lunedì 25 marzo 2013

Superman IV

Superman IV: The Quest for Peace

di Sidney J.Furie

con: Christpher Reeve, Gene Hackman, Magot Kidder, Mariel Hemingway, Jon Cryer, Mark Pillow, Jackie Cooper, Marc McClure.

Fantastico/Supereroistico

Usa, Regno Unito (1987)














Laddove i primi due film su Superman si rivelarono degli strepitosi successi al botteghino, "Superman III" (1983) registrò un calo di entrate, dovuto principalmente al fatto che fosse una commedia di Richard Pryor travestita da film sull'Uomo d'Acciaio, mentre "Supergirl" (1984) fu un cocente flop.
Il nome di Superman non era più sinonimo di soldi a palate, per questo i Salkind decisero di vendere i diritti di sfruttamento cinematografico del personaggio alla Cannon Group di Menahelm Golan. Una casa di produzione che nella prima metà degli anni '80 era in piena ascesa, grazie ai successi generati dai B-Movie che produceva, ma che nella seconda metà del decennio iniziò ad attraversare una crisi che l'avrebbe portata al fallimento entro la fine del decennio.
Questo perché il modello produttivo di Golan era insostenibile: metteva in produzione più blockbuster contemporaneamente, ritrovandosi a dover giostrare i capitali tra più produzione, tagliando i relativi budget talvolta in maniera barbarica.
"Superman IV" entra malauguratamente in produzione assieme all'osceno "I Dominatori dell'Universo" e a quel primo film sull'Uomo Ragno che mai si concretizzerà, con un budget di appena 17 milioni di dollari, poi eroso dai "magheggiamenti" della produzione; la maggior parte dei capitali viene usata per richiamare tutto il cast originale, ossia Christopher Reeve (che Golan riesce a portare a bordo con la promessa di poter mettere le mani alla sceneggiatura e di produrli un film successivo, ossia il sottovalutato "Streetsmart"), Margot Kidder, Jackie Cooper, Mark McClure e persino Gene Hackman, che torna a vestire i panni di Lex Luthor in assenza dell'odiato trio di produttori.
Malauguratamente, molti meno soldi sono riservati agli effetti speciali, con la conseguenza che questo ultimo exploit di Reeve è semplicemente inguardabile, benché le buone intenzioni non manchino davvero.






Sulla carta il progetto aveva infatti tutti i numeri per funzionare: lo script  vede Superman, preoccupato per l'imminente catastrofe nucleare, disfarsi di tutte le testate atomiche, ergendosi così a tutore della Pace; nel frattempo, Lex Luthor, fuggito di prigione, riesce a clonare il supereroe e a crearne la perfetta nemesi: un Uomo Nucleare (Mark Pillow), il cui tocco radioattivo è in grado di distruggere il perfino il corpo dell'Uomo d'Acciaio; dal punto di vista affettivo, invece, il nostro supereroe deve vedersela con un inedito triangolo amoroso: Lacy Warfield (Mariel Hemngway), nuova direttrice del Daily Planet, si innamora perdutamente di Clark, mentre Lois (Margot Kidder) continua la sua love story con l'alter ego Superman.






Di carne al fuoco, quindi, c'è ne è per tutti i gusti: commedia, avventura, azione, al solito mescolati in un'unica pellicola; laddove in "Superman III" la storia era cucita totalmente addosso a Richard Pryor e al suo umorismo demenziale, quella di "Quest for the Peace", pur al netto delle molte ingenuità, è una trama da perfetto film con protagonista il Supes di Reeve. 
Il pezzo forte è poi dato dalla caratterizzazione che Reeve dà all'eroe; Superman ora è il paladino della Terra intera, non più del solo American Way of Life, viaggia per tutto il mondo aiutando i deboli e riceve perfino il dono delle lingue, parlando in russo all'inizio della pellicola; il personaggio riscopre così le sue origini messianiche divenendo il simbolo della distensione tra Usa ed Urss, tema che in quegli anni veniva frequentata anche dal cinema commerciale (basti pensare a film come "Rocky IV" del 1985 o "Star Trek VI: Rotta verso l'Ignoto" del 1991)
Le buone intenzioni, come si diceva, vengono frustrate irrimediabilmente da una realizzazione oltre i limiti del trash; lo scarso budget impone forti tagli negli effetti speciali, che così divengono palesemente falsi e, quindi, ridicoli; davvero non si riesce a credere alle scene di volo, portate avanti con de igreen screen da accatto, talvolta riciclando la medesima inquadratura di Reeve che vola verso lo schermo, o, peggio ancora, alle parti ambientate nello spazio, che sembrano uscite da un B-Movie degli anni '40 piuttosto che da una produzione della seconda metà degli '80; semplicemente ridicola la scena della nascita dell'Uomo Nucleare, risolta con una sequenza in animazione 2d che sembra uscita pari pari da un cartone animato da due soldi; ignobile, poi, il design dello stesso personaggio: uno svedesone pompato, del tutto inespressivo, vestito con uno sgargiante costume da carnevale e che parla con la voce di Gene Hackman (!!!); un villain che sulla carta dovrebbe incutere timore, visto anche l'impegno dello statuario Mark Pillow e dello stesso Hackman, ma che finisce solo per indurre alle risa.





Il regista, Sidney J.Furie, dal canto suo è una personalità del tutto peculiare: inglese di origine, sale alla ribalta negli anni '60 con la spy-story "Ipcress" (1965), che lancia la carriera del grande Michael Caine; arrivato in America, prosegue la sua carriera in gloria con il bel western "A Sud-Ovest di Sonora" (1966), dove dirige l'inedito duo Marlon Brando/John Saxon; a partire dagli anni '80, però, si perde in una serie di produzioni da due soldi, divenendo un mestierante a buon prezzo; chiamato a dirigere una pellicola non facile, dato lo scarso budget, fa del suo meglio, riuscendo per lo meno a non annoiare.





Perché. per lo meno, "Quest for the Peace" non annoia davvero mai; e questo sia quando porta alla risata involontaria, sia quando concede qualcosa di davvero buono allo spettatore, anche se queste ultime parti sono davvero limitate.
Tanto che "Supoerman IV" è alla fine una pellicola brutta ai limiti dell'inguardabile, che pose termine alla carriera filmica del mitico supereroe, il quale tornerà sul grande schermo solo nel 2006, quasi venti anni dopo.

domenica 24 marzo 2013

La Casa

The Evil Dead

di Sam Raimi

con: Hal Dlerich, Bruce Campbell, Ellen Sandweiss, Betsy Baker, Theresa Tilly, Ted Raimi.

Horror/Splatter

Usa (1982)










Per coloro che sono cresciuti durante gli anni zero, il nome di Sam Raimi è indissolubilmente legato alla fortunata trilogia di Spider-Man, franchise multimilionario  caratterizzato dall'estrema semplicità narrativa e da una messa in scena che, salvo sparute concessioni, è classica fin nel midollo. Caratterizzazione che cozza totalmente con chi è invece cresciuto negli anni '90 ed ha conosciuto Raimi per un'altra trilogia, quella di "The Evil Dead", oltre che per una serie di pellicole del tutto eterogenee, che spaziano dal western alla commedia romantica; su tutto, il nome di Raimi è associato ad una messa in scena sperimentale e folle, nella quale le comuni regole di costruzione della scena e dell'inquadratura vengono sovvertite in nome di un effetto deflagrante, che spiazza lo spettatore prima con il significante e poi con il significato, mischiando inoltre un amore "viscerale" per lo splatter ad una comicità demenziale irresistibile.



E' inutile negarlo: meglio ricordare il nome di Raimi per quei piccoli horror artigianali piuttosto che per le grosse produzioni, le quali possono anche aver fatto breccia nel cuore di una generazione, ma non hanno la forza espressiva degli esordi.
Esordi che sono stati a dir poco rocamboleschi per questo cineasta del Michigan. Raimi si ritrova a soli 20 anni con un curriculum di film amatoriali lungo un kilometro, da cui deriva la volontà di un esordio nel lungometraggio; il genere a lui più congeniale è la commedia, ma si rende subito conto di come, alla fine degli anni '70, sia più semplice ottenere finanziamenti per un horror, genere decisamente più vendibile. Il buon Sam raduna con sé l'intera combriccola di amici, formata dal mitico Bruce Campbell, i produttori Robert Tapert e Scott Spiegel, oltre che un imberbe Joel Coen. Insieme creano un demo chiamato "Within the Woods", test per quello che sarà "The Evil Dead"; grazie alla buona qualità del girato, ottengono la promessa di 120 mila dollari per sfornare il lungo, ma iniziano a girare con soli 80 mila dollari. Il risultato è un esordio folgorante, divenuto cult già alla sua primissima apparizione e oggi tra gli horror più amati di sempre.




I punti di riferimento per la creazione della mitologia di "The Evil Dead" sono innanzitutto gli horror di Lucio Fulci, dai quali viene ripresa l'idea di una pellicola priva di una storia vera e propria, adagiata più sui canoni della pura emozione e dell'atmosfera; in secondo luogo, Raimi riprende la mitologia di H.P.Lovecraft e pone al centro di tutto il mitico Necronomicon, il libro dei morti che qui evoca una serie di forze maligne che si divertono a possedere e tormentare i vivi.



La regia si concentra così dapprima sul mood, a dir poco opprimente: i boschi dai rami fitti e avvolti nelle tenebre e il senso di isolamento e disperazione filtrano perfettamente già dai primi minuti. Con un uso appassionato dei grandangoli, Raimi crea immagini sbilenche e storte che comunicano perfettamente il senso di smarrimento dei personaggi. E quando va oltre la pura atmosfera, non si tira indietro davanti a nulla.
Il virtuosismo, per il giovane filmmaker, è un imperativo: basterebbero da sole le soggettive della presenza nei boschi per rendere indimenticabile la regia di questo suo esordio, ma Raimi va oltre. Se per i primi 3/4 di film la messa in scena è classica, con una forte predilezione per le inquadrature d'insieme, nell'ultima parte, quando le cose precipitano, questa diviene a dir poco folle, con movimenti di macchina che ribaltano i frame, inquadrature in diagonale ed un montaggio azzardato, riuscendo sempre a spiazzare e affascinare.




Se la serie di "Evil Dead" resterà famosa per il suo connubio tra spaventi e risate, questo primo capitolo è totalmente "serio", un horror tout court dove c'è un'unica concessione al grottesco, data dal rifacimento della gag de "I Tre Marmittoni" in cui il trio allaga una casa, rifatta con il sangue al posto dell'acqua e piazzata poco prima del rush finale, in modo da perturbare più che divertire.
E il senso di terrore, benché cominci sempre dall'atmosfera, sfocia in effetti splatter privi di ritegno: tra corpi fatti a pezzi e ettolitri di sangue, Raimi si diverte a disgustare lo spettatore nei modi più creativi possibili, arrivando persino a filmare una delle scene più disturbanti apparse su schermo, ossia lo stupro "floreale" di una delle vittime. Il basso budget è avvertibile nell'uso di effetti speciali già vecchi all'epoca delle riprese, tra protesi costruite in modo scarno e l'animazione stop-motion per la decomposizione delle creature. Tuttavia, la regia riesce a fare di questa povertà una forza: pur vecchi, questi effetti artigianali riescono a donare uno charme d'antan alla pellicola, apprezzabile oggi più che al tempo della sua uscita.




Se il comparto visivo è curatissimo, quello sonoro lo è ancora di più: Raimi riesce a creare sonorità spaventose, con voci dall'oltretomba che riemergono in superficie in modo sinistro, in grado di suscitare brividi anche verso lo spettatore più navigato.
La padronanza del mezzo filmico da parte dell'autore è così totale e totalizzante: più che un esordio o un B-Movie d'epoca, "The Evil Dead" sembra davvero l'opera di un filmmaker navigato, cosa incredibile per un regista che per la prima volta si cimenta nel lungometraggio. Prova di un talento che, purtroppo, oggi come oggi risulta appannato in favore del classicismo hollywoodiano. Ragion per cui oggi la trilogia dei "morti malvagi" acquista un valore ancora maggiore.




Henry- Pioggia di Sangue

Henry: Portrait of a Serial Killer

di John McNaughton

con: Michale Rooker, Tom Towles, Tracy Arnold.

Usa (1986)












La visione della violenza nel cinema americano mainstream degli anni'80 è quantomai rivoltante: da una parte ci sono le pellicole action di Stallone e Schwarzenegger, dove essa viene rappresentata in maniera ludica, prosciugata di ogni connotazione fastidiosa o graficamente sgradevole; in pellicole come "Commando" o "Rambo 2" (entrambe del 1985) il massacro di orde di "cattivi" viene ridotto ad una sorta di videogame, dove i corpi vengono crivellati di proiettili, accoltellati e fatti esplodere come se fossero dei pupazzi privi di organi; dall'altro lato c'è l'horror delle infinite serie di slasher movies, dove ettolitri di sangue ed uccisioni fantasiose sono il fulcro della narrazione; la violenza viene quindi fatta regredire a puro intrattenimento, valore produttivo vero e proprio ed unico motivo di interesse per lo spettatore; ancora più incredibile è il caso delle commedie horror: in questo periodo esse si caricano di una vena gore inedita che, appaiata ad un umorismo demenziale, porta lo spettatore a percepire la stessa come mero elemento di humor; non c'è da stupirsi, dunque, del fatto che nel 1992, agli albori del decennio successivo e quindi di una nuova consapevolezza del tema, Michael Haneke punti il dito verso il cinema americano mainstream come foriero di una visione diseducativa e pericolosa della violenza, nel suo "Benny's Video".


In un contesto del genere appare quasi miracolosa l'esistenza di una pellicola come "Henry: Portrait of a Serial Killer" (distribuita in Italia solo nel 1992 e con il fuorviante sottotitolo "Pioggia di Sangue"); diretto da John McNaughton (che approderà ad Hollywood nel 1993 con la sfortunata commedia "Lo Sbirro, il Boss e la Bionda" per poi intraprendere una longeva carriera di regista televisivo), il film è una piccola produzione indipendente che rappresenta la violenza in maniera cruda e realistica, in cui il serial killer viene smitizzato, spogliato della valenza mitica propria delle icone dell'horror è mostrato per quello che è in realtà: una personalità deviata e a tratti disperata.


Ispirata alla vera di Henry Lee Lucas, la pellicola segue le gesta di un serial killer (Michael Rooker), enfatizzandone la quotidianità degli omicidi e l'assoluta normalità che per egli rappresentano; Henry trascina nella spirale delle uccisioni il suo amico Otis (Tom Towles) e diviene oggetto delle attenzioni della di lui sorella Becky (Tracy Arnold), da poco separatasi dal marito e totalmente all'oscuro delle reali attitudini dei due uomini.


Ripsetto alle loro controparti reali, i caratteri dei personaggi vengono ammorbiditi: la relazione omosessuale tra Hanry e Otis viene eliminata, le tendenze omoerotiche e necrofile di Henry Lucas vengono spostate sul personaggio di Otis e Becky, che nella realtà era un quindicenne attratta dalla brutalità del compagno, diviene una madre separata e figura salvifica.
Henry diviene così l'archetipo dell'assassino seriale americano: scrupoloso, non uccide mai con lo stesso modus operandi per non lasciare tracce; le sue vittime preferite sono giovani e belle donne; l'uccisione, per Henry, è la sublimazione dell'atto sessuale: quando Becky tenta di approcciarlo, egli ne ha repulsa, giacchè il solo modo che conosce per provare un emozione positiva è mediante l'uccisione; la devianza sessuale del personaggio, però, non viene mai mostrata esplicitamente, ma solo suggerita. A differenza di molti altri assassini seriali comparsi su schermo, Henry non è un reietto: perfettamente integrato nel contesto del sottoproletariato suburbano di Chicago, viene tranquillamente scambiato dai conoscenti per una persona comune; la normalità dei suoi gesti quotidiani che si mischiano alla sua patologia lo rendono così ancora più inquietante: egli è il lato oscuro presente in ogni uomo, la personificazione di una devianza patologica divenuta perfettamente normale e omologatosi alle apparenze della società; una psicopatologia, la sua, che riesce a controllare con freddezza, ma non a dominare del tutto, come ci viene mostrato nel finale.


Otis, d'alto canto, è la personificazione del lato più genuinamente rivoltante della devianza: brutto e sporco, vive perennemente ai margini della società, arrabbatandosi come spacciatore; impossibilitato ad ogni forma di relazione, cerca più volte di carpire fisicamente la sorella, ma viene fermato da Henry, che, complice un trauma infantile, non sopporta l'incesto; nelle uccisioni Otis è più grezzo ed autocompiaciuto: per lui l'omicidio non è esternazione delle pulsioni, ma mera forma di intrattenimento; l'atto dell'uccisione si mischia così alla necrofilia, chiudendo il cerchio della relazione tra pulsione sessuale ed omicida.


McNaughton, nel seguire le imprese dei due personaggi, adotta uno stile distaccato, a tratti freddo, e cuce letteralmente le inquadrature addosso agli attori, in particolare al protagonista Michael Rooker, che compie un ottimo lavoro nel dare volto e movenze ad Henry; con uno stile detrattivo, l'autore toglie ogni spettacolarità all'atto dell'assassinio; di fatto, sono mostrate su schermo solo tre uccisioni: la prima, quella di due prostitute, viene risolta mediante lo spezzamento del collo, la terza, il massacro della famiglia, viene filtrata dall'occhio di una videocamera amatoriale (quasi una dichiarazione d'intenti, visto che sono gli stessi assassini ad usarla per rivedere le loro imprese) e ripresa in maniera cruda e sgradevole; solo la seconda, l'uccisione del ricettatore obeso, è enfatizzata da una coreografia vera e propria che sfocia nell'umoristico; la morte, diviene così efferata e sgradevole: l'atto dell'uccisione, privato di ogni effetto splatter e de-spettacolarizzato, è un pugno allo stomaco più forte di quanto ci si possa aspettare.


Ancora più sgradevoli sono le primissime scene del film: in un montaggio alternato, il regista mostra le vittime di Henry, già morte; più che l'azione, è il risultato della stessa ad inquetare: la morte, senza filtri o abbellimenti, come assenza di vita, alternata ai gesti semplici del suo autore, diviene insostenibile, esorcizzando per sempre ogni risvlto ludico all'atto dell'omicidio. Il distacco della messa in scena viene in parte diminuito dalla sceneggiatura: volutamente didascalica nei dialoghi e nella costruzione delle scene, essa tende a creare una forte empatia con il personaggio di Henry, che mediante i dialoghi con Becky ed Otis si rivolge in realtà direttamente allo spettatore, esponendo il suo passato (contraddicendosi, a rimarcarne l'instabilità psichica) e la sua visione dell'esecuzione dell'omicidio.
"Henry" è un piccolo gioiello del cinema indipendente americano anni'80, una pellicola in cui la devianza viene mostrata, in maniera lucida e senza abbellimenti di sorta, per quello che è in realtà: male allo stato genuino e gratuito.

I Muppet

The Muppets

di James Bobin

con: i Muppets, Jason Segel, Amy Adams, Chris Cooper, Rashida Jones, Jack Black, Jim Parsons

Commedia/Musical/Animazione

Usa (2011)









I Muppets: per chi non li conosce (vergogna!) sono solo dei puppazzi di pezza che cantano; i più eruditi, invece, sapranno dell'importanza fondamentale che il loro show ha avuto nel corso degli anni e della forte influenza che tutt'oggi esercita, sopratutto sulle produzioni comiche americane.
Creati dalla geniale mente di Jim Henson (fondatore di un importante studio di animatronics e animazione live, coinvolto, a partire dagli anni'80, anche in grosse produzioni hollywoodiane) e animati anche da Frank Oz (poi interprete di Yoda nella serie di "Star Wars"), questi puppazzi morbidi e scatenati sono stati protagonisti di un longevo show televisivo (trasmesso con successo anche in Italia) e di una serie di fortunate pellicole cinematografiche (di cui andrebbe vista almeno "Festa in Casa Muppet", del 1992, splendido adattamento de "Il Canto di Natale" di Dickens, con un superbo Michael Caine nei panni di Scrooge).


La loro prima incarnazione, "The Muppet Show", creato alla metà degli anni '50, era uno spettacolo televisivo a dir poco geniale: i pupazzi protagonisti (i Muppets, appunto) si esibivano in una serie di sketch e numeri musicali infarciti di un umorismo demenziale, folle e talvolta altamente cinico, con risultati scoppiettanti; punta di diamante dello spettacolo erano i duetti tra i pupazzi e gli showmen in carne ed ossa: guest star di grosso calibro si esibivano, di volta in volta, sul palco del Muppet Theatre dando vita a numeri da antologia.
L'influenza del Muppet Show sulle successive produzioni televisive è immennsa: basti pensare alle creature di Matt Groening e Seth McFarlen, "I Simpsons" e "Family Guy", che non hanno fatto altro che riprendere lo stile inventato da Jim Henson e soci ed elevarlo a livelli successi.
Nel corso degli, sfortunatamente, la fama dei pupazzi di Henson è andata scemando: l'ultima pellicola a loro dedicata, "I Muppets venuti dallo Spazio" (1999), non fu un grande successo, obliandone per lungo tempo la fama.
Per fortuna in un decennio in cui remake, reboot, sequel, prequel et similia la fanno da padrone ad hollywood (complice la mancanza di idee nuove), i Muppets sono stati graziati da un ritorno in scena in grande stile, con questa nuova pellicola, ideata, scritta e interpretata da Jason Segel, comico americano famoso per le sue partecipazione nelle commedie di Judd Apatow e, sopratutto, per il suo ruolo nel cult televisivo "How I met you Mother".


 La venerazione di Segel per il Muppet Show è immensa: l'intera pellicola altro non è che un omaggio sentito ad un modo di concepire lo spettacolo armai perso; Segel, relegata la nostalgia genuina al primo atto, struttura tutta la pellicola come una sorta di remake di "The Blues Brothers": il gruppo di pupazzi, sempre capitanati dal mitico ranocchio Kermit, deve guadagnare, allestendo un nuovo spettaoclo, 10 milioni di dollari, per evitare che lo spietato magnate del petrolio Tex Richman (Chris Cooper) si appropri del loro teatro e dei loro diritti di immagine; accompagnati dalla new entry Walter (creato dallo stesso Segel), i pupazzi daranno vita ad uno show indimenticable.
 Il mix di commedia, melò e musical è perfetta: il regista Bobin controlla perfettamente ogni numero musicale, ogni risolvto serioso e impone il giusto ritmo alle gag; le canzoni, scritte ed eseguite da Segel, sono magnifiche: su tutte quella che l'attore esegue alla fine del secondo atto assieme al puppazzo Walter e a Jim Parsons (il mitico Sheldon Cooper di "The Big Bang Theory"); gli altri attori, però, non sono da meno: Amy Adams e Chris Cooper dimostanto delle inedite doti canterine, aggiungendo un tassello in più alla loro fulgida carriera; in perfetto stile Muppets, poi, decinde di grandi attori si cimentano nei camei più disparati: da Whoopi Glodberg ad Alan Arkin, da Zack Galifianakis a Selena Gomez, passando per un'apparizione del mitico Mickey Rooney.


L'umorismo dei Muppets, nel 2011, non perde di smalto: folle, distruttivo e pieno di freddure, ma mai volgare coplisce in pieno risucendo a divertiere per tutta la durata della pellicola, senza dover mai ricorrere a mezzucci volgari o a doppi sensi.
"I Muppet" segna il grande ritorno di un mito dello spettacolo, la dimostrazione di come un gruppo di pupazzi animati a mano, forieri di un umorismo garbato e di un modo di intendere l'intrattenimento ormai quasi del tutto scomparso, possono ancora farla da padrone nel mondo dell'intrattenimento.

EXTRA:

Nel giorno più splendente, nella notta più profonda, nessun nemico sfugga AL MIO BANJO!


Supergirl- La Ragazza d'Acciao

Supergirl

di Jeannot Szwarc

con: Helen Slater, Faye Dunaway, Peter O'Toole, Mia Farrow, Marc McClure, Brenda Vaccaro.

Fantastico/Supereroistico

Usa (1984)



















Persa l'occasione di introdurre il personaggio in "Superman III" (1983), i Salkind decidono di produrre una pellicola totalmente incentrata su Kara Zor-El, alias Supergirl, la cugina kandoriana del celebre Uomo d'Acciaio; il risultato è pietoso: il personaggio, già sciatto nei fumetti, diviene al cinema protagonista di una pellicola noiosa, piatta e talmente naif da sconfinare subito nel camp più puro. 
Fiutata la beffa, fortunatamente Christpher Reeve decise di non prendere parte al progetto; unico collegamento con le altre pellicole del supereroe di Metropolis viene dato dal solo personaggio di Jimmy Olsen, anche qui interpretato da Marc McClure.



La trama è puramente pretestuosa: la giovane Kara (la bella Helen Slater, unica vera nota positiva del film) perde nello spazio un globo luminoso, fonte di energia della città spaziale di Kandor, ultimo avamposto dei Kryptoniani; per recuperarlo è costretta a scendere sulla Terra, dove acquista i superpoteri divenendo la supereroina nota come Supergirl; dovrà vedersela con una spietata avversaria: una strega (!) i cui poteri derivano dal globo (!!) interpretata da Faye Dunaway (!!!).


La storia non decolla mai: troppo scontata e lineare, si fa subito mero pretesto per l'avventura e l'azione; peccato però che nel 1984 le sole acrobazie aree e gli effetti speciali pirotecnici non bastino a salvare una pellicola; la mancanza di idee nella messa in scena si fa sentire: il villain è totalmente fuori luogo (perchè una strega?), la drammaticità viene proposta solo alla fine del terzo atto ed unicamente per tentare una futile forma di empatia verso il personaggio e il romanticismo è trito, pur essendo, per una volta, declinato dal punto di vista femminile.



Il regista Szwarc, dal canto suo, non ha nè l'estro creativo di Donner, nè il sense of humor di Lester: la sua regia è meccanica e piatta e si affida perlopiù ai soli effetti speciali e alle scenografie per creare spettacolo; non riuscendo a controllorare a dovere la pellicola, la fa cadere spesso nel ridicolo, mandando a farsi benedire la sospensione dell'incredulità fin dai primissimi minuti; va detto, però, che la colpa non è tutta sua: il personaggio di Supergirl nasce con l'esclusivo intento di avvicinare giovani lettrici ai fumetti, ponendosi unicamente come versione in gonnella del suo cugino kryptoniano; dedicarle un'intera pellicola è davvero troppo, avrebbe funzianato perlopiù come comprimaria in un film di Superman vero e proprio, come sarebbe dovuto accadere.
E spiace davvero vedere coinvolti in un disastro simile tre attori del calibro di Peter O'Toole, Faye Dunaway e Mia Farrow, simboli del cinema d'autore americano e british degli anni '60 e '70 chiamati unicamente come guest star a ricoprire ruoli infimi e ridicoli.



"Supergirl", in definitiva,  è una pellicola trash vera e propria, che non offre nulla allo spettatore se non forti dosi di umorismo involontario.

Superman III

di Richard Lester

con: Christopher Reeve, Richard Pryor, Annette O'Toole, Robert Vaughn.

Commedia

Usa (1983)















Se le forti controversie produttive alla base del precedente "Superman II" (1980) potevano tranquillamente portare a bollarlo come "uno stano caso", quelle, ancora più strambe ed oscure, alla base di questo "Superman III" possono portare a bollarlo come  uno "stralunato caso".
Il capitolo precedente, nonostante l'ottimo riscontro di pubblico e il beneplacito della critica, aveva scontentato l'intero cast artistico e finanche uno dei tre produttori, Pierre Spengler, il quale decide, per questa nuova avventura dell'Uomo d'Acciaio, di fare le cose in grande: scrive un trattamento lungo e complesso, dove Superman deve affrontare l'alieno Braniac per salvare la città di Kandor, ultimo avamposto kryptoniano salvatosi dalla distruzione del pianeta, nel quale vive anche sua cugina Kara Zor-El, alias Supergirl.
Se il progetto fosse andato in porto, a quest'ora avremmo avuto tra le mani una pellicola spettacolare, che all'epoca avrebbe rinverdito i fasti del cinema a fumetti; sfortunatamente non è andata così: per qualche strano ed oscuro motivo, il produttore capo Alexander Salkind decide di reclutare nel cast della pellicola il leggendario comico Richard Pryor, all'epoca ancora una superstar. L'intento era forse quello di creare una sorta di doppio spettacolo con il quale attrarre al cinema sia i più piccoli, patiti di Superman, sia gli adulti, fan di Pryor e della sua comicità scorrettissima, pur sapendo che questa volta sarebbe stata edulcorata.
Tuttavia, l'intero progetto diviene presto una sorta di one-man-show di Pryor, il cui screen time cresce a dismisura fino ad oscura il resto; Superman diventa quasi un personaggio secondario nel suo stesso film, dove solo la sottotrama sulla sua "metà oscura" finisce per giustificarne davvero la presenza.
Come se non bastasse, Gene Hackman decide di non prendere parte al progetto, data l'acredine che la defenestrazione di Donner aveva suscitato, e per punire Margot Kidder, la quale era stata anch'ella critica verso la produzione dopo il licenziamento di Donner, i Salkind eliminano il personaggio di Lois Lane, mandata letteralmente a quel paese con la scusa di una vacanza, solo per creare una nuova love-story con Lana Lang, la fidanzatina di Smallville che qui ha il volto della bella Annette O'Toole.
Il risultato è una commedia bislacca, ma tutto sommato stranamente non disprezzabile.


Perché di una commedia vera e propria si tratta, come testimonia quella sequenza d'apertura nella quale Richard Lester dà sfogo a tutta la sua passione per lo slapstick. Senza contare le numerose sequenze cucite addosso a Pryor, che finiscono per avvicinare il film ad un classico exploit a là John Landis piuttosto che ad un blockbuster.
Del cinema avventuroso e spettacolare resta giusto qualche sequenza. La più iconica è ovviamente il lungo combattimento tra i due Superman, la cui coreografia è anche ben eseguita, ma che non ha la forza drammatica che avrebbe potuto avere a causa di una scrittura che si rifiuta di fare i conti con la caratterizzazione del personaggio.
Nell'ultimo atto, il tono cambia radicalmente, con la minaccia del supercomputer che prende le forme della scena nella quale la sorella del villain viene trasformata in un cyborg, degna di un horror vero e proprio. Incoerenza dovuta ovviamente alla necessità di creare un minimo di tensione almeno per il climax e che rende il film ancora più ameno e indigeribile.


Il risultato finale è ancora più straniante del film precedente: commedia, storia romantica ed avventura si susseguono ancora più forsennatamente, ma l'empatia latita; il conflitto del personaggio è puramente pretestuoso, il villain di Pryor non fa paura (e ci mancherebbe, visto che è più caricaturale del Lex Luthor di Gene Hackman) e la minaccia del supercomputer puramente formale; la storia d'amore, per di più, è banale, sciatta e prevedibile.
Eppure, miracolosamente, il film riesce tutto sommato a funzionare grazie alla regia di Lester, che non perde mai davvero il controllo: lo humor esasperato e sempre volontariamente sopra le righe non scade quasi mai nel ridicolo involontario e quando si decide che di ridicolo debba essercene, questo risulta sempre voluto, anche quando mal digesto; il ritmo è poi veloce, tanto che, nonostante la lunga durata, il film tutto sommato scorre via senza troppi intoppi.



"Superman III" è così una pellicola genuinamente stramba, che funziona nonostante i singoli elementi di cui si componga non funzionino se isolati; resta il peccato per quello che avrebbe potuto essere e che, purtroppo, non riusciremo mai a vedere.

sabato 23 marzo 2013

Il Tempo dei Lupi

Le Temps du Loups

di Michale Haneke

con: Isabelle Huppert, Béatrice Dalle, Patrice Chéreau, Olivier Gourmet, Rona Hartner, Maurice Bénichou.

Post-Apocalittico/Drammatico

Francia, Austria, Germania (2003)









"Il Tempo dei Lupi" è senza ombra di dubbio il peggior film di Haneke: una pellicola dalle ambizioni smodate e puntualmente deluse, malriuscita e spocchiosa.
A seguito di una non ben specificata apocalisse, un gruppo di sopravvissuti si ritrova in un bunker.
E questo è quanto: la trama finisce qui; Haneke vorrebbe descrivere la situazione post-apocalisse, più che narrarla, ma non ci riesce.




L'approccio dell'autore è infatti totalmente sbagliato: partire dai caratteri dei personaggi per dare uno spaccato dell'umanità alla deriva; peccato che questi siano piatti e monocorde: non si può credere davvero alle situazioni mostrate, dove in uno scenario deprimente nessuno si lascia andare alla distruzione pura; incredulità che cresce se si tiene conto che il mondo che Haneke vorrebbe descrivere è di matrice puramente hobbesiana.



La società (secondo il grande filosofo inglese) è l'unico confine che separa l'uomo dalla belva (i lupi del titolo): venuta meno essa, l'essere umano regredisce a puro istinto distruttivo; Haneke decide testardamente di adoperare il suo solito stile sottrattivo: nulla viene mostrato e nemmeno suggerito, per tutta la durata del film si vedono solo dei poveracci disquisire su argomenti inutili; la tesi del film resta quindi relegata a mera intenzione, non riuscendo a giungere mai compiutamente allo spettatore.
Il mancato approfondimento delle ragioni che hanno portato alla catastrofe, se sulla carta poteva sembrare emblematico, risulta invece solo tedioso: davvero non ci si capacita di ciò che succede su schermo, nè si comprende in pieno la drammaticità della situazione se non a pellicola inoltrata; la tesi per cui è l'uomo che distrugge arbitrariamente sè stesso anche all'interno della società civile avrebbe potuto dare smalto o anche semplicemente un contenuto all'opera, ma viene del tutto negata per puri motivi di compattezza stilistica e narrativa.


Unica nota positiva è il finale disperato, in cui l'autore condanna la testardaggine dell'uomo che non vuole redimersi nemmeno quando ne ha la possibilità; ma è davvero ben poco: "Il Tempo dei Lupi" poteva essere un capolavoro, ma a causa della spocchia del suo autore resta una pellicola fredda e, in fondo, vuota.