lunedì 10 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Indiana Jones and the dial of destiny

di James Mangold.

con: Harrison Ford, Phoebe Waller-Bridge, Mads Mikkelsen, Boyd Holbrook, Ethann Isidore, John Rhys-Davies, Antonio Banderas, Toby Jones, Olivier Richters, Shaunette Reneé Wilson, Thomas Kretschmann.

Avventura/Azione/Fantastico

Usa 2023












Chissà se i fan di Indiana  Jones avranno il coraggio di dire che questo "Il Quadrante del Destino" è più brutto de "Il Regno del Teschio di Cristallo" e che la Disney ora ha rovinato anche questa serie dopo "Star Wars".
Perché l'andazzo oramai è questo: George Lucas crea qualcosa di bello con il quale più di una generazione cresce e al quale si affeziona visceralmente, poi lo distrugge, chi lo ha amato è arrabbiato, salvo poi spostare la sua rabbia verso altro e rivalutare il brutto, che per magia diventa bello solo perché qualcun altro ha creato un prodotto con lo stesso marchio il quale ha deluso le aspettative. Non conta, infatti, che "Gli Ultimi Jedi" e l'intera serie di prodotti targati Disney a tema "Star Wars" siano belli o brutti, quel che conta davvero è che si siano discostati da quanto i fan si aspettavano, dunque vanno distrutti. E per converso, seppur in un'azione del tutto priva di logica, la trilogia prequel, che per una quindicina d'anni abbondante è stata massacrata in tutti i modi possibili e immaginabili, ora è in realtà più bella di qualsiasi altra cosa venuta dopo.
"Il Quadrante del Destino", per sua fortuna, non è più brutto del film che lo ha preceduto, benché abbia i suoi difetti; e se anche lo fosse stato sarebbe stato altresì memorabile, perché ci vuole davvero una maestria fuori dal comune per creare qualcosa di più brutto di uno dei film più brutti mai prodotti ad Hollywood. Ma questo ovviamente non fermerà chi vuole criticarlo per il solo gusto di farlo, tantomeno costituirà un motivo valido per non rivalutare il capitolo precedente.
Tutti gli altri spettatori si consolino pure: Indy ora può uscire di scena con dignità.



E' il 1969 e l'uomo è appena tornato dalla luna. Indiana Jones impartisce un'ultima lezione universitaria ad uno svogliato gruppo di studenti e va finalmente in pensione. Ma dal passato torna Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), sua figlioccia, la quale lo coarta in un'ultima avventura: la ricerca del quadrante di Archimede, che si dice possa individuare varchi nel tessuto temporale.




Indiana Jones è ormai vecchio. Di anni ne ha più di settanta e durante le riprese Harrison Ford ne ha compiuti ben ottanta, i quali, pur portati da Dio, si fanno sentire sia per il personaggio che per l'interprete. 
Indy è un uomo che ha fatto il suo tempo: non più archeologo smargiasso, non più agente CIA contro il Pericolo Rosso e neanche più buon padre di famiglia, con il divorzio da Marion lì sul tavolo a ricordargli come il meglio della vita sia alle spalle.
Come lui, anche la sua nemesi di turno, l'ex nazista Voller di Mad Mikkelsen, è il relitto di un'era passata, il quale però è pur riuscito a trovare una forma di trionfo finale come ingegnere aerospaziale (praticamente una versione fittizia di Wernher von Braun) in un mondo dove sono gli eroi ad essere dimenticati.
"Il Quadrante del Destino" vorrebbe quindi essere anche questo, ossia un film sul tempo, sulla necessità per un pugno di personaggi da esso sconfitti di trovare una forma di rivincita, solo per poi accettare l'inevitabilità del fato e cercare di carpire e capire il meglio della vita che hanno vissuto. Tematica che trova i suoi elementi in una serie di simboli e rimandi costanti, ma che non viene mai davvero enfatizzata, facendo perdere alla narrazione gran parte del suo mordente.
Colpa, forse, delle varie riscritture, operate da ben tre sceneggiatori, tra i quali figura persino quel David Koepp che non era riuscito a tenere le redini de "Il Regno del Teschio di Cristallo".




Più simpatico è invece il lavoro sui personaggi. Laddove Indy è un uomo fuori tempo massimo, ex esploratore un tempo cinico e ora fin troppo scafato, la figlioccia Helena è una giovane donna assetata di soldi, un personaggio che resta volutamente ai limiti dello sgradevole per quasi tutto il film, rivelando un lato umano solo verso la fine, una vera e propria eccezione all'interno di un panorama hollywoodiano dove tutti i personaggi femminili devono necessariemente essere santi guerrieri.
Più blanda è invece la caratterizzazione di Voller, che alla fine diventa praticamente una fotocopia del  Walter Donovan de "L'Ultima Crociata",vivendo solo del carisma di Mads Mikkelsen.




Con la tematica della vecchiaia e del tempo che scorre inesorabile, è strano che non si sia deciso di puntare sulla nostalgia spicciola; e forse in una stesura precedente dello script un elemento del genere era anche presente, ma fortunatamente su schermo tutti i rimandi al passato risultano contenuti, quasi invisibili. Tornano gli insetti da "Il Tempio Maledetto", in una piccola scena messa in mezzo per speziare le cose. E il giovane aspirante pilota Teddy (Ethann Isidore) sembra sempre in procinto di diventare un nuovo Short Round, ma per fortuna finisce per restare ancorato ad un suo ruolo specifico. Gli eventi del film precedente divengono parte integrante della caratterizzazione del protagonista, soprattutto il rapporto con il figlio Mutt, il quale pur resta sempre relegato fuori scena. Persino il fatto che i nemici siano nuovamente i Nazisti non viene venduto come un ritorno alle origini e trova piena giustificazione nel periodo storico in cui il film viene ambientato.
Anche quando i personaggi dei film precedenti tornano in scena, come accade con Sallah, questi finiscono per avere un ruolo preciso negli eventi, non sono mai un semplice mezzo per stuzzicare l'emotività del pubblico.
Tutta la nostalgia, di conseguenza, viene lasciata negli occhi e nella mente dello spettatore, senza cercare di ricattarlo con riferimenti e easter egg inutili.




Per il resto, "Indiana Jones e il Quadrante del Destino" è un pop-corn movie riuscito, ma dove nulla eccelle davvero.
Il problema principale è insito nella scelta del regista, quel James Mangold che ovviamente non ha lo smalto del miglior Spielberg e che è chiamato a dirigere il tutto in modo pulito e senza fronzoli. Non c'è vera originalità in questa quinta avventura di Indy neanche quando si devia dalla formula, con un climax che può essere considerato originale anche tenendo conto dell'UFO transdimensionale visto nel quarto film e un'esplorazione subacquea che prende il posto della canonica tomba dimenticata.
Mangold non prova neanche a creare qualcosa di davvero originale e si adatta su tutti i cliché della serie (tranne quelli horror, oramai circoscritti al solo secondo film); grande spazio agli inseguimenti, con una cold open (che per una volta è un prologo vero e proprio) ben congegnata, dove la CGI usata al posto dei set reali riesce a non infastidire e gli effetti di de-aging su Harrison Ford a tratti sono davvero stupefacenti, una fuga per le strade di New York che ricorda "True Lies", oltre all'inseguimento in tuc tuc per le strade di Tangeri a metà film che fa davvero da leone. 
Tutto è condotto con mestiere e professionalità, ma nulla finisce per colpire davvero.



La quinta avventura del dr. Jones al cinema è così un film mediocre, ma altamente dignitoso. Un exploit che fa dimenticare in parte gli orrori de "Il Regno del Teschio di Cristallo" e ridà una parte di dignità perduta alla serie. Non ai livelli della trilogia originaria, ma meglio di un buon 90% di tutti gli epigoni mai prodotti.

mercoledì 5 luglio 2023

I Cavalieri dello Zodiaco

Knights of the Zodiac

di Tomek Baginski.

con: Mackenyu, Madison Iseman, Diego Tinoco, Famke Jenssen, Sean Bean, Mark Dacascos, Caitlin Hutson, Nick Stahl, T.J. Storm, David Torok.

Fantastico/Azione

Usa, Giappone, Ungheria 2023











Chissà cosa ha davvero spinto la Toei a produrre questo adattamento live-action del 
"Saint Seiya" di Masami Kurumada; di sicuro non la volontà di creare un blockbuster, visto il budget miserevole stanziato; tantomeno quello di rivendere un marchio collaudato, visto che arriva a neanche dieci anni di distanza dal cocente flop di "La Leggenda del Grande Tempio". Forse si tratta della più bieca manovra speculativa, ossia la volontà di avere un grosso ritorno economico sulla base di un minimo investimento, basandosi più che altro sulla larghezza di un fandom che invece non ha (saggiamente) abboccato, disertando le sale e evitando i relativi blu-ray.
Fatto sta che questo "Knights of the Zodiac" rientra appieno nel filone degli adattamenti occidentali di franchise nipponici, rappresentando di certo non il peggiore exploit, ma neanche uno dei migliori, configurandosi come un film più sbagliato che brutto e per questo del tutto dimenticabile.



La trama è presto detta e ricopre la primissima parte del manga: Seiya (Mackenyu, oramai specializzatosi nell'incarnare personaggi anime) deve reclamare l'amatura di Pegasus e difendere la reincarnazione della dea Athena Saori, qui ribattezzata Sienna (Madison Iseman), dai loschi piani di Vander Guraad (Famke Jenssen), la quale è coadiuvata dal Saint reietto Nero (Diego Tinoco), portatore dell'armatura di Phoenix.
Adattamento che riprende parte di quanto fatto dalla brutta serie in CGI prodotta da Netflix (e giustamente cassata dopo un'unica stagione), con l'introduzione del personaggio di Guraad, sorta di villain che chissà per quale motivo sostituisce anche qui il Gran Sacerdote e che con una stramba operazione di gender bender ha ora il volto della sempre bella Famke Jenssen. Ikki di Phoenix, d'altro canto, viene ispanicizzato per ragioni ancora più oscure, forse per evitare di avere anche un cattivo asiatico, e diventa Nero, qui mero braccio violento di una cattiva senz'anima.




Il difetto cardine di tutta l'operazione (e non l'unico) è il budget troppo basso per un film del genere. Per motivi di soldi i combattimenti sono ridotti all'osso e l'unico vero scontro tra Saint è quello finale tra Pegasus e Phoenix. Per dare corpo a quello che è sostanzialmente un action ad ambientazione fantastica ecco dunque arrivare l'immancabile sequenza di addestramento e l'ancora più immancabile scena d'apertura con un combattimento clandestino. Quel che fa strano è vedere come a combattere nell'arena di un club underground ci sia Cassios, il rivale di Seiya per l'armatura, che qui è un semplice combattente che vuole sconfiggere il ragazzo perché... non ha finito un combattimento. E fa ancora più strano vedere nei panni dell'ex gigante quel Nick Stahl che ora può purtroppo essere annoverato tra le più grandi promesse mancate di Hollywood. E fa decisamente più strano vedere Mark Dacascos sprecato nei panni del maggiordomo Mylock. Per non parlare, da ultimo, del gigantesco T.J. Storm nei panni di un personaggio accreditato come Docrates, nel manga il titanico cavaliere di Heracles, qui ridotto ad un semplice tizio a caso che passa tutto il tempo legato ai ceppi.
I pochi soldi impediscono persino di mostrare tutti i personaggi principali: non c'è traccia alcuna degli altri tre cavalieri di bronzo Shiryu, Shun e Hyoga, mai neanche nominati (solo l'armatura di Andromeda appare di squincio in un arazzo). E persino la storia di Phoenix, della sua ricerca personale, del perché voglia l'armatura d'oro del sagittario e perché abbia davvero tradito Athena non trovano risoluzione alcuna, neanche accennata, forse nella speranza di un sequel o forse per risparmiare persino sui dialoghi e sui flashback.
Alla fine tutta l'operazione finisce per ricordare quel "Street Fighter- La Leggenda di Chun-Li", che pure adattava al cinema una serie basata sui combattimenti tra personaggi pittoreschi azzerando la componente spettacolare, appiattendo la componente fantasiosa e riportando tutto nelle coordinate di una sorta di realismo che finiva per rendere la visione insipida.



Quando "Knights of the Zodiac" può permettersi di mostrare qualcosa di originale e di legato al manga, i limiti sono quelli che sono, con una CGI vetusta e un reparto costumi che (tolte le quattro armature che si vedono su schermo) tende al risparmio anche nel design, tanto che in queste poche e sparute scene sembra di assistere invece ad una specie di "Guyver" di Brian Yuzna (il primo film, ovviamente) con i Saint al posto dei zoanoidi. Il design dei Black Saint, qui dei semplici cyborg, è a dir poco anonimo e cozza con il bel lavoro svolto sulle armature dei Saint, che per quanto possa non piacere svecchia un design originale che in live-action difficilmente avrebbe funzionato.
La regia di Tomek Baginski è di stampo televisivo (non per nulla viene dalle serie in streaming, su tutte quella di "The Witcher), si affida a tutti cliché moderni e arriva persino a filmare un inseguimento automobilistico in CGI che fa tornare alla mente alcuni orrori che si speravano essere stati sepolti alla fine degli anni '00 e che invece di tanto in tanto ritorno con vendetta. In generale il suo stile funziona, anche se azzarda un montaggio troppo spezzato che a tratti non rende giustizia al fluire dell'azione e della narrazione.




Cosa resta alla fine di questo "Knights of the Zodiac"? Poco o nulla. Buona parte del cast è azzeccato (Mackenyu e Diego Tinoco su tutti) e i vecchi leoni Sean Bean e Famke Jenssen dimostrano professionalità pur se incastrati in ruoli monodimensionali in una produzione poverissima. Per il resto resta davvero sul dubbio il perché di un film del genere, che ha poco da dire e finisce per dirlo anche male, intrattiene senza coinvolgere, non stupisce e non rende giustizia al lascito di "Saint Seiya", che pur avrebbe del potenziale su grande schermo. E' vero che a livello di adattamenti occidentali di manga si è visto molto di peggio ("Dragonball Evolution" su tutti), ma quella qui dimostrata è una mediocrità assoluta e irredimibile.

lunedì 3 luglio 2023

Decision to Leave

Heojil kyolshim

di Park Chan-Wook.

con: Park Hae-Il, Tang Wei, Lee Jung-Hyun, Go Kyung-Pyo, Kim Shin-Young, Jung Younk Sook, Teo Yoo, Jeong Min Park, Seo Hyun-Woo, Yung Yi-Seo, Lee Hak-Joo.

Corea del Sud 2022
















---CONTIENE SPOILER---

Quando, nei primi anni 2000, il nome di Park Chan-Wook iniziò ad affacciarsi ai festival internazionali, si cominciò a parlare di "Nouvelle Vague Coreana" per indicare quel nugolo di autori sudcoreani che portava avanti le istanze di un cinema autoriale di grande impatto artistico ed emotivo, spesso caratterizzato dalla eterogeneità dei registri sapientemente mischiati. Autori poi divenuti celebri come Bong Joon-Ho, Kim Jae-Woon e quel Kim Ki-Duk che in realtà si era già affermato da qualche anno, riuscirono a portare sul piano internazionale l'interesse per una cinematografia nazionale fino ad allora per lo più ignorata.
E Park Chan-Wook, con la sua celeberrima "Trilogia della Vendetta", ha incarnato l'aspetto più popolare (e in parte pop) del filone, ma ovviamente identificare tutta la sua opera con questa celeberrima triade di film sarebbe riduttivo, poiché il suo cinema è ancora più profondo e sfaccettato di quanto si possa credere guardando anche solo quei tre capolavori. Come dimostra, da ultimo, "Decision to Leave".



Busan. Jang Hae-Joon (Park Hae-Il) è un capo ispettore della polizia dal forte senso del dovere. Le cose cambiano quando incontra la bella Song Seo-Rae (Tang Wei),  giovane immigrata cinese il cui marito sembra essere morto accidentalmente, ma la quale pare nascondere qualche segreto.
Park riesce a fondere, come da tradizione, tracce e registri, unendo una love-story da noir ad un poliziesco vero e proprio, iniettando a tratti forti dosi di umorismo. La narrazione regge benissimo, complice anche il suo stile virtuosistico che qui trova una nuova vetta nell'uso delle proiezioni mentali del protagonista. Ma è tutto il lavoro sui personaggi che rende "Decision to Leave" il capo d'opera che è.



Jang Hae-Joon è un uomo che ha il controllo della sua vita; o che almeno crede di avere. Poliziotto indefesso e amante del suo lavoro sino all'ossessione e marito affiatato, vive una doppia vita che lo appaga e che contemporaneamente lo sfianca, con l'insonnia come avvisaglia di un malessere celato nel profondo.
Song Seo-Rae è una donna bellissima e provata da una vita difficile. Immigrata giunta in Corea del Sud dopo un naufragio che l'ha ridotta in fin di vita, subisce le violenze di un compagno possessivo e porta sulla coscienza l'eutanasia della madre, che cerca di somatizzare tramite il lavoro come badante.
Il loro incontro è casuale, l'amore che finisce per legarli molto di meno.




All'inizio è Jang Hae-Joon a provare attrazione per Song, colpito dalla sua bellezza e dalla sua fragilità. Si insinua nella sua vita con la scusa dell'indagine, ne carpisce abitudini ed emozioni che poi usa a suo vantaggio per restare con lei. Ma nella seconda parte i termini del rapporto si invertono: laddove Song poteva inizialmente rientrare nell'archetipo della femme fatale, con la storia dell'omicidio del compagno e della manipolazione del poliziotto innamorato che affondano le loro radici nella più pura tradizione del noir classico (ricordando in parte la dinamica di "La donna che visse due volte"), è poi Song a divenire il soggetto attivo nel rapporto amoroso, colei che resta affascinata dalla sua controparte forse proprio a causa della sua serietà, della sua capacità di abbandonare i sentimenti quando questi si fanno pericolosi, cosa che a lei non riesce. Non per nulla, il quesito rivolto esplicitamente è il classico: "Perché le donne si innamorano degli stronzi?". Al quale nessuno sa davvero dare una risposta effettiva.




Tramite il punto di vista principale di Jang Hae-Joon assistiamo al dipanarsi degli eventi, al disvelamento di una (doppia) storia di omicidio in realtà semplice, ma resa complicata dall'azione degli stessi personaggi, dalla loro incapacità di relazionarsi e venire a patti con i loro sentimenti. proprio sulla scorta di quest'ultimo aspetto, Park adotta spesso la prospettiva di un occhio morto, ossia quello di un cadavere, di un pesce o di uno smartphone, ossia di esseri privi di sentimenti.
Il racconto si fa così profondamente emozionante e coinvolgente anche grazie alle ottime interpretazioni di Park Hae-Il e Tang Wei, che fanno loro i personaggi riuscendo a convogliarne le emozioni su schermo con la forza dello sguardo e di pochi gesti.



"Decision to Leave" riesce così a fondere abilmente due tracce narrative e due registri diversi, riletti e assimilati da Park Chan-Wook in modo sublime, per creare una storia affascinante e riuscita, un piccolo-grande gioello di narrativa filmica.

mercoledì 28 giugno 2023

Possessor

di Brandon Cronenberg.

con: Andrea Risenborough, Christopher Abbott, Jennifer Jason Leigh, Sean Bean, Tuppence Middleton, Tilo Horn, Rossiff Sutherland, Gabrielle Graham, Hanneke Talbot, Rachel Crawford, Megan Vincent.

Canada, Regno Unito 2020















Il difetto che viene sempre e da sempre contestato al cinema di Brandon Cronenberg è quello di essere una pura fotocopia sbadita di quello del padre David, dal quale riprende tematiche, intuizioni narrative e talvolta anche qualche spunto di messa in scena senza però averne la profondità o la carica provocatoria.
Critica veritiera, ma che non tiene conto del vero difetto delle opere di Cronenberg figlio, ossia la più totale insipienza. Se già l'esordio "Antiviral" soffriva (tra le altre cose) di una mancanza di significato effettivo, "Possessor" si configura come un film totalmente vacuo, che prende uno spunto interessante e che vorrebbe declinare una tematica sempre attuale, ma che finisce per girare in tondo per tutta la sua durata senza andare mai a parare da nessuna parte.



Tasya Vos (Andrea Risenborough) è il membro di una sinistra corporazione che usa un'avvenieristica tecnologia in grado di proiettare la coscienza in un corpo altrui, usata per commettere omicidi su commissione. Dopo un colpo ben riuscito, viene incaricata dalla sua superiore Girder (Jennifer Jason-Leigh) di entrare nel corpo di Colin Tate (Christopher Abbott), fidanzato della figlia del magnate John Parse (Sean Bean), capo di un'importante azienda specializzata in data mining. Ovviamente non tutto andrà secondo i piani.



L'idea di una macchina che permette di insinuarsi dentro il corpo altrui è quantomeno geniale e Brandon la usa per investigare il tema dell'identità. L'ombra dell'opera di Philip K.Dick si allunga sul film proprio come avviene su quelli del padre, tanto che lo stesso si apre con una citazione di "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" con una macchina usata per modulare le emozioni; e proprio l'uso di tale rimando è indicativo del lavoro effettivamente svolto dall'autore, essendo un elemento portato in primo piano e poi subito lasciato a sé stesso. Perché se l'intenzione di Brandon è di far riflettere su come la mente e il corpo possano essere programmati da fattori esterni (da cui l'immagine del toro forzato ad attaccare usando delle scosse elettriche via radio), l'idea di usare una macchina che sovrascrive le coscienze è ovviamente sbagliata, visto che non si tratta di una personalità modificata esternamente, ma di una nuova coscienza inserita in un altro corpo.
Se, viceversa, la sua intenzione è quella di far riflettere sulla fragilità del concetto di identità, "Possessor" più che sbagliato è del tutto malriuscito.




Non c'è un solo momento nel quale Brandon affronti di petto il tema, si limita ad accumulare simboli e metafore senza poi dar loro corpo e significato effettivo; e, anzi, dà sfogo alla sua vena visionaria solo negli inserti onirici, appiattendo anche la semplice visione. 
Questo perché parte dall'ambiguità del tutto, dove non si dovrebbe capire quanto delle azioni eseguite dal corpo di Colin sono di fatto eseguite dalla sua volontà, ma da una parte non lascia capire chi sia davvero in comando in un dato momento, dall'altra, quando lo fa, la risposta cade a vuoto, dimostrazione di come la visione di base sia già fallata di per sé stessa. Il tema diventa così un mero pretesto per un racconto, il quale è sua volta freddo e noioso.




Come in "Antiviral", anche qui la regia non riesce ad imprimere il giusto ritmo agli eventi, i quali risultano fin troppo dilatati; manca poi la tensione e la violenza insistita non è mai catartica, solo compiaciuta. Con la conseguenza che si arriva davvero ad annoiarsi subito, non riuscendo a cogliere praticamente nulla di quanto Brandon voglia esprimere. Il che tocca l'apice nella caratterizzazione dei personaggi, praticamente assente.



"Possessor" finisce per essere il classico passo indietro nella carriera di un autore, che riprende solo i difetti dell'esordio e non aggiunge nulla, anzi finisce per peggiorare praticamente tutto. Un film vuoto e compiaciuto, frutto di una visione confusa e di una direzione scialba.

martedì 27 giugno 2023

Skinamarink

di Kyle Edward Ball.

con: Lucas Paul, Dali Rose Tetreault, Ross Paul, Jaime Hill.

Horror

Usa 2022
















Quello che conta davvero nel cinema del terrore è la pura efficacia con la quale la sensazione di paura viene comunicata allo spettatore. Tutto il resto è una semplice sovrastruttura che talvolta può inificiare l'intenzione primaria, facendo scadere il tutto nell'improbabile. L'horror è in definitiva il "genere" dove la messa in scena e la costruzione della scena sono le uniche vere cose che contano. Ne consegue come sfrondare la narrazione di tutto ciò che non è necessario può portare ad un risultato più puro e diretto.
E' quello che succede in "Skinamarink", dove l'esordiente Kyle Edward Ball si disfà di ogni influenza "classica" per arrivare al cuore del registro orrorifico, creando un'opera tutto sommato riuscita.



La trama è pressocché inesistente: durante la notte, due bambini si svegliano in preda al terrore e scoprono che c'è qualcosa di sinistro nella loro casa, una presenza demoniaca che li perseguita e impedisce loro di scappare. 
Un canovaccio che affonda le sue radici nella paura più elementare, quella della notte, del buio, quella sensazione, più forte da infanti ma presente anche da adulti, di non essere soli, che ci sia qualcosa nell'ombra pronta ad acchiapparci e farci del male.
Se già la storia è archetipica e per questo anticonvenzionale, è nella messa in scena che il film di Kyle Edward Ball trova non solo il suo punto di forza, ma anche quello di maggiore originalità e identità.
Il punto di vista è quello dei bambini, ma né loro, nè i genitori, tantomeno il demone sono mostrati in modo diretto. La macchina da presa è un'entità a sé, un occhio che si trova al livello dei personaggi e a tratti ne capta direttamente il punto di vista, ma che finisce per avere un punto di vista oggettivo negli eventi che in realtà oggettivo non è. La messa in scena non è quella di una ripresa del reale, quanto una forma di espressionismo delle sensazioni e impressioni interiori, che su schermo si sostanziano in inquadrature sghembe che alternano timidi movimenti e inquadrature fisse decentrate, in un racconto dove quello che conta non è l'evento per sé stesso, quanto ciò che evoca.



Ball crea così un'atmosfera soffocante nel modo più semplice possibile, ossia negando ogni appiglio visivo dello spettatore, il quale finisce per sperimentare in prima persona le sensazione dei protagonisti in modo persino più diretto di quanto la semplice ripresa in soggettiva avrebbe potuto garantire. Un'atmosfera opprimente sottolineata dall'uso del filtro grana che fa assomigliare le immagini a quelle di un filmino casalingo, ma mai a quelle di un found-footage vero e proprio, e che viene acuita dallo stile di regia astratto che avvicina la visione a quella di una vera e propria installazione artistica piuttosto che a quella di un semplice film. Con la conseguenza che "Skinamarink" riesce davvero a inquetare e spaventare, facendo leva sulla paura del buio, sull'impossibilità di discernere davvero cosa accada su schermo e a prevedere cosa possa avvenire, benché alla fin fine non accada nulla su schermo e gli eventi più importanti rimangano fuori scena.
L'opera di Ball potrebbe quindi ambire ad entrare nel pantheon dei migliori horror mai concepiti, se non fosse per un vero peccato capitale: a tratti è mortalmente noiosa.




Costruire un lungometraggio sulla sola atmosfera è un'impresa azzardata per un veterano e per un esordiente è una vera e propria scommessa; nonostante il talento e l'impegno, Ball non riesce sempre a tenere alto l'interesse, indulgendo troppo su dettagli inutili e rendendo intere sequenze ridondanti, tanto che alla fine gli oltre cento minuti di durata vengono quadruplicati nella percezione dello spettatore; una durata inferiore, magari di una ventina di minuti, avrebbe reso "Skinamarink" ugualmente inquietante, ma anche decisamente più godibile.

lunedì 26 giugno 2023

R.I.P. Frederic Forrest



 1936 - 2023


Come accade con la stragrande maggioranza dei caratteristi, il nome di Frederic Forrest non dirà nulla ai più. Ma lui, in quarant'anni di carriera, ha interpretato quasi novanta ruoli, lavorando con autori del calibro di Francis Ford Coppola, Abel Ferrara, Wim Wenders e Arthur Penn, talvolta anche come protagonista e con piglio spesso camaleontico, prova di un ottimo talento.



"Missouri" (1976)



"Apocalypse Now" (1979)



"Un Sogno lungo un Giorno" (1981)



"Hammett- Indagine a Chinatown" (1984)





"Un Giorno di Ordinaria Follia" (1993)



"Trauma" (1993)



The Flash

di Andy Muschietti.

con: Ezra Miller, Michael Keaton, Sasha Calle, Michael Shannon, Ben Affleck, Ron Livingston, Kiersey Clemons, Antje Traue.

Supereroistico/Fantastico/Commedia

Usa 2023













Si potrebbe quasi definire "The Flash" come un film maledetto. Questo perché la storia di come il Velocista Scarlatto di casa DC sia giunto finalmente sul grande schermo è costellata di rimandi, marce indietro, abbandoni forzati di autori, continui reshoot che hanno portato alla posticipazione dell'uscita in sala e non da ultimo dalla letterale perdita del senno di Ezra Miller, il quale ad un certo punto ha deciso di diventare una sorta di "aspirante nuovo Charles Manson" abbandonandosi a violenze, manipolazioni, sequestri e amenità assortite, il tutto rigorosamente perdonato dalla "giuria degli executives", i quali non lo hanno cacciato via dal franchise DC, né hanno fatto a gara ad allontanarlo dalle produzioni, a differenza di quanto accaduto altri suoi colleghi meno fortunati quali Johnny Depp e Kevin Spacey che pur sono stati riabilitati da un giudizio vero e proprio.
Fatto sta che alla fine anche Flash ha avuto un suo film in solitaria, dopo il cameo in "Batman v. Superman- Dawn of Justice" e la partecipazione al doppio film sulla Justice League.





Flash (o "the Flash" in originale) è uno dei supereroi più famosi di casa DC nonché uno dei più riconoscibili al mondo. Moderno Mercurio, il primo Flash, Jay Garrick, viene creato da Gardner Fox e Harry Lampert nel 1940 e diviene subito uno dei personaggi più riconoscibili e amati del fumetto americano.
Al pari di Lanterna Verde e Wonder Woman, anche il Velocista Scarlatto viene riconcepito nella Silver Age, dove , nel 1956. cambia identità e persino universo, in una rigenerazione operata sempre da Gardner Fox e dal celebre disegnatore Carmine Infantino. Il secondo Flash, Barry Allen, è ad oggi il più famoso e amato e la sua origin story la più celebre: poliziotto della sezione scientifica, viene conoinvolto in un incedente nel quale un fulmine colpisce dei reagenti chimici nel suo laboratorio di analisi. Ottenuta la supervelocità, Barry decide di prendere il nome Flash in omaggio proprio a Jay Garrick, che qui è... il protagonista di un noto fumetto che leggeva da bambino.
Nasce così la suddivisione in "Terre" degli eroi DC ed è proprio Barry Allen il primo a viaggiare tra le prime due: nel mitico "Flash dei Due Mondi" del 1961, Barry infrange la barriera dimensionale e si ritrova fianco a fianco di Jay Garrick, in quello che è il primo cross-over multidimensionale della storia del fumetto, oltre che il battesimo definitivo del concetto, oggi tanto in voga, di multiverso.




Ed è sempre Barry Allen ad essere protagonista di un altro primato nel fumetto supereroistico, ossia la prima vera morte importante in casa DC. Nel 1985, durante l'evento "Crisi nelle Terre Infinite", si sacrifica per cercare di fermare il piano di distruzione multiversale dell'Anti-Monitor, lasciando poi il mantello di Flash al suo pupillo Wally West, che ricoprirà questo ruolo sino al 2010 circa, quando Grant Morrison decide di resuscitarlo e restituirgli il ruolo di Flash principale.
Ma anche negli anni di assenza, l'ombra di Barry Allen è sempre stata presente nelle testate DC: il presagio di morte Black Flash, sorta di zombi che i velocisti vedono quando rischiano di morire, si scoprirà altri non essere che il corpo rianimato di Allen; allo stesso modo, la Forza della Velocità, sorta di dimensione dalla quale i velocisti traggono i loro poteri, si scoprirà generata dallo stesso Barry quando ha cominciato a correre e nella stessa si trova la sua anima, confinata lì dopo che l'Anti-Montior ne ha distrutto il corpo; senza contare come lo stesso fulmine che lo colpì causandone la trasformazione si scoprirà essere nient'altro che la sua stessa anima, generatrice di un loop temporale definitivo. Ed infine negli anni '90, sulle pagine di "Teen Titans", appare persino un Barry Allen da un mondo alternativo, bardato in una vistosa armatura rossa, versione cinica e spietata che affianca il più cauto e buono Wally West.



La sorte di Flash al cinema non è certo stata propizia: un film sulle sue avventure era in cantiere già all'indomani dell'uscita di "Batman Begins", per la regia del factotum David S.Goyer, ma, complice l'incapacità della Warner di pianificare le produzioni correlate, tale progetto naufraga definitivamente.
Più fortuna ha invece trovato nel medium televisivo, con ben due serie televisive di culto.
La prima e meno longeva esordisce nel 1990 e vede John Wesley Shipp vestire i panni di Barry Allen. Tipica produzione dell'epoca, con episodi autoconclusivi e una vena camp temperata solo dall'influenza del Batman di Tim Burton, il cui successo è stato il motivo della produzione, si segnala ad oggi solo per il cast (dove compare anche uno scatenato Mark Hamill nei pani di Trickster), per i valori produttivi e le musiche di Danny Elfman. 
Mandata in onda contro la seconda serie de "I Simpson", chiude i battenti dopo solo una stagione, lasciando la tv orfana di una serialità supereroisitica degna di questo nome.



Le cose cambiano nel 2014. Dopo il successo di "Arrow", CW sforna un serial su Flash che si conclude quest'anno dopo ben nove stagioni. Anche questa è una tipica produzione figlia dei tempi, con il racconto di genere che si intreccia con le love-story dei personaggi finendo per annacquarlo, ma la trasposizione funziona e, sebbene con stagioni altalenanti, riesce persino a regalare emozioni. Nei panni di Barry Allen, Grant Gustin si dimostra perfetto con il suo fisico da corridore e ritorna persino John Wesley Shipp in ben tre ruoli: il padre di Barry, Jay Garrick e il Flash del 1990, che qui trova una conclusione alle sue avventure nel mega cross-over che traspone "Crisi sulle Terre Infinite". Non manca neanche il ritorno di Mark Hamill nei panni di ben due Trickster, oltre che al cameo di Ezra Miller nei panni del Flash del DCEU.




Si arriva così alla prima vera avventura filmica di Flash e le cose, come da tradizione nelle sue storie, si fanno complicate. A fare da base per lo script è infatti l'evento "Flashpoint" del 2011, il quale ha riplasmato l'universo DC facendolo transitare verso l'era di "New 52". Barry Allen, da poco tronato in vita, decide di viaggiare indietro nel tempo alla sua infanzia, quando sua madre è stata uccisa da un misterioso assassino facendo ricadere la colpa sul padre, al fine di salvare la genitrice. Così facendo finisce però per ricreare il mondo, andando a modificare non solo il suo destino, ma anche quello di tutti coloro che ha conosciuto: se lui si ritrova con una madre ma privo di poteri, Superman atterra a Metropolis anzicchè a Smallville e diventa una cavia da laboratorio per il resto della sua vita, Bruce Wayne muore durante la rapina che avrebbe dovuto uccidere i suoi genitori e questi diventano Batman (il padre) e il Joker (la madre), Cyborg è un'arma vivente al servizio del governo americano, mentre  Atlantide e Themischyra sono impegnati in una guerra ultradecennale che porta lentamente il mondo verso la catastrofe. Barry deve così trovare il modo di recuperare i suoi poteri e risanare le cose e per farlo chiede l'aiuto di Thomas Wayne, un Batman decisamente più cinico e violento rispetto al figlio.




Su schermo, quella che era partita come una trasposizione più o meno fedele di "Flashpoint" ne diventa una rielaborazione, dove il Batman è di nuovo quello di Tim Burton e la catastrofe non viene portata dallo scontro tra Aquaman e Wonder Woman, ma dall'arrivo del generale Zod di Michael Shannon.
L'intento è chiaro, ossia creare non solo un film sul Velocista Scarlatto, ma anche una sorta di riscrittura del DCEU che spalanchi le porte alla ristrutturazione di James Gunn e Peter Sarafin; oltre, ovviamente, a rivendere al pubblico la nostalgia per il passato, per quel Batman stroncato negli anni '90 ma ancora imperituro nel cuore del pubblico.
Intenzioni ambiziose. Peccato però che alla fine "The Flash" sia un film fuori tempo massimo, benché tutto sommato non disprezzabile.




Perché se di bruttezza si può parlare, ci si deve riferire a quella CGI palesemente non finita. A tratti si ha la sensazione di vedere una copia-lavoro arrivata al cinema per errore, con i volti e i corpi del passato di Barry e delle versioni alternative di Superman che sono dei manichini appiccicati su schermo alla bene e meglio, prova di come la Warner abbia chiuso i finanziamenti del film e deciso di distribuirlo senza investire ulteriori capitali per evitare perdite eccessive, con risultati davvero sconcertanti. Resi ancora più incredibili dal fatto che invece molti altri effetti risultano ben riusciti, anche se non al pari con quelli di altre produzioni odierne. Tanto che quando tornano in scena i personaggi de "L'Uomo d'Acciaio", ci si rende conto di come un film di dieci anni fa risulti fatto meglio.




Se si riesce ad oltrepassare lo scoglio di una bruttezza visiva insostenibile anche se parziale, "The Flash" non è affatto un brutto film, anzi.
La storia di Barry Allen e il suo casino spaziotemporale bene o male funziona. Paga soprattutto la scelta di concentrare totalmente su di lui la trama, con Batman e Supergirl che sono praticamente dei semplici comprimari (persino sottoutilizzati) e il vero coprotagonista che altri non è se non una versione alternativa e immatura del protagonista. E paga persino la scelta di Ezra Miller come attore, che da una doppia performance efficacissima e divertente.
Una storia che la serie CW aveva già raccontato su piccolo schermo, ma che su grande schermo trova la sua ragione di esistere grazie alla spettacolarità, alla compattezza e al fatto che sia stata totalmente concentrata su Flash, senza neanche menzionare il ruolo della nemesi Reverse-Flash negli eventi, forse perché nei piani originali, oramai deragliati, doveva essere introdotto in un sequel diretto.
E Andy Muschietti, in cabina di regia, riesce finalmente  sfogare la sua indole comica usando un umorismo massiccio e praticamente mai fuori posto, a differenza di quanto accadeva nel malriuscito "It- Capitolo Due", con un tono leggero e scanzonato che rende la visione davvero simpatica.



Dove risiede dunque il vero problema di "The Flash"? Semplice: nella più totale mancanza di originalità. La storia di un eroe che viaggia in mondi paralleli o linee temporali alternative per rimettere a posto le cose e magari salvare un suo caro è già arrivata sullo schermo con "Into" e "Across the Spider-Verse""Spider-Man- No Way Home" e "Doctor Strange in the Multiverse of Madness" e "The Flash" non può certo contare sulla forza visiva dei primi due. Se fosse uscito a suo tempo, ossia circa cinque o sei anni fa, allora sarebbe sicuramente stato rinfrescate vedere le gesta di un eroe che combatte praticamente contro la sua incapacità di somatizzare il lutto, ma al giorno d'oggi storie del genere sono straviste. Quel che è peggio, già il Quicksilver di casa Marvel aveva dimostrato le potenzialità spettacolari dell'ipervelocità al cinema, castrando molte delle potenzialità offerte da Flash, che finisce quindi per perdere definitivamente ogni tipo di personalità.
Alla fine l'unico vero tocco di originalità viene data dal concetto di multiverso qui utilizzato, che fonde l'idea di mondi paralleli e di linee temporali alternative in uno stesso universo per creare un continuum spazio-tempo complesso, cosa che di solito viene scartata in favore dell'alternativa tra linea temporale e universo parallelo.
Il che è anche buffo se si pensa che, tutto sommato, come film "The Flash" ha più personalità di molti altri film supereroistici recenti, come "Shazam! Furia degli Dei", "Quantumania", "Morbius" e i due exploit su Venom.


Il Velocista Scarlatto arriva quindi ultimo al traguardo; la sua corsa è simpatica, ma affossata da troppi limiti e difetti. E si spera che ora James Gunn riesca davvero a risollevare le sorti di un universo narrativo che meritetebbe davvero molta più considerazione di quanta ne abbia mai avuta.