lunedì 5 gennaio 2026

Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery

di Rian Johnson.

con: Daniel Craig, Josh O'Connor, Glenn Close, Josh Brolin, Mila Kunis, Jeremy Renner, Kerry Washington, Andew Scott, Cailee Spaeny, Thomas Haden Church, Jeffrey Wright.

Giallo

Usa 2025












Nel primo Cena con Delitto- Knives Out, Rian Johnson aveva sovvertito le regole del giallo classico; nel secondo, Glass Onion, aveva ripreso quelle regole per creare una sorta di gioco al massacro di un gruppo di personaggi odiosi. Il terzo, Wake Up Dead Man, per ora il capitolo conclusivo della saga di Benoit Blanc tra cinema e streaming, è vicino a Glass Onion nel suo riprendere la struttura da giallo classico per parlare d'altro, in questo caso il concetto di fede e di come questa venga sfruttata.



Motore degli eventi è qui il personaggio di padre Jud (Josh O'Connor), il quale viene trasferito in una piccola comunità nello stato di New York, dove la chiesa è presieduta dal monsignor Jefferson Wicks (Josh Brolin). Il giorno del Venerdì Santo, Wicks muore in circostanze misteriose e i sospetti ricadono su padre Jud. Benoit Blanc (Daniel Craig) arriva in paese per assistere la polizia nelle indagini e si affianca a padre Jud per scoprire la verità.


Il perno di tutta la vicenda è il personaggio di monsignor Wicks, vittima e colonna portante della narrazione. Wicks è un prete vecchio stampo, che tiene in pugno la piccola comunità di fedeli grazie al suo carisma e che sfrutta facendo leve in primo luogo sulle loro debolezze, in secondo luogo sul senso di vergogna che questi provano a causa delle loro mancanze.
Il resto del cast di personaggi resta più in ombra e risulta più blando rispetto ai due film precedenti: ci sono il medico spiantato Nat Sharp (Jeremy Renner, di nuovo sugli schermi dopo il terribile incidente che ne aveva compromesso la carriera), l'avvocata Vera Draven (Kerry Washington) e il suo fratellastro Cy (Daryl McCormack), aspirante politico di pallida fortuna, l'ex violoncellista Simone Vivane (Cailee Spaeny), il giardiniere Samson Holt (Thomas Haden Church), lo scrittore in crisi Lee Ross (Andrew Scott) e la perpetua Martha Delacroix (Glenn Close), sorellastra di Wicks.



Un cast di comprimari che non brilla se non in sparutissime occasioni. Questo perché a Johnson non interessano tanto come personaggi, ma come pezzi per dipingere un affresco attuale sul concetto di potere.
Wicks ha un potere unico, quello di riuscire ad affascinare il popolo. Riesce a fare leva sui credenti e tesse con loro un vero e proprio rapporto tossico. E', in buona sostanza, l'archetipo del potente strafottente, che gode sapendo di esercitare una forma di possesso sul prossimo, il quale poi piega ai propri fini. In un'epoca di incertezze, dove valori, tradizioni e persino diritti sono minacciati dall'incertezza, un personaggio carismatico diviene l'unico appiglio per chi vive una crisi materiale prima ancora che spirituale e la spiritualità, a sua volta, diventa un vano appiglio per un futuro migliore. E nel ritrarre questa sorta di Trump in abito talare, Johnson prosciuga di ogni ironia la narrazione, benché non rinunci a qualche tocco umoristico di tanto in tanto.


Il concetto di fede come necessità si scontra con quello della vera fede. Una fede rivolta verso gli uomini piuttosto che verso un'entità superiore, in una prospettiva del tutto atea. Padre Jud ha preso i voti per redimersi da un omicidio compiuto quando era un pugile e durante l'investigazione porta alcuni dei personaggi non solo a ricredersi sul proprio stato, ma anche a spingerli verso il perdono, visto come vera necessità per sanare il male fatto al prossimo.
Johnson crea così una vera e propria parabola laica all'interno del più classico meccanismo del whudunnit. E da quest'ultimo punto di vista, dirige la narrazione al solito in modo efficace, tenendo sempre alta l'attenzione verso la storia nonostante la durata forse eccessiva, di ben oltre i 140 minuti, i quali per fortuna volano grazie all'ottimo ritmo.



Wake up dead man è così un terzo capitolo riuscito che chiude una trilogia divertente e interessante. Johnson conferma la sua mano ferma e il suo gusto per lo sbalordimento, in un giallo che anche questa volta risulta tutto sommato anticonvenzionale.

lunedì 22 dicembre 2025

Avatar: Fuoco e Cenere

Avatar: Fire and Ash

di James Cameron.

con: Sam Warthington, Zoe Saldana, Stephen Lang, Sigourney Weaver, Oona Chaplin, Kate Winslet, Cliff Curtis, Joel David Moore, CCH Punder, Edie Falco, Britain Dalto, Trinity Jo-Lis Bliss, Jack Champion, Jamie Flattera.

Fantastico/Avventura

Usa 2025












Quattrocento milioni di dollari di budget. Per una saga che ha incassato un totale di circa cinque miliardi di dollari, forse sono anche pochi. Fatto sta che arrivati al terzo film (su potenzialmente cinque), è anche ora di fare un bilancio della saga di Avatar.
Una saga che in realtà una saga non è, visto che James Cameron ha praticamente rifatto per due volte il primo film, cambiando giusto la palette cromatica delle immagini e pochissimo altro. Perché se già La Via dell'Acqua era una fotocopia che aggiungeva quel pochissimo che basta per fare finta che non lo fosse, Fuoco e Cenere è praticamente la fotocopia della fotocopia, con in più un comparto spettacolare decisamente non all'altezza.



Sul piano narrativo, di carne al fuoco questa volta Cameron ne mette pure, almeno in teoria. Oltre all'ecologismo un tanto al chilo dei film precedenti, introduce la tematica della fede. Kiri (Sigourney Weaver) continua il suo cammino di "prescelta del Grande Spirito" e si contrappone qui alla villain Varang (Oona Chaplin), capo della tribù dei Mangkwan, Na'Vi cattivi e assetati di sangue senza nessun vero motivo apparente, i quali hanno ripudiato la religione di Pandora ed hanno iniziato ad adorare il fuoco.
La tematica del colonialismo spietato trova poi una declinazione ulteriore: i Mangkwan iniziano a collaborare con i Terrestri perché affascinati dalle loro armi, in una lotta che ora diviene fratricida.
Ma di tali temi, evocati nel corso della narrazione, a Cameron non interessa davvero nulla: non trovano una vera declinazione, non portano ad una catarsi, esistono come puri strumenti narrativi per creare delle scene, punto, nulla più. Ad essere onesti, Cameron darebbe anche una chiusa alla sottotrama sui Na'Vi eretici, ma è talmente blanda e inconsistente da risultare del tutto evanescente.



La vacuità tematica, anzi il vero e proprio vuoto pneumatico intellettivo è però sempre stata una delle prerogative di Avatar, quindi non si può essere troppo cattivi nei confronti di questo terzo film. L'enfasi, qui, Cameron la riserva nel tratteggiare i personaggi, con il giovane Lo'Ak nuovamente protagonista per buona parte del minutaggio.
Il suo "cammino dell'eroe" è però del tutto uguale a quello che Jakesully affrontava nel primo film: anche lui è un reietto che deve dimostrare il suo valore, in primis al padre, anche lui riesce a motivare i propri compagni grazie all'aiuto di un grosso animale, questa volta marino anziché volatile. Cameron introduce persino una psicologia per il personaggio, perseguitato dalla morte del fratello, ma come sempre non dà neanche a questa traccia narrativa il giusto peso. 
Spazio viene dato anche al personaggio di Spider, il figlio di Quarritch, ma viene tratteggiato praticamente come un surfista allampanato, facendolo risultare antipatico, rendendo impossibile appassionarsi davvero anche alla sua storia.
Mai come qui, tutta la componente narrativa risulta fredda, non ci riesce davvero ad appassionare alla lotta dei Na'Vi e ai loro drammi interni e interiori. Tanto che, quando personaggi importanti iniziano a cadere, non si prova nulla, si resta glaciali dinanzi a immagini in teoria drammatiche.
Difetti la cui presenza era scontata. Dopotutto Avatar è sempre stato pura estetica messa al servizio del nulla. Ed è proprio da questo punto di vista che Fuoco e Cenere si dimostra il capitolo più debole di tutta la saga.



Non c'è vera spettacolarità nei circa duecento minuti di durata. I set digitali sono enormi, i valori produttivi sbalorditivi, eppure non ci sono immagini che riescono davvero a suscitare meraviglia. Se nel primo film Cameron si divertiva ad inseguire i protagonisti che correvano sulle montagne volanti e nel secondo a seguirli mentre nuotavano al fianco dei capodogli alieni, qui non c'è un vero elemento portante. Il fuoco e la cenere del titolo non divengono mai elementi davvero caratterizzanti e quando la terra dei Mangkwan viene mostrata, non ha praticamente nessuna carica spettacolare.



Questo perché come sempre Cameron sembra essersi dimenticato della basilare grammatica filmica. Le sue inquadrature sono piatte, i suoi movimenti di macchina sono poco ispirati e mai azzardati, con la conseguenza che le immagini sono sempre piatte. L'esempio più clamoroso è dato dalle scene in cui appaiono i mercanti Na'Vi, le cui imbarcazioni volanti in teoria dovrebbero essere l'apoteosi dello spettacolo visivo, ma che appaiono banali, anche perché la regia decide stranamente di non inquadrarle mai dal basso, con le immagini che sembrano più dei concept art animati che delle vere scene di un film.
Una mancanza di spettacolarità che fa il paio con la vacuità narrativa. Mai come ora, non c'è una storia portante vera e propria e tutta la narrazione è fatta di singole scene tenute insieme dai personaggi, dove la caccia alle balente finale fa da climax praticamente improvvisato. Non c'è progressione nella storia appunto perché non c'è una storia, solo una serie di vignette con protagonisti dei personaggi che restano sempre uguali: Jakesully è sempre l'eroe dubbioso, Quaritch il cattivissimo che potrebbe redimersi ma evidentemente si diverte troppo per farlo, Lo'Ak il giovane impulsivo e insofferente, Neityri nulla più che una guerriera arrabbiata, mentre Kiri e Varang delle macchiette che rappresentano il bene e il male in senso assoluto.
Se quindi era anche comprensibile il perché Cameron abbia voluto dirigere due film con Avatar e La Via dell'Acqua data la loro indubbia carica estetica, non si capisce davvero cosa lo abbia spinto a creare un terzo film così genuinamente privo di qualsiasi forma di spessore, persino quello semplicemente estetico. E che scivola persino nel plagio quando riprende la scena dei fiori che sparano spine avvelenate direttamente da un episodio della serie classica di Star Trek, prova della più totale assenza di idee, la quale prende anche la forma di un terzo atto che è praticamente quello del primo film, con tanto di invocazione alla dea e protagonista che unisce tutte le tribù cavalcando nuovamente il rapace alfa. Con in più appiccicata una fotocopia di quello del secondo film, con la figlia più piccola di Jakesully nuovamente rapita dai cattivi. 



Fuoco e Cenere non è solo il capitolo peggiore di una saga che già aveva dei forti problemi sul piano narrativo, ma è anche la morte del cinema spettacolare. Se nei precedenti film era almeno chiara la fascinazione di Cameron per la natura e per i fondali marini in particolare, qui tutto quello che fa è giocare con gli effetti speciali, i quali vanno davvero oltre la perfezione e risultano di una veridicità palpabile, ma non sono messi al servizio di niente, neanche del puro e semplice spettacolo fine a sé stesso.
Se anni fa si diceva, a torto, che "Guerre Stellari" fosse solo effetti speciali e nulla più, forse è arrivato il momento di togliersi la maschera e ammettere come la creatura di Cameron altro non sia che un gigantesco showcase di quale livello gli effetti speciali in performing capture possano raggiungere con un budget faraonico. Un cinema che non è più cinema, ma praticamente un demo reel per la Weta Workshop e le altre aziende che vi hanno preso parte.

mercoledì 17 dicembre 2025

Back on air

A partire da settembre scorso, ho smesso di aggiornare il blog per un motivo alquanto fastidioso.

A causa del cambiamento del nome, Google non lo ha indicizzato, dunque era impossibile trovare i post tramite la normale ricerca web. 

Una situazione dovuta alle nuove politiche dell'azienda, che tende a limitare il traffico delle ricerche evitando di indicizzare pagine di recente creazione. Con l'ovvia conseguenza che siti e blog di nuova generazione spesso vengono privati di ogni tipo di pubblico.

Una situazione che si è risolta solo di recente e a seguito di ben due richieste di indicizzazione. Nonostante questo, ricercare la pagina principale del blog tramite Google è ancora oggi difficile, ma per fortuna i singoli post vengono trovati.

Nel mentre, ho preferito dedicarmi alla creazione del canale YouTube di Orizzonte d'Argento, dove ho caricato video con le nuove recensioni.

Ma da settimana prossima, tornerò ad aggiornare anche il blog, postando versioni scritte dei video, oltre che a continuare ad aggiornare ovviamente il canale e le pagine Instagram e TikTok. Le recensioni mancanti sono già pronte e saranno caricate a partire da gennaio 2026.

Grazie per la pazienza.

venerdì 5 settembre 2025

Una Scomoda Circostanza: Caught Stealing

Caught Stealing

di Darren Aronofsky.

con: Austin Butler, Zoe Kravitz, Matt Smith, Regina King, Dominique Silver, , Liev Schrieber, Vincent D'Onofrio, Shaun O'Hagan, Action Bronson, D'Pharaoh Woon-A-Tai.

Usa 2025














Darren Aronofsky ha (quasi) sempre fatto dell'anticonvenzionalità una bandiera. E a prima vista, Caught Stealing sembrerebbe contraddire questa sua filosofia. Dopotutto, la storia di Harry (Austin Butler), ex promessa del baseball che si ritrova con un pugno di mosche in mano e che viene trascinato dal vicino di casa Russ (Matt Smith) in un imbroglio che coinvolge la mafia russa e due gangster ebrei ortodossi, sembrerebbe quanto di più convenzionale possibile. E lo sarebbe anche, se dietro non ci fosse l'autore di Requiem for a Dream e The Wrestler.



Il punto di riferimento è ovviamente il cinema pulp anni '90 e il romanzo alla base del film, firmato da Charlie Huston, qui anche sceneggiatore, riprende a piene mani gli intrecci e il gusto per i personaggi sopra le righe dal filone. E, prima ancora, riprende tutta la tradizione del noir "pulp", quello fatto di storie tese e protagonisti in fuga dal passato.
Harry è appunto in fuga da un passato sanguinoso, marchiato da un incidente stradale che ha compromesso la sua carriera sportiva e ucciso il suo amico Dale (D'Pharaoh Woon-A-Tai). La differenza e l'originalità stanno nel fatto che la sua storia non ha risvolti ironici, neanche quelli tipici della commedia nera. Il suo è un dramma vero e proprio e Caught Stealing è un noir che fa il verso a tanto cinema del primo Tarantino e soprattutto a quello di Guy Ritchie, letteralmente parodizzato dal gatto, che qui prende il posto del cane di The Snatch.




I personaggi potrebbero essere tranquillamente quelli di un qualsiasi pulp: il duo di criminali ebreo-ortodossi, il piccolo picchiatore russo detto "microbo" e su tutti il punk di Matt Smith, con la sua sgargiante cresta; ma né Huston, né Aronofsky abusano della loro presenza, lasciando il tono sempre tra le righe e i personaggi sempre al servizio di un intreccio tutto sommato semplice, ma che tiene alta l'attenzione.
Anche perché l'esecuzione di questa storia fatta di ricatti e bottino nascosto non segue i canonici binari, anzi da un certo punto in poi gioca il tutto per tutto e fa saltare ogni forma di convenzionalità, con colpi di scena davvero ben assestati. Tanto che se il viaggio di riconciliazione con il passato di Hank porta ad una destinazione ovvia, è il tragitto ad essere del tutto fuori dall'ordinario.



Alla fine, anche questa volta Aronofsky si conferma un autore fuori dall'ordinario. Caught Stealing parte dal più ovvio dei presupposti per trovare immediatamente una sua identità, andando ad infrangere ogni aspettativa. Non sarà radicale quanto Madre!, ma riesce lo stesso ad essere a suo modo memorabile.

venerdì 22 agosto 2025

Warfare- Tempo di Guerra

Warfare

di Alex Garland & Ray Mendoza.

con: D' Pharaoh Woon-A-Tai, Will Poulter, Joseph Quinn, Kit Connor, Cosmo Jarvis, Michael Gandolfini, Aaron McKenzie, Alex Brockdorff, Finn Bennett, Evan Holtzman.

Guerra/Biografico

Usa, Regno Unito 2025











Alex Garland è un grande un filmmaker o un borioso artistoide perso in una forma di presunzione compiaciuta?
Perché praticamente tutti i suoi film non possono che essere definiti come presuntuosi; si pensi alle sciatte riflessioni cyberpunk di Ex Machina, al teorema misandrico universale di Men, alla vacua distopia di Civil War o anche solo a quell' Annientamento, letteralmente lo Stalker degli ignoranti, senza contare la recente presa in giro chiamata 28 Anni Dopo. Garland è, in buona sostanza, un autore che parte da ottimi spunti e intuizioni, ma finisce sempre per declinarli in modo superficiale, portandoli in scena come opere d'arte moderne che vogliono imporsi come la pietra angolare di qualche riflessione umana astrattamente importante ma finendo per fare la figura del pretenzioso borioso, appunto.
Un film come Warfare forse nasce proprio da una sentita ricerca di autenticità. Un progetto, quello alla base del film, sviluppato in poco tempo: sul set di Civil War conosce Ray Mendoza, veterano dei Navy Seals divenuto consulente per le scene di guerra. I due formano un forte legame intellettuale e Garland rimane colpito dai suoi ricordi della guerra in Iraq, tanto che decide di creare un film che rievochi un episodio in particolare, ossia un'operazione fallita durante la presa della città di Ramadi.



Quella di Warfare è una cronaca nuda e cruda. Non ci sono abbellimenti, non ci sono sovrastrutture narrative fatte di personaggi, story-arc e sottotrame, non ci sono metafore o analogie, tantomeno dialoghi evocativi. Tutto è dismesso in favore di una verosimiglianza totale, che porta anche ad una forma di allontanamento dalla materia trattata: Garland non prende una posizione antibellica, si limita a portare in scena senza filtri e in modo esplicito tutto l'orrore di un comune giorno di battaglia di una squadra qualunque di seals impegnati in una operazione di routine.
Quello che è emerge è così un racconto genuino, che colpisce proprio per la sua mancanza di velleità, le quali si fermano, appunto, ad un'attentissima rievocazione dei fatti, ottenuta grazie alle memorie di Mendoza (per questo accreditato anche alla regia), oltre che di Eliott Miller e Joe Hildebrand, gli unici ex soldati i cui nomi non vengono modificati nel racconto.



Garland trova così un'autenticità unica, quantomeno nel suo cinema; un'autenticità che il cinema di guerra insegue dai tempi di Salvate il Soldato Ryan e che qui, per una volta, giunge a pieno compimento. Complice anche l'ottima gestione del ritmo: la prima parte, tolto un prologo atto ad introdurre la "mondanità" della vita da soldato, ha un ritmo praticamente fermo, con lo stazionamento del gruppo all'interno dell'appartamento e l'azione di spionaggio verso i soggetti sospettati. La seconda, con l'inizio dell'attacco, è fulminea e alterna sapientemente il punto di vista distorto dei personaggi ad uno oggettivo.
Proprio tale costruzione della vicenda permette a Warfare di trovare un pieno valore: le azioni belliche vengono spogliate di ogni retorica, di ogni epica, di ogni forma di abbellimento per divenire pura e fredda esecuzione di un procedimento atto a uccidere o sopravvivere. In un contesto così anti-spettacolare, quando la violenza entra in scena si fa così insostenibile, davvero disturbante. E grazie al carisma degli attori, quei personaggi i cui ruoli sono totalmente costruiti tramite sguardi e azioni divengono simpatici e il coinvolgimento bene o male non manca, evitando la trappola più ovvia di un'operazione del genere.



Il senso di verosimiglianza è totale, non limitato alla semplice ricostruzione degli eventi o al tono usato nel portarli in scena, ma acuito appunto dal ricorso alle impressioni avute dai singoli personaggi, con il racconto oggettivo che si fa soggettivo solamente quando necessario.
Il tono è quasi sempre coerente, quasi sempre dimesso e subordinato ad una ricostruzione certosina e vivida. "Quasi" perché Garland comunque non rinuncia a caratterizzare alcuni personaggi come i suoi soliti "maschi idioti"; scelta a dir poco stramba, tanto che in quella scena nella quale uno dei soldati di rinforzo finisce per far gridare il commilitone ferito perché continua a incappare nelle sue gambe maciullate, non si può non credere come quel bontempone dell'autore di Men non abbia voluto inserire l'ennesimo inutile affondo atto a darsi un tono di superiorità.
Cadute di stile a parte, Warfare resta un racconto teso e affascinante, un'opera a suo modo unica e intensa. Nonché, forse, l'unico film di Garland che merita davvero la visione e soprattutto l'apprezzamento.

giovedì 14 agosto 2025

Weapons

di Zach Cregger.

con: Julia Garner, Josh Brolin, Alden Ehrenreich, Benedict Wong, Cary Christopher, Amy Madigan, Austin Abrams.

Thriller/Horror

Usa 2025















Quando ci si impone con un esordio "folgorante", è sempre difficile creare un secondo film che confermi il proprio talento. A Zach Cregger questa regola fortunatamente non si applica.
Perché il esordio, Barbarian, è stato accolto ottimamente e rappresentava tutto sommato un thriller/horror solido, il cui successo è stato tutto meritato. Ma è con Weapons che Cregger dimostra, nonostante tutto, di non essere solo un regista baciato dalla fortuna per una buona intuizione.



Questo sebbene la premessa di Weapons si basi tutta sul mistero inerente la storia: in una cittadina degli Stati Uniti, una notte, tutti i bambini di una classe elementare iniziano a fuggire di casa, senza apparente motivo. Ad interessarsi dell'accaduto, mentre le autorità brancolano nel buio, sono così la maestra Justine (Julia Garner) e Archer (Josh Brolin), padre di uno dei bambini scomparsi.




Una premessa da favola nera, che ricorda il recente The Piper, vera e propria re-immaginazione (ancora più) horror della fiaba del pifferaio magico. Ma Weapons non vuole essere una favola, quantomeno non nei toni, benché la storia viri sempre verso quella direzione.
Cregger predilige il virtuosismo, tanto nella messa in scena quanto nella scrittura, dove una storia tutto sommato semplice viene smontata e frammentata in diversi punti di vista. Come in Barbarian, anche in qui tutta la sceneggiatura viene strutturata tramite ribaltamenti delle prospettive che disvelano poco alla volta il mistero. L'intrigo è così sempre forte e il ritmo lento, pur appaiato alla lunga durata, di circa 130 minuti, permette all'autore di dare una tridimensionalità praticamente inedita ai personaggi, i quali hanno tutti luci ed ombre: la maestra Justine, per quanto amorevole e vittima dell'ostilità locale, è anche volitiva, mentre Archer, per quanto meschino, è genuinamente preoccupato per la sorte del figlio.



Quando il mistero viene disvelato, di certo non delude, benché qui Cregger si dimostri debitore del primo Ari Aster. Il colpo di scena è ben calibrato e tutta la parte finale colpisce anche per la ferocia. Così che Weapons potrebbe davvero essere considerato come un ottimo exploit horror... se non fosse per un difetto marginale che però induce ad una riflessione forse urgente.



Per tutto il film, la regia stende una sottile patina di ironia sugli eventi, la quale è avvertibile solo in sparute sequenze. Il tono è in generale serissimo e quando la levità arriva riesce tutto sommato ad amalgamarsi con il resto. 
Cosa che nell'ultima parte del finale non avviene: l'uso dei diversi punti di vista per portare in scena la risoluzione porta ad un uso massiccio del registro ironico, volutamente adoperato per distaccarsi dal tutto e incrementato dall'uso di trovate degne di una commedia horror (il pelapatate usato come arma...). La conseguenza è ovvia: il film scade in un umorismo di grana grossa che non solo ammazza ogni coinvolgimento, ma che stona anche con il resto di ciò che si è visto, oltre che con una storia che non potrebbe essere ironica se non in una commedia demenziale pura.



Una scelta stilistica stramba, del tutto figlia di tempi nei quali un autore deve sempre far ricorso al distacco ironico per dimostrarsi "cool" e che porta a credere come spesso gli autori americani abbiano semplicemente paura di essere presi sul serio.
Laddove Cregger dimostra gusto e mano ferma per la quasi totalità dei 130 minuti di durata, quel finale così spiazzante, nel senso peggiore del termine, impedisce a Weapons di divenire davvero memorabile, benché, in generale, confermi comunque il solido mestiere del suo autore.

mercoledì 6 agosto 2025

Gen di Hiroshima

Hadashi no Gen

di Toshio Hirata, Mori Masaki, Shuichi Hirokawa.

Animazione/Drammatico/Storico

Giappone 1983-1986

















---CONTIENE SPOILER---

Alle ore 8:15 del 6 Agosto 1945, il mondo è cambiato per sempre.
Il bombardamento della città di Hiroshima ad opera dell'esercito americano ha sancito la fine della Seconda Guerra Mondiale e l'inizio dell'Era Atomica. L'inizio dell'era del terrore, dello spettro dell'annichilimento definitivo. Ancora oggi, le immagini delle vittime del bombardamento del 6 agosto '45 e di quello del successivo 9 agosto su Nagasaki, rappresentano l'emblema del supremo orrore del quale l'essere umano è capace, anche al netto di quelle, altrettanto sconvolgenti, dei campi di concentramento scoperti in Europa.
Prima ancora, la coscienza di come l'intera razza umana possa essere spazzata via nell'arco di pochi minuti ha portato ad un risveglio del sentimento pacifista, della religiosità sentita, oltre che del condiviso antimilitarismo. Tanto che non sarebbe sbagliato dire come l'odierna sensibilità umana sia nata proprio quel 6 agosto, forgiata sulla pelle degli abitanti di Hiroshima prima, di Nagasaki dopo.
Differenti sono state nel corso degli anni le testimonianze, sia dirette che indirette, dell'olocausto nucleare in Giappone. Ma se ce ne è una che è riuscita a saldarsi in maniera indelebile nella cultura popolare, è quella data da Keiji Nakazawa con il suo manga Gen di Hiroshima.



Classe 1939, Nakazawa ha vissuto sulla sua pelle i terribili eventi di Hiroshima, sua città natale. Inutile dire come la tragedia lo abbia segnato in modo indelebile: quel fatidico giorno perse il padre, sua sorella maggiore e un fratello minore, mentre lui stesso contrasse una serie di malattie dovute alle radiazioni e alle terribili condizioni di vita nel periodo immediatamente successivo all'attacco.
I ricordi di quegli eventi furono rielaborati in un primo momento in due racconti a fumetti, tra le prime opere della sua carriera di mangaka, ossia Colpiti da una Pioggia Nera nel 1966, e soprattutto Io l'ho Visto, nel 1972, che riporta fedelmente la testimonianza di come sia sopravvissuto all'esplosione; proprio il successo di quest'ultimo fumetto convinse i vertici di Shonen Jump ad affidargli la creazione di una serie vera e propria incentrata sui suoi ricordi del periodo post-nucleare, che diventa la celebre Hadashi no Gen (ossia "Gen dai piedi nudi"), arrivata in Italia nel 1999 con il più ordinario ed esplicativo titolo Gen di Hiroshima.


In Hadashi no Gen, Nakazawa fa confluire ricordi e tragedie personali con altre più diffuse, creando uno spaccato lungo e complesso del Giappone nel periodo che va dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale alla fine degli anni '40. Protagonista è Gen Nakaoka, non un semplice doppio di Nakazawa, quanto un personaggio a tutto a tondo con il quale l'autore può appunto rielaborare esperienze proprie e altrui.
Un'opera la cui stesura è durata circa quattordici anni (ossia dal 1973 al 1987) e che è ufficialmente incompiuta, con un ultimo capitolo che avrebbe dovuto fungere da epilogo all'epopea di Gen più volte annunciato, ma mai concretizzatosi a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute dell'autore, che pur in tarda età ha contratto una forma di leucemia dovuta alle radiazioni del bombardamento; la storia di Gen, tuttavia, resta comunque completa, con un finale che in realtà chiude praticamente tutte le trame aperte nel corso della lunga pubblicazione, tanto che risulta praticamente sbagliato parlare di un finale mancante o monco.
Non un'opera perfetta, quella di Nakazawa: la lunga serializzazione lo ha forse forzato a dilatare troppo alcune trame, come nel caso di quella riguardante il personaggio di Ryuta, fratello putativo del protagonista la cui storia subisce diverse deviazioni per tornare sempre allo stesso punto. Allo stesso modo, molte situazioni tendono a ripetersi con variazioni poco sostanziali, facendo ritornare in scena eventi che si erano già visti. Senza contare come lo stile di disegno cartoonesco, tipico dei manga dell'epoca, possa risultare indigesto a chi preferisce le fisionomie verosimili a là Ryuchi Ikegami quando si tratta di raccontare una storia realistica e dal forte impatto drammatico.
Difetti i quali spariscono quando ci si approccia alla lettura, per scoprire come la forza umana e drammaturgica del manga siano innegabili.


E' impossibile non commuoversi leggendo le pagine vergate da Nakazawa. Le avventure di Gen e del fratellino Shinji prima, del suo doppio Ryuta dopo e del folto cast di comprimari che si avvicenda nel corso dei tankobon trasuda un'umanità tangibile. 
Su tutto vige un sentimento di miseria prima ancora che di rabbia, la miseria che una generazione di innocenti ha dovuto provare suo malgrado a causa della megalomania del governo nazionalista di Hirohito e Tojo, della follia fascista che ha ridotto alla fame la popolazione per imbarcarsi in una guerra la quale non era preparato a combattere, figuriamoci a vincere, oltre che di chi grazie a quella guerra ha potuto speculare e prosperare senza praticamente dover pagare prezzo alcuno.
Nei primi capitoli, l'autore descrive la vita agra della gente comune durante il conflitto: la fame dovuta al cibo razionato, ma anche l'intolleranza verso chi si professa contrario alla guerra, con il padre di Gen, Daikichi, pittore e orgoglioso anti-patriota, subito bollato come paria; oltre che il razzismo verso i diversi, che si sostanza nella storia del vicino di casa Baku, di origine coreana ma obbligato a rinnegare patria e retaggio ed essere assimilato alla cultura giapponese, solo per dover poi dover vivere comunque ai margini della società.
Il dito di Nakazawa è sempre puntato contro i propri connazionali, persino quando ritrae l'invasore americano in modo dispregiativo. Il suo biasimo va tanto verso chi quella bomba l'ha sganciata, quanto e soprattutto verso chi ha portato in primis al conflitto.



Quando la bomba cade, spazza via un mondo già moribondo, ma l'autore non si risparmia nel ritrarre l'orrore concomitante all'esplosione e soprattutto il lungo dramma dei sopravvissuti. Le sue tavole ritraggono la tragedia di Hiroshima senza filtri o abbellimenti e, anzi, proprio lo stile naif dei disegni riesce a a convogliare meglio i dettagli più sconvolgenti.
Il ritratto che il mangaka offre è così insostenibile, ma quell'orrore così vivo e viscerale colpisce più il cuore che lo stomaco, senza mai scadere nel ricattatorio nonostante i problemi di lunghezza della storia.
Una storia che trova una serie di adattamenti già negli anni '70, quando viene trasposta in una serie di film live-action a partire dal 1976. Ma decisamente più celebre è l'adattamento animato che Hadashi no Gen conosce tra il 1983 e il 1986, diviso in due lungometraggi  che ancora oggi permettono di fruire dell'opera di Nakawaza in modo più immediato e che, alla fine, sacrificano ben poco dell'originale.
Il primo film viene scritto dallo stesso Nakazawa e diretto a sei mani da Toshio Hirata, Mori Masaki e Shuichi Hirokawa, veterani del circuito televisivo che vengono ingaggiati dal mitico studio Madhouse; e pur non potendo contare sui budget faraonici di molte produzioni animate giapponesi dell'epoca, si pone lo stesso come un ottimo adattamento.


A colpire è in primis il bel character design di Kazuo Tomisawa, il quale, pur restando fedele al tratto originale, riesce a conferire ancora più carattere ai singoli personaggi.
La storia viene per forza di cose semplificata per poter essere riassunta in un totale di circa 170 minuti complessivi tra i due film, con il primo che ne dura  80 al netto dei titoli di coda. Una durata breve che causa l'omissione di alcuni personaggi e la forte semplificazioni di alcuni episodi, come quello di Boku, alla cui origine coreana stranamente neanche si accenna, oltre che l'elisione dei fratelli maggiori Gen, Koji e Akira, ma soprattutto il forte sfoltimento dell'episodio che narra del pittore Seiji, il cui story-arc finisce per essere del tutto sterile, perdendo la forza drammatica che aveva su carta.
Ma quando questo adattamento deve trasporre il cuore dell'opera, si dimostra perfettamente degno. La lunga e drammatica sequenza del bombardamento restituisce con livore tutta la carica orrorifica dell'evento. La scelta di ritrarre in modo diretto e crudo gli effetti del calore sul corpo delle persone crea un effetto straniante che ne restituisce appieno il senso di raccapriccio. L'uso di una palette cromatica del tutto innaturale, appaiata ad un sound design che consta del solo rumore del vento e dei boati dell'esplosione, trasmettono un senso di spaesamento quasi grottesco. I due sentimenti propri della tragedia, ossia la sorpresa e la repulsione, giungono allo spettatore come un pugno in faccia, serviti in una forma tanto surreale quanto credibile.



La storia di Gen, in questo primo film, si concentra sulla sua vita prima e dopo il tragico evento e si chiude con la morte della neonata sorella Tomoko. La struttura episodica del manga viene trasposta fedelmente, con il ragazzino che si sposta dapprima in scenari segnati dalla miseria, poi dal disastro.
Il risultato è un ritratto a tinte fortissime che però, proprio come il manga, non scade mai nel ricattatorio, tantomeno nel patetico spicciolo. E che, anzi, piuttosto che limitarsi a ritrarre il dramma al fine di coartare un sentimento di pietà, decide di celebrare la forza del suo protagonista e con lui di tutto il popolo nipponico, il quale, a prescindere dalla miseria e dalle mille difficoltà quotidiane, è sempre pronto a rialzarsi, sempre pronto a superare ogni ostacolo pur di sopravvivere, come le spighe di grano che il padre di Gen piantò per lui.



Nel 1986 esce nei cinema giapponesi la seconda parte del dittico, intitolata semplicemente Hadashi no Gen 2; ad essere trasposta è ora la porzione di storia che va dal flshforward che sposta gli eventi al 1948 sino alla tragica scomparsa della madre del protagonista, dovuta ad un lento avvelenamento da radiazioni.
Questa volta la regia è curata dal solo Toshio Hirata, mentre la sceneggiatura è firmata da Hideo Takayashiki, non più direttamente da Nakazawa; l'animazione risulta poi ancora più fluida, merito di un budget più alto.
Laddove il primo film era una storia di orrore, questo seguito è una storia di pura sopravvivenza, con i personaggi impegnati a cercare cibo e soldi per i medicinali. Il dramma è così ancora più umano, più tangibile per lo spettatore, che può identificarsi facilmente con Gen e il fratello adottivo Ryuta e con i loro neoacquisiti compagni, orfani di guerra lasciati a loro stessi.



Quella di Gen diventa così la storia di un ragazzino impegnato a sopravvivere alla giornata, stretto tra la responsabilità scolastica e la pura necessità di vivere in un mondo dove le vittime della guerra sono abbandonate. Un mondo che ha prima sfruttato quella gente comune per poi dimenticarla, lasciarla marcire tra le macerie della città e accatastarne le ossa nelle fosse comuni, riempite con noncuranza dai soldati americani. E dove i sopravvissuti alla bomba che portano sul loro corpo gli effetti dello scoppio sono visti con sospetto e aperto disprezzo, come dei moderni appestati.
Gli story-arc dei personaggi questa volta risultano incompleti, non è dato sapere se per una precisa scelta narrativa o perché inizialmente doveva essere prodotto anche un terzo film che trasponesse l'ultima parte del manga. Così che non trovano risoluzione né la storia degli orfani, né dell'anziano ex giornalista al quale il bombardamento ha causato una forma di sfinimento fisico e psichico.
Nuovamente, laddove lo script pecca di compattezza e compiutezza, trova la sua forza nel restituire appieno la forza drammatica del manga e, in generale, della storia, che anche qui viene caratterizzata come un inno alla forza di volontà di chi ha saputo rialzarsi dal colpo più feroce che la Storia potesse infliggere.



Ottant'anni dopo quel fatidico sei agosto, trentanove dall'uscita in sala di Hadashi no Gen 2 e trentotto dalla fine della serializzazione del manga in patria, quelle immagini così vivide proposte da Nakazawa e dagli adattamenti animati riescono ancora a sconvolgere, a scuotere nel profondo anche chi non era presente né durante la guerra, né nei decenni successivi, caratterizzati dalla costante presenza dello spettro della distruzione totale, prova di come il lavoro degli autori sia ancora oggi a dir poco essenziale.
Nel frattempo, il mondo è cambiato radicalmente: crollato il Muro di Berlino, finita la Guerra Fredda, le persone hanno forse dimenticato quell'orrore fino a qualche anno fa così presente tanto memoria collettiva che nella cultura, sia alta che popolare. E nella loro idiozia, hanno consegnato il potere assoluto ad una nuova generazione di imperialisti, demagoghi e veri e propri idioti i quali spesso paventano l'arma atomica come puro vanto personale.
Forse è vero che la Storia si ripete sempre: prima come tragedia, poi come farsa.