua contro green-screen all'interno di volume addobbati con solo qualche elemento scenografico fisico e spendere fior fiori di milioni per un risultato si spettacolare, ma anche inutilmente costoso. Quanto poi all'effettivo valore delle immagini di "La Via dell'Acqua", si pone lo stesso problema che, ancora, aveva già il primo film.




Laddove il loro valore estetico è innegabile e qui trova una caratura ulteriore in una perizia tecnica che ha dello sbalorditivo, facendo raggiungere vette inusitate di fotorealismo (soprattutto nelle animazioni dei personaggi, dalla naturalezza sbalorditiva), ci si accorge subito di come lo stile delle stesse sia alquanto anonimo. Non c'è la ricerca di una composizione del quadro davvero efficace, non c'è la volontà di sperimentare movimenti di macchina impossibili da ottenere dal vivo (e in questo, è Spielberg ad essere ancora un maestro con il suo "Le Avventure di TinTin"); ogni singola inquadratura è ai limiti del secco, quasi del minimale, tanto che non c'è nulla che le differenzi da quelle di qualsiasi altro kolossal hollywoodiano degli ultimi trent'anni. Le uniche trovate che restano nella memoria sono la soggettiva di Payakan e l'immagine di lui e Lo'Ak che si "stringono la mano", davvero troppo poco. 
E un paragone è qui d'obbligo: per capire l'occasione sprecata, basti vedere quanto fatto da Denis Villeneuve con il suo "Dune", il quale, con la metà del budget, effetti speciali in parte analogici e scenografie naturali, è riuscito a creare un'esperienza visiva decisamente più impressionante.
Torna quindi, più prepotente che mai, il quesito se questo sia ancora cinema, ma questa volta una risposta sembra essere chiara: no, questa è animazione tout-court e non c'è nulla che differenzi il lavoro di Cameron da quello che Ralph Bakshi già faceva negli anni '70, se non l'uso della tecnologia tridimensionale al posto dell'animazione classica e le ovvie differenze di capitali da investire.




"La Via dell'Acqua" ha però anche qualche merito, persino nella pur minimale scrittura. Si opta per una storia più piccola, con al centro una famiglia e le sue idiosincrasie e il rapporto paterno ad essere un tema centrale; e si concede persino una forma di profondità al personaggio di Quaritch, ora anche lui padre. Ma poi Cameron, impaurito che un minimo di complessità possa spaventare il grande pubblico, decide lo stesso di infialare un altro "nazicattivo" con il cacciatore di balene, talmente monodimensionale da essere una caricatura.
L'impegno ecologista trova finalmente una corretta rappresentazione nella scena della caccia alle balene, decisamente più drammatica dell'attacco all'albero visto del primo film e che riesce davvero a trasmettere tutto l'orrore insito in un atto del genere.
La tematica spirituale, sempre blanda e ai limiti del ridicolo, trova anch'essa una rappresentazione più adeguata nella litania sull'acqua, vera e propria "cavolata new age" che però nel contesto del film funziona a dovere.
In generale, tutto l'impianto narrativo, per quanto basilare, derivativo e manieristico, risulta meno tedioso che in passato e, pur oltrepassando le tre ore di durata, questo sequel riesce a non annoiare quasi mai.
Certo è che quando in quel finale Cameron decide di rifare "Titanic" in un contesto estetico che sembra uscito dall'ultimo atto di "Terminator 2- Il Giorno del Giudizio", la volontà si disvela ulteriormente, ossia quella di creare un atto di puro onanismo che non concede nulla di davvero solido, solo tanto compiacimento nella messa in scena.




Il luogo comune secondo il quale "Avatar" sia una spettacolo del tutto vuoto è così ora più vero che mai. Come al solito, chi ha amato il primo film impazzirà anche per questo sequel, chi cerca vera sostanza, sia narrativa che cinematografica, faticherà persino a riconoscere quel giovane artista che tante emozioni aveva saputo regalare in passato, qui presente solo per la sua capacità di creare un'estetica vincente e nulla più.

lunedì 19 dicembre 2022

Emancipation- Oltre la Libertà

Emancipation

di Antoine Fuqua.

con: Will Smith, Ben Foster, Charmaine Bingwa, Gilbert Owuor, Ronnie Gene Blevins, Mustafa Shakir, Aaron Moten, Steven Ogg.

Storico/Drammatico

Usa 2022















Se "Emancipation" fosse stato prodotto negli anni '90 (ossia anni prima di "12 Anni Schiavo"), forse lo si sarebbe accolto come un piccolo capolavoro e Will Smith avrebbe persino preso quell'Oscar che invece l'Accademy ha dovuto concedergli per quella cretinata di "King Richard".  Questo perché l'ultima fatica di Apple+ è un film vecchio nella scrittura, oltre che ridondante nei contenuti, vista la sovraesposizione di storie del genere in quella Hollywood moderna la quale è definitivamente convinta che la "questione nera" non sia mai stata affrontata davvero nell'intera storia del cinema ed è al contempo cosciente di come prodotti del genere assicurino premi e riconoscimenti vari, visti anche gli squallidi regolamenti dei concorsi e delle cerimonie, che oramai premiano solo l'inclusivismo un tanto al chilo e l'impegno di pura facciata.
E il tutto è, come sempre, un grosso peccato, visto che la storia di Peter il Fustigato (in realtà chiamato Gordon), volto e corpo degli orrori dello schiavismo americano, avrebbe meritato davvero un'opera più solida e meno convenzionale.



Nel 1863, mentre la Guerra di Secessione infuria, Abraham Lincoln, prossimo alla scadenza del mandato presidenziale, emana un editto di emancipazione degli schiavi: la popolazione di origine africana segregata negli stati del sud è ora libera, anche se solo formalmente. 
In Louisiana, lo schiavo Peter (Smith), di origine haitiana e padre di famiglia, viene ceduto dal padrone all'esercito confederato e allontanato così dal nucleo famigliare.
Giunto ai limiti del fronte, Peter viene a sapere del proclama presidenziale e decide di scappare verso Baton Rouge, dove è accampato l'esercito dell'Unione. Sulle sue tracce si mette il feroce "cacciatore di negri" Jim Fossel (Ben Foster).


La costruzione della storia è quanto di più banale ci si possa aspettare, a partire dalla caratterizzazione di Peter, forte credente la cui fede in Dio non vacilla praticamente mai, rientrando nell'archetipo dell'eroe amicano vecchia scuola. Quella di Fossel, vero e proprio villain, rientra nello stereotipo del cattivo razzista fatto e finito e persino quando la sua indole intollerante dovrebbe trovare una forma di razionalizzazione, si preferisce glissare e confermare il fatto che il suo odio è illimitato e quasi innato, concedendo una forma di blando approfondimento solo quando si iscrive il suo comportamento nell'educazione impostagli per via paterna; al bando ogni forma di vera contestualizzazione storica, ogni richiamo alle follie sociologiche, scientifiche e giuridiche ottocentesche e alle forme di economia del sud degli Stati Uniti, la piattezza aiuta forse l'immedesimazione di quel pubblico di faciloni che solitamente viene preso di mira da produzioni del genere, preferendo il sensazionalismo alla buona narrazione.



Narrazione che inoltre non risparmia altri luoghi comuni, dalla sopravvivenza superomistica di Peter, il quale arriva persino a sconfiggere un alligatore a mani nude, al monologo ispiratore prima della battaglia utile a spiegare ai più distratti lo spirito indomito e indistruttibile del protagonista. Tutto già fatto, tutto già visto, tutto che sembra uscita da quel cinema spettacolare e impegnato di venti o trenta anni fa, quando aveva davvero motivo di esistere e forse risultava persino fresco ed efficace.
Come se non bastasse, si decide anche di dare spazio alla figura della moglie di Peter, con una sottotrama che non solo non aggiunge nulla di davvero sostanziale alla storia, ma finisce anche per spezzare malamente quella tensione che la storia deve trasmettere, disvelandosi come un semplice pretesto per dare spazio ad un personaggio femminile.



Antoine Fuqua, dal canto suo, è un regista il cui curriculum presenta prove che vanno dal buono all'inguardabile e qui si sforza di creare immagini spettacolari, senza però riuscire mai davvero a stupire, abusando di ralenty e di quel drone pazzo che oramai sembra essere diventato un must nelle grandi produzioni. Di certo, non è assistito dalla fotografia di Robert Richardson, che si limita clamorosamente a desaturare i colori al massino per poi alternare una monocromia che non riesce mai a conferire alle immagini l'eleganza ricercata. E su tutto, vige una forma di insistenza sulla violenza che la rende compiaciuta, ma mai davvero scioccante, persino quando su schermo appaiono le teste mozzate degli schiavi disobbedienti.




"Emancipation" non è certo un brutto film e anzi troverebbe una sua ragion d'essere come pellicola didascalica per formare i più giovani agli orrori dello schiavismo, ma come film di denuncia e rielaborazione storica paga lo scotto di un'esecuzione convenzionale, priva di originalità e veri guizzi artistici, divenendo presto esangue e alla fin fine inerme. Resta comunque l'ottima prova di Will Smith, che tra una sfilata glamour e uno schiaffo utile solo a far alzare i riflettori, si ricorda di essere ancora un attore vero e proprio.